Ulises

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Publisher: Editorial Planeta

4.2
(2589)

Language: Español | Number of Pages: 960 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) English , Portuguese , German , Italian , Dutch , French , Catalan , Finnish , Swedish , Polish , Danish , Czech , Hungarian , Chi traditional

Isbn-10: 8408016725 | Isbn-13: 9788408016724 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Mass Market Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , Humor , Philosophy

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Book Description
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  • 0

    Poco meno di un mese fa..

    … ho compiuto 38 anni. Nei giorni seguenti ho meditato a lungo sul luttuoso evento, e nel pieno della dolorosa introspezione ho pensato che è tempo di diventare adulta e responsabile; per facilita ...continue

    … ho compiuto 38 anni. Nei giorni seguenti ho meditato a lungo sul luttuoso evento, e nel pieno della dolorosa introspezione ho pensato che è tempo di diventare adulta e responsabile; per facilitarmi il compito mi sono messa a compilare una lista di opzioni pro-maturazione, identificando tre punti chiave:
    A) acquisire arte e voglia culinaria, piantandola con pasta al pomodoro - cibo in scatola - riscaldato - surgelato - da asporto - pizza - trattorie - ristoranti – piadinerie - ecc.
    B) mettere al mondo un figlio all’anno fino ai 42, età in cui l’orologio biologico smette di ticchettare sommesso e inizia a fare cucù - CuCù - CUCU'.
    C) diventare un’anobiana in e leggere solo libri impegnati, come mi suggerisce un vicino sotto la precedente recensione ( chiamiamola così )

    L’opzione A l’ho scartata subito, mi veniva la nausea a pensarci. E poi il tipo della rosticceria da asporto non ci regalerebbe più panettone e spumante a Natale.
    La B anche, scarrozzare quattro figli sul mar Rosso due/tre volte l’anno è stressante assai, negli ultimi tempi anche pericoloso. Tocca cambiare posto di villeggiatura, cercare qualcosa di adatto ai bimbi, magari non piace il posto nuovo.. un disastro.
    E il man ha osservato soave che se viene la dissenteria in contemporanea a tutti quattro è una vera tragedia: finiamo inesorabilmente sepolti nella cacca.
    Rimaneva valida solo la C.

    Dopo la fallimentare lettura di Q avevo casualmente sottomano l’Ulisse di Joyce e mi è sembrato perfetto per ricominciare subito subito. La prima pagina l’ho superata indenne e intrepida, alla seconda e terza ho vacillato, alla quarta ero alla disperazione, la quinta ho avuto un attacco d’ansia; mi sono accorta di aver mangiato mezza tavoletta di Lindor e ho calcolato che con quel ritmo a fine lettura mi ritroverei 10 chili di culo in più.
    Ho quindi chiuso Ulisse riponendolo sullo scaffale in attesa di drastiche decisioni sul suo destino.
    (campana di riciclo della carta? donazione di beneficenza? spedizione a qualche nemico?)

    Ma secondo voi.. è proprio indispensabile appesantirsi la vita con la lettura di libri così impegnati?

    0 stelle perchè 5 pagine sono poche per giudicare un simile libro. Per me anche troppe.. ma insomma..

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  • 5

    Maybe the best book I have never read. Not easy but so beautiful. Look the different style of writing in this novel and the Milli's soliloquy is one of the best part -a soul speaking in a book. Amazin ...continue

    Maybe the best book I have never read. Not easy but so beautiful. Look the different style of writing in this novel and the Milli's soliloquy is one of the best part -a soul speaking in a book. Amazing!

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  • 1

    "Da dove posso iniziare per dire quanto non mi é piaciuto? Facciamo che dico le cose che mi sono piaciute."

    Recensione completa su http://bookshelf54.blogspot.it/2015/11/james-joyce-ulisse.html ...continue

    "Da dove posso iniziare per dire quanto non mi é piaciuto? Facciamo che dico le cose che mi sono piaciute."

    Recensione completa su http://bookshelf54.blogspot.it/2015/11/james-joyce-ulisse.html

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  • 5

    Non una recensione, ma un invito alla lettura

    Un po' di tempo fa, in libreria, ho avuto modo di sentire un certo discorso fra due ragazze, più o meno della mia età, che arrivate alla sezione di Proust ...continue

    Non una recensione, ma un invito alla lettura

    Un po' di tempo fa, in libreria, ho avuto modo di sentire un certo discorso fra due ragazze, più o meno della mia età, che arrivate alla sezione di Proust si dicevano, concordando l'una con l'altra, che Proust l'avrebbero letto solo in età adulta, ché per capirli davvero, quei sette volumi della Recherche, ci voleva una vita davanti. Si parlava di Proust, ma al suo posto ci sarebbe potuto essere uno qualsiasi di quei libroni che da sempre incutono un po' di paura anche nei lettori più appassionati: "La montagna incantata" di Mann, "Guerra e pace" di Tolstoj, "L'uomo senza qualità" di Musil, "I fratelli Karamazov" di Dostoevskij, piuttosto che l'"Ulisse" di Joyce e tanti tanti altri libri, confinati, per mole e difficoltà del testo, nel limbo dei "libri da leggere una volta che si hanno le giuste conoscenze" (e che poi irrimediabilmente non vengono mai letti). Non sono intervenuto davanti a quelle due ragazze, non mi sarei mai permesso di dire che così non è, ma ora, qui su Goodreads, posso dirlo: così non è.

    Se c'è una cosa che penso di aver capito leggendo questi libroni qui, è che sono libri che meritano di essere letti più e più volte e, soprattutto, in età differenti. Il mio io che oggi ha finito questo volumone a titolo "Ulisse" è un io differente da quello che fra 8-10 anni sicuramente lo rileggerà, ed è una delle cose più interessanti che con un libro ti può capitare. Partire con una lettura del genere in un'età ancora giovane è il modo giusto per iniziare ad affrontarli, anche a costo di capirne solo una minima parte. Perché in quei 10 anni che ti separano dalla seconda rilettura, e negli altri 10 che ti separano dalla terza e così via, ci saranno tante altre letture ed esperienze che ti porteranno proprio a capire meglio questo testo qui. Perché allora confinare a un'indefinita età adulta la lettura di libri come questo? Perché non fare del testo stesso una guida per affrontare una crescita sul piano intellettuale o almeno sul piano letterario? E poi, come si può pensare di arrivare a sessant'anni e avere tutte le conoscenze per affrontare questo "Ulisse"? Vi svelo un segreto: non le avrete neanche a 99 anni, quelle conoscenze. Qualsiasi sia la vostra istruzione, la vostra cultura e le vostre esperienze personali, non riuscirete mai e poi mai a capire tutto dell'Ulisse (e dico l'Ulisse, ma potrei sostituirlo con la Recherche o uno degli altri libri sparsi in questa recensione). L'unico modo per pensare di poter arrivare a 99 anni e capire buona parte di questo libro penso sia solo uno: affrontarlo più e più volte, leggerselo in pace decennio dopo decennio, assimilarlo pian piano e arrivare soddisfatti a poter dire che con quel testo lì ci siete cresciuti insieme. E magari ammettere che a 27 anni ne avevate capito meno di un decimo, ma che grazie a quel decimo avete potuto affrontare tante altre letture e tanti altri aspetti che non pensavate minimamente connessi con un libro del genere. Significa vedere il libro come sistema per affrontare il resto della vostra vita. (Un giorno, infatti, vi racconterò di come Proust abbia migliorato i miei venticinque anni).

    Del libro non penso serva una recensione. Come commento personale posso solo dire che alcune parti sono veramente splendide, altre veramente ostiche: certe sere rientravo a casa ed ero esaltato dall'idea di leggerne ancora 50 pagine, altre ero talmente afflitto che anche solo prendere in mano il libro era una fatica. Sono quattro stelle e mezzo: non è un libro che potrei considerare perfetto, Joyce spesso si fa prendere la mano dai suoi virtuosismi, e questa è una cosa che a uno scrittore, soprattutto del suo livello, non dovrebbe mai succedere. Ma lo rileggerei, lo rileggerei tutto dalla prima all'ultima pagina in questo esatto momento, e devo invece obbligarmi a riporlo nella mia libreria - per farvi capire quanto mi è piaciuto. Ultima nota, per chi volesse lanciarsi nella lettura: procuratevi un'edizione con una guida ai capitoli (quella degli Oscar Mondadori ad esempio), perché altrimenti rischiate veramente di fraintendere completamente certe parti. Se poi volete lanciarvi nella lettura in inglese forse è la cosa migliore: con il mio livello non sarei andato dopo le prime 10 pagine, ma penso meriti decisamente più che una traduzione qualsiasi di quelle pubblicate nel nostro Paese.

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  • 3

    Opera geniale composta da Joyce, evidentemente, per sé. Poteva essere un racconto, splendido, da inserire nella raccolta The Dubliners, che il nostro decide - per il suo puro divertimento intellettual ...continue

    Opera geniale composta da Joyce, evidentemente, per sé. Poteva essere un racconto, splendido, da inserire nella raccolta The Dubliners, che il nostro decide - per il suo puro divertimento intellettuale - di spiegare in un tempo dilatato, trasformando la materia, la lingua, la forma del romanzo. L'opera più importante della letteratura moderna.

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  • 5

    Adesso vi dirò una cosa che potrebbe sconvolgervi, per cui tenetevi forte... C’era un tempo in cui Joyce non esisteva.

    Ma sì, dico sul serio! C’era un tempo, ormai quasi un secolo fa, in cui la letter ...continue

    Adesso vi dirò una cosa che potrebbe sconvolgervi, per cui tenetevi forte... C’era un tempo in cui Joyce non esisteva.

    Ma sì, dico sul serio! C’era un tempo, ormai quasi un secolo fa, in cui la letteratura mondiale non aveva ancora affrontato l’ingrato, estenuante ma direi fatale compito di confrontarsi con Joyce e la sua opera più celebre, l’Ulisse.
    Ora, questa notizia potrebbe scioccarvi – come è successo a me – oppure, se Joyce è solo un nome che vi fa una paura tremenda (e come darvi torto?), potrebbe lasciarvi nella più completa indifferenza. Perchè non sempre conosciamo l’origine delle cose che pure amiamo... le amiamo e il nostro amore ci fa credere che siano esistite da sempre, ma non è così.

    Una volta quindi Joyce non c’era. Eh già. E come si faceva? Si faceva che c’erano tanti altri grandissimi autori, per carità, ma non c’era lui. Non c’era ciò che ha creato lui e che adesso diamo per scontato, acquisito, perché lui un giorno si è preso la briga di tirarlo fuori dal cilindro che era la sua penna. Si può essere grandi in molti modi, ma ce n’è uno davvero speciale, che è quello di inventare qualcosa che prima non esisteva e, allo stesso tempo, di farlo in un modo che costituisce di per se stesso il “vertice non superabile”, il massimo dispiegamento della propria potenzialità. Mi spiego: la vera grandezza di Joyce, e di pochi altri artisti come lui (nella letteratura moderna penso a Proust e Musil, rispettivamente ne “La Recherche” e ne “L’uomo senza qualità”), è quella di avere creato un nuovo modo di fare letteratura (in questo senso sono diventati dei veri e propri “progenitori” di un’infinita discendenza...) e insieme averne raggiunto l’apice.
    Joyce, Musil, Proust costituiscono punti di non ritorno e allo stesso tempo, ciascuno nella propria “invenzione”, rappresentano il limite oltre il quale non è possibile andare. Sono artisti “congelati”, dunque? No, perché ognuno di essi, come dicevo prima, è diventato una sorgente per nuove correnti, alcune delle quali hanno preso direzioni diversissime, con risultati magari più facilmente apprezzabili rispetto all’originale, ma che ad essi innegabilmente devono la propria ragione d’essere.

    Joyce in particolare – che nella vita deve essere stato un tipo difficile e, se il suo stile parla per lui, pure abbastanza spocchioso – ha incarnato questi “paradossi” in modo ancora più radicale, sacrificando sull’altare di una rivoluzione senza precedenti la possibilità di essere amato. Lo ripeterò fino alla noia: ho amato profondamente Musil ne L’uomo senza qualità, non ho potuto amare l’Ulisse, benché sia riuscita a detestarlo in alcuni punti e in altri ad ammirarlo senza riserve. Troppo cerebrale, troppo “perfetto” nelle sue intenzioni e realizzazioni, fra le quali, secondo me, c’era appunto la volontà di inventare un nuovo linguaggio e uno, anzi diciotto stili l’uno diverso dall’altro, ma non quello di arrivare al cuore del lettore.
    Di questa impossibilità di emozionarmi – a eccezione forse di pochissimi episodi, primo fra tutti il celeberrimo monologo di Molly in “stream of consciousness” – me ne sono resa conto la prima volta che ho provato a intraprendere questa lettura, quasi tre anni fa... stavolta quindi mi sentivo più forte, più preparata a incassare anche eventuali delusioni, consapevole che comunque mi trovavo di fronte a qualcosa di “estremo”.

    Ma cos’ha poi questo Joyce di così speciale, e di così temibile soprattutto? Spiegarlo senza darne direttamente un assaggio – cosa che non ho alcuna intenzione di fare – è impossibile, per cui rinuncio a priori all’impresa. C’è però una cosa che mi ha colpito, uno dei tanti aspetti della “rivoluzione joyciana” che secondo me merita di essere considerata, ed è la “posizione” in cui si colloca lo stile o, per meglio dire, gli stili dell’Ulisse.
    Si è detto che l’intento di Joyce (e una certa dose di autocompiacimento traspira innegabilmente dalle pagine del romanzo) non era di farsi amare, e nemmeno di raccontare semplicemente una storia, seppure in modo originale. No, lui secondo me era ben conscio di quello che stava facendo e cioè fondare un nuovo linguaggio che, fra le altre cose, fosse più aderente ai meccanismi della coscienza, della percezione. Ne sono un esempio il memorabile terzo episodio (forse quello che ho trovato più difficile di tutti), intitolato Proteo, in cui i suoni e gli stimoli esterni si mescolano ai pensieri di Stephen, confondendosi in una materia non a caso proteiforme; o il quindicesimo, geniale nella sua modernità e direi persino preveggenza, un vero inno letterario al subconscio; o ancora il diciottesimo, laddove il flusso di coscienza per cui Joyce è tanto famoso si dipana nella sua forma più estrema: più di quaranta pagine senza alcun segno di punteggiatura che faccia da filtro fra la semicoscienza di Molly (a metà strada fra il sonno e la veglia) e il modo in cui questa viene espressa.
    Bè, quello che ho pensato è che ciononostante sarebbe un errore parlare di “realismo” letterario. É vero, indubbiamente Joyce ha fatto quello che nessuno aveva mai osato: ha rotto gli argini della forma tradizionale fino alle estreme conseguenze. Inutile ripeterlo: a partire dall’Ulisse la letteratura non sarà più la stessa. Però ritorna quella contraddizione di cui parlavo all’inizio: se è vero che con Joyce cadono i filtri artistici, linguistici, che separavano il mondo esterno dalla coscienza , è anche vero il suo linguaggio resta pur sempre un artificio, si plasma in una forma tutta sua. É difficile da spiegare, non so neanche se la mia intuizione sia corretta o no... ma mentre leggevo il monologo di Molly pensavo: davvero se la mia mente fosse libera di esprimere se stessa, la sua traduzione letterale e letteraria sarebbe questa, un interrotto flusso di parole e ardite associazioni di idee? Per certi versi sì, lo sarebbe: di sicuro i nostri pensieri non conoscono punteggiatura e la nostra mente vaga in modo apparentemente discontinuo e disordinato, seguendo fili a lei sola noti. Ma è anche vero che il modo in cui Joyce elabora questa intuizione resta, a mio avviso, una forma d’arte e, come tale, qualcosa di “costruito”. Non quindi una semplice per quanto rivoluzionaria trasposizione realistica dei meccanismi della nostra coscienza, bensì uno straordinario punto d’incontro fra questi meccanismi (nei quali rientrano la percezione degli stimoli esterni, la loro elaborazione, ricordi, paure, perversioni...) e la letteratura. Per questo parlavo di “posizione”: lo stile di Joyce si colloca esattamente a metà strada fra la coscienza e la creazione letteraria, il realismo e l’artificio.
    Un nuovo linguaggio, insomma. Voleva farlo e ci è riuscito.

    Io molto più di questo non riesco ad aggiungere (ho scritto anche troppo...). Bene o male nessuno si sognerebbe di dire che Joyce e soprattutto l’Ulisse non si meritano il posto che la Storia ha assegnato loro, per cui neanche sottolineo, come ho fatto altre volte, che con questo romanzo siamo di fronte a un Capolavoro. E chi non lo sa? É anche vero che, se non nessuno, pochi avrebbero però il coraggio di affermare che non si tratta di una lettura estremamente complessa e faticosa e che, per leggerla, occorre aver “deciso” di farlo, armati di una certa dose di caparbietà e direi persino di masochismo.
    Detto questo, quando ci si trova di fronte a un’opera di questo “peso”, oltre alla ovvie “ansie da prestazione” che credo prendano un po’ tutti, non si può che sospendere ogni giudizio, persino ogni forma tradizionale di godimento (quel piacere spontaneo che ci prende quando leggiamo un bel libro... ecco, scordatevelo!) e riconoscere che –incredibile ma vero – una volta Joyce non c’era.
    Poi è arrivato... ed è cambiato tutto.

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  • 5

    Credo che Ulisse sia l'opera più assurda della letteratura, gli esercizi di stile adottati da Joyce sono la prova di un autore eccentrico, sopra le righe.
    La caratteristica principale e innovativa del ...continue

    Credo che Ulisse sia l'opera più assurda della letteratura, gli esercizi di stile adottati da Joyce sono la prova di un autore eccentrico, sopra le righe.
    La caratteristica principale e innovativa dell'opera joyciana sono i monologhi interiori in “flusso di coscienza”, vero punto di forza di Ulisse.
    I vari “episodi” risultano molto carnali e spesso sono irregolari ed incoerenti, folli?! Sono pregni di simbolismo, erudizione e non-senso risultando spesso ostici.
    Io sono soddisfatto di aver affrontato questa “pietra miliare della letteratura”, anche se non è stata una lettura appassionata, e pur con i suoi alti e bassi si è rivelata un'ottima esperienza letteraria per allargare i miei orizzonti!
    Mi sento di consigliare questa lettura, ma solo a chi sente veramente di volersi imbattere in qualcosa di complesso e totalmente fuori dagli schemi. E' una lettura molto personale.

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  • 0

    Arrendiamoci...io, Ulisse e tutti quanti

    Arrendiamoci all'evidenza: non lo finirò mai!
    Arrendiamoci pure all'evidenza, ma non intendo sbatterlo tra gli "abbandonati".

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