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Ulysse

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Editeur: Gallimard

4.2
(2510)

Language:Français | Number of pages: 1134 | Format: Paperback | En langues différentes: (langues différentes) English , Portuguese , German , Spanish , Italian , Dutch , Catalan , Finnish , Swedish , Polish , Danish , Czech , Hungarian , Chi traditional

Isbn-10: 2070400182 | Isbn-13: 9782070400188 | Publish date: 

Translator: Auguste Morel ; Contributor: Stuart Gilbert ; Reviewer: James Joyce , Valery Larbaud

Aussi disponible comme: Others , Mass Market Paperback

Category: Fiction & Literature , Humor , Philosophy

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Description du livre
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  • 5

    Adesso vi dirò una cosa che potrebbe sconvolgervi, per cui tenetevi forte... C’era un tempo in cui Joyce non esisteva.

    Ma sì, dico sul serio! C’era un tempo, ormai quasi un secolo fa, in cui la letter ...continuer

    Adesso vi dirò una cosa che potrebbe sconvolgervi, per cui tenetevi forte... C’era un tempo in cui Joyce non esisteva.

    Ma sì, dico sul serio! C’era un tempo, ormai quasi un secolo fa, in cui la letteratura mondiale non aveva ancora affrontato l’ingrato, estenuante ma direi fatale compito di confrontarsi con Joyce e la sua opera più celebre, l’Ulisse.
    Ora, questa notizia potrebbe scioccarvi – come è successo a me – oppure, se Joyce è solo un nome che vi fa una paura tremenda (e come darvi torto?), potrebbe lasciarvi nella più completa indifferenza. Perchè non sempre conosciamo l’origine delle cose che pure amiamo... le amiamo e il nostro amore ci fa credere che siano esistite da sempre, ma non è così.

    Una volta quindi Joyce non c’era. Eh già. E come si faceva? Si faceva che c’erano tanti altri grandissimi autori, per carità, ma non c’era lui. Non c’era ciò che ha creato lui e che adesso diamo per scontato, acquisito, perché lui un giorno si è preso la briga di tirarlo fuori dal cilindro che era la sua penna. Si può essere grandi in molti modi, ma ce n’è uno davvero speciale, che è quello di inventare qualcosa che prima non esisteva e, allo stesso tempo, di farlo in un modo che costituisce di per se stesso il “vertice non superabile”, il massimo dispiegamento della propria potenzialità. Mi spiego: la vera grandezza di Joyce, e di pochi altri artisti come lui (nella letteratura moderna penso a Proust e Musil, rispettivamente ne “La Recherche” e ne “L’uomo senza qualità”), è quella di avere creato un nuovo modo di fare letteratura (in questo senso sono diventati dei veri e propri “progenitori” di un’infinita discendenza...) e insieme averne raggiunto l’apice.
    Ricordo la bella recensione di Bonadext su L’uomo senza qualità, nella quale scrive che Musil con quest’opera “è arrivato a un punto da cui non si può più fare ritorno”. Sono d’accordo: da Joyce, Musil, Proust costituiscono punti di non ritorno e allo stesso tempo, ciascuno nella propria “invenzione”, rappresentano il limite oltre il quale non è possibile andare. Sono artisti “congelati”, dunque? No, perché ognuno di essi, come dicevo prima, è diventato una sorgente per nuove correnti, alcune delle quali hanno preso direzioni diversissime, con risultati magari più facilmente apprezzabili rispetto all’originale, ma che ad essi innegabilmente devono la propria ragione d’essere.

    Joyce in particolare – che nella vita deve essere stato un tipo difficile e, se il suo stile parla per lui, pure abbastanza spocchioso – ha incarnato questi “paradossi” in modo ancora più radicale, sacrificando sull’altare di una rivoluzione senza precedenti la possibilità di essere amato. Lo ripeterò fino alla noia: ho amato profondamente Musil ne L’uomo senza qualità, non ho potuto amare l’Ulisse, benché sia riuscita a detestarlo in alcuni punti e in altri ad ammirarlo senza riserve. Troppo cerebrale, troppo “perfetto” nelle sue intenzioni e realizzazioni, fra le quali, secondo me, c’era appunto la volontà di inventare un nuovo linguaggio e uno, anzi diciotto stili l’uno diverso dall’altro, ma non quello di arrivare al cuore del lettore.
    Di questa impossibilità di emozionarmi – a eccezione forse di pochissimi episodi, primo fra tutti il celeberrimo monologo di Molly in “stream of consciousness” – me ne sono resa conto la prima volta che ho provato a intraprendere questa lettura, quasi tre anni fa... stavolta quindi mi sentivo più forte, più preparata a incassare anche eventuali delusioni, consapevole che comunque mi trovavo di fronte a qualcosa di “estremo”.

    Ma cos’ha poi questo Joyce di così speciale, e di così temibile soprattutto? Spiegarlo senza darne direttamente un assaggio – cosa che non ho alcuna intenzione di fare – è impossibile, per cui rinuncio a priori all’impresa. C’è però una cosa che mi ha colpito, uno dei tanti aspetti della “rivoluzione joyciana” che secondo me merita di essere considerata, ed è la “posizione” in cui si colloca lo stile o, per meglio dire, gli stili dell’Ulisse.
    Si è detto che l’intento di Joyce (e una certa dose di autocompiacimento traspira innegabilmente dalle pagine del romanzo) non era di farsi amare, e nemmeno di raccontare semplicemente una storia, seppure in modo originale. No, lui secondo me era ben conscio di quello che stava facendo e cioè fondare un nuovo linguaggio che, fra le altre cose, fosse più aderente ai meccanismi della coscienza, della percezione. Ne sono un esempio il memorabile terzo episodio (forse quello che ho trovato più difficile di tutti), intitolato Proteo, in cui i suoni e gli stimoli esterni si mescolano ai pensieri di Stephen, confondendosi in una materia non a caso proteiforme; o il quindicesimo, geniale nella sua modernità e direi persino preveggenza, un vero inno letterario al subconscio; o ancora il diciottesimo, laddove il flusso di coscienza per cui Joyce è tanto famoso si dipana nella sua forma più estrema: più di quaranta pagine senza alcun segno di punteggiatura che faccia da filtro fra la semicoscienza di Molly (a metà strada fra il sonno e la veglia) e il modo in cui questa viene espressa.
    Bè, quello che ho pensato è che ciononostante sarebbe un errore parlare di “realismo” letterario. É vero, indubbiamente Joyce ha fatto quello che nessuno aveva mai osato: ha rotto gli argini della forma tradizionale fino alle estreme conseguenze. Inutile ripeterlo: a partire dall’Ulisse la letteratura non sarà più la stessa. Però ritorna quella contraddizione di cui parlavo all’inizio: se è vero che con Joyce cadono i filtri artistici, linguistici, che separavano il mondo esterno dalla coscienza , è anche vero il suo linguaggio resta pur sempre un artificio, si plasma in una forma tutta sua. É difficile da spiegare, non so neanche se la mia intuizione sia corretta o no... ma mentre leggevo il monologo di Molly pensavo: davvero se la mia mente fosse libera di esprimere se stessa, la sua traduzione letterale e letteraria sarebbe questa, un interrotto flusso di parole e ardite associazioni di idee? Per certi versi sì, lo sarebbe: di sicuro i nostri pensieri non conoscono punteggiatura e la nostra mente vaga in modo apparentemente discontinuo e disordinato, seguendo fili a lei sola noti. Ma è anche vero che il modo in cui Joyce elabora questa intuizione resta, a mio avviso, una forma d’arte e, come tale, qualcosa di “costruito”. Non quindi una semplice per quanto rivoluzionaria trasposizione realistica dei meccanismi della nostra coscienza, bensì uno straordinario punto d’incontro fra questi meccanismi (nei quali rientrano la percezione degli stimoli esterni, la loro elaborazione, ricordi, paure, perversioni...) e la letteratura. Per questo parlavo di “posizione”: lo stile di Joyce si colloca esattamente a metà strada fra la coscienza e la creazione letteraria, il realismo e l’artificio.
    Un nuovo linguaggio, insomma. Voleva farlo e ci è riuscito.

    Io molto più di questo non riesco ad aggiungere (ho scritto anche troppo...). Bene o male nessuno si sognerebbe di dire che Joyce e soprattutto l’Ulisse non si meritano il posto che la Storia ha assegnato loro, per cui neanche sottolineo, come ho fatto altre volte, che con questo romanzo siamo di fronte a un Capolavoro. E chi non lo sa? É anche vero che, se non nessuno, pochi avrebbero però il coraggio di affermare che non si tratta di una lettura estremamente complessa e faticosa e che, per leggerla, occorre aver “deciso” di farlo, armati di una certa dose di caparbietà e direi persino di masochismo.
    Detto questo, quando ci si trova di fronte a un’opera di questo “peso”, oltre alla ovvie “ansie da prestazione” che credo prendano un po’ tutti, non si può che sospendere ogni giudizio, persino ogni forma tradizionale di godimento (quel piacere spontaneo che ci prende quando leggiamo un bel libro... ecco, scordatevelo!) e riconoscere che –incredibile ma vero – una volta Joyce non c’era.
    Poi è arrivato... ed è cambiato tutto.

    dit le 

  • 5

    Credo che Ulisse sia l'opera più assurda della letteratura, gli esercizi di stile adottati da Joyce sono la prova di un autore eccentrico, sopra le righe.
    La caratteristica principale e innovativa del ...continuer

    Credo che Ulisse sia l'opera più assurda della letteratura, gli esercizi di stile adottati da Joyce sono la prova di un autore eccentrico, sopra le righe.
    La caratteristica principale e innovativa dell'opera joyciana sono i monologhi interiori in “flusso di coscienza”, vero punto di forza di Ulisse.
    I vari “episodi” risultano molto carnali e spesso sono irregolari ed incoerenti, folli?! Sono pregni di simbolismo, erudizione e non-senso risultando spesso ostici.
    Io sono soddisfatto di aver affrontato questa “pietra miliare della letteratura”, anche se non è stata una lettura appassionata, e pur con i suoi alti e bassi si è rivelata un'ottima esperienza letteraria per allargare i miei orizzonti!
    Mi sento di consigliare questa lettura, ma solo a chi sente veramente di volersi imbattere in qualcosa di complesso e totalmente fuori dagli schemi. E' una lettura molto personale.

    dit le 

  • 0

    Arrendiamoci...io, Ulisse e tutti quanti

    Arrendiamoci all'evidenza: non lo finirò mai!
    Arrendiamoci pure all'evidenza, ma non intendo sbatterlo tra gli "abbandonati".

    dit le 

  • 5

    La migliore traduzione dell'Ulisse di Joyce

    Per la mia tesi di laurea ho letto tutte le traduzioni italiane dell'Ulisse di Joyce. Questa di Terrinoni è IN ASSOLUTO la migliore. Quella di De Angelis perde per strada buona parte delle allusioni j ...continuer

    Per la mia tesi di laurea ho letto tutte le traduzioni italiane dell'Ulisse di Joyce. Questa di Terrinoni è IN ASSOLUTO la migliore. Quella di De Angelis perde per strada buona parte delle allusioni joyciane, quella di Celati contiene addirittura errori di traduzione. Questa di Terrinoni e Bigazzi è fedele all'originale anche nelle sfumature. Il risultato è finalmente divertente e sapido. Mi ringrazierete!

    dit le 

  • 4

    La maledizione della frenesia moderna

    Non credo sia necessario dire che Ulisse sia il vero padre della narrativa contemporanea. Risulta evidente alla lettura ritrovare pezzi, forme, stili e linguaggi già incontrati con altri autori del XX ...continuer

    Non credo sia necessario dire che Ulisse sia il vero padre della narrativa contemporanea. Risulta evidente alla lettura ritrovare pezzi, forme, stili e linguaggi già incontrati con altri autori del XX secolo, spesso definiti dalla critica mondiale o nazionale come " il nuovo Joyce", oppure il "Joyce del 2000". Mai vista una tale eterogeneità di fattori, per cui mi sembra inevitabile che Ezra Pound abbia detto quello che ha detto su quest’opera. Certo, Ezra Pound.
    Il problema semmai è a chi possa essere rivolto l’Ulisse. Insomma, per me non è solo una questione di stile. Questo libro non può in alcun modo essere rivolto a tutti, per cui si metta l’anima in pace il buon Celati nel dire che ognuno possa leggerlo, basta non farsi troppe domande e lasciarsi trasportare dalla musicalità del testo… col cazzo dico. E’ un libro di una difficoltà enorme, dove almeno il 60% di quanto descritto necessita di un aiutino, o addirittura pressoché incomprensibile alla media dei lettori. Per cui, facendo io parte di quella media e probabilmente pure a stento, va da sé che non sia riuscito a raggiungere il piacere totale solo per la forma apprezzata o per la straordinaria intelligenza che risiede dietro l’Ulisse. Mi è mancato un po’ quel sano piacere della lettura, se non in alcuni momenti ben precisi come, ad esempio, il capitolo psichedelico su Leopold Bloom presso il puttanaio di Bella Cohen, oppure il monologo finale di Molly Bloom. Lì credo nel mio piccolo che Joyce abbia equilibrato alla perfezione stile e contenuto, estro e calore. Sì, quel calore che in fin dei conti non ho percepito nella gran parte del romanzo.
    Per questo dico che alcuni suoi successori lo abbiano superato. O meglio, non dico che per esempio Pynchon sia davvero meglio di Joyce, ma che Pynchon abbia preso molte cose di lui, rendendole migliori. Joyce è forse il più grande scrittore degli ultimi 500 anni, ma sono felice che alcuni suoi eredi mi abbiano fatto divertire di più.
    Aggiungo inoltre che Ulisse forse non sia un testo per i tempi moderni. La lettura in metropolitana, nel treno, nel cesso come tra un buco temporale e l’altro, poco si addice ad un’opera che, per essere gustata a pieno, necessita del suo tempo, di una qual certa continuità nel dedicarsi ad esso. Certo, si potrebbero fare discorsi analoghi per tanti romanzi importanti, ma è il flusso di coscienza il punto. Questo è’ stato portato da Joyce alle estreme conseguenze, un continuum narrativo difficilmente gestibile e nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Svevo, decisamente più umano.

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  • 0

    Non so quali parole usare, non sono capace di commentare un’opera che non è definibile né classificabile, un monumento della modernità e della classicità, un’opera nella quale non si legge soltanto l’ ...continuer

    Non so quali parole usare, non sono capace di commentare un’opera che non è definibile né classificabile, un monumento della modernità e della classicità, un’opera nella quale non si legge soltanto l’odissea di una unica giornata, il 16 giugno 1904, di Leopold Bloom per le strade ed i locali di Dublino, ma in primo luogo si percorre la moderna odissea , l’eterno viaggio alla ricerca di sé dell’uomo attraverso itinerari tormentosi, attraverso l’ipocrisia, la falsità dei rapporti, la mancanza di amicizia, con l’aiuto dell’alcool e del sesso, destinato ad approdare all’unica meta possibile, quella che lo stesso Joyce definì “l’epica del corpo umano”, cioè la negazione di ogni metafisica e la proclamazione della più completa fisicità, della corporeità più puzzolente, nauseabonda e lurida. Ma è anche e soprattutto il linguaggio a rompere ogni schema tradizionale e a rendere questo romanzo unico ed irripetibile: il fonosimbolismo, la deformazione verbale che coinvolge ogni capitolo trasformando gradualmente la lingua, i giochi di parole, ed infine il superbo monologo di Molly Bloom del capitolo finale –una delle pagine più grandi della moderna letteratura, in cui il pensiero si fa parola senza mediazione alcuna- rappresentano l’elemento più stupefacente del libro, che ne rendono la lettura un’esperienza unica oltre che molto complicata.
    Come si fa a dare stelline ad un tale monumento? Sarebbe come dare una valutazione alle piramidi egiziane, al Partenone o al Colosseo. Di fronte a tanta genialità taccio ammirata.

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  • 5

    5 ragioni per leggere l'Ulisse

    1) Non è illeggibile: i libri illeggibili sono quelli brutti; questo è difficile ma...
    2) ...ma Bloom vi prende per mano e vi porta lontano finché non diventa difficile e doloroso dirgli addio
    3) Joyc ...continuer

    1) Non è illeggibile: i libri illeggibili sono quelli brutti; questo è difficile ma...
    2) ...ma Bloom vi prende per mano e vi porta lontano finché non diventa difficile e doloroso dirgli addio
    3) Joyce qui scrive - semplicemente - la verità. Nemmeno le surrealtà sono finzioni, è tutto autentico, carnale, toccante.
    4) La struttura è tutt'altro che noiosa: cambiano i narratori, gli schemi, lo stile. Complicato, certo, ma le cose complicate sono quelle più gratificanti.
    5) Non esiste un altro libro così, proprio no.
    p.s. Di recensione non se ne parla. Ho letto fiumi di commenti critici, molti validissimi, ma convincere un lettore a cominciare (e soprattutto concludere) questo capolavoro magnifico è una faccenda personale. Fidatevi di me.

    dit le 

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