Un anno sull'Altipiano

Di

Editore: Einaudi (Einaudi tascabili; 712)

4.3
(2027)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 215 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806154915 | Isbn-13: 9788806154912 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 5

    Capitano, mio capitano

    Il racconto di un anno di guerra , dall’estate del ’16 a quella del ’17 vissuto da Lussu alla guida della Brigata Sassari del 151° e 152° reggimento di fanteria. E certo è un libro di denuncia delle a ...continua

    Il racconto di un anno di guerra , dall’estate del ’16 a quella del ’17 vissuto da Lussu alla guida della Brigata Sassari del 151° e 152° reggimento di fanteria. E certo è un libro di denuncia delle atrocità e assurdità della grande guerra principalmente a causa di una classe dirigente militare impreparata a fronteggiare una guerra “moderna” con tattiche militari ottocentesche, antiquate e prive di efficacia.
    La forza del libro è nella scrittura distaccata, a tratti ironica eppure piena di com-prensione per le sofferenze, ma anche per le piccole felicità che, nonostante la guerra, vivono i soldati. E’ la capacità di restare umani pur in una situazione dis-umana il senso ultimo che si coglie nel racconto di Lussu.
    Mi sono venute in mente le parole di Calvino che chiudono “Le città invisibili” : “cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

    Ma in un certo senso Lussu va oltre Calvino: non è solo questione di dignità e sopravvivenza non avvilire la propria umanità, è prima di tutto condizione necessaria per non perdere e far perdere la speranza, per continuare a credere nella possibilità di vincere. In sostanza per essere davvero un buon comandante. Da qui la felicità del comandante Lussu quando i suoi soldati non si ribellano. Da qui il successo in guerra della brigata Sassari comandata da Lussu, come ricorda Mario Rigoni Stern nella breve nota storica che fa da prefazione al libro.

    E così la riflessione di Lussu travalica la guerra, si amplifica. Lussu, come dice Rigoni Stern, è un “grande capitano”. E il libro, forse a sua insaputa, rivela le qualità che rendono capitano un capo in qualsiasi contesto: rigore, razionalità, carisma, umanità, pietas. Solo così e non col terrore o le urla si costruisce una squadra coesa e vincente. Una grande lezione di umanesimo, troppo spesso disattesa dai nostri insegnanti, dirigenti d’azienda, uomini di potere.

    ha scritto il 

  • 3

    ...e mezza stellina.
    È difficile non fare paragoni quando si leggono in sequenza libri ambientati nello stesso contesto. Lo sguardo di Lussu è più concentrato sugli uomini, la follia della guerra semb ...continua

    ...e mezza stellina.
    È difficile non fare paragoni quando si leggono in sequenza libri ambientati nello stesso contesto. Lo sguardo di Lussu è più concentrato sugli uomini, la follia della guerra sembra esser una responsabilità dei singoli che la combattono, non della guerra in sé, la sua irrazionalità sembra quasi dovuta all'abuso di alcool di chi la combatte e non viceversa. Devo dire che, letto dopo Chevallier, Lussu mi è risultato un po' antipatico: Lussu è l'ufficiale che conduce a morire i Chevallier convinto di quel che fa, "(...) Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. (...) La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita(...)" e si blocca solo di fronte all'uomo isolato perché sparare a un uomo solo è diverso che uccidere in battaglia (sic) "(...) Condurre all'assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: ecco, sta' fermo, io ti sparo, io ti uccido è un'altra. (...) Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un'altra cosa". Lussu sembra pensare che ci possa essere una guerra "giusta", nel senso di ben condotta, con bravi maggiori (ovviamente quello della sua compagnia) e tenenti responsabili (lui).
    Bisogna dire che Lussu si impone una sorta di distacco così da restituire un quadro più obiettivo e variegato possibile affinché sia il lettore a trarre le sue conclusioni, v'è così l'occasione di riportare anche la voce dei soldati e ben tratteggiare la figura di Ottolenghi, un Chevallier diventato tenente, che tenta di far uccidere il generale incapace in visita alla trincea e vorrebbe che le truppe si ammutinassero e marciassero verso Roma. Ma nel complesso mi ha lasciato un retrogusto di un che di patinato, da salotto buono, che trovo distante dalla vita.

    ha scritto il 

  • 5

    Una visione lucida, realistica e grottesca della guerra, senza falsi miti, senza inutile retorica intrisa di patriottismo. Uno sguardo senza veli e senza pregiudizi che mostra follia e leggerezza, ans ...continua

    Una visione lucida, realistica e grottesca della guerra, senza falsi miti, senza inutile retorica intrisa di patriottismo. Uno sguardo senza veli e senza pregiudizi che mostra follia e leggerezza, ansia e paura, momenti di pura gioia, rari, e lunghi periodi di terrore. Una descrizione trasparente e immediata. Mi è piaciuto molto.

    ha scritto il 

  • 3

    Una lettura non banale

    Siamo sul fronte italiano della prima guerra mondiale, in un momento e spazio preciso, ma forse non così importante da memorizzare.
    In pratica un diario (a posteriori) in cui l'autore ricorda gli even ...continua

    Siamo sul fronte italiano della prima guerra mondiale, in un momento e spazio preciso, ma forse non così importante da memorizzare.
    In pratica un diario (a posteriori) in cui l'autore ricorda gli eventi a cui ha preso parte.

    Non è in realtà un libro di guerra ma un libro sulla mente umana e sugli scherzi che questa può fare in situazioni difficili come quelle di un conflitto snervante come la guerra di trincea.
    E' un libro che parla del valore della vita e di piccoli eroi sconosciuti che però alla fine hanno fatto la differenza in una guerra forse non voluta dal popolo ma dalla politica.

    Leggendo del ruolo del cognac si può capire il ruolo della droga nella guerra del Vietnam, e già solo per questo motivo vale la lettura.

    In generale secondo me non si tratta di un capolavoro letterario ma di un libro di storia (tipo "Niente di nuovo sul fronte occidentale" per intenderci) che va preso per il contenuto e non per la forma che non è alta.
    Interessante anche la lettura della vita dell'autore, giusto per capire il suo percorso.

    Consiglio la lettura sopratutto ai ragazzi del liceo.
    Il libro non è semplice e soprattutto in un modo di buoni e cattivi ( o di bianco e nero) non è facile gestire una situazione di grigi in cui i sani di mente sono veramente pochi (come nella realtà in effetti).

    Chiudo con un commento personale: Vista la situazione del comando italiano mi chiedo come sia possibile che quell'esercito abbia comunque tenuto testa a quello austriaco. Magari qualche ufficiale capace ci sarà pure stato...

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro importante, che non può mancare nella libreria di chi vuole comprendere cosa sia successo nella grande guerra. Un libro che però non mi ha coinvolto in modo completo, forse per la prosa molt ...continua

    Un libro importante, che non può mancare nella libreria di chi vuole comprendere cosa sia successo nella grande guerra. Un libro che però non mi ha coinvolto in modo completo, forse per la prosa molta asciutta.
    Alcuni pensieri: l'insensatezza non solo della partecipazione a una guerra ma anche della gestione delle varie battaglie. Migliaia di morti per conquistare e poi subito dopo perdere una cima, un colle..
    La normalità della norma durante la guerra, la rassegnazione dei soldati..

    ha scritto il 

  • 5

    Più atroce della morte stessa

    Merito principale di questo libro di memorie è certamente quello di essere uno dei primi (se non il primo, almeno in Italia) a parlare della prima guerra mondiale per quello che realmente è stata, sen ...continua

    Merito principale di questo libro di memorie è certamente quello di essere uno dei primi (se non il primo, almeno in Italia) a parlare della prima guerra mondiale per quello che realmente è stata, senza la retorica vuota di valori come “patria”, “vittoria”, “gloria”, “onore”, “eroismo”. Piuttosto si pone in aperta polemica con tale retorica, mostrandone non solo l’ipocrisia, ma anche la pericolosità. Tra gli episodi narrati infatti sono molti quelli in cui, con in bocca queste parole, diversi ufficiali finiscono per comportarsi in modo sconsiderato, privo del più comune buon senso, aumentando a dismisura le morti inutili e la follia della guerra.

    Ma vorrei soffermarmi sugli aspetti che hanno colpito di più me, che per la prima volta leggevo un libro su questo argomento.

    In primo luogo, la presenza massiccia dell’alcol, i fiumi di cognac che scorrono tra queste trincee, mi hanno letteralmente sconvolta. Il puzzo di alcol che arriva al momento dell’attacco nemico (“Dalla parte austriaca, vi veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni. Durante il canto e il grido dell’hurrà! sembrava che le cantine spalancassero le porte e c’inondassero di cognac. Quel cognac mi arrivava a ondate alle narici, mi si infiltrava nei polmoni e vi restava con un odore misto di catrame, benzina, resina e vino acido”), il movimento continuo delle borracce (“Dalla cintura alla bocca, dalla bocca alla cintura. Senza arresto, come le spolette d’un grande telaio, messo in movimento”), i rifornimenti delle razioni di cognac che arrivavano sempre il giorno prima di un assalto, come atroce presagio. Ufficiali che bevono, senza ritegno, come unico modo per non soccombere alla follia, al dolore, ai ricordi.
    L’associazione alcol-guerra non mi era nuova per via di una scena che ricordavo da “Il buono, il brutto, il cattivo”*. Non avevo capito però quanto questa associazione fosse stretta e sistematica. E poi quella era la guerra di secessione americana, un mezzo secolo prima.

    Da un lato è forse confortante pensare che la guerra (perlomeno una guerra di questo tipo) non sia possibile - che in qualche modo non sia nella natura umana, che per poter indurre degli esseri umani a sopportare tutto questo, sia necessario stordirli, drogarli, abbrutirli.
    D’altro canto è agghiacciante pensare che ci fosse la volontà di abbrutire in massa tanti esseri umani per mandarli ad ammazzarsi l’un l’altro.

    Un episodio a cui il mio pensiero continua a tornare è quello in cui due soldati, nei minuti che precedono l’attacco, si puntano il fucile alla gola e si ammazzano. Penso che un comportamento del genere riesca a dare un idea di quanto siano stati insopportabili quei momenti.
    In alcune altre sparse riflessioni Lussu torna a parlare dell’orrore degli assalti, confrontandolo con la morte o con la vita di trincea (che in contrasto sembra appunto pacifica, idilliaca):

    “La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono. [...] Nella vita normale della trincea, nessuno prevede la morte o la crede inevitabile; ed essa arriva senza farsi annunciare, improvvisa e mite. [...] Lo stesso colera che è? Niente. Lo avemmo fra la 1° e la 2° armata, con molti morti, e i soldati ridevano del colera. Che cosa è il colera di fronte al fuoco d’infilata di una mitragliatrice?”
    Ecco, come se la guerra fosse davvero più atroce della morte stessa; perché la morte, in fondo, fa parte della vita. La guerra no.

    “Un giorno, ci fu annunziato l’assalto per l’indomani, ma fu rinviato. Si poteva quindi contare su un giorno di vita assicurata. Chi non ha fatto la guerra, nelle condizioni in cui noi la facevamo, non può rendersi un’idea di questo godimento. Anche un’ora sola, sicura, in quelle condizioni, era molto. Poter dire, verso l’alba, un’ora prima dell’assalto: “ecco, io dormo ancora mezz’ora, io posso ancora dormire mezz’ora, e poi mi sveglierò e mi fumerò una sigaretta, mi riscalderò una tazza di caffè, lo centellinerò sorso a sorso e poi mi fumerò ancora una sigaretta” appariva già come il programma gradito di tutta una vita.”

    Queste riflessioni l’ho interpretate, l’ho percepite come un soffio di pacifismo che attraversa il libro: il considerare la guerra come qualcosa al di là del normale corso della vita, al di là della stessa natura umana.
    [Qui ‘pacifismo’ è una parola e un concetto da prendere con le pinze e da tarare sull’epoca. Diciamo che la intendo come ‘rifiuto della guerra’. E anche vero comunque che Lussu non fa analisi, né si schiera apertamente. Il suo rimane un mero resoconto degli orrori della guerra.]

    Nella vita ci sono gli affetti, la famiglia, la donna amata. Nella vita ci sono le persone (ebbene si, anche i nemici sono persone, come si scopre a pensare una volta da un punto di osservazione in cui li vede che si svegliano nella trincea e bevono il caffè…), nella vita uccidere un uomo è un assassinio - e in guerra?
    Molto struggenti anche le pagine in cui l’io narrante torna a casa dai genitori, o quando un tenente suo amico, sul punto di morire, gli affida le lettere dell’innamorata da restituire…

    E infine in questo libro, anche se mitigata a volte dall’ironia, vi è tristezza. Ad esempio, la tristezza profonda di certi momenti in cui l’autore si rende conto di ciò che la guerra si è portata via, e di quanto sia faticoso sopravvivere e rimanere a testimoniare:
    “Non è vero che l’istinto di conservazione sia una legge assoluta nella vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell’attesa della morte.”

    Un’ultima osservazione vorrei farla sullo stile di Lussu, asciutto, scarno, estremamente sobrio. Inizialmente mi ha messo un po’ in difficoltà; tenuto conto infatti che non avevo mai letto libri o visto film sulla guerra, avevo delle difficoltà a visualizzare in immagini le scene di cui leggevo. Forse era anche una difficoltà emotiva ad entrare in sintonia con l’autore, la cui presenza avvertivo sfuggente dietro questa scrittura fredda.
    Alla fine si sono formate immagini stilizzate, in bianco e nero (in cui persino il rosso del sangue non compariva che sporadicamente). Probabilmente lo scenario più adatto agli episodi agghiaccianti che vengono raccontati.

    *
    http://www.youtube.com/watch?v=PqJ5XiD1G0I

    ha scritto il 

  • 4

    Riconosco la grandezza di questo libro, la sua spiazzante capacità di raccontare la guerra vista da dietro le trincee, dalle feritoie e dalle ferite fisiche e interiori di chi l'ha vissuta.
    E apprezzo ...continua

    Riconosco la grandezza di questo libro, la sua spiazzante capacità di raccontare la guerra vista da dietro le trincee, dalle feritoie e dalle ferite fisiche e interiori di chi l'ha vissuta.
    E apprezzo lo stile scelto da Lussu per raccontare i suoi episodi sull'altopiano: asciutto e crudo, eppure qua e là punteggiato di ironia.

    Ma i libri di guerra non fanno per me.

    ha scritto il 

  • 5

    La verità.

    E' un racconto delle miserie di una generazione mandata allo sbaraglio da una classe dirigente assolutamente incompetente. E qui risaltano gli splendori che fanno grandi gli uomini. Un percorso teso, ...continua

    E' un racconto delle miserie di una generazione mandata allo sbaraglio da una classe dirigente assolutamente incompetente. E qui risaltano gli splendori che fanno grandi gli uomini. Un percorso teso, fatto di vite in bilico, un racconto asciutto che lascia lo spazio anche al sorriso. Un personaggio è tutti i personaggi, che in quella maledetta guerra ognuno aveva perso i contorni della propria personalità. Un libro da rileggere.

    ha scritto il 

  • 0

    Ogni libro scritto sulla Grande Guerra ha un punto di partenza, un motivo, uno svolgimento. Se Remarque narrava della disillusione di chi andava in guerra animato da nobili sentimenti oppure Chevallie ...continua

    Ogni libro scritto sulla Grande Guerra ha un punto di partenza, un motivo, uno svolgimento. Se Remarque narrava della disillusione di chi andava in guerra animato da nobili sentimenti oppure Chevallier si concentrava sulla paura che si annidava tenace nel combattente, questo libro di Lussu è un manuale sulla incapacità, la presunzione e i capricci delle alte sfere dell’esercito italiano. Da queste pagine si capisce chiaramente che la prima guerra mondiale sotto l’aspetto della guida e del comando è stata un fallimento.
    Decisioni sbagliate, strategie mal costruite, convinzioni assurde, capricci. Basti pensare che si mandavano uomini a morire ricoperti dalle cosiddette “corazze Farina”, le quali avrebbero dovuto resistere al fuoco di mitragliatrici e al lancio di bombe. Incredibile!
    Ma non solo questo, nel libro c’è anche un senso del rispetto di valori forti e necessari nella guerra, per quanto la guerra sia inutile e dannosa. Da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    "Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte."
    Lettura molto bella che narra della Grande Guerra e ...continua

    "Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte."
    Lettura molto bella che narra della Grande Guerra e fa capire il dramma e la disperazione di chi ha combattuto in prima linea, a contatto diretto con la morte. Chiunque, leggendo queste pagine, può capire quanto ogni espediente sia stato necessario per poter sopravvivere alla stupida follia della guerra. Combattere in trincea ha significato per molti morire, per chi non è morto impazzire e per chi non è impazzito ricordare.

    ha scritto il 

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