Tu, sanguinosa infanzia

Di

Editore: Mondadori (Scrittori Italiani)

4.0
(644)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 135 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804422173 | Isbn-13: 9788804422174 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Un bambino osserva il nonno leggere libri di fantascienza, i primi volumi di"Urania" con i mostri in copertina, e immagina, trepidante, di assistere ascontri tra il vecchio e le creature venute dallo spazio. Un bambino ha fattocon un coetaneo il primo scambio della sua vita: una macchinina di metallo perun giocattolo di plastica, e adesso è tormentato dai rimorsi. Un giovanelettore ama otto scrittori di mare: Conrad, Defoe, London, Melville, Poe,Salgari, Stevenson e Giulio Verne. Deve sceglierne uno, sacrificando, uno pervolta, altrettanti pezzi del suo cuore: chi sopravviverà?
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    L'eresia incollativa

    Non so bene cosa mi aspettassi da questo librino, ma di certo non ciò che vi ho trovato: un gioiello di alta letteratura che ti costringe a tornare alla tua, di infanzia, a ripensare a quali desideri, ...continua

    Non so bene cosa mi aspettassi da questo librino, ma di certo non ciò che vi ho trovato: un gioiello di alta letteratura che ti costringe a tornare alla tua, di infanzia, a ripensare a quali desideri, passioni, credenze, elucubrazioni, fantasticherie, manie popolavano la tua mente.
    A distanza di mesi, il capitolo sui puzzle con la madre, insieme a quello sugli Urania e a quello sulla scelta de LO scrittore per eccellenza mi sono rimasti particolarmente dentro. Bello, da regalare.

    ha scritto il 

  • 0

    odiosamente amabile

    Una raccolta di racconti sull'infanzia, il padre, la madre, i nonni, la lettura, tanta, troppa lettura. "Tu, sanguinosa infanzia" è un libro fenomenale che costituisce un ottimo esempio di quello che ...continua

    Una raccolta di racconti sull'infanzia, il padre, la madre, i nonni, la lettura, tanta, troppa lettura. "Tu, sanguinosa infanzia" è un libro fenomenale che costituisce un ottimo esempio di quello che vuol dire post-moderno (all'italiana). Raccontini, su oggetti di per sé banali, portati ad altezze o bassezze da vertigine, freddi, coinvolgenti, respingenti. E non a caso l'autore è un professore con p maiuscola, che sembra muoversi sullo scaffale dell'infanzia e dei ricordi con la stessa determinazione e sicurezza con cui si muove sullo scaffale delle lettere: tutte le lettere, dai fumetti ai classici dimenticati e astrusi.

    ha scritto il 

  • 4

    Solo un grande scrittore riesce a rendere sublimi quelli che per la maggioranza delle persone sarebbero banali racconti dell'infanzia. Questa è l'essenza della letteratura: evocare sensazioni e trovar ...continua

    Solo un grande scrittore riesce a rendere sublimi quelli che per la maggioranza delle persone sarebbero banali racconti dell'infanzia. Questa è l'essenza della letteratura: evocare sensazioni e trovare il modo più coerente per renderle a parole.

    ha scritto il 

  • 2

    Fatto!

    Ce l'ho fatta a finire un libro di Michele Mari! E' stata dura ma ce l'ho fatta. E forse ho anche compreso perchè non mi piace. C'è tecnica in questo libro: tanta! C'è stile, uno stile personale, Ogni ...continua

    Ce l'ho fatta a finire un libro di Michele Mari! E' stata dura ma ce l'ho fatta. E forse ho anche compreso perchè non mi piace. C'è tecnica in questo libro: tanta! C'è stile, uno stile personale, Ogni tanto barlumi di intelligenza e di inventiva; forse addirittura di ironia! Ma mai spirito! Manca l'anima negli scritti di Mari, e non è davvero una cosa trascurabile! Prolisso, autoreferenziale! Ma siamo sicuri che sia uno scrittore e non un critico? Leggerlo non è "necessario" e forse neppure utile: non ti fa capire nulla di te stesso anche se forse ti insegna, a volte, qualcosa sulla letteratura. Mari, lo dice lui stesso a pagina 52, non sa neppure come si cominci a divertirsi: tutto concentrato sul proprio ombelico non ha orizzonti, non ha respiro, non ha prospettiva: è noioso, mortalmente noioso, perchè vuoto, almeno a mio parere... Eppure gli darò un'altra chance: leggerò "Io venia pien d'angoscia a rimirarti". Ricordo che il mio insopportabile professore d'Italiano stranamente trasfigurò spiegandoci Leopardi, divenne una persona o io riuscii finalmente a vederlo. E' questo che fanno gli scrittori e i poeti davvero grandi: resuscitano i morti. Voglio proprio vedere se il grande Giacomo può qualcosa su Mari come può con quasi tutti. E poi c'è una cosa che mi piace davvero di Mari, e non sono ironica: i titoli dei suoi libri. Dovevo forse fermarmi lì, visto che, alla fine, è il motivo per cui ho acquistato i suoi libri ( beh...: belle anche le copertine, a mia discolpa. Io sono un'esteta!)

    ha scritto il 

  • 2

    Pretenzioso

    Decisamente pretenzioso e traboccante di autocompiacimento. per carità innegabilmente sa scrivere, sa citare, sa come fare bella mostra, ma ci ho trovato poca sostanza.

    ha scritto il 

  • 3

    Estratti dalla memoria infantile del poetico Mari. Da uno emerge la scoperta che ci sia un mondo degli adulti, che ha solo un labile contatto con quello dei bambini. Ma è in quest'ultimo (che per un a ...continua

    Estratti dalla memoria infantile del poetico Mari. Da uno emerge la scoperta che ci sia un mondo degli adulti, che ha solo un labile contatto con quello dei bambini. Ma è in quest'ultimo (che per un adulto resta un "laggiù") dove rimane "quasi tutto" della vita.
    Per chi tanti mosaici ha composto da bimbo, bello il racconto sul rito dei puzzle con la madre.

    ha scritto il 

  • 3

    Una raccolta di racconti, tutti centrati attorno al tema della giovinezza vista in retrospettiva, con tutti gli oggetti e i sentimenti che la rendevano importante. Tutti bei racconti, ben scritti e p ...continua

    Una raccolta di racconti, tutti centrati attorno al tema della giovinezza vista in retrospettiva, con tutti gli oggetti e i sentimenti che la rendevano importante. Tutti bei racconti, ben scritti e piacevoli da leggere, sia per lo stile che per l'idea attorno a cui ruotano. Mi sono ritrovata in molte delle emozioni trasmesse dall'autore, andando a ripensare con un sorriso alle cose che rendevano speciale la mia infanzia. Penso che a ognuno capiti spesso di ritrovarsi tra le mani un libro o un gioco preferito di quando si era più piccoli e fermarsi lì a rimembrare quanto era bello e spensierato essere bambini, con problemi e angosce che adesso ci sembrano così distanti. Questo libro tratta di questo, in ogni racconto si sente la malinconia insita nel crescere e solo per questo, per la scelta di un tema così inusuale in letteratura, i racconti già incontrano il mio gusto. Lo stile è quello tipico di Mari, aulico ma scorrevole, non il mio genere ma comunque piacevole da leggere, tanto più che si riconosce l'abilità nello scrivere. Unico neo, la forma del racconto. Saranno anche meravigliosi, ma è inutile, sono sempre troppo brevi per lasciarmi qualcosa di permanente. Voto: 8

    ha scritto il 

  • 5

    L'infanzia come scaturigine di ogni meraviglia e di ogni terrore. Inferno in nuce, paradiso che si perde presto e nel quale si vorrebbe restare. Crescere è tradire e consegnarsi alla fine: quella del ...continua

    L'infanzia come scaturigine di ogni meraviglia e di ogni terrore. Inferno in nuce, paradiso che si perde presto e nel quale si vorrebbe restare. Crescere è tradire e consegnarsi alla fine: quella del bambino, per quanto appaia tempo sospeso, è una lenta marcia di avvicinamento al termine del percorso che muove i primi passi. La vita è quel che sta in mezzo: delusione, tedio, decadimento. L'inveramento dei traumi originari, l'elaborazione del lutto per quella primitiva felicità dissolta.
    Consegnati a questa visione che Pietro Citati definisce di “grande romanticismo tenebroso”, undici racconti che si immergono nella luce vivida e terribile dell'età dell'oro e del ferro. Sotto il segno della nevrosi e del feticismo (lo stesso Mari parla di “fanatismo”), sfilano i trofei da conservare sotto forma di oggetto o di ricordo: i giornalini, i giocattoli smarriti o scordati (il bello e perturbante “L'uomo che uccise Liberty Valance”, nella luce edipica della soggezione per il padre orco, come specularmente tutto immerso nel vagheggiamento adorante della madre è “Certi verdini”, variazione ossessiva sui puzzle come ontologia), i primi pensieri sulla morte, le difficoltà dei rapporti con gli altri, coetanei o adulti che siano (“L'orrore dei giardinetti”, “E il tuo dimon son io”), la fantascienza (il minuziosamente catalogatorio “Le copertine di Urania”), lo struggimento dei canti alpini (il sezionamento, macabro e candido, del corpo del capitano in “Canzoni di guerra”), la scoperta della lettura consapevole come conseguenza di una situazione imbarazzante (l'io narrante ragazzino ha appena letto lo stesso romanzo, “La freccia nera” di Stevenson, che qualche giorno dopo il padre gli regalerà, e tace questa lettura per non deluderlo: si salverà dal senso di colpa scoprendo che è il libro avuto in dono è un'altra traduzione, in qualche modo “un altro libro”).
    Ecco, la lettura. La pienezza, l'intensità, l'immersione, il senso della “prima scoperta” che è dell'infanzia innerva quel racconto meraviglioso che è “Otto scrittori”.
    «C'erano una volta otto scrittori che erano lo stesso scrittore. Tutti scrivevano del mare e delle sue tremende avventure, tutti usavano parole meravigliose come bastingaggio e bompresso, tutti conoscevano le geografia più lontana, i venti, le faune, le flore, le costellazioni, il computo della posizione, da quella conoscenza ricavando profondissimi affanni; mi facevano ardere della stessa sete e dello stesso delirio, rabbrividire per la stessa tempesta, sprofondare nello stesso identico flutto».
    Gli otto scrittori che formano un unico immenso scrittore sono Joseph Conrad, Daniel Defoe, Jack London, Herman Melville, Edgar Allan Poe, Emilio Salgari, Robert Louis Stevenson e Giulio Verne. Nella dialettica crescita/infanzia, selezione/tradimento, dovranno congedarsi a uno a uno dall'io lettore, cedere il passo ai più bravi, infine all'autore fra loro essenziale. Comincia così un pudico gioco al massacro, una sorta di “otto piccoli indiani” che è insieme un perdere e un serbare, un “creare gerarchie” che si fa autobiografia di lettore al quale vorremmo assomigliare, io almeno vorrei: che cosa si afferma nel tempo come più o meno importante per noi, e come anche i meno importanti siano essenziali e ci abbiano formato, incantato, intrattenuto. L'incanto va di pari passo con la gratitudine che il vero lettore prova verso chi ha scritto per lui. E si fa omaggio che commuove, per esempio, nella bellissima uscita di scena di Emilio Salgari, poco dopo Verne e Defoe:
    «Avevo sei nomi, ed uno era quello della mia fanciullezza. Quel nome mi si offrì inerme, indifeso nell'evidenza grafica con cui si stagliava per me sulle grosse copertine illustrate. Cercai di resistere, di non immaginarlo subito come lo strato più esterno, mi dissi che il fatto di averlo incontrato per primo nella mia vita non significava che anche adesso dovesse essere il primo; che non potevo farmi complice di tanti luoghi comuni, di tanti sorrisetti odiosi; che questa volta non sarebbe bastato dire “Sei un altro scrittore, ma resti meraviglioso ugualmente”, perché ogni distinzione, anche la più leggera, sarebbe stata un rinnegamento.
    E invece, sprofondando nella vergogna dell'ingratitudine, lo persi. Lo persi con tutta la mia infanzia, e fu tale la tristezza che in segno di rispetto vietai al mio cervello di enumerare gli elementi di impurità che potevano giustificare quella scelta. Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassimo i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. E infatti Poe rimase in silenzio con gli occhi bassi, e Melville spezzò la sua penna, e Stevenson venne con un ramoscello di erica in fiore, e Conrad portò un'alta onorificenza della Marina inglese, e London si levò il berretto e lo gettò in mare».
    Continuate pure la lettura, ne vale la pena. A me basta ricordare che questo omaggio a Salgari, che è lo stesso dedicato ai “giornalini”, è uno sguardo amoroso all'infanzia, perché «non sarai titolare di un letto se non avrai dormito in un lettino, se non ti avrà contenuto una culla; non leggerai e non possederai Columella o Malebranche se non avrai letto e posseduto Collodi o Salgari».
    Voce personalissima e riconoscibile, grande stilista come i Gadda e i Manganelli, Michele Mari si apparenta, mi sembra, a quell'altro grande che è stato Tommaso Landolfi. E i racconti di “Tu, sanguinosa infanzia” volano molto vicino agli alti cieli del capolavoro.

    ha scritto il 

  • 0

    (M'era sparito il commento. Rimettiamolo, va, chè ci tengo)
    Racconti densi di un compunto e compreso amarcord sull'infanzia e le sue agrodolci sopravvivenze. Ottimamente referenziato dai più (tra cui ...continua

    (M'era sparito il commento. Rimettiamolo, va, chè ci tengo)
    Racconti densi di un compunto e compreso amarcord sull'infanzia e le sue agrodolci sopravvivenze. Ottimamente referenziato dai più (tra cui amici e vicini carissimi, a cui so già che non potrò mai finire di chiedere clemenza) e intuisco perché.

    Perchè c’è l'intenerirsi fino allo sdilinguimento per il pensoso ed ironico e dolente e dolce ed amaro rimembrare dell’eterno pascoliano fanciullino.
    Perchè c’è l’ansia empatica ed identitaria insieme dell’ “anch’io....anch’io....... Ehhhh quante ne abbiamo passate!...ma tiricordi.... i giardinetti, la collezione dei giornalini e degli Urania, la hit parade degli scrittori, il libro di papà, il puzzle di mammà, le canzoni degli alpini di nonnò?” (salvo poi aggiungere: "tremendo eh?!").
    Perchè c’è il commosso e sommesso gioire per l'aulico ed epico e barocco prosare; per il ricercato ed arcaico e sofferto e colto aggettivare.
    Perchè c’è l’ammirazione per arti(fizi) ed anche abilità del mestiere.

    Però, dato per scontato che al fondo ci son di sicuro limiti di (dis)gusto e di (in)sensibilità tutti miei, provo a trovarmi qualche povera e (lo so!) vana giustificazione per la bestemmia che vado pronunciando.

    Forse sarà che le pacche sulle spalle tra reduci di comuni dis/grazie dell’età verde, mi deprimono;
    Forse sarà che sono allergico ai libri sull'infanzia e soprattutto a quelli elegiaci e buonisti (e questo tale è, nonostante le dis/grazie; anzi, soprattutto per quelle, temo);
    Forse sarà che il tema dell'infanzia dentro molto mi dole ed all'infanzia non tornerei neppure previo ingaggio stellare;
    Forse sarà che la bravura troppo cercata e troppo esposta in vetrina tanto mi infastidisce (mi fa pensare al kitsch delle case di certi nuovi ricchi e alla miseria che pre(te)nde lo sfogo);

    Fatto sta che devo confessare che l'atmosfera ironico-nostalgica-ma-invece-no, cosparsa di postuma, manierata sofferenza e di ruffiani ammiccamenti mi ha dato reazioni allergiche e analfilattiche indettagliabili.
    E così, "il lirico periodare, labirintico ed ispirato, denso di sofisticate sofistificazioni attorno al tempo romito mi è apparsa, nel mentre mi coloravo di vermiglia vergogna, la verbosa e pretenziosa mascheratura di un passatismo tanto ironico e dolorante quanto affetto da obsolescente morbosità" (rende l’idea, la citazione tarocca?)

    L'ho finito con la fatica che viene dalla crescente, colpevole sensazione di decrittare banalità.
    Ps) Come atto estremo di riparazione salvo “Laggiù”. Basta? No vero? Lo sapevo.

    ha scritto il 

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