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Tutti i nostri ieri

Di

Editore: Einaudi

4.1
(165)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 326 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806431900 | Isbn-13: 9788806431907 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 4

    Non eravamo poi tanto diversi da oggi, alla vigilia dela seconda guerra mondiale, questo mi ha dato da pensare la Ginzburg. Una famiglia medio borghese un pò fragile, pigra e annoiata è descritta nell'affrontare lo stillicidio della guerra che s'avvicina e poi la travolge, con metodicità e lucid ...continua

    Non eravamo poi tanto diversi da oggi, alla vigilia dela seconda guerra mondiale, questo mi ha dato da pensare la Ginzburg. Una famiglia medio borghese un pò fragile, pigra e annoiata è descritta nell'affrontare lo stillicidio della guerra che s'avvicina e poi la travolge, con metodicità e lucidità. Con un abile cucchiaino narrativo ci viene servita la guerra che s'avvicina , prima temuta e carica di mistero poi affrontata come ognuno può. E gli eroi sono pochi od un pò tutti.L'unico eroe indiscutibile, Enzo Cena, è quello che, seppur combattente orgoglioso, alla fine capisce di non voler offendere più nessuno e che il suo vero ruolo è quello di sacrificarsi per gli altri, senza giudicarli.Senza giudicarli. Pare impossibile.

    ha scritto il 

  • 2

    amo la Ginzburg, in particolare il lessico famigliare e valentino. questo libro mi è risultato insopportabilmente noioso, gli manca la leggerezza delle altre opere che ho letto e straletto. peccato.

    ha scritto il 

  • 3

    "Ma adesso c'erano state le vere bombe e la bomba ballerina sembrava piccola piccola, piccola piccola e lontana lontana, e ballava crepitando felice su quei giorni lontani"

    C'è davvero poco della "vera" Ginzburg (quella matura dei romanzi successivi) in "Tutti i nostri ieri".
    Ritroviamo forse soltanto quei suoi personaggi bizzarri e mai troppo simpatici, anzi piuttosto ridicoli se non addirittura vagamente patetici; personaggi che il lettore può compatire, ma ...continua

    C'è davvero poco della "vera" Ginzburg (quella matura dei romanzi successivi) in "Tutti i nostri ieri".
    Ritroviamo forse soltanto quei suoi personaggi bizzarri e mai troppo simpatici, anzi piuttosto ridicoli se non addirittura vagamente patetici; personaggi che il lettore può compatire, ma non amare (perché si deve riconoscere che è molto più comodo, nonché facile, apprezzare la grandezza e la virtù palesi, inseguire, almeno nell'arte, un ideale che possa diventare modello o, più semplicemente, memento, simbolo di consolatoria bellezza, piuttosto che scavare nella polvere o cercar di dare al fango una bella forma), e verso i quali, a causa delle loro imperfezioni e delle loro goffaggini, prova pure, forse, una punta di fastidio (io, che non solo tendo, con una facilità che definirei imbarazzante, ad "innamorarmi" dei personaggi dei romanzi, ma che pure riesco ad apprezzare profondamente una lettura solo quando incontro, tra le pagine del libro in questione, un carattere nel quale identificarmi, trovo, nella Ginzburg, un antidoto efficacissimo a questa mia limitante tendenza).
    Eppure restano personaggi straordinari per il fatto d'essere così incredibilmente simili a noi, poiché, proprio come noi, sono più spesso piccoli e meschini che non coraggiosi o nobili.
    Di lei, qua dentro, ci sono poi la sua scrittura, una scrittura sempre naturale (e mi piace pensare che esiste una corrispondenza pressoché perfetta tra il suo modo di scrivere, ed il modo in cui parlava, pensava, viveva), fatta di parole graziose, dimesse, di frasi piane e, proprio per questo, spesso assolutamente illuminanti, o ancora certe pagine imperdibili, belle oltre ogni dire.
    Eppure, eppure io preferisco la Ginzburg dei piccoli, e soffocanti, universi familiari, degli amori incerti e gelosi, delle ragazze timide che scoprono in sé la forza per andare avanti (come accade alla protagonista de "Le voci della sera") o per mandare tutto a remengo (come fa la narratrice di "E' stato così"), la Ginzburg delle svampite e delle balorde, degli uomini codardi, dei vermi, e dei cavalieri che, al posto del mantello, indossano vecchi cappelli sgualciti; la Ginzburg delle storie brevi, scritte di getto e finite nell'arco di poche settimane (perché, come racconta la stessa Ginzburg ne "Le piccole virtù", era così che lei scriveva; e queste trecentoventi e rotte pagine mi sembrano una forzatura) nonché dei dialoghi lunghi, quelli sì, perché sapeva idearne di assolutamente perfetti (mentre qui ce ne saranno appena un paio).
    Ma "Tutti i nostri ieri" è un romanzo sulla guerra; una guerra, il secondo conflitto mondiale, che esplode dentro e fuori dal libro, dissanguando i personaggi (a nessuno di loro è possibile affezionarsi veramente, mentre Ippolito, il solo che potrebbe davvero riuscire a meritarsi un po' d'amore, non fa alcuno sforzo in questa direzione: appare e se ne va quasi subito, senza nemmeno un inchino) e rubando loro la voce; così Anna (Anna che sembra un insetto e sogna, ma solo vagamente, la rivoluzione), Giustino, Concettina, Giuma (l'insopportabile dandy con i denti da volpe), Franz, mammina, Emanuele, Danilo, Cenzo Rena, Ippolito, che s'uccide per non uccidere, e tutti gli altri, non diventano che ombre piatte e sbiadite ai margini del racconto.
    L'unico vero servigio la Ginzburg lo rende alla Storia italiana (ed ai suoi disprezzabili protagonisti come Mussolini od il re, lo scimmiottino), dipinta con un'ironia garbata ed assolutamente efficace.
    Per il resto diciamo che, una storia di questo tipo, è sicuramente più congeniale alla penna della Morante.

    ha scritto il 

  • 4

    “Lei disse che non aveva ancora pensato come voleva vivere. Lui le chiese quanti anni aveva e lei disse che aveva sedici anni. Lui disse che a sedici anni una persona doveva cominciare a sapere come voleva vivere. Lei disse che voleva vivere facendo la rivoluzione.”


    Leggere la Ginzb ...continua

    “Lei disse che non aveva ancora pensato come voleva vivere. Lui le chiese quanti anni aveva e lei disse che aveva sedici anni. Lui disse che a sedici anni una persona doveva cominciare a sapere come voleva vivere. Lei disse che voleva vivere facendo la rivoluzione.”

    Leggere la Ginzburg è fare un viaggio in business class: il servizio fa la differenza.

    La scrittura è nascostamente ricercata, i periodi sembrano quasi buttati là, c’è un uso costante del discorso indiretto, delle ripetizioni che rendono la sintassi ed il lessico marchiati a fuoco dalla sua mano, così riconoscibile e particolare..

    I temi cari alla Ginzburg tornano anche tra le pagine di questo libro.

    Primo tra tutti la famiglia e i legami familiari, sempre facendo riferimento con famiglia non tanto e non solo al nucleo composto da genitori e figli, ma ad un insieme allargato a tutti coloro che in qualche modo creano legami familiari perché si conoscono bene e si praticano a lungo e con dimestichezza. Gli amici, la governante, la domestica, i vicini, ad un tratto sono tutt’uno con la famiglia composta da Anna e dai suoi fratelli perché poco importano i legami di sangue rispetto a quelli che creano lo spirito, e la condivisione dei percorsi di vita che le persone scelgono di fare insieme.

    Un libro sulla solitudine, sul diventare grandi senza una direzione, senza che il mondo degli adulti faccia il suo, ma dove al contrario abdica al ruolo di guida.
    E allora iniziamo a poco a poco a vedere questo mondo faticoso, estraneo, con la II guerra mondiale che impazza, attraverso gli occhi di Anna che un po’ si impone rispetto agli altri personaggi. Anna che a sedici anni non sa di sé, che ha solo bisogno di essere ascoltata e ci trasmette tutta la tristezza dell’accorgersi che non c’è nessuno che sa o vuole farlo, che non riesce a dare un nome ai sentimenti che prova, che non sa trovare modelli femminili positivi né nella sorella né nella governante, e che sogna di fare la rivoluzione perché salire sulle barricate può farla sentire grande, forse significa diventare grande.

    Anche i fratelli e gli amici che la circondano sono profondamente soli e la politica, occuparsi attivamente di politica in un momento buio, pericoloso della storia, diventa l’unico modo possibile per sentirsi importanti, per entrare di diritto nel mondo dei grandi salvo poi trovarcisi nudi, senza corazza e strumenti per affrontarlo.

    E sullo sfondo appunto, la guerra: sempre questa maledetta guerra di cui non si dirà mai abbastanza, ma che abbiamo sempre il dovere di ricordare perché non ha prodotto solo morti nei campi di battaglia o di concentramento, ma ha reso orfani di un futuro migliaia di giovani che si sono trovati senza casa, senza famiglia senza punti di riferimento diventando adulti nella paura e la paura, si sa, non è mai una buona alleata quando si deve affrontare il domani.

    ha scritto il 

  • 0

    ieri ed oggi

    ...Nella sua qualità di deputata, andò a visitare carceri, partecipò alle commissioni parlamentari occupandosi dei problemi delle minoranze, di questioni femminili, del diritto di adozione. Non stare mai dalla parte del potere era la sua parola d’ordine e spesso le capitava di ascoltare con stupo ...continua

    ...Nella sua qualità di deputata, andò a visitare carceri, partecipò alle commissioni parlamentari occupandosi dei problemi delle minoranze, di questioni femminili, del diritto di adozione. Non stare mai dalla parte del potere era la sua parola d’ordine e spesso le capitava di ascoltare con stupore i discorsi dei suoi colleghi, che non sembravano contenere nulla di vero. A poco a poco il suo stupore si trasformò in indignazione. “Sto solo perdendo il mio tempo”, pensava quando negli intervalli se ne stava seduta timidamente sull'ultimo divano in fondo al Transatlantico.

    “I partiti della maggioranza non esprimono per nulla il pensiero, il desiderio, lo stato d'animo dei loro elettori, ma unicamente il proprio intendimento personale”. Per questo richiese un referendum, il cui risultato andava accolto anche nel caso avesse avvallato lo stazionamento. “L'idea che la pace debba essere armata e difesa con le armi è un'idea totalmente falsa: la pace vera non può che essere disarmata, la pace vera ha in odio le armi... Quello per cui l'Italia dovrebbe battersi è il disarmo unilaterale. Non importa se altri paesi si armano, non importa se si armano le grandi potenze: noi restiamo disarmati. Noi perciò rifiutiamo di entrare nella sfera delle grandi potenze, di allearci con gli uni o con gli altri”.

    In un lungo intervento enumera le conseguenze della politica di potere che pensa solo a se stessa: distruzione dell'Italia agricola mediante un'industrializzazione violenta e brutale, ospedali sovraffollati, pensioni miserevoli, disoccupazione giovanile, crisi degli alloggi, doppio lavoro per le donne, mancanza di asili nido, insufficiente previdenza sanitaria, carceri strapiene a nessuno è garantita la sopravvivenza."Mafia, camorra, terrorismo, sequestri di persona, corruzione pubblica, traffici di droga e di armi, sono questi i mali dell’Italia". Criticò il linguaggio contorto e oscuro dei disegni di legge che si era fatto largo anche nel giornalismo e nella letteratura: "Fra le molte battaglie da combattere, una è certamente questa: la battaglia per un linguaggio chiaro concreto, intelligibile a tutti, in rapporto diretto con le cose! Io credo che la vita del nostro paese diventerebbe migliore e più limpida se ognuno di noi si studiasse di vincere, almeno, intanto, l'oscurità del linguaggio, se si studiasse di indirizzarsi al prossimo con ogni parola, di non perdere mai di vista la realtà del prossimo, di non irriderlo, non truffarlo, non umiliarlo, non calpestarlo mai".

    In questi giorni di cronaca politica disgustosa come non mai mi consola il pensiero che c’è stato un tempo in cui nel nostro parlamento entravano persone "estranee alla politica" del calibro di Natalia Ginzburg, donna di straordinarie qualità umane e –a mio giudizio- una delle più grandi scrittrici del novecento.

    I brani che ho ricopiato sono tratti dalla biografia “Natalia Ginzburg, arditamente timida”, scritta da Maja Pflug.
    Li riporto qui perché a commento di quel libro ho già trascritto quella meravigliosa poesia, che avevo letto per la prima volta, scoprendola con emozione tra quelle pagine.
    Di questo libro, riletto con stupore e tenerezza dopo trent’anni, riporto una breve frase, dolorosamente attuale:
    "Di sicuro fra poco l’Italia sarebbe stata inondata di vecchi signori mansueti, vestiti da generali e da ministri, che si sarebbero trascinati dietro delle vecchie moglie vacillanti e canute, e l’Italia avrebbe battuto le mani a quelle vecchie mogli, stufa com’era delle donne che il fascismo aveva messo di moda, poppe e cosce di bronzo incoronate di spighe sui ponti e sulle fontane".

    Inevitabile considerare amaramente che il neo fascismo imperante, quel genere di donne, oggi le mette in carne ed ossa a capo di ministeri o nei consigli regionali.

    ha scritto il 

  • 5

    La storia intrecciata di due famiglie che percorre dall'inizio alla fine la seconda guerra mondiale.
    Il senso di rivolta giovanile vissuto agli estremi: quello violento del suicidio e quello vissuto nell'apatia apparente dell'inconsapevolezza.
    Un personaggio, Cenzo Rena, l'unico ad av ...continua

    La storia intrecciata di due famiglie che percorre dall'inizio alla fine la seconda guerra mondiale.
    Il senso di rivolta giovanile vissuto agli estremi: quello violento del suicidio e quello vissuto nell'apatia apparente dell'inconsapevolezza.
    Un personaggio, Cenzo Rena, l'unico ad avere il senso della vita reale e vero protagonista che legherà a sè, seppure in modi talvolta contrastanti, le diverse esistenze fino alla sua fine eroica e che costituirà per tutti il legame con il loro passato ed il collante per un futuro ignoto.
    La trama è un fiume di sentimenti e amori confusi nello stile apparentemente monocorde della Ginzburg; un preludio al suo fantastico "Lessico famigliare".

    ha scritto il 

  • 5

    Delicato ricamo

    Fatele spazio in libreria; lei è Natalia Ginzburg, a mio avviso la più grande scrittrice italiana.
    Scrive divinamente; il suo stile è finemente gergale, sodo, tonificante, un dolce cullare parole, un delicato ricamo nella storia d’Italia.
    Calvino coglie felicemente il senso di questo ...continua

    Fatele spazio in libreria; lei è Natalia Ginzburg, a mio avviso la più grande scrittrice italiana.
    Scrive divinamente; il suo stile è finemente gergale, sodo, tonificante, un dolce cullare parole, un delicato ricamo nella storia d’Italia.
    Calvino coglie felicemente il senso di questo libro in poche parole nella quarta di copertina: “Tutti i nostri ieri è il pendant romanzesco di Lessico Famigliare”. Ciò che troviamo in “Lessico”, un pezzo di Storia attraverso il riflesso di un focolare domestico, lo ritroviamo amplificato qui. Due famiglie numerose, legate da uno stretto vicinato, vivono gli anni del fascismo in mezzo al gorgo impazzito che porterà al conflitto, cucendo e lacerando le loro relazioni, muovendosi nella Storia come pedine secondarie, incupiti e angosciati dal dilagare della macchia nera nazista.
    E’ splendida la caratterizzazione di così tanti personaggi; ognuno di loro viene modellato dalla Ginzburg con perizia amorevole, perché traspare limpidamente quanto la scrittrice ami profondamente e fino alla commozione i suoi personaggi. Che dire della minuta signora Maria, ottusa e pratica donna di servizio, infaticabile rammendatrice, pettegola, balia, cuoca, consigliera inascoltata, zelante risparmiatrice… O di Ippolito dal sorriso storto, incapace di amare se non un cane pulcioso inadatto alla caccia, che fragilmente e lentamente implode, o l’ingenua Anna e il suo caparbio silenzio, Danilo il sovversivo, Giuma il dandy, Cenzo Rena e la sua esplosiva passione per gli ultimi, i contadini, gli ebrei internati…
    Ed è straordinaria la capacità narrativa di questa scrittrice, che riesce a intrecciare la storia famigliare a quella nazionale ed europea senza mai cadere nel didascalico. L’invasione della Polonia, la frantumazione della Linea Maginot, la titubanza del Musso, il disastro greco, le leggi razziali, la piccineria del re “scimmiottino”; la calata dei tedeschi e la risalita degli anglo-americani, e in mezzo alla tenaglia un paesino del Sud col suo inetto brigadiere e i suoi umili e pavidi abitanti… Tutto questo viene diluito nei discorsi, nei commenti alla radio, nelle baruffe; si fonde magicamente nel quotidiano dei protagonisti.
    Uno dei miei libri preferiti, un gioiello della Letteratura italiana.

    ha scritto il 

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