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Ultime lettere da Stalingrado

Di

Editore: Giulio Einaudi Editore

4.4
(72)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 107 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806312944 | Isbn-13: 9788806312947 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Traduttore: M. Ranchetti

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Queste lettere furono scritte da soldati tedeschi assediati nella sacca di Stalingrado nel dicembre 1942 e partirono con l'ultimo l'aereo per la Germania. Non arrivarono mai alle famiglie: Hitler le fece sequestrare dalla censura militare per un sondaggio sul morale delle truppe. Furono ritrovate dopo la fine della guerra negli archivi dell'esercito, e ne è stato tratto questo libro: l'emozione che esso ha suscitato al suo apparire è tuttora viva, e non solo in Germania, ma nell'intera Europa. E' un libro unico, in cui l'interesse storico-politico è largamente superato dal valore di testimonianza umana: parlano uomini votati alla morte, che prendono drammaticamente coscienza di se stessi, e tracciano con una laconica eloquenza, come di epigrafi definitive, un'immagine delle proprie vite e dei propri destini. Non si può aggiungere un'altra lettera a queste trentanove: esse, che sembrano contenere e rivelare ogni esperienza umana, costituiscono una perfetta unità morale.
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  • 5

    Qui vale ciò che valse a suo tempo per le "Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana". Qui siamo al di là di qualsiasi ideologia, al di là di ogni schieramento, qui siamo insieme a ...continua

    Qui vale ciò che valse a suo tempo per le "Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana". Qui siamo al di là di qualsiasi ideologia, al di là di ogni schieramento, qui siamo insieme a ragazzi e uomini spediti al macello a causa di una follia strategica. O di una follia e basta. Sono gli ultimi giorni a Stalingrado, che diventa una trappola per topi di gelo e stenti. Ancora non c'è, tuttavia, la certezza della morte. E questo forse rende tutto ancora più intollerabile. C'è chi ancora spera in Hitler, che li tiri fuori da quel pantano, c'è chi pensa alla licenza a casa, chi alle festività natalizie o al compleanno della nonna. Oppure a una serata piacevole trascorsa lì al campo. C'è chi crede davvero che ce la faranno. I più, tuttavia, sono disillusi e stanchi. Mandano ai familiari lettere che non giungeranno mai a destinazione - è questa la cosa più triste -, non credono più in niente: non in Dio, non nel partito, non in loro stessi. Sanno che da qualche parte, dall'altro lato del fronte, soldati di altre nazioni stanno inviando missive molto simili. Ormai conoscono soltanto la pazzia e l'insensatezza della guerra, che esprimono in lettere piene di disperazione, di amarezza e di paura, di rassegnazione e rimpianto, talvolta di rabbia. C'è l'astronomo, che "ha sempre pensato in anni luce ed ha sofferto in secondi". C'è il pianista dalle mani congelate. C'è l'uomo a cui hanno sparato via le gambe. Quello che, non potendo aiutare altrimenti un nemico ferito, gli spara e piange per tutta la notte. C'è il giovane che suona l'Appassionata di Beethoven con un pianoforte trovato per caso fra le macerie, in mezzo ai colpi di artiglieria. C'è chi vede un film in un cinema improvvisato e si promette che sì, andrà a vederlo in un cinema vero appena ritornerà a casa. C'è chi non crede più in nulla. C'è il giardiniere che è steso in una buca e intanto guarda la terra, terra buona da coltivare, ne avrebbero bisogno a casa. C'è il padre di famiglia. Ci sono trentanove vite per altrettante lettere, vite al di là dell'uniforme. A Stalingrado manca solo Dio. Queste lettere sono una testimonianza preziosissima, unica. Perché erano ragazzi, sì, costretti alla guerra da un ingranaggio più grande di loro. Erano ragazzi e volevano vivere. Come ogni ragazzo, ogni soldato su ogni fronte di ogni guerra, sempre e per sempre.

    "Io volevo diventare teologo, papà voleva avere una casa sua, Hermann, più in là nel tempo, voleva costruire fontane. Niente di questo si è avverato. Tu stessa sai purtroppo bene cosa sia adesso casa nostra e noi sappiamo cosa sia qui, lo sappiamo perfettamente. No, non si è avverato niente di quanto avevamo progettato. I nostri genitori sono sepolti sotto le macerie della loro casa e noi, per quanto possa suonar doloroso, siamo qui in una buca nel sud di questa sacca, insieme a un paio di centinaia di altri o poco più. Presto queste buche saranno piene di neve."

    ha scritto il 

  • 4

    Salvate per caso con l'ultimo carico postale dalla sacca di Stalingrado, bloccate dalla censura perché "disfattiste", ulteriormente selezionate per la pubblicazione, queste lettere da puro documento ...continua

    Salvate per caso con l'ultimo carico postale dalla sacca di Stalingrado, bloccate dalla censura perché "disfattiste", ulteriormente selezionate per la pubblicazione, queste lettere da puro documento storico sono divenute anche letteratura per l'urgenza, la drammaticità, il carattere estremo della situazione che mette le persone dinanzi a se stesse e che le ha dettate in una scrittura asciutta ed energica. Lettere scritte sul baratro della morte, baratro intravisto come sicuro ma a cui ci si avvicina lentamente, continuando la routine militare, cambi di guardia, pattuglie, appostamenti. Ma dentro le anime di questi ragazzi che hanno gridato "Heil Hitler" tutto è sottosopra. L'animo del lettore è sconvolto, verrebbe da non perdonarli per la loro cecità fanatica ma poi ci si trova dinanzi a dei ventenni o poco più, con i loro drammi personali, le loro storie familiari, la loro educazione chiusa, la loro nuova, inutile consapevolezza di aver bruciato la gioventù per inseguire un delirio. No, non sono questi ragazzi le persone contro cui indignarsi. Hanno già pagato abbastanza. Lasciamoli al loro fallimento nei ghiacci della steppa russa.

    ha scritto il 

  • 5

    Esiste qualcosa di più struggente delle lettere scritte da chi sa che sta per morire? Sì. E' sapere che nessuna di quelle lettere ha raggiunto le persone a cui erano destinate. Uomini che da una ...continua

    Esiste qualcosa di più struggente delle lettere scritte da chi sa che sta per morire? Sì. E' sapere che nessuna di quelle lettere ha raggiunto le persone a cui erano destinate. Uomini che da una trincea scavata nell'inverno russo scrivono alla moglie, ai genitori, ai figli, all'amante, all'amico, al comandante prima dell'ultimo disperato attacco. C'è stato chi ha avuto il coraggio di dire a questi soldati "Scrivete" mentre con lo sguardo comunicava loro che non c'era più alcuna speranza e mentre nel cuore sapeva che quelle lettere servivano al regime nazista per conoscere l'umore delle truppe. Come se non bastasse immaginarlo, anche da lontano, anche da un ufficio caldo guardando una mappa. Sono lettere semplici, piene dell'umanità che non si può più nascondere in prossimità della fine. Poche righe per definire con precisione la dignità di ciascuna di quelle vite. Sono lettere mai recapitate. Leggerle mi ha fatto credere di poter dar loro un po' di pace.

    ha scritto il 

  • 5

    un libro terribile e da leggere per questo

    sono trentanove lettere scritte da soldati e ufficiali tedeschi, spedite con l'ultimo aereo partito da Stalingrado, prima che la armata rossa chiudesse l'assedio conquistando l'ultima pista di ...continua

    sono trentanove lettere scritte da soldati e ufficiali tedeschi, spedite con l'ultimo aereo partito da Stalingrado, prima che la armata rossa chiudesse l'assedio conquistando l'ultima pista di atterraggio e poco prima della riconquista totale della città.( 2 febb 1943 ) le lettere furono sequestrate dalle autorità naziste e sepolte per anni negli archivi. pur con le censure,si capiscono i terribili dubbi di uomini che avevano creduto in una causa e che scrivono sapendo che saranno le ultime parole che i loro congiunti leggeranno prima della fine, ritenuta inevitabile.chiunque legga questi documenti capisce l'inutilità e l'orrore delle guerre.

    ha scritto il 

  • 0

    ... Por­re il pro­ble­ma dell'esi­sten­za di Dio a Sta­lin­gra­do, si­gni­fi­ca ne­gar­lo. Te lo devo dire, caro pa­dre, e mi rin­cre­sce dop­pia­men­te. Tu mi hai edu­ca­to, ...continua

    ... Por­re il pro­ble­ma dell'esi­sten­za di Dio a Sta­lin­gra­do, si­gni­fi­ca ne­gar­lo. Te lo devo dire, caro pa­dre, e mi rin­cre­sce dop­pia­men­te. Tu mi hai edu­ca­to, per­ché mi man­ca­va la mam­ma, e mi hai sem­pre mes­so Dio da­van­ti agli oc­chi e all'ani­ma.

    E dop­pia­men­te mi rin­cre­sco­no que­ste mie pa­ro­le, per­ché sa­ran­no le mie ul­ti­me, e non po­trò mai più dir­ne al­tre ca­pa­ci di can­cel­lar­le e di espiar­le.

    Tu sei pa­sto­re di ani­me, pa­dre, e nell'ul­ti­ma let­te­ra si dice solo la ve­ri­tà, op­pu­re ciò che si ri­tie­ne vero. Ho cer­ca­to Dio in ogni fos­sa, in ogni casa di­strut­ta, in ogni an­go­lo, in ogni mio ca­me­ra­ta, quan­do sta­vo in trin­cea, e nel cie­lo. Dio non si è mo­stra­to, quan­do il mio cuo­re gri­da­va a lui. Le case era­no di­strut­te, i ca­me­ra­ti era­no tan­to eroi­ci o così vi­gliac­chi quan­to me, sul­la ter­ra c'era­no fame ed omi­ci­dio e dal cie­lo ca­de­va­no bom­be e fuo­co. Sol­tan­to Dio non c'era. No, pa­dre, non c'è nes­sun Dio. Lo scri­vo di nuo­vo, e so che è una cosa ter­ri­bi­le e per me ir­re­pa­ra­bi­le. E se pro­prio ci deve es­se­re un Dio, è solo pres­so di voi, nei li­bri dei sal­mi e nel­le pre­ghie­re, nel­le pie pa­ro­le dei pre­ti e dei pa­sto­ri, nel suo­no del­le cam­pa­ne e nel pro­fu­mo dell'in­cen­so. Ma a Sta­lin­gra­do, no.

    ha scritto il 

  • 4

    Il soldato è sempre un uomo

    Il corrispondente tedesco,di epistolari quali quelli di G. Bedeschi e N. Revelli. Si tratta di corrispondenza (a suo tempo trattenuta dalle autorità naziste)che rivede la luce,anche se alcuni ...continua

    Il corrispondente tedesco,di epistolari quali quelli di G. Bedeschi e N. Revelli. Si tratta di corrispondenza (a suo tempo trattenuta dalle autorità naziste)che rivede la luce,anche se alcuni storici ne hanno messo in dubbio l'autenticità,dopo mezzo secolo. Purtroppo l'esiguità (39) delle lettere,contenute e scritte da militari impegnati (caduti o dispersi)nel sanguinosissimo attacco per la conquista di Stalingrado, permette una limitatissima,eppur abbastanza rappresentativa,analisi dello status del soldato tedesco in quella circostanza. Assumendo per originali,come credo,questi scritti restano,sul piano umano una drammatica e toccante testimonianza sul piano umano,non certo politico, che accumuna tutti gli uomini in guerra su qualunque fronte e in ogni epoca.

    ha scritto il 

  • 4

    "Queste lettere furono scritte da soldati tedeschi assediati nella sacca di Stalingrado nel dicembre 1942 e partirono con l'ultimo l'aereo per la Germania. Non arrivarono mai alle famiglie: Hitler ...continua

    "Queste lettere furono scritte da soldati tedeschi assediati nella sacca di Stalingrado nel dicembre 1942 e partirono con l'ultimo l'aereo per la Germania. Non arrivarono mai alle famiglie: Hitler le fece sequestrare dalla censura militare per un sondaggio sul morale delle truppe. Furono ritrovate dopo la fine della guerra negli archivi dell'esercito, e ne è stato tratto questo libro: l'emozione che esso ha suscitato al suo apparire è tuttora viva, e non solo in Germania, ma nell'intera Europa. E' un libro unico, in cui l'interesse storico-politico è largamente superato dal valore di testimonianza umana: parlano uomini votati alla morte, che prendono drammaticamente coscienza di se stessi, e tracciano con una laconica eloquenza, come di epigrafi definitive, un'immagine delle proprie vite e dei propri destini"

    Ho preso in mano questo libro e non mi sono staccata più. Sono 39 microstorie nella storia, struggenti, toccanti. Gli argomenti sono diversi, non sono bollettini di guerra, ma proprio per questo, fanno riflettere, ci fanno entrare nella vita di questi soldati, nei pensieri di uomini votati alla morte.

    ha scritto il 

  • 5

    In queste 39 lettere,nonostante i toni e i temi diversi,c'è un unico filo conduttore:La rassegnazione.La rassegnazione di soldati che sanno di essere stati abbandonati,che sanno che stanno scrivendo ...continua

    In queste 39 lettere,nonostante i toni e i temi diversi,c'è un unico filo conduttore:La rassegnazione.La rassegnazione di soldati che sanno di essere stati abbandonati,che sanno che stanno scrivendo le loro ultime parole perchè per loro non c'è più nessuna speranza. Oltre ad essere un documento storico interessante è anche un libro molto bello.

    ha scritto il 

  • 4

    Quando il mio cuore gridava a lui

    I. Estate.

    Giunto all’estate del 1942 il potere nazista sembrava al contempo inarrestabile e allo stremo. Le fucine di morte, le industrie belliche tedesche, lavoravano senza sosta, distribuendo i ...continua

    I. Estate.

    Giunto all’estate del 1942 il potere nazista sembrava al contempo inarrestabile e allo stremo. Le fucine di morte, le industrie belliche tedesche, lavoravano senza sosta, distribuendo i loro panzer, i loro sommergibili U-Boot e i loro aerei su e giù per il globo: dai deserti dell’Africa del Nord alle desolate steppe russe, dalle profondità dell’Atlantico al monte Elbrus, la più alta vetta del Caucaso (m 5633). Le scuole e le accademie militari tedesche, intanto, lavoravano pervertendo le coscienze civili; stantuffavano pericolose idiozie, trasformando timidi ragazzini dai capelli a spazzola in macchine assassine. La Hitler-Jugend si preparava a governare il mondo. Si compivano razzie fra le “popolazioni inferiori”, si rubava con la ferma decisione dell’eroe ariano: terre, ricchezze, opere d'arte, vita e dignità della vita. Gli Untermenschen, i sottouomini, avevano due sole possibilità: o si genuflettevano con la faccia nel fango, o erano sospinti ai lati della strada maestra; alcuni - gli ebrei, gli oppositori politici, i malati di mente, gli omosessuali e gli zingari - cadevano “inavvertitamente” nei forni crematori. Il führer Adolf Hitler aveva coniato un nome per i tempi felici che sarebbero presto giunti, dopo quella parentesi di belligeranza, un nome spaventoso e grottesco: il Neue Ordnung. Il Nuovo Ordine. La guerra guerreggiata che imperversava dal 1939, però, non si era ancora conclusa, gli sforzi erano immani, nuove sfide si assommavano a quelle già parzialmente superate dai tedeschi. Era in atto una strana partita a dadi, una specie di gioco al raddoppio in cui gli alti comandi non potevano che aggiungere nuovi fronti, mentre i vecchi non venivano mai del tutto chiusi. Mentre la Volpe del Deserto Erwin Rommel lanciava la sua prima offensiva a El Alamein (1°-27 luglio 1942), con la speranza di sfondare le linee avversarie e di raggiungere il Nilo, il feldmaresciallo Wilhelm List, comandante supremo degli eserciti in Caucaso, tentava di spingersi a Groznyj, il principale centro petrolifero sovietico, superando di slancio la città di Stalingrado - in quel momento ancora in mano ai russi - e costeggiando con i cingolati dei suoi Panzerkorps i letti del Don e del Volga. L’espandersi dei fronti creava un serio problema di mantenimento, si rischiava lo smembramento e il riflusso, un rovescio tattico delle forze in campo che avrebbero sancito il fallimento di ogni più ottimistico blitzkrieg. Se in effetti a metà del 1942 la totalità delle conquiste di Adolf Hitler avevano acquistato un aspetto imponente, mancavano ancora molti tasselli per rendere il quadro stabile, di modo che le singole vittorie dei valorosi feldmarescalli diventassero un’unica vittoria definitiva del Terzo Reich millenario. Fu in questa situazione di equilibrio precario che, Il 23 luglio 1942, dal Wehrwolf, il quartier generale tedesco spostato vicino al fronte orientale - per la precisione in Ucraina, presso Vinnitsa - furono emanate le direttive n.45, direttive che rimarranno famose negli annali dell’esercito tedesco. Il Capo dei Capi, il Barbarossa, il Sigfrido del XX secolo Adolf Hitler provò l’ultimo azzardo. Decise di impossessarsi sia della città di Stalingrado, sia dei pozzi petroliferi del Caucaso… contemporaneamente! In pratica le stesse armate si sarebbero dovute scindere, duplicarsi per partogenesi, lanciandosi in due direzioni diverse, in quella che il generale Franz Halder, il principale stratega dell’avanzata tedesca in terra russa, definì “la sopravvalutazione patologica delle sue forze [di Hitler] e la sottovalutazione colpevole di quelle del nemico”. Sia Wilhelm List sia Halder, contrari a una simile “tattica” militare, saranno presto silurati dal führer, il quale abbisognava di entusiasti nazionalsocialisti, prima che di strateghi obbiettivi pronti a prendere in considerazione rischi veri e difficoltà oggettive.

    II. Inverno.

    La storia è nota. Nonostante l’ampio dispiego di mezzi, il petrolio caucasico rimase saldamente in mano ai russi, mentre le divisioni comminate in sorte a Stalingrado dovettero combattere casa per casa in una vera e propria Rattenkrieg, una guerra dei topi (si pensi al mito dell’eroica resistenza di Jackov Pavlov, asserragliato nello stesso caseggiato per settimane, ma anche alla storia romanzata dei due cecchini Heinz Thorwald e Vasilij Zajcev, da cui il grande regista Sergio Leone cercò di trarre un film e che alla fine è diventato lo spettacolare, quanto mediocre, Il nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud). Anche così tutto fu vano. Alla fine di novembre, quando Stalingrado si era ormai tramutata in un cumulo di macerie primordiali e l’inverno russo era una realtà omicida, la 6° divisione comandata da Friedrich Paulus non era riuscita a conquistarsi il pieno controllo del territorio. Quel che è peggio, rischiava di rimanere del tutto isolata dalla Grande Germania, chiusa in una sacca - o, per dirla nel gergo militare tedesco, in un calderone - circondata dai colbacchi stellati dell’Armata Rossa sopraggiunti a dare una mano ai pochi civili e ai resistenti (nome in codice: Operazione Urano). Il generale Kurt Zeitzler, dal ’42 al ’44 a capo dell’OKH, l’Alto Comando dell’Esercito tedesco, cercò allora di spiegare a Hitler che l’unica via rimasta era la completa ritirata da Stalingrado, una fine disonorevole, forse, ma anche l’unica possibilità di salvare i duecentomila uomini dell’armata di Paulus. Ahi loro, quel 21 dicembre del 1942: “Hitler non volle cedere. Invano gli descrissi la situazione all’interno della cosiddetta fortezza: la disperazione di soldati affamati, la loro mancanza di fiducia nel comando supremo, i feriti che morivano per mancanza di cure, mentre altre migliaia morivano di congelamento. Egli restò impassibile di fronte a questi e ad altri argomenti che avanzai.” La risposta del führer, secondo i testimoni urlata a pieni polmoni, fu categorica: «Non lascerò il Volga! NON TORNERO’ INDIETRO DAL VOLGA!» Quell’inverno l’Armata Rossa propose vari memorandum per la resa tedesca. Tutti rifiutati. Ne stralcio uno, dell'8 gennaio 1943: “La situazione delle vostre truppe è disperata. State soffrendo la fame, le malattie e il freddo. Il crudo inverno russo è appena incominciato. Debbono ancora venire il gelo, i venti glaciali e le tormente di neve. I vostri soldati mancano di equipaggiamento invernale e vivono in condizioni sanitarie paurose… La vostra situazione è senza speranza, ogni ulteriore resistenza è insensata. In vista di ciò e per evitare un inutile spargimento di sangue vi invitiamo ad arrendervi alle seguenti condizioni…” Anche Paulus, come Zeitzler, si rivolse a Hitler implorandogli di tornare con i piedi per terra. Il 24 gennaio gli fece, per radio, la seguente comunicazione: “Le truppe mancano di munizioni e di viveri… Non è più possibile mantenere comandi efficienti. Vi sono 18000 feriti senza né rifornimenti, né vestiti, né medicinali… Resistere ancora non ha senso. Il crollo è inevitabile. L’esercito chiede l’immediata autorizzazione ad arrendersi per salvare la vita delle truppe che restano.” La risposta di Hitler fu ancora una volta degna della sua figura (direi quella decantata da Charlie Chaplin, ne Il grande dittatore): “Proibisco la resa. La sesta armata terrà le posizioni fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia, e con la sua eroica resistenza darà un indimenticabile contributo alla costituzione di un fronte di difesa e alla salvezza del mondo occidentale.” E così ci furono altri nove giorni di agonia e di morte. All’inizio di febbraio un apparecchio da ricognizione tedesco, volando sopra la città, trasmise la sua comunicazione via radio: «Nessun segno di combattimenti a Stalingrado». Era il 2 febbraio 1943, erano le ore 14,46 e in quel momento 91000 soldati tedeschi, fra cui 24 generali, si stavano avviando sulla neve, fra le macerie della città, con una coperta sulla testa (la temperatura segnava meno 24 gradi) e le mani alzate. La battaglia era ormai finita. La corsa intorno alla città di Stalingrado, sotto la minaccia dei fucili russi (sia per tortura o sia per impedire loro di congelare ancor oggi se ne discute), il soggiorno nei duri campi di prigionia, e le epidemie di tifo li decimeranno quasi tutti. Alla fine delle ostilità, dei 285000 uomini della 6° impiegati in quell’inferno, ne torneranno a casa solo 5000, in un rapporto 1 a 60. Secondo lo storico Walter Goerlitz la battaglia di Stalingrado fu la più grande disfatta che l’esercito tedesco abbia mai subito. Secondo William Shirer, l’autore della monumentale Storia del Terzo Reich, fu qualcosa di più. “Insieme a El Alamein e agli sbarchi anglo-americani nel Nordafrica, essa segnò il grande capovolgimento di tutta la seconda guerra mondiale. […] Alfine fra le nevi di Stalingrado e le sabbie ardenti del deserto nordafricano il grande, terribile sogno nazista svanì.

    III. Fuori dal tempo.

    In mezzo al rifluire delle forze naziste, al prosciugarsi delle loro deliranti visioni (una ritenzione che impiegò ancora tre anni per concludersi definitivamente), s’impigliarono milioni di vite. Vite e non solo. Fra gli ultimi voli concessi alla Luftwaffe in partenza da Stalingrado, non c’erano più soldati feriti, non c’erano salvati. C’erano però cinque quintali di documenti. Ordini, dispacci, memoriali, e alcune missive. Le lettere, le corrispondenze private che giungevano dal fronte più caldo, furono sequestrate dall’ufficio centrale della censura militare. Sette pacchi che si fermarono a Novočerkassk. Le buste furono aperte, furono cancellati l’indirizzo e il mittente e poi furono rimesse al comando superiore dell’esercito. Tramite esse si voleva “conoscere lo stato d’animo nella fortezza di Stalingrado”. L’analisi degli esperti portò alla divisione delle missive in cinque gruppi, che corrispondevano a una sommaria classificazione statistica del morale delle truppe. C’erano:

    a) gli indifferenti; b) i contrari; c) gli sfiduciati; d) i dubbiosi; e) i favorevoli alla condotta della guerra.

    Quest’ultimo gruppo era il più esiguo. Solo il 2,1% degli scriventi nutriva ancora qualche speranza. I risultati, com’è ovvio, furono secretati. Finché le lettere, ormai dimenticate, tornarono alla luce nel 1958, pubblicate dalla casa editrice C. Bertelsmann Verlag, di Gütersloh. Non so quante missive ci fossero, all’origine, su quei voli della Luftwaffe, né quante siano riuscite a raggiungere la loro destinazione. Qui, in questa edizione Einaudi ci sono 39 pezzi di carta impigliati sul filo spinato. Se non fosse irriverente, parlerei di una Antologia di Spoon River in tempi di guerra. Ogni lettera rappresenta una voce specifica, una persona e una personalità, una risposta per quanto breve e inesaustiva al dramma collettivo vissuto in quel lontano inverno. Di più. Ognuna di queste vittime di guerra (perché anche i tedeschi sono stati vittime di guerra, sono morti come muoiono tutti), ognuno di questi kattivi con l’elmetto a fagiolo, consapevole del “grande sonno” che li stava cingendo da ogni lato, certo di non avere un domani… esprime una particolare emozione dell’animo umano. Con ancora il fucile fra le braccia, incerti se continuare a sparare (come vorrebbe Hitler), o se arrendersi (ai Russi, al grande inverno, al manto bianco dell’ultima consolazione), serbano parole disarmate, rivolte ai loro cari ma anche alle stelle [lettera I], alla moglie traditrice [XXIV]; qui ci sono fratelli, commilitoni, giocatori di dadi, filosofi biscazzieri, amanti del cinema [XXVI], il ferito senza più una gamba che aspetta inutilmente l’aereo che lo riporterà finalmente a casa… Ho parlato di Spoon River in tempi di guerra, credo non a caso. Ogni singola lettera è emozionante, e commovente, se letta e messa nel centro esatto di un filo rosso, a scorrere come un anello fra la guerra, il soldato che scrive e il ricevente a cui si rivolge. Ma è ancor più commovente se la si paragona alla lettera che la precede o la segue, nel mucchio di corrispondenza sequestrata, come se le sue parole fossero poste a tremolare su una grande ragnatela, come se queste lettere si parlassero vicendevolmente, sospese nell’oscurità. Se c’è il soldato pianista della lettera III che confessa, alla fine, di aver perso quattro dita per il freddo, e di non aver speranze di tornare a suonare l’Appassionata di Beethoven, di dover sparare con il mignolo, e di tenere la tazza con il pollice e il mignolo, lascia stupefatti il tono da letterina del numero VIII. Il suo interessarsi al compleanno della Nonna, lo spiegare per filo e per segno come raccattare del caffè per lei, come regalo, e che si chiude con “Qui adesso fa molto freddo, c’è la neve anche da voi? Qui non si sparge segatura, ognuno deve stare attento a non cadere.” Come se il problema fosse scivolare sulla neve… Qui alla fine “muoiono valorosi e vigliacchi nella stessa buca, senza alcuna possibilità di difendersi” [VXIII]. Ci sono poi i poeti, che sanno di esserlo, e sembra si perdano in contemplazione delle loro parole, delle immagini che suscitano: “Ci saranno sempre ponti, finché ci saranno rive, dovremmo soltanto avere il coraggio di incamminarci su di essi. Uno di questi ponti va verso di te, l’altro va nell’eternità, e in fondo per me è lo stesso.” [XXXVIII] La lettera che più mi ha fatto riflettere, pur non essendo la più bella, né la più toccante, è la XVII. Non so se il Kafka di Lettera al padre avrebbe approvato. Non so se approvo io, né se quest’uomo è un coraggioso o un codardo. So, per dirla coi latini, che ha colto la brezza notturna (uti nocturna aurea). Un uomo solo oltre tutte le superstizioni, che non cerca di attaccarsi ad altri, neppure al padre. Un uomo onesto che dice la verità. La sua verità. Se intorno a persone come Hitler, o Mussolini, o Napoleone Buonaparte ci fossero stati generali così, capaci di ammettere la sconfitta sul campo… l’inutile sacrificio di tanti fantaccini non sarebbe stato forse così numeroso.

    [XVII]

    …Porre il problema dell’esistenza di Dio a Stalingrado, significa negarlo. Te lo devo dire, caro padre, e mi rincresce doppiamente. Tu mi hai educato, perché mi mancava la mamma, e mi hai sempre messo Dio davanti agli occhi e all’anima. E doppiamente mi rincrescono queste mie parole, perché saranno le mie ultime, e non potrò mai più dirne altre capaci di cancellarle e di espiarle. Tu sei pastore di anime, padre, e nell’ultima lettera si dice solo la verità, oppure ciò che si ritiene vero. Ho cercato Dio in ogni fossa, in ogni casa distrutta, in ogni angolo, in ogni mio camerata, quando stavo in trincea e nel cielo. Dio non si è mostrato, quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici o così vigliacchi quanto me, sulla terra c’erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo, e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio, è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no.

    Chiudo questa scheda segnalando come, nel 1969, da queste lettere sia stato tratto anche un film francese Lettres de Stalingrad di Gilles Katz. Come sia, non lo so, io sfortunatamente non lo vidi. La mia prossima missione sarà la lettura di Vita e destino (1980) di Vasilij Grossman e L’armata tradita (1959) di Heinrich Gerlach, quelli che sono, secondo le mie ricerche, i migliori testi letterari ispirati alla Fortezza Stalingrado.

    ha scritto il