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Un altro me

Di

Editore: TopiPittori

4.0
(13)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 128 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8889210583 | Isbn-13: 9788889210581 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: G. Zoboli ; Illustrazione di copertina: Luigi Raffaelli

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Descrizione del libro
Che cosa significa diventare se stessi? Affrontare la distanza del mondo fuori di casa, lasciarsi sconvolgere dal rapporto con gli altri e dalla possibilità di essere rifiutati, guardare la propria famiglia senza paura e falsi sentimenti, vivere la propria interiorità nudi ed esposti, senza nascondersi il dolore di voler essere altro da sé. In un romanzo coraggioso e anticonvenzionale, Bernard Friot racconta l’adolescenza di un ragazzo invisibile, studioso e "normale”. Il tormento segreto della solitudine, della diversità, del dubbio nell'esperienza difficile del collegio, lontano da casa, lontano da sé, lontano da tutto.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    La storia di questo libro, che è l’autobiografia del suo autore quando era adolescente, si sviluppa lungo l’arco di una settimana, una settimana scolastica divisa tra il collegio e il rientro domenicale in famiglia. Ogni capitolo un giorno che passa e al termine di ogni capitolo una poesia, quasi ...continua

    La storia di questo libro, che è l’autobiografia del suo autore quando era adolescente, si sviluppa lungo l’arco di una settimana, una settimana scolastica divisa tra il collegio e il rientro domenicale in famiglia. Ogni capitolo un giorno che passa e al termine di ogni capitolo una poesia, quasi sempre bellissima.

    Non si capisce bene cosa accada all’esterno, i fatti, le circostanze non hanno molta importanza e in ogni caso vengono filtrati attraverso la coscienza tormentata di questo ragazzino che non si riconosce nel proprio corpo, non si accetta, si sente diverso da tutti gli altri e per questo vuol essere notato il meno possibile.
    Ci sono i compagni con i quali non sa, non vuole instaurare un vero rapporto. C’è la famiglia, da cui si sente abbandonato per essere stato mandato a studiare in collegio. C’è il corpo, sempre nemico ogni volta che fa avvertire la sua presenza. E poi ci sono i libri, usati più come un rifugio che letti per autentica passione.

    "Mi sono perso in un paradiso artificiale.
    Sono entrato nei libri chiudendomi la porta
    alle spalle .
    Non volevo. Volevo essere
    come tutti gli altri, giocare agli stessi giochi
    degli altri.
    Mi sarebbe bastato imparare le regole.
    Vivo la vita dal lato sbagliato,
    le parole al posto delle cose.
    Non l’ho scelto.
    Siete voi ad avermi abbandonato
    A questi angeli di carta".

    Lui vorrebbe vivere senza che gli accada niente. Anzi, vorrebbe essere già morto. Non morire, perché la morte con la sua misteriosa irruenza lo spaventa, ma passare istantaneamente in quella condizione in cui non c’è più nulla da scegliere e nulla da fare, finalmente libero dall’angoscia di doversi costantemente difendere dal mondo esterno.

    È un libro doloroso. In alcune cose mi sono riconosciuta, soprattutto siamo accomunati da una certa ricerca di ‘invisibilità’ che ha caratterizzato entrambe le nostre adolescenze. È anche un libro molto bello, però mi sarebbe piaciuto sapere dall’autore qualcosa di più su come poi è maturato, cosa è cambiato per farlo diventare l’uomo e lo scrittore che è oggi. Come quel ragazzo ha imparato a far pace con se stesso e con il mondo.

    ha scritto il 

  • 5

    non è il "solito" Friot

    Avete letto gli altri libri di questo autore? Se sì, con questo, vi stupirete!
    Io sono rimasta affascinata dalla capacità di Friot di rievocare pensieri e sensazioni dell'adolescenza, che è un periodo di passaggio importante e difficile.
    Nonostante il contenuto, non consiglierei quest ...continua

    Avete letto gli altri libri di questo autore? Se sì, con questo, vi stupirete!
    Io sono rimasta affascinata dalla capacità di Friot di rievocare pensieri e sensazioni dell'adolescenza, che è un periodo di passaggio importante e difficile.
    Nonostante il contenuto, non consiglierei questo libro ad un adolescente in crisi, ma a chi ha ormai brillantemente superato il momento più buio e si avvia all'età adulta, quando è bello e quasi struggente ricordare "come si era, cosa si provava, cosa si pensava".
    Trovo molto suggestivo l'alternarsi di narrazione e poesia, che danno un ritmo davvero originale a questo libro.

    ha scritto il 

  • 5

    Il ragazzo che ero, che sono

    “Il corpo è il nemico”. E’ questa la frase più ripetuta da Friot nel suo “Un altro me”, volume che arricchisce la collana “gli anni in tasca” dell’editore Topipittori di un altro straordinario titolo.
    Bernard Friot nel libro ha quindici anni e frequenta il liceo come interno in un convitto ...continua

    “Il corpo è il nemico”. E’ questa la frase più ripetuta da Friot nel suo “Un altro me”, volume che arricchisce la collana “gli anni in tasca” dell’editore Topipittori di un altro straordinario titolo.
    Bernard Friot nel libro ha quindici anni e frequenta il liceo come interno in un convitto a ottanta chilometri da casa. Scrive al presente, immaginando un ritorno agli anni dell’adolescenza, in un diario che, dalla domenica della partenza al sabato del rientro, registra tutto ciò che accade, fuori ma soprattutto dentro di lui.
    Il corpo è il nemico vibrante dell’adolescente Friot, la zavorra di carne che lo rende visibile ed esposto agli altri, materia estranea e incomprensibile da celare, da non esibire, mai. Il corpo è colui che tradisce, inadeguato, pronto ad ogni istante a cedere e fallire, rivelando ciò che siamo e quindi il segreto del nostro essere più intimo, i nostri pensieri e la nostra “follia”, ma qui, più che di introspezione, si tratta di una vera e propria vivisezione del proprio io più nascosto, nel momento stesso in cui la carne è più viva e palpita.
    Quello che si sussegue in queste pagine sono solitudine, angoscia e paura della vita, tutta vissuta nel suo aspetto più precario e instabile, disseminata di imprevisti che ci sprofondano a ogni passo e senza soluzione di salvezza: la vita è assurda e “Ciascuno è colpevole di quel che è. […] Colpevole di essere, semplicemente, uomo.”, senza redenzione. Gli “altri”, inclusa la propria famiglia, sono il nemico da tenere a distanza, come cani ai quali non lasciare fiutare il nostro disagio, la nostra paura. Ma gli altri, per l’adolescente Friot, sono anche quelli che si muovono sicuri e a proprio agio nei loro corpi, che aderiscono ad essi completamente come alla loro vita, coloro che non si spiano ad ogni passo. Solo in alcuni momenti, avvertendo nell’altro una difficoltà di vivere simile alla propria, si stabilisce un fuggevole contatto. L’unico momento di pace resta la notte, dove il corpo è celato dal buio e la mente dimentica: “e ti raccogli in fondo alla memoria,/ nell’acqua dolce e calda della felicità/ dimenticata”.
    Si tratta in queste pagine di una fragilità vissuta a fior di pelle, come se, per difendersi da tutto, non si potesse che scomparire, rendersi invisibili, non morire, ma “essere morto”. Tuttavia fa da contraltare alla fragilità, una durezza di diamante, una mente lucida, che stabilisce differenze e non fa sconti quando si tratta di stabilire i confini esatti della diversità.
    “Sono stato un bambino, un adolescente, uno studente (di lettere), un insegnante (di francese).” spiega Friot nella postfazione al libro, “Non lo sono più e lo sono ancora” e per questo motivo la scrittura non ha dovuto fare balzi indietro, nel tempo. Non si è trattato di ricordare, ma solo di lasciare affiorare le impressioni, le sensazioni di ciò che rimane. Non esiste un prima e un dopo, un “come eravamo”, ma solo la complessità del proprio essere e della vita.
    Alla prosa si alternano nel testo anche dei componimenti poetici (splendido quel “Dormo/Dormi?/ Dormiamo.” a pagina 34), come a spingere tutto quel sentire ancora più in là, affinando le armi e cercando il verso e la parola che hanno costruito la nostra visione del mondo.
    Un volume rapido ma intenso e complesso, da rileggere più volte.

    “Vivo la vita dal lato sbagliato,
    le parole al posto delle cose.
    Non l’ho scelto.
    Siete voi ad avermi abbandonato
    A questi angeli di carta.”

    ha scritto il