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Tutti i racconti

Di

Editore: Club (su licenza Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas spa)

4.4
(257)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 431 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Data di pubblicazione: 

Traduttore: Marisa Caramella , Ida Tomboni

Disponibile anche come: Altri , Paperback

Genere: Crime , Fiction & Literature , Humor

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Descrizione del libro
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  • 5

    La vita che salvi

    Non si può fuggire alla capacità dei racconti della O'Connor di cambiarti in profondità nel corso di pochi minuti, dentro a quel labirinto eterno e ineffabile di significati implacabili e di fatti primordiali, affilati come lame di pugnali, letali come il veleno di un serpente. La O'Connor ci sos ...continua

    Non si può fuggire alla capacità dei racconti della O'Connor di cambiarti in profondità nel corso di pochi minuti, dentro a quel labirinto eterno e ineffabile di significati implacabili e di fatti primordiali, affilati come lame di pugnali, letali come il veleno di un serpente. La O'Connor ci sospinge al di là del buio, nell'oscurità che non possiamo conoscere; come autrice si trasforma in un destino che ci guida, attraverso le sfide del vivere, le domande senza risposta, la lotta per affermare di esistere, la violenza che ha origine dalla colpa. Preparatevi a sentirvi al contempo brav'uomo e assassino, storpio e essere superiore pieno di grazia, prete e confessore, mendicante e cinico giudice. Con i suoi archetipi informali, nei luoghi capitali e esemplari dove ambienta le storie, Flannery O'Connor ci comunica che esiste un'attrazione verso il male, verso la disgrazia e il delitto, così come sono possibili la fede, il perdono, la trascendenza; qualcosa di superiore che, forse umano forse no, muove le gesta dei personaggi e la penna della scrittrice. Magnetismo: la caratteristica che connota maggiormente queste pagine, questi racconti straordinari costruiti sulla scoperta, lo stupore, il turbamento e la follia. I racconti sono un'investigazione tragica e sublime di alcuni interrogativi: cosa scorre nel nostro corpo, di cosa sono fatte le nostre passioni, cosa significa credere che ciascun essere umano è unico. Alla fine eccovi dentro al cuore profondo del mistero, al segreto della sapienza abissale e biblica: la trasfigurazione di una realtà narrata in mitologia evocata e predestinata, tramite parole di spietata potenza.

    ha scritto il 

  • 5

    Leggere questi racconti è come affrontare Tyson sul ring: nulla ti sarà risparmiato, nessuna delle tue convinzioni reggerà, nessuna difesa sarà possibile, sperimenterai la violenza, e poi la vedrai in te stesso e nei valori che hai più cari. La Grazia opera nella terra del male, e pare averne pur ...continua

    Leggere questi racconti è come affrontare Tyson sul ring: nulla ti sarà risparmiato, nessuna delle tue convinzioni reggerà, nessuna difesa sarà possibile, sperimenterai la violenza, e poi la vedrai in te stesso e nei valori che hai più cari. La Grazia opera nella terra del male, e pare averne pure bisogno...

    ha scritto il 

  • 4

    Un celebre (e veritiero) aforisma di Mark Twain recita che le donne sono in grado di fare 3 cose con assolutamente niente: un cappello, un'insalata e una scenata. Flannery O' Connor con pochi, essenziali elementi (l'appartenenza, Gesù, il rispetto, la perdita ) era in grado di scrivere racconti d ...continua

    Un celebre (e veritiero) aforisma di Mark Twain recita che le donne sono in grado di fare 3 cose con assolutamente niente: un cappello, un'insalata e una scenata. Flannery O' Connor con pochi, essenziali elementi (l'appartenenza, Gesù, il rispetto, la perdita ) era in grado di scrivere racconti di una crudele brillantezza che mirano alla perfezione.

    ha scritto il 

  • 5

    Il padre di Thomas era sempre stato impegnato in qualche iniziativa tempestosa, finché una mattina, con un’occhiata rabbiosa alla moglie, come se fosse colpa sua, era morto secco, alla tavola della prima colazione.


    Se esiste (ancora?) qualcuno che considera il racconto una sotto-cat ...continua

    Il padre di Thomas era sempre stato impegnato in qualche iniziativa tempestosa, finché una mattina, con un’occhiata rabbiosa alla moglie, come se fosse colpa sua, era morto secco, alla tavola della prima colazione.

    Se esiste (ancora?) qualcuno che considera il racconto una sotto-categoria del romanzo; e che uno scrittore sia tale solo se ha scritto qualcosa di superiore alle 180 pagine, farebbe bene a ricredersi. Per esempio dedicandosi alla lettura dei racconti di Flannery O’Connor, e pubblicati da Bompiani. Il volume ha una mole rispettabile (e ghiotta): oltre 580 pagine. Coprono un arco di anni che vanno dal 1946 (“Il geranio”) al 1965 (“La schiena di Parker”), e permettono al lettore di osservare l’evoluzione della scrittura della O’Connor. C’è anche un frammento di quello che sarebbe stato il terzo romanzo (“Amore e rabbia”), ma che non fu mai completato a causa dell’aggravarsi della malattia, che condusse la scrittrice alla morte. A nemmeno 40 anni.

    Se i primi paiono interessanti, ma nulla di più, è col racconto “Il pelapatate” che (è una mia opinione), la O’Connor svolta. È come se tutto prendesse la forma giusta, la sua forma. Da lì in avanti, stile, dialoghi, temi, tutto è efficace, e ogni dettaglio è dove deve essere. A parte qualche eccezione (come appunto “Il geranio” o “Il giorno del giudizio”), sono storie ambientate in quel sud degli Stati Uniti ancora adesso lontano dalla simpatia del turista medio. Quello che adora New York, Los Angeles, le megalopoli multiculturali e multirazziali dove in apparenza le opportunità sono offerte a tutti. Purché di talento.

    I personaggi della O’Connor sanno il fatto loro; o almeno lo credono fermamente. Che siano atei, o ferventi credenti in Gesù Cristo (siamo appunto nel sud protestante, bianco, della segregazione), hanno trovato il modo di affrontare la vita. Superfluo dire che è sempre il migliore, e quello giusto. Sono uomini o donne che conoscono la verità, tutte le risposte e probabilmente pure le domande.

    Niente sembra capace di mettere in dubbio la loro superiorità intellettuale (“Gli storpi entreranno per primi”), o razziale, (“Punto omega”), oppure religiosa (“Un brav’uomo è difficile da trovare”). In questo paesaggio piatto, tranquillo ma in realtà bruciato da una profonda indifferenza per gli altri, per sé stessi, accade però qualcosa che con violenza frantuma l’equilibrio. Può essere un pugno, una malattia, l’incontro con una banda di tagliagole, un predicatore… Il risultato però non è consolatorio, mai. Non è lo scopo della narrativa (chi vuol essere consolato, si affidi agli spot pubblicitari), e non lo era certo della O’Connor.

    La scrittrice statunitense sembra lanciare una sorta di allarme. C’è un’ottusità nell’essere umano che dovrebbe mettere in allarme chiunque abbia la pretesa di conoscere o capire la sua natura. Nei racconti, la fede, o la cultura sono usati dai suoi personaggi per creare distanze, e disprezzare con più facilità chi non crede, oppure non ha studiato. Ecco l’ottusità di cui parla la O’Connor.

    Tra un bifolco illetterato, e uno sprezzante professore, sembra suggerire la scrittrice, è difficile scegliere. Il primo almeno, può svelare una certa capacità di adattamento (persino una certa apertura), che il secondo, spogliato della sua sapienza, rischia di non avere. E resterà a contemplare le macerie della sua sicurezza senza essere in grado di fare appello a sé, alle proprie risorse.

    Molti parlano del grottesco, della violenza (“Il giorno del giudizio” per esempio, col vecchio la cui testa viene forzata tra le aste della ringhiera), di Flannery O’Connor, e si chiedono per quale ragione leggere un’autrice tanto particolare. Per via del suo talento, potrebbe essere la risposta migliore. Per l’ironia con cui tratta i personaggi, e le loro idee. Per la capacità di narrare storie dove lo straordinario prende a cazzotti l’ordinaria vita delle persone perbene e sicure di sé. E questo straordinario può essere per esempio… un toro.

    ha scritto il 

  • 5

    “L'intera natura umana resiste con tenacia alla grazia perché la grazia provoca in noi un cambiamento e il cambiamento è doloroso”

    Una gamba di legno, una statuetta, un tatuaggio, un viaggio che si interrompe bruscamente… persone, cose, rapporti, dolori, vizi, incoerenze, incomprensioni, fatiche, abitudini, miserie, debolezze, violenza… La realtà quotidiana, se non ci fermiamo all’apparenza, si rivela come lo spazio, il luog ...continua

    Una gamba di legno, una statuetta, un tatuaggio, un viaggio che si interrompe bruscamente… persone, cose, rapporti, dolori, vizi, incoerenze, incomprensioni, fatiche, abitudini, miserie, debolezze, violenza… La realtà quotidiana, se non ci fermiamo all’apparenza, si rivela come lo spazio, il luogo abitato dal Mistero, e questa scoperta provoca una crepa attraverso cui si insinua la grazia come possibilità di cambiamento, di redenzione, per chiunque. Flannery non aveva tempo da perdere (ne aveva così poco a disposizione) con inutili sentimentalismi e sterili psicologismi. Quanto vorrei essere così anch’io!

    La schiena di Parker, il mio racconto preferito:

    http://youtu.be/9-cgg6VXoBk

    ha scritto il 

  • 5

    Al di là dei contenuti e delle tematiche, su cui non mi esprimo, una tecnica di scrittura sbalorditiva: visiva, diretta, crudele. "Show, don't tell" al massimo grado.


    Per una scrittrice cattolica zitella nel contesto del sud nella Georgia conformista degli anni cinquanta ("un musical!"), ...continua

    Al di là dei contenuti e delle tematiche, su cui non mi esprimo, una tecnica di scrittura sbalorditiva: visiva, diretta, crudele. "Show, don't tell" al massimo grado.

    Per una scrittrice cattolica zitella nel contesto del sud nella Georgia conformista degli anni cinquanta ("un musical!"), non c'è male.

    ha scritto il 

  • 5

    Non si deve non tentare di leggerlo. Io l'ho fatto, a tranci, nel corso di un intero anno: per lunghi periodi mi sono retratto dal contatto con la sua bellezza, splendente ma cruda, urticante. Trattandosi di racconti questa lettura a puntate non lo ha comunque danneggiato. È certamente il capola ...continua

    Non si deve non tentare di leggerlo. Io l'ho fatto, a tranci, nel corso di un intero anno: per lunghi periodi mi sono retratto dal contatto con la sua bellezza, splendente ma cruda, urticante. Trattandosi di racconti questa lettura a puntate non lo ha comunque danneggiato. È certamente il capolavoro dell'autrice, secondo me il suo libro da cui partire.

    ha scritto il 

  • 4

    Nella ricchissima lista della short-story americana( e non solo) i racconti di Flannery O'Connor sono considerati, unanimemente, tra i più splendenti, geniali e stilisticamente perfetti.
    Citata quasi sempre in coppia con Faulkner per la letteratura del sud degli Stati Uniti e con Carson McCuller ...continua

    Nella ricchissima lista della short-story americana( e non solo) i racconti di Flannery O'Connor sono considerati, unanimemente, tra i più splendenti, geniali e stilisticamente perfetti. Citata quasi sempre in coppia con Faulkner per la letteratura del sud degli Stati Uniti e con Carson McCullers per il c.d. Southern gotic, la O'Connor presenta un aspetto che la differenzia: e' cattolica.

    <<Scrivo come scrivo perché sono cattolica ( e non benché sia) cattolica>> Il suo essere cattolica non conosce però alcunché di consolatorio o balsamico. I suoi personaggi, nei romanzi come in questi racconti, hanno qualcosa di grottesco, vanno verso Cristo o muoiono nel momento della redenzione. A leggere di questi personaggi, certe volte, si rimane con addosso un senso di spaesamento: appaiono così lontani, così altro da noi, ma basterebbe pochissimo per sentirli vicini.

    Cattolica di una fede intensa, inattaccabile, senza compromessi o cedimenti, nata e vissuta nel sud bastione dei protestanti, nella c.d. Bible belt, colpita dalla malattia a soli 25 anni e morta a 39, amante dei pavoni, scrisse almeno una quindicina di racconti di assoluta, pura, perfezione stilistica.

    Ho dedicato 2 mesi a questi racconti. Li ho letti in poltrona, a letto, alla scrivania; al parco su una panchina, al mare, in macchina; mentre ero triste, incavolata, allegra e felice. Volevo amarli.

    Non ne ho amato nemmeno uno.

    ha scritto il 

  • 5

    Un brav'uomo è difficile da trovare

    Un paio di settimane fa sono stata a Nashville a trovare i Cheney e ho conosciuto uno che mi guarda un po' e fa: «Quello sì che era un libro profondo. A guardarla non si direbbe che l'ha scritto lei». Facendo appello alla mia espressione più truce ho ringhiato: «E invece sì»


    e devo ...continua

    Un paio di settimane fa sono stata a Nashville a trovare i Cheney e ho conosciuto uno che mi guarda un po' e fa: «Quello sì che era un libro profondo. A guardarla non si direbbe che l'ha scritto lei». Facendo appello alla mia espressione più truce ho ringhiato: «E invece sì»

    e devo dire che ho cercato di immaginare l’espressione truce di Flannery e il suo ringhio; e quasi me la sono figurata, se non altro per le foto che la ritraggono sempre con quella luce un po’ spartana negli occhi. Se c’è qualcosa che Flannery non sa è che la bontà del suo cuore non ha mai avuto la meglio sull’orrore delle sue visioni. Ella fa parte di quella serie incessante di scrittori che si batterono in nome di un credo e ne dimostrarono un altro, più potente e devastante. Ed è questa inconsapevolezza a renderla ancora più misteriosa nelle foto. Uno dei suoi racconti che amo di più è “Un brav’uomo è difficile da trovare”. Vi accennerò brevemente la trama. C’è una famiglia, una nonna, il figlio, la nuora e alcuni nipoti. Essi vanno a fare un viaggio e si imbattono in un criminale appena evaso, che si fa chiamare il Balordo; la nonna lo riconosce, lo identifica direi come il criminale e questo porterà alla morte di ciascuno dei componenti della famiglia. Ma in questa storia, al di là della freddezza e dell’orrore con cui i componenti vengono trucidati, in questa storia dovrà pur accadere qualcosa mi sono chiesto. Accade, e agisce dentro di noi in maniera potente. La O’Connor si lamentava spesso di quanto questo racconto fosse giudicato superficialmente come sarcastico e brutale, per la freddezza della carneficina, e, con una certa ironia, si meravigliava di come i suoi recensori cogliessero però sempre l’orrore sbagliato. Proverò a vedere quale è quello giusto. Siamo alle ultime due-tre pagine, quelle dell’incontro tra la Nonna e il Balordo. Il destino della Nonna è già segnato. Infatti la Nonna lo implora, cerca di offrirgli dei soldi, ma lui le dice “non c’è mai stato un morto che abbia dato la mancia al becchino”. I patti direi sono chiari. Ma lei continua a replicare: “Prega... Gesù ti aiuterà...”. E allora c’è un passo che è bellissimo, che ha tinte quasi metafisiche, e che pone un problema di identità. Dice il Balordo: “gesù ha mandato tutto all’aria. ...è stato lo stesso per Lui e per me... (qui intende il castigo, la “crocefissione”) solo che Lui non aveva commesso delitti e invece hanno potuto provare che io ne avevo commesso uno, perché avevano le carte. Naturalmente, a me le carte non le ha mai fatte vedere nessuno: Ecco perché firmo io, adesso. Mi sono detto: studiati una firma, poi firma tutto quello che fai e tienine una copia. allora saprai cos’hai fatto e potrai confrontare il delitto con il castigo e vedere se si compensano... e alla fine avrai qualcosa in mano per dimostrare che non ti hanno trattato con giustizia”. Quando la nonna sente la morsa più stretta, sconfessa il suo credo, pur di venire a patti con quell’assassino. Dice: “Forse non ha risorto i morti”. E il Balordo dice: “Io non c’ero, quindi non posso dire se l'ha fatto oppure no. Non è giusto che non ci fossi, perché se fossi stato la avrei saputo. Senta signora, se ci fossi stato, avrei saputo la verità e non sarei come sono adesso”. Quando la donna prova a toccarlo, chiamandolo: tu sei uno delle mie creature, il Balordo salta dietro “come se fosse stato morso da un serpente” e le spara tre volte al petto. all’altro complice ammette: “Sarebbe stata una buona donna, se quand’era viva le avessero sparato ogni cinque minuti”.

    Di fronte questo racconto e, soprattutto, al finale memorabile, non possiamo turbarci solo per la freddezza con cui la carneficina si compie. Questo è "l’orrore sbagliato" che diceva la O’Connor. Quel che qui conta è dove viene portato il lettore: dapprima arriva a identificarsi con una povera vecchia, un po zelante bigotta e linguacciuta, che sta per essere trucidata da un cieco assassino senza motivo. Poi, quasi con un cambio di scena, quando il balordo apre bocca, il lettore sente che c’è qualcosa in lui che non è sbagliato. E’ una cosa fortissima. Questa cosa è la fedeltà del Balordo alle carte del suo destino. Un destino che lo ha reso cieco alla sua vocazione. Un destino a cui lui chiede il conto, perché se fosse stato lì, se avesse visto, lui sarebbe stato un uomo diverso. Sono sue parole. E tanto è fedele alla sua vita il Balordo, quanto la Nonna è infedele al suo credo. Tanto è vero che, nel momento in cui questa cerca di toccarlo, lui balza indietro come se lo avesse morso un serpente; la sua autenticità deve rimanere incontaminata. E' questa la parabola preziosa, che la O'Connor mette in bocca a un presunto peccatore. "La decisione costituisce la fedeltà dell'esistenza al proprio se-stesso" dice Heidegger nel suo Essere e tempo, che è una possibile spiegazione poi della sua adesione al regime dittatoriale.

    Non è quindi la freddezza con cui il Balordo uccide la nonna che ci deve colpire, questa è solo normale amministrazione, l’orrore sta nella consapevolezza che il male ha radici più profonde, è nella negazione della nostra fede e del nostro essere, si annida nelle migliori apparenze. Questo fa di “Un brav’uomo è difficile da trovare” un racconto straordinario... se volete invece schifarvi della mera violenza, se volete quell’altro orrore, allora leggetevi altri libri, leggetevi Capote che piace tanto... A sangue freddo: lì non c’è tensione, non c’è duello, non accade nulla. Capote si identifica con i criminali, vive con loro, soffre con loro, QUASI muore con loro, ma alla fine è lì, a raccontarci la loro storia. Capote da quel confronto esce quello di prima, un curioso narciso che ha guardato il dark side, niente più. La sua identità è la stessa. Quella della nonna non lo sapremo mai, ma io sarei pronto a scommettere che, se il balordo non le avesse sparato in vita ogni cinque minuti, dopo quell'incontro, sarebbe stata forse una persona diversa.

    ha scritto il