Ulysses

By

Publisher: Random House (NY)

4.2
(2600)

Language: English | Number of Pages: 800 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Portuguese , German , Spanish , Italian , Dutch , French , Catalan , Finnish , Swedish , Polish , Danish , Czech , Hungarian , Chi traditional

Isbn-10: 0375507949 | Isbn-13: 9780375507946 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Library Binding , Audio Cassette , Audio CD , Softcover and Stapled , Others , Unbound , Leather Bound , eBook

Category: Fiction & Literature , Humor , Philosophy

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Book Description

Ulysses is one of the most influential novels of the twentieth century. It was not easy to find a publisher in America willing to take it on, and when Jane Jeap and Margaret Anderson started printing extracts from the book in their literary magazine The Little Review in 1918, they were arrested and charged with publishing obscenity. They were fined $100, and even The New York Times expressed satisfaction with their conviction. Ulysses was not published in book form until 1922, when another American woman, Sylvia Beach, published it in Paris her Shakespeare & Company. Ulysses was not available legally in any English-speaking country until 1934, when Random House successfully defended Joyce against obscenity charges and published it in the Modern Library. This edition follows the complete and unabridged text as corrected and reset in 1961. Judge John Woolsey's decision lifting the ban against Ulysses is reprinted, along with a letter from Joyce to Bennett Cerf, the publisher of Random House, and the original foreword to the book by Morris L. Ernst, who defended Ulysses during the trial.
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  • 3

    Una sfida da raccogliere

    Non posso dire di aver veramente amato questo libro, per leggerlo ci ho messo oltre otto mesi e non posso negare di essere stata più volte sul punto di abbandonarlo. Ma non posso dire neppure di averl ...continue

    Non posso dire di aver veramente amato questo libro, per leggerlo ci ho messo oltre otto mesi e non posso negare di essere stata più volte sul punto di abbandonarlo. Ma non posso dire neppure di averlo odiato, perché alcuni episodi, come Circe e Sirene, mi hanno impressionato a tal punto da continuare a rifletterci su anche a distanza di parecchi giorni. Sia come sia, sono davvero soddisfatta di aver accettato questa sfida con me stessa: come scrive il traduttore nelle innumerevoli (e utilissime) note alla lettura, l'Ulisse è un romanzo dove la sperimentazione regna sovrana e non basta leggerlo un'unica volta per comprenderlo del tutto. Certo è che bisogna esser pronti ad abbandonarsi, a lasciarsi andare completamente in questo labirinto psicologico di cui James Joyce ci apre le porte. Se si decide di scendere a compromessi, e accettare una volta per tutte che questo non è un libro come gli altri, si possono fare anche delle conoscenze interessanti. Come Marion Bloom, ad esempio. A scuola, il suo monologo interiore ci viene presentato come uno degli episodi più sconvolgenti e oscuri di tutto il libro, ma se si ha il coraggio di leggere tutta l'opera integralmente, quando ci si arriva ci sembra di conoscere Molly da sempre, pur senza averla sentita nominare neanche troppe volte. Chissà, forse è proprio questo che fa un grande autore: farci conoscere il loro mondo non attraverso spiegazioni dettagliate, ma con delle pennellatine in qua e là per accennarne i contorni, come un meraviglioso quadro impressionista che va osservato solo da lontano.

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  • 4

    I FLUSSI DI MOLLY BLOOM

    Un buon metodo per imparare a decifrare i testi di James Joyce è anzitutto sapere che lo scrittore di Dublino, nei suoi romanzi, attinge sempre al cosiddetto monologo interiore. È una tecnica narrativ ...continue

    Un buon metodo per imparare a decifrare i testi di James Joyce è anzitutto sapere che lo scrittore di Dublino, nei suoi romanzi, attinge sempre al cosiddetto monologo interiore. È una tecnica narrativa chiamata flusso di coscienza e si verifica quando la rappresentazione dei pensieri del personaggio, appare come un libero fluire inarrestabile, che non contempla l’uso di segni di interpunzione. Esempio molto celebre è il monologo di Molly Bloom, che chiude l’Ulisse: «Sì perché prima non hai mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova da quando eravamo all’albergo City arms quando faceva finta di stare male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante con Mrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta…» Joyce fa agire la monologante per associazioni mentali, prive di ogni organizzazione e struttura logica e discorsiva. Una vera e propria rivoluzione letteraria, per un romanzo pubblicato la prima volta nel 1922.

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  • 0

    "Un'Odissea moderna e l'epica del corpo umano" J.J.

    Commentare questo monumento, questa opera stratosferica, architettata, studiata, strutturata in ogni minimo aspetto da una mente assolutamente geniale è pressoché impossibile per un non studioso, ovve ...continue

    Commentare questo monumento, questa opera stratosferica, architettata, studiata, strutturata in ogni minimo aspetto da una mente assolutamente geniale è pressoché impossibile per un non studioso, ovvero per un semplice amante della Letteratura quale mi definisco. Perciò saranno le parole di Joyce e di Melchiori (curatore dell’introduzione) a dare voce a ciò che io non mi azzardo assolutamente a formulare.

    “L’Ulisse è l’epopea di due razze (Israele-Irlanda) e nel medesimo tempo il ciclo del corpo umano e anche la storiella di una giornata (vita)…. E’ una specie di enciclopedia, anche. La mia intenzione è di rendere il mito sub specie temporis nostri; … permettendo che ogni avventura (cioè, ogni ora, ogni organo, ogni arto connessi e immedesimati nello schema somatico del tutto) condizionasse anzi creasse la propria tecnica. Ogni avventura è per così dire una persona benché composta di persone. J.J.

    La complessità dell’Ulisse fu palesemente dichiarata da Joyce che fornì a più riprese “sunti-chiavi-scheletri-schemi” che ne facilitassero la comprensione.
    Ne fornisco due esempi:

    Decimo episodio – “Le simplegadi” (rocce erranti) ore 3-4 p.m.
    Scena e azione: i dublinesi si muovono per le vie della città salutando il passaggio di padre Conmee (la chiesa) e del viceré (lo stato).
    Significato: (“schema Linati”): l’ambiente nemico.
    Equivalente omerico: descrizione degli scogli che cozzando insieme distruggono navi.
    Tecnica: labirinto mobile fra due sponde (scene contemporanee).
    Scienza e arte: meccanica.
    Organo del corpo: sangue.
    Quattordicesimo episodio – “ Le mandrie del sole “ ore 10-11 p.m.
    Scena e azione: nella clinica ostetrica, Bloom, Stephen e un gruppo di studenti in medicina commentano le lunghe doglie e il parto di Mrs Purefoy.
    Significato: (“schema Linati”): le mandrie eterne (l’evoluzione dell’uomo).
    Equivalente omerico: i compagni di Ulisse fanno strage dei buoi sacri al sole e sono sterminati dal dio.
    Tecnica: sviluppo embrionale (evoluzione stilistica della lingua inglese dalle origini ai gerghi contemporanei). (Una roba pazzesca, dico io.)
    Scienza e arte: medicina, fisica.
    Organo del corpo: utero, matrice.

    Il linguaggio:
    “Nell’Ulisse predomina costantemente l’elemento linguistico, fonico più ancora che semantico. Se è vero che l’Ulisse è l’epica del corpo umano, si potrebbe dire a ugual ragione che esso è l’epica del linguaggio, un’esplorazione attenta e accanita di ogni sua possibilità, condotta con un senso rigoroso della sua evoluzione storica, delle aperture rivelatrici offerte dalle sue deformazioni, della natura polisemica di ciascun complesso fonetico. Non ci sono pagini citabili nell’Ulisse (quanto è vero!!!): la coscienza linguistica di Joyce opera per unità più vaste, l’intero episodio o terna di episodi. L’occasionale gioco di parole, l’onomatopea, la singola deformazione verbale (straordinarie malgrado la traduzione), è in funzione del tessuto segnico generale e non ha vita se non in tale contesto.” Introduzione – Giorgio Melchiori
    E’ stata una fatica, non tanto per l’”esuberanza” e la straordinaria inventiva stilistica e strutturale dell’opera, che lasciano letteralmente stupefatti, quanto per le innumerevoli citazioni rimandi richiami assonanze, giochi di parole con gli immancabili nessi culturali collaterali. Occorre una cultura vasta e profonda come quella dell’autore per poter cogliere e comprendere pienamente. Tuttavia gli spessi filtri delle mie mancanze hanno comunque permesso che una parte arrivasse. E ora c’è anche l’Ulisse nella mia testa, in qualche modo.

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  • 0

    Poco meno di un mese fa..

    … ho compiuto 38 anni. Nei giorni seguenti ho meditato a lungo sul luttuoso evento, e nel pieno della dolorosa introspezione ho pensato che è tempo di diventare adulta e responsabile; per facilita ...continue

    … ho compiuto 38 anni. Nei giorni seguenti ho meditato a lungo sul luttuoso evento, e nel pieno della dolorosa introspezione ho pensato che è tempo di diventare adulta e responsabile; per facilitarmi il compito mi sono messa a compilare una lista di opzioni pro-maturazione, identificando tre punti chiave:
    A) acquisire arte e voglia culinaria, piantandola con pasta al pomodoro - cibo in scatola - riscaldato - surgelato - da asporto - pizza - trattorie - ristoranti – piadinerie - ecc.
    B) mettere al mondo un figlio all’anno fino ai 42, età in cui l’orologio biologico smette di ticchettare sommesso e inizia a fare cucù - CuCù - CUCU'.
    C) diventare un’anobiana in e leggere solo libri impegnati, come mi suggerisce un vicino sotto la precedente recensione ( chiamiamola così )

    L’opzione A l’ho scartata subito, mi veniva la nausea a pensarci. E poi il tipo della rosticceria da asporto non ci regalerebbe più panettone e spumante a Natale.
    La B anche, scarrozzare quattro figli sul mar Rosso due/tre volte l’anno è stressante assai, negli ultimi tempi anche pericoloso. Tocca cambiare posto di villeggiatura, cercare qualcosa di adatto ai bimbi, magari non piace il posto nuovo.. un disastro.
    E il man ha osservato soave che se viene la dissenteria in contemporanea a tutti quattro è una vera tragedia: finiamo inesorabilmente sepolti nella cacca.
    Rimaneva valida solo la C.

    Dopo la fallimentare lettura di Q avevo casualmente sottomano l’Ulisse di Joyce e mi è sembrato perfetto per ricominciare subito subito. La prima pagina l’ho superata indenne e intrepida, alla seconda e terza ho vacillato, alla quarta ero alla disperazione, la quinta ho avuto un attacco d’ansia; mi sono accorta di aver mangiato mezza tavoletta di Lindor e ho calcolato che con quel ritmo a fine lettura mi ritroverei 10 chili di culo in più.
    Ho quindi chiuso Ulisse riponendolo sullo scaffale in attesa di drastiche decisioni sul suo destino.
    (campana di riciclo della carta? donazione di beneficenza? spedizione a qualche nemico?)

    Ma secondo voi.. è proprio indispensabile appesantirsi la vita con la lettura di libri così impegnati?

    0 stelle perchè 5 pagine sono poche per giudicare un simile libro. Per me anche troppe.. ma insomma..

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  • 5

    Maybe the best book I have never read. Not easy but so beautiful. Look the different style of writing in this novel and the Milli's soliloquy is one of the best part -a soul speaking in a book. Amazin ...continue

    Maybe the best book I have never read. Not easy but so beautiful. Look the different style of writing in this novel and the Milli's soliloquy is one of the best part -a soul speaking in a book. Amazing!

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  • 1

    "Da dove posso iniziare per dire quanto non mi é piaciuto? Facciamo che dico le cose che mi sono piaciute."

    Recensione completa su http://bookshelf54.blogspot.it/2015/11/james-joyce-ulisse.html ...continue

    "Da dove posso iniziare per dire quanto non mi é piaciuto? Facciamo che dico le cose che mi sono piaciute."

    Recensione completa su http://bookshelf54.blogspot.it/2015/11/james-joyce-ulisse.html

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  • 5

    Non una recensione, ma un invito alla lettura

    Un po' di tempo fa, in libreria, ho avuto modo di sentire un certo discorso fra due ragazze, più o meno della mia età, che arrivate alla sezione di Proust ...continue

    Non una recensione, ma un invito alla lettura

    Un po' di tempo fa, in libreria, ho avuto modo di sentire un certo discorso fra due ragazze, più o meno della mia età, che arrivate alla sezione di Proust si dicevano, concordando l'una con l'altra, che Proust l'avrebbero letto solo in età adulta, ché per capirli davvero, quei sette volumi della Recherche, ci voleva una vita davanti. Si parlava di Proust, ma al suo posto ci sarebbe potuto essere uno qualsiasi di quei libroni che da sempre incutono un po' di paura anche nei lettori più appassionati: "La montagna incantata" di Mann, "Guerra e pace" di Tolstoj, "L'uomo senza qualità" di Musil, "I fratelli Karamazov" di Dostoevskij, piuttosto che l'"Ulisse" di Joyce e tanti tanti altri libri, confinati, per mole e difficoltà del testo, nel limbo dei "libri da leggere una volta che si hanno le giuste conoscenze" (e che poi irrimediabilmente non vengono mai letti). Non sono intervenuto davanti a quelle due ragazze, non mi sarei mai permesso di dire che così non è, ma ora, qui su Goodreads, posso dirlo: così non è.

    Se c'è una cosa che penso di aver capito leggendo questi libroni qui, è che sono libri che meritano di essere letti più e più volte e, soprattutto, in età differenti. Il mio io che oggi ha finito questo volumone a titolo "Ulisse" è un io differente da quello che fra 8-10 anni sicuramente lo rileggerà, ed è una delle cose più interessanti che con un libro ti può capitare. Partire con una lettura del genere in un'età ancora giovane è il modo giusto per iniziare ad affrontarli, anche a costo di capirne solo una minima parte. Perché in quei 10 anni che ti separano dalla seconda rilettura, e negli altri 10 che ti separano dalla terza e così via, ci saranno tante altre letture ed esperienze che ti porteranno proprio a capire meglio questo testo qui. Perché allora confinare a un'indefinita età adulta la lettura di libri come questo? Perché non fare del testo stesso una guida per affrontare una crescita sul piano intellettuale o almeno sul piano letterario? E poi, come si può pensare di arrivare a sessant'anni e avere tutte le conoscenze per affrontare questo "Ulisse"? Vi svelo un segreto: non le avrete neanche a 99 anni, quelle conoscenze. Qualsiasi sia la vostra istruzione, la vostra cultura e le vostre esperienze personali, non riuscirete mai e poi mai a capire tutto dell'Ulisse (e dico l'Ulisse, ma potrei sostituirlo con la Recherche o uno degli altri libri sparsi in questa recensione). L'unico modo per pensare di poter arrivare a 99 anni e capire buona parte di questo libro penso sia solo uno: affrontarlo più e più volte, leggerselo in pace decennio dopo decennio, assimilarlo pian piano e arrivare soddisfatti a poter dire che con quel testo lì ci siete cresciuti insieme. E magari ammettere che a 27 anni ne avevate capito meno di un decimo, ma che grazie a quel decimo avete potuto affrontare tante altre letture e tanti altri aspetti che non pensavate minimamente connessi con un libro del genere. Significa vedere il libro come sistema per affrontare il resto della vostra vita. (Un giorno, infatti, vi racconterò di come Proust abbia migliorato i miei venticinque anni).

    Del libro non penso serva una recensione. Come commento personale posso solo dire che alcune parti sono veramente splendide, altre veramente ostiche: certe sere rientravo a casa ed ero esaltato dall'idea di leggerne ancora 50 pagine, altre ero talmente afflitto che anche solo prendere in mano il libro era una fatica. Sono quattro stelle e mezzo: non è un libro che potrei considerare perfetto, Joyce spesso si fa prendere la mano dai suoi virtuosismi, e questa è una cosa che a uno scrittore, soprattutto del suo livello, non dovrebbe mai succedere. Ma lo rileggerei, lo rileggerei tutto dalla prima all'ultima pagina in questo esatto momento, e devo invece obbligarmi a riporlo nella mia libreria - per farvi capire quanto mi è piaciuto. Ultima nota, per chi volesse lanciarsi nella lettura: procuratevi un'edizione con una guida ai capitoli (quella degli Oscar Mondadori ad esempio), perché altrimenti rischiate veramente di fraintendere completamente certe parti. Se poi volete lanciarvi nella lettura in inglese forse è la cosa migliore: con il mio livello non sarei andato dopo le prime 10 pagine, ma penso meriti decisamente più che una traduzione qualsiasi di quelle pubblicate nel nostro Paese.

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  • 3

    Opera geniale composta da Joyce, evidentemente, per sé. Poteva essere un racconto, splendido, da inserire nella raccolta The Dubliners, che il nostro decide - per il suo puro divertimento intellettual ...continue

    Opera geniale composta da Joyce, evidentemente, per sé. Poteva essere un racconto, splendido, da inserire nella raccolta The Dubliners, che il nostro decide - per il suo puro divertimento intellettuale - di spiegare in un tempo dilatato, trasformando la materia, la lingua, la forma del romanzo. L'opera più importante della letteratura moderna.

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  • 5

    Adesso vi dirò una cosa che potrebbe sconvolgervi, per cui tenetevi forte... C’era un tempo in cui Joyce non esisteva.

    Ma sì, dico sul serio! C’era un tempo, ormai quasi un secolo fa, in cui la letter ...continue

    Adesso vi dirò una cosa che potrebbe sconvolgervi, per cui tenetevi forte... C’era un tempo in cui Joyce non esisteva.

    Ma sì, dico sul serio! C’era un tempo, ormai quasi un secolo fa, in cui la letteratura mondiale non aveva ancora affrontato l’ingrato, estenuante ma direi fatale compito di confrontarsi con Joyce e la sua opera più celebre, l’Ulisse.
    Ora, questa notizia potrebbe scioccarvi – come è successo a me – oppure, se Joyce è solo un nome che vi fa una paura tremenda (e come darvi torto?), potrebbe lasciarvi nella più completa indifferenza. Perchè non sempre conosciamo l’origine delle cose che pure amiamo... le amiamo e il nostro amore ci fa credere che siano esistite da sempre, ma non è così.

    Una volta quindi Joyce non c’era. Eh già. E come si faceva? Si faceva che c’erano tanti altri grandissimi autori, per carità, ma non c’era lui. Non c’era ciò che ha creato lui e che adesso diamo per scontato, acquisito, perché lui un giorno si è preso la briga di tirarlo fuori dal cilindro che era la sua penna. Si può essere grandi in molti modi, ma ce n’è uno davvero speciale, che è quello di inventare qualcosa che prima non esisteva e, allo stesso tempo, di farlo in un modo che costituisce di per se stesso il “vertice non superabile”, il massimo dispiegamento della propria potenzialità. Mi spiego: la vera grandezza di Joyce, e di pochi altri artisti come lui (nella letteratura moderna penso a Proust e Musil, rispettivamente ne “La Recherche” e ne “L’uomo senza qualità”), è quella di avere creato un nuovo modo di fare letteratura (in questo senso sono diventati dei veri e propri “progenitori” di un’infinita discendenza...) e insieme averne raggiunto l’apice.
    Joyce, Musil, Proust costituiscono punti di non ritorno e allo stesso tempo, ciascuno nella propria “invenzione”, rappresentano il limite oltre il quale non è possibile andare. Sono artisti “congelati”, dunque? No, perché ognuno di essi, come dicevo prima, è diventato una sorgente per nuove correnti, alcune delle quali hanno preso direzioni diversissime, con risultati magari più facilmente apprezzabili rispetto all’originale, ma che ad essi innegabilmente devono la propria ragione d’essere.

    Joyce in particolare – che nella vita deve essere stato un tipo difficile e, se il suo stile parla per lui, pure abbastanza spocchioso – ha incarnato questi “paradossi” in modo ancora più radicale, sacrificando sull’altare di una rivoluzione senza precedenti la possibilità di essere amato. Lo ripeterò fino alla noia: ho amato profondamente Musil ne L’uomo senza qualità, non ho potuto amare l’Ulisse, benché sia riuscita a detestarlo in alcuni punti e in altri ad ammirarlo senza riserve. Troppo cerebrale, troppo “perfetto” nelle sue intenzioni e realizzazioni, fra le quali, secondo me, c’era appunto la volontà di inventare un nuovo linguaggio e uno, anzi diciotto stili l’uno diverso dall’altro, ma non quello di arrivare al cuore del lettore.
    Di questa impossibilità di emozionarmi – a eccezione forse di pochissimi episodi, primo fra tutti il celeberrimo monologo di Molly in “stream of consciousness” – me ne sono resa conto la prima volta che ho provato a intraprendere questa lettura, quasi tre anni fa... stavolta quindi mi sentivo più forte, più preparata a incassare anche eventuali delusioni, consapevole che comunque mi trovavo di fronte a qualcosa di “estremo”.

    Ma cos’ha poi questo Joyce di così speciale, e di così temibile soprattutto? Spiegarlo senza darne direttamente un assaggio – cosa che non ho alcuna intenzione di fare – è impossibile, per cui rinuncio a priori all’impresa. C’è però una cosa che mi ha colpito, uno dei tanti aspetti della “rivoluzione joyciana” che secondo me merita di essere considerata, ed è la “posizione” in cui si colloca lo stile o, per meglio dire, gli stili dell’Ulisse.
    Si è detto che l’intento di Joyce (e una certa dose di autocompiacimento traspira innegabilmente dalle pagine del romanzo) non era di farsi amare, e nemmeno di raccontare semplicemente una storia, seppure in modo originale. No, lui secondo me era ben conscio di quello che stava facendo e cioè fondare un nuovo linguaggio che, fra le altre cose, fosse più aderente ai meccanismi della coscienza, della percezione. Ne sono un esempio il memorabile terzo episodio (forse quello che ho trovato più difficile di tutti), intitolato Proteo, in cui i suoni e gli stimoli esterni si mescolano ai pensieri di Stephen, confondendosi in una materia non a caso proteiforme; o il quindicesimo, geniale nella sua modernità e direi persino preveggenza, un vero inno letterario al subconscio; o ancora il diciottesimo, laddove il flusso di coscienza per cui Joyce è tanto famoso si dipana nella sua forma più estrema: più di quaranta pagine senza alcun segno di punteggiatura che faccia da filtro fra la semicoscienza di Molly (a metà strada fra il sonno e la veglia) e il modo in cui questa viene espressa.
    Bè, quello che ho pensato è che ciononostante sarebbe un errore parlare di “realismo” letterario. É vero, indubbiamente Joyce ha fatto quello che nessuno aveva mai osato: ha rotto gli argini della forma tradizionale fino alle estreme conseguenze. Inutile ripeterlo: a partire dall’Ulisse la letteratura non sarà più la stessa. Però ritorna quella contraddizione di cui parlavo all’inizio: se è vero che con Joyce cadono i filtri artistici, linguistici, che separavano il mondo esterno dalla coscienza , è anche vero il suo linguaggio resta pur sempre un artificio, si plasma in una forma tutta sua. É difficile da spiegare, non so neanche se la mia intuizione sia corretta o no... ma mentre leggevo il monologo di Molly pensavo: davvero se la mia mente fosse libera di esprimere se stessa, la sua traduzione letterale e letteraria sarebbe questa, un interrotto flusso di parole e ardite associazioni di idee? Per certi versi sì, lo sarebbe: di sicuro i nostri pensieri non conoscono punteggiatura e la nostra mente vaga in modo apparentemente discontinuo e disordinato, seguendo fili a lei sola noti. Ma è anche vero che il modo in cui Joyce elabora questa intuizione resta, a mio avviso, una forma d’arte e, come tale, qualcosa di “costruito”. Non quindi una semplice per quanto rivoluzionaria trasposizione realistica dei meccanismi della nostra coscienza, bensì uno straordinario punto d’incontro fra questi meccanismi (nei quali rientrano la percezione degli stimoli esterni, la loro elaborazione, ricordi, paure, perversioni...) e la letteratura. Per questo parlavo di “posizione”: lo stile di Joyce si colloca esattamente a metà strada fra la coscienza e la creazione letteraria, il realismo e l’artificio.
    Un nuovo linguaggio, insomma. Voleva farlo e ci è riuscito.

    Io molto più di questo non riesco ad aggiungere (ho scritto anche troppo...). Bene o male nessuno si sognerebbe di dire che Joyce e soprattutto l’Ulisse non si meritano il posto che la Storia ha assegnato loro, per cui neanche sottolineo, come ho fatto altre volte, che con questo romanzo siamo di fronte a un Capolavoro. E chi non lo sa? É anche vero che, se non nessuno, pochi avrebbero però il coraggio di affermare che non si tratta di una lettura estremamente complessa e faticosa e che, per leggerla, occorre aver “deciso” di farlo, armati di una certa dose di caparbietà e direi persino di masochismo.
    Detto questo, quando ci si trova di fronte a un’opera di questo “peso”, oltre alla ovvie “ansie da prestazione” che credo prendano un po’ tutti, non si può che sospendere ogni giudizio, persino ogni forma tradizionale di godimento (quel piacere spontaneo che ci prende quando leggiamo un bel libro... ecco, scordatevelo!) e riconoscere che –incredibile ma vero – una volta Joyce non c’era.
    Poi è arrivato... ed è cambiato tutto.

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