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Tutte le poesie (1951-1998)

Di

Editore: Garzanti Libri

4.2
(53)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 472 | Formato: Altri

Isbn-10: 8811669871 | Isbn-13: 9788811669876 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Curatore: Giovanni Raboni

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il volume raccoglie l'intera produzione poetica di Giovanni Raboni. Lo schemaè quello, collaudato, degli Elefanti Poesia: l'opera completa dei massimipoeti italiani, in un'edizione arricchita da un'antologia della critica e daindici che facilitano la consultazione.
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  • 4

    Un poeta raccomandato.

    Sui miei comodini sempre traboccanti di libri e di buone intenzioni di lettura, ci sono sempre raccolte di poesia. Mi capita, più o meno spesso, di avere bisogno di leggere corto e forte, di saltare ...continua

    Sui miei comodini sempre traboccanti di libri e di buone intenzioni di lettura, ci sono sempre raccolte di poesia. Mi capita, più o meno spesso, di avere bisogno di leggere corto e forte, di saltare tutti i passaggi logici, di arrivare all'osso della comunicazione. E' difficile parlare della poesia ancora più che del romanzo. 
Uso le parole di Raboni: 
"L’importante è essere ben convinti che la poesia non è né uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio né una realtà a parte né una realtà migliore. È un linguaggio: un linguaggio diverso da quello che usiamo per comunicare nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente premeditato e profondamente involontario capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo." 
Ecco, secondo me si può dire diversamente ma non meglio di così.

    Giovanni Raboni l'ho letto da poco: me l'ha caldamente raccomandato la sua vedova Patrizia Valduga, poeta che ammiro molto. Dopo una lettura di poesia lei, con la sua aria soave da madonnina dark, firmava i suoi libri a quelli di noi che lo desideravano. Davanti a me c'era un bel ragazzo a cui lei, con la sua dolce cantilena veneta, sconsigliava l'acquisto del proprio libro: "Non leggerlo, credimi, è pornografico..." Incredibilmente il ragazzo ha accettato il consiglio e ha deposto il libro. Mentre firmava il mio -le avevo detto di averlo già letto e di non aver paura di lei e della sua "pornografia"- mi ha chiesto se avevo letto Raboni. Al mio diniego ha risposto che allora avevo perso il meglio. Le ho promesso di leggerlo e l'ho fatto.

    Raboni e Valduga hanno scritto poesie tra le più belle che mi sia capitato di leggere. 
Agli amici di anobii offro questi versi di Raboni, scelti quasi a caso: dovrei copiarne troppi.

    Canzonette mortali

    Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro e solo del futuro, di nient’altro ho qualche volta nostalgia ricordo adesso con spavento quando alle mie carezze smetterai di bagnarti, quando dal mio piacere sarai divisa e forse per bellezza d’essere tanto amata o per dolcezza d’avermi amato farai finta lo stesso di godere.

    Le volte che è con furia che nel tuo ventre cerco la mia gioia è perché, amore, so che più di tanto non avrà tempo il tempo di scorrere equamente per noi due e che solo in un sogno o dalla corsa del tempo buttandomi giù prima posso fare che un giorno tu non voglia da un altro amore credere l’amore.

    Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno dopo l’altro ti lascio, anima mia. Per gelosia di vecchio, per paura di perderti – o perché avrò smesso di vivere, soltanto. Però sto fermo, intanto, come sta fermo un ramo su cui sta fermo un passero, m’incanto…

    Non questa volta, non ancora. Quando ci scivoliamo dalle braccia è solo per cercare un altro abbraccio, quello del sonno, della calma – e c’è come fosse per sempre da pensare al riposo della spalla, da aver riguardo per I tuoi capelli.

    Meglio che tu non sappia con che preghiere m’addormento, quali, parole borbottando nel quarto muto della gola per non farmi squartare un’altra volta dall’avido sonno indovino.

    Il cuore che non dorme dice al cuore che dorme: Abbi paura. Ma io non sono il mio cuore, non ascolto né do la sorte, so bene che mancarti, non perderti, era l’ultima sventura.

    Ti muovi nel sonno. Non girarti, non vedermi vicino e senza luce! Occhio per occhio, parola per parola, sto ripassando la parte della vita.

    Penso se avrò il coraggio di tacere, sorridere, guardarti che mi guardi morire.

    Solo questo domando: esserti sempre, per quanto tu mi sei cara, leggero.

    Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

    1982-1983

    ha scritto il 

  • 0

    Gli angeli, la storia, 12 dicembre

    Sabato prossimo, se non sbaglio, esce il film su Piazza Fontana. Non è male un film su un fatto di storia recente - mi dice uno. Mah, ho detto io, 2012 meno 1969 non fa 43? Roma città aperta non è ...continua

    Sabato prossimo, se non sbaglio, esce il film su Piazza Fontana. Non è male un film su un fatto di storia recente - mi dice uno. Mah, ho detto io, 2012 meno 1969 non fa 43? Roma città aperta non è mica uscito nel 1988, ho aggiunto (inimicandomi tutti i presenti). Di notte poi, ho sognato che sfogliando il meridiano di Raboni non trovavo una poesia del 1972 su quei fatti. Il Meridiano purtroppo non ce l'ho - quindi non posso dire niente ma l'azzurro Garzanti sì, è quello qui sopra. Dunque prima ho preso <<Nuovi argomenti>>, n.26 1972 da uno scaffale poi ho messo vicino il garzanti blu e ho confrontato le due versioni. Beh, i due testi non sono proprio identici: l'apertura (una citazione di Mandel'stam sull'Italia ripugnante) e la data. Nell'antologia manca la data precisa che in rivista è "Milano marzo-aprile 1972" - ridotta in volume a un più semplice 1972. Considerato il riferimento nella poesia a fatti milanesi, la data (il mese) è quasi decisiva. L'aggiunta (postuma, verrebbe da dire - ma senza ironia e soprattutto senza derisione) di Mandel'stam spinge a riflessioni piccole piccole, ma forse non inutili: la ricerca di un appiglio che potesse fare da cornice come se in questione non ci fosse più solo una manciata di anni o una manciata di fatti (gli anni settanta) ma la biografia di un paese, lungo decenni di storia. In rivista poi, i versi si leggono per esteso senza la parentesi quadra che ti dice in fine di verso che il verso non è ancora finito. Ma queste sono sciocchezze.

    Ma uno pensa anche alle sciocchezze in certi momenti. La rivista comunque (marzo-aprile) esce in maggio - sicuramente dopo l'8 maggio, giorno in cui muore Carocci e Moravia in un foglietto a parte lo ricorda. E il foglietto è sciolto dentro il numero - come si usa immagino quando si va in stampa e manca qualcosa.

    "Le notizie false e tendenziose" alla fine tengono insieme

    1. Mandel'stam 2. anni settanta italiani 3. riferimento al Reichstag (l'incendio).

    Non va più, mi pare, una cosa così.

    ha scritto il 

  • 5

    CANZONETTE MORTALI

    Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro e solo del futuro, di nient'altro ho qualche volta nostalgia ricordo adesso con spavento quando alle mie carezze smetterai di ...continua

    CANZONETTE MORTALI

    Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro e solo del futuro, di nient'altro ho qualche volta nostalgia ricordo adesso con spavento quando alle mie carezze smetterai di bagnarti, quando dal mio piacere sarai divisa e forse per bellezza d'essere tanto amata o per dolcezza d'avermi amato farai finta lo stesso di godere.

    Le volte che è con furia che nel tuo ventre cerco la mia gioia è perchè, amore, so che più di tanto non avrà tempo il tempo di scorrere equamente per noi due e che solo in un sogno o dalla corsa del tempo buttandomi giù prima posso fare che un giorno tu non voglia da un altro amore credere l'amore.

    Un giorno o l'altro ti lascio, un giorno dopo l'altro ti lascio, anima mia. Per gelosia di vecchio, per paura di perderti - o perchè avrò smesso di vivere, soltanto. Però sto fermo, intanto, come sta fermo un ramo su cui sta fermo un passero, m'incanto...

    Non questa volta, non ancora. Quando ci scivoliamo dalle braccia è solo per cercare un altro abbraccio, quello del sonno, della calma - e c'è come fosse per sempre da pensare al riposo della spalla, da aver riguardo per i tuoi capelli.

    Meglio che tu non sappia con che preghiere m'addormento, quali parole borbottando nel quarto muto della gola per non farmi squartare un'altra volta dall'avido sonno indovino.

    Il cuore che non dorme dice al cuore che dorme: Abbi paura. Ma io non sono il mio cuore, non ascolto nè do la sorte, so bene che mancarti, non perderti, era l'ultima sventura.

    Ti muovi nel sonno. Non girarti, non vedermi vicino e senza luce! Occhio per occhio, parola per parola, sto ripassando la parte della vita.

    Penso se avrò il coraggio di tacere, sorridere, guardarti che mi guardi morire.

    Solo questo domando: esserti sempre, per quanto tu mi sei cara, leggero.

    Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

    http://www.youtube.com/watch?v=TRvdxYqLlAs

    ha scritto il 

  • 4

    fine traduttore di Baudelaire e Proust - tra gli altri - Raboni è stato anche uno dei poeti più notevoli del Novecento. una poesia severa, spigolosa, che si nutre di smarrimento e perdita, nel ...continua

    fine traduttore di Baudelaire e Proust - tra gli altri - Raboni è stato anche uno dei poeti più notevoli del Novecento. una poesia severa, spigolosa, che si nutre di smarrimento e perdita, nel solco della "linea lombarda", a tratti l'ho pensata quale didascalia di alcuni dipinti di Sironi. raggiunse il culmine, a parer mio, con i sonetti presenti nelle ultime raccolte e in particolare nel Quare Tristis. una lunga e impressionante meditazione sulla caducità, ripresa nell'antica forma con la quale quasi nacque la poesia italiana "in volgare", utilizzando varianti di metro oppure sfruttando anche la forma elisabettiana in tre quartine e un distico a rima baciata in chiusura.

    Stare coi morti, preferire i morti ai vivi, che indecenza! Acqua passata. Vedo che adesso più nessuno fiata per spiegarci gli osceni rischi e torti

    dell’assenza, adesso che è sprofondata la storia… E così tocca a noi, ci importi tanto o quel tanto, siano fioco o forti i mesti richiami dell’ostinata

    coscienza, alzare questa poca voce contro il silenzio infinitesimale a contestare l’infinito, atroce

    scempio dell’esistente… (Al capitale forse è questo che può restare in gola, l’osso senza carne della parola.)

    il volume è completato con una ampia scelta di articoli di commento scritti dai maggiori "esperti" e colleghi poeti come Sereni e Giudici. commenti non così entusiasmanti, a parte quelli di Bellocchio e Baldacci, ma utili se non altro a misurare la distanza con gli anni sessanta e settanta, dove su settimanali e quotidiani apparivano veri e propri saggi di letteratura...

    ha scritto il 

  • 4

    CANZONE DEI RISCHI CHE SI CORRONO

    Un’ossessione? Certo che lo è. Come potrebbe non ossessionarci La continua reiterazione Degli stereotipi più osceni, l’alluvione di falsità e soprusi, la suprema pornografia dell’astuzia ...continua

    Un’ossessione? Certo che lo è. Come potrebbe non ossessionarci La continua reiterazione Degli stereotipi più osceni, l’alluvione di falsità e soprusi, la suprema pornografia dell’astuzia fatta oggetto di culto, della prepotenza fatta valore, della spudoratezza fatta icona? Andiamo a dormire pensandoci, ci svegliamo con questo fiele in bocca e c’è chi ha il coraggio di chiederci d’essere più pacati e costruttivi, d’avere più distacco , più ironia… Sia detto, amici, una volta per tutte: a correre rischi non è soltanto la credibilità della nazione o l’incerta, dubitabile essenza che chiamiamo democrazia, qui in gioco c’è la storia che ci resta, il poco che manca da qui alla morte.

    ha scritto il 

  • 3

    Giovanni Raboni (Milano, 22 gennaio 1932 – Parma, 16 settembre 2004) è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano che fa parte della "generazione degli anni Trenta", insieme ad alcuni dei ...continua

    Giovanni Raboni (Milano, 22 gennaio 1932 – Parma, 16 settembre 2004) è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano che fa parte della "generazione degli anni Trenta", insieme ad alcuni dei più conosciuti nomi della letteratura italiana. Al centro di tutta l'opera di Raboni è Milano e la città continuò ad essere fino all'ultimo la protagonista della sua opera. La moglie, la poetessa Patrizia Valduga, ha scritto la postfazione alla sua ultima raccolta poetica, dal titolo Ultimi versi, edita postuma nel 2006. Qui una selezione delle poesie che mi hanno più colpito:

    C’è colpo e colpo. Ci sono ferite di striscio Che nessuno può guarire E uomini che muoiono a ottant’anni Di coltellate prese in gioventù. Non c’è regola. Qualcuno si salva E si fa prete. A qualcuno la vista S’indebolisce. A volte I coltelli rispuntano dal cuore Nel senso della lama.

    (Il Chirurgo, Gesta Romanorum, 1951-54)

    Tu e le tue fissazioni! Mi vien voglia di rinfacciarti le mie piaghe, quelle sì cancrenose, immedicabili… Ma no, sbaglio. Non io, tu sei l’erede Di una sacra penuria, te ed i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo. E’ più giusta, ha più stoffa la tua pena. E intanto non riesco a consolarti, mio affamato, tremante, altero amore. Non rispondi, mi guardi Come, ma sì, un nemico di classe Se cerco di distrarti, se ti ricatto con la tenerezza… ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo l’osso del tuo dolore.

    (Dolore, Ultime, 1983-87)

    Forse è così / ho vissuto / al di sopra dei miei mezzi / ho sperperato i battiti del cuore / ho intaccato la polpa / Ma che importa / se mi sono pagato la dolcezza / di vivere con te / di morire, mia vita, accanto a te ? (Giovanni Raboni, Codicilli, Ultime 1983-87)

    Invecchiando il corpo vorrebbe un'anima diversa, ma come si fa?

    Non serve prendere calmanti, stordire i nervi e la mente, il problema, è proprio l'anima.

    L'anima che non vuole pace, l'anima insaziabile, ostinata che ferve per sempre più comicamente impervi labirinti o abissi e si sa che l'anima non solo è immortale, ma immortalmente immatura.

    Così temo, non resta che rassegnarsi, finchè non s'arresta la fontanella del respiro niente può cambiare, non è di questo fuoco spegnersi come gli altri a poco a poco.

    (Invecchiando il corpo vorrebbe un'anima, Altri Sonetti)

    Per queste cose considero la mia gatta Cipolla/ Perché per prima cosa si guarda le zampe per vedere se sono pulite/ Per seconda cosa solleva le zampe per pulirle/ Per terza cosa si stira/ Per quarta cosa affila le zampe su un legno/ Per quinta cosa si lava/ Per sesta cosa si rotola/ Per settima cosa si spulcia/ Per settima cosa si strofina allo stipite/ Per nona cosa guarda in su aspettando istruzioni/ Per decima cosa va a cercarsi da mangiare/ Perché neutralizza il diavolo, che è la morte, dandosi da fare con la vita. (Jubilate Agno, G. Raboni, 1969)

    ha scritto il 

  • 0

    Non posso attribuire voti alle poesie - pezzetti di anima, frammenti di luce, brevi eternità. E il miglior commento sono i versi stessi...

    Ombra ferita, anima che vieni zoppicando, strisciando dal ...continua

    Non posso attribuire voti alle poesie - pezzetti di anima, frammenti di luce, brevi eternità. E il miglior commento sono i versi stessi...

    Ombra ferita, anima che vieni zoppicando, strisciando dal tuo fioco asilo a cercare nei sogni il poco che rosicchio per te all’andirivieni

    dei risvegli e degli incubi, agli osceni cortei delle sciarade, così poco che qualche volta quando arrivi il fuoco è già spento, divelte le imposte, pieni

    di insulsi intrusi o infidi replicanti l’immensità della cucina, il banco di scuola, il letto, dammi tempo, non

    svanire, il tempo di chiudere i tanti conti vergognosi in sospeso con loro prima di stendermi al tuo fianco.

    ha scritto il 

  • 5

    Tovaglia (p.36)

    A che serve parlare con gli amici?
    quasi tutti si arrabbiano, o ridendo
    si picchiano la fronte. Si parla di dissesti,
    di cantanti invecchiate o dimagrite. Fuori
    la notte si gonfia come un ...continua

    Tovaglia (p.36)

    A che serve parlare con gli amici?
    quasi tutti si arrabbiano, o ridendo
    si picchiano la fronte. Si parla di dissesti,
    di cantanti invecchiate o dimagrite. Fuori
    la notte si gonfia come un gufo.
    E siamo pochi, troppo pochi a patire
    troppi capi d'accusa:
    l'uovo, il pane, il bicchiere
    posati sulla mensa
    come parchi strumenti di tortura.

    ha scritto il