Un anno sull'altipiano

Di

Editore: Einaudi

4.3
(2016)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 251 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000020191 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 5

    Più atroce della morte stessa

    Merito principale di questo libro di memorie è certamente quello di essere uno dei primi (se non il primo, almeno in Italia) a parlare della prima guerra mondiale per quello che realmente è stata, sen ...continua

    Merito principale di questo libro di memorie è certamente quello di essere uno dei primi (se non il primo, almeno in Italia) a parlare della prima guerra mondiale per quello che realmente è stata, senza la retorica vuota di valori come “patria”, “vittoria”, “gloria”, “onore”, “eroismo”. Piuttosto si pone in aperta polemica con tale retorica, mostrandone non solo l’ipocrisia, ma anche la pericolosità. Tra gli episodi narrati infatti sono molti quelli in cui, con in bocca queste parole, diversi ufficiali finiscono per comportarsi in modo sconsiderato, privo del più comune buon senso, aumentando a dismisura le morti inutili e la follia della guerra.

    Ma vorrei soffermarmi sugli aspetti che hanno colpito di più me, che per la prima volta leggevo un libro su questo argomento.

    In primo luogo, la presenza massiccia dell’alcol, i fiumi di cognac che scorrono tra queste trincee, mi hanno letteralmente sconvolta. Il puzzo di alcol che arriva al momento dell’attacco nemico (“Dalla parte austriaca, vi veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni. Durante il canto e il grido dell’hurrà! sembrava che le cantine spalancassero le porte e c’inondassero di cognac. Quel cognac mi arrivava a ondate alle narici, mi si infiltrava nei polmoni e vi restava con un odore misto di catrame, benzina, resina e vino acido”), il movimento continuo delle borracce (“Dalla cintura alla bocca, dalla bocca alla cintura. Senza arresto, come le spolette d’un grande telaio, messo in movimento”), i rifornimenti delle razioni di cognac che arrivavano sempre il giorno prima di un assalto, come atroce presagio. Ufficiali che bevono, senza ritegno, come unico modo per non soccombere alla follia, al dolore, ai ricordi.
    L’associazione alcol-guerra non mi era nuova per via di una scena che ricordavo da “Il buono, il brutto, il cattivo”*. Non avevo capito però quanto questa associazione fosse stretta e sistematica. E poi quella era la guerra di secessione americana, un mezzo secolo prima.

    Da un lato è forse confortante pensare che la guerra (perlomeno una guerra di questo tipo) non sia possibile - che in qualche modo non sia nella natura umana, che per poter indurre degli esseri umani a sopportare tutto questo, sia necessario stordirli, drogarli, abbrutirli.
    D’altro canto è agghiacciante pensare che ci fosse la volontà di abbrutire in massa tanti esseri umani per mandarli ad ammazzarsi l’un l’altro.

    Un episodio a cui il mio pensiero continua a tornare è quello in cui due soldati, nei minuti che precedono l’attacco, si puntano il fucile alla gola e si ammazzano. Penso che un comportamento del genere riesca a dare un idea di quanto siano stati insopportabili quei momenti.
    In alcune altre sparse riflessioni Lussu torna a parlare dell’orrore degli assalti, confrontandolo con la morte o con la vita di trincea (che in contrasto sembra appunto pacifica, idilliaca):

    “La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono. [...] Nella vita normale della trincea, nessuno prevede la morte o la crede inevitabile; ed essa arriva senza farsi annunciare, improvvisa e mite. [...] Lo stesso colera che è? Niente. Lo avemmo fra la 1° e la 2° armata, con molti morti, e i soldati ridevano del colera. Che cosa è il colera di fronte al fuoco d’infilata di una mitragliatrice?”
    Ecco, come se la guerra fosse davvero più atroce della morte stessa; perché la morte, in fondo, fa parte della vita. La guerra no.

    “Un giorno, ci fu annunziato l’assalto per l’indomani, ma fu rinviato. Si poteva quindi contare su un giorno di vita assicurata. Chi non ha fatto la guerra, nelle condizioni in cui noi la facevamo, non può rendersi un’idea di questo godimento. Anche un’ora sola, sicura, in quelle condizioni, era molto. Poter dire, verso l’alba, un’ora prima dell’assalto: “ecco, io dormo ancora mezz’ora, io posso ancora dormire mezz’ora, e poi mi sveglierò e mi fumerò una sigaretta, mi riscalderò una tazza di caffè, lo centellinerò sorso a sorso e poi mi fumerò ancora una sigaretta” appariva già come il programma gradito di tutta una vita.”

    Queste riflessioni l’ho interpretate, l’ho percepite come un soffio di pacifismo che attraversa il libro: il considerare la guerra come qualcosa al di là del normale corso della vita, al di là della stessa natura umana.
    [Qui ‘pacifismo’ è una parola e un concetto da prendere con le pinze e da tarare sull’epoca. Diciamo che la intendo come ‘rifiuto della guerra’. E anche vero comunque che Lussu non fa analisi, né si schiera apertamente. Il suo rimane un mero resoconto degli orrori della guerra.]

    Nella vita ci sono gli affetti, la famiglia, la donna amata. Nella vita ci sono le persone (ebbene si, anche i nemici sono persone, come si scopre a pensare una volta da un punto di osservazione in cui li vede che si svegliano nella trincea e bevono il caffè…), nella vita uccidere un uomo è un assassinio - e in guerra?
    Molto struggenti anche le pagine in cui l’io narrante torna a casa dai genitori, o quando un tenente suo amico, sul punto di morire, gli affida le lettere dell’innamorata da restituire…

    E infine in questo libro, anche se mitigata a volte dall’ironia, vi è tristezza. Ad esempio, la tristezza profonda di certi momenti in cui l’autore si rende conto di ciò che la guerra si è portata via, e di quanto sia faticoso sopravvivere e rimanere a testimoniare:
    “Non è vero che l’istinto di conservazione sia una legge assoluta nella vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell’attesa della morte.”

    Un’ultima osservazione vorrei farla sullo stile di Lussu, asciutto, scarno, estremamente sobrio. Inizialmente mi ha messo un po’ in difficoltà; tenuto conto infatti che non avevo mai letto libri o visto film sulla guerra, avevo delle difficoltà a visualizzare in immagini le scene di cui leggevo. Forse era anche una difficoltà emotiva ad entrare in sintonia con l’autore, la cui presenza avvertivo sfuggente dietro questa scrittura fredda.
    Alla fine si sono formate immagini stilizzate, in bianco e nero (in cui persino il rosso del sangue non compariva che sporadicamente). Probabilmente lo scenario più adatto agli episodi agghiaccianti che vengono raccontati.

    *
    http://www.youtube.com/watch?v=PqJ5XiD1G0I

    ha scritto il 

  • 4

    Riconosco la grandezza di questo libro, la sua spiazzante capacità di raccontare la guerra vista da dietro le trincee, dalle feritoie e dalle ferite fisiche e interiori di chi l'ha vissuta.
    E apprezzo ...continua

    Riconosco la grandezza di questo libro, la sua spiazzante capacità di raccontare la guerra vista da dietro le trincee, dalle feritoie e dalle ferite fisiche e interiori di chi l'ha vissuta.
    E apprezzo lo stile scelto da Lussu per raccontare i suoi episodi sull'altopiano: asciutto e crudo, eppure qua e là punteggiato di ironia.

    Ma i libri di guerra non fanno per me.

    ha scritto il 

  • 5

    La verità.

    E' un racconto delle miserie di una generazione mandata allo sbaraglio da una classe dirigente assolutamente incompetente. E qui risaltano gli splendori che fanno grandi gli uomini. Un percorso teso, ...continua

    E' un racconto delle miserie di una generazione mandata allo sbaraglio da una classe dirigente assolutamente incompetente. E qui risaltano gli splendori che fanno grandi gli uomini. Un percorso teso, fatto di vite in bilico, un racconto asciutto che lascia lo spazio anche al sorriso. Un personaggio è tutti i personaggi, che in quella maledetta guerra ognuno aveva perso i contorni della propria personalità. Un libro da rileggere.

    ha scritto il 

  • 0

    Ogni libro scritto sulla Grande Guerra ha un punto di partenza, un motivo, uno svolgimento. Se Remarque narrava della disillusione di chi andava in guerra animato da nobili sentimenti oppure Chevallie ...continua

    Ogni libro scritto sulla Grande Guerra ha un punto di partenza, un motivo, uno svolgimento. Se Remarque narrava della disillusione di chi andava in guerra animato da nobili sentimenti oppure Chevallier si concentrava sulla paura che si annidava tenace nel combattente, questo libro di Lussu è un manuale sulla incapacità, la presunzione e i capricci delle alte sfere dell’esercito italiano. Da queste pagine si capisce chiaramente che la prima guerra mondiale sotto l’aspetto della guida e del comando è stata un fallimento.
    Decisioni sbagliate, strategie mal costruite, convinzioni assurde, capricci. Basti pensare che si mandavano uomini a morire ricoperti dalle cosiddette “corazze Farina”, le quali avrebbero dovuto resistere al fuoco di mitragliatrici e al lancio di bombe. Incredibile!
    Ma non solo questo, nel libro c’è anche un senso del rispetto di valori forti e necessari nella guerra, per quanto la guerra sia inutile e dannosa. Da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    "Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte."
    Lettura molto bella che narra della Grande Guerra e ...continua

    "Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte."
    Lettura molto bella che narra della Grande Guerra e fa capire il dramma e la disperazione di chi ha combattuto in prima linea, a contatto diretto con la morte. Chiunque, leggendo queste pagine, può capire quanto ogni espediente sia stato necessario per poter sopravvivere alla stupida follia della guerra. Combattere in trincea ha significato per molti morire, per chi non è morto impazzire e per chi non è impazzito ricordare.

    ha scritto il 

  • 4

    Leggere e non pensare. Ho acquistato questo libro in un negozietto dell'usato; l'intuito mi suggeriva che non mi avrebbe delusa e così è stato.
    Lussu ci descrive la prima guerra mondiale, vissuta in t ...continua

    Leggere e non pensare. Ho acquistato questo libro in un negozietto dell'usato; l'intuito mi suggeriva che non mi avrebbe delusa e così è stato.
    Lussu ci descrive la prima guerra mondiale, vissuta in trincea, in combattimento, costruendo una storia che non è costruita. Un anno sull'Altipiano è un diario puro e semplice, con i suoi orrori e le sue speranze; non vi è pretesa di narrazione romanzata e gli avvenimenti sono descritti così come si sono verificati, lontani dalle fasulle cronache di giornale e gli ambiziosi protagonismi di generali folli. Scritto ad un ventennio dalla guerra, questo romanzo è la memoria vivida dei fatti, come se Lussu li avesse vissuti pochi minuti prima. Lo stile chiaro e scorrevole conferisce maggior valore all'opera, ma non la priva di profondità e talvolta di ironia, pur nella crudezza e assurdità degli scontri sui monti risalenti al '15-'18.
    Lo consiglio

    ha scritto il 

  • 5

    Affascinante, nella follia

    Di cio' che e' stata la prima guerra mondiale. Di chi è stato costretto a combatterla agli ordini di folli, incapaci, stupidi e chi piu' ne ha piu' ne metta.

    ha scritto il 

  • 5

    Vero e crudo

    Lussu ci mostra qui tutta l'inutilità di una guerra stupida, con i comandi tanto responsabili quanto i nemici delle carnefice entro le nostre trincee. La cos che fa effetto è che l'autore, come fosse ...continua

    Lussu ci mostra qui tutta l'inutilità di una guerra stupida, con i comandi tanto responsabili quanto i nemici delle carnefice entro le nostre trincee. La cos che fa effetto è che l'autore, come fosse un romanzo, riesce a trasportare il lettore direttamente all'interno della vicenda, ma talvolta ci svegliamo, perché non è un romanzo, i fatti narrati sono tutti veri, dal primo all'ultimo, e fa molto riflettere.

    ha scritto il 

  • 4

    il general cadorna ha scritto la sentenza / «pigliatemi gorizia, vi manderò in licenza»

    mettono le parole in trincea, i sardi. quando scrivono, sembra le espongano come il profilo brullo delle loro montagne, quelle su cui sergio leone girava i western all'italiana. penso ad atzeni e luss ...continua

    mettono le parole in trincea, i sardi. quando scrivono, sembra le espongano come il profilo brullo delle loro montagne, quelle su cui sergio leone girava i western all'italiana. penso ad atzeni e lussu, ieri, a fois oggi. le frasi di questo romanzo sono puntute come le baionette dei soldati che sull'altipiano di asiago cercano di contrastare l'offensiva austriaca. nude come le rocce del carso dove la brigata sassari ha combattuto finché non è stata trasferita in veneto, subito prima dell'estate del '16. guardinghe e disilluse, come i soldati semplici mandati a morire per l'ottusità di superiori colpevolmente orgogliosi, drammaticamente inesperti (caporetto sarà nell'autunno dell'anno successivo). è una scrittura concreta, efficacissima: poche masserizie, e sentinelle piazzate lungo un percorso ragionato. che lascia perdere la ricostruzione cronologica e, qui sta l'intuizione, gioca tutto su alcuni episodi soltanto. altro non serve.
    così il capitano del 151° fanteria lussu emilio sta alla larga dalla retorica, e dimostra che puoi chiamarti bartleby o tenente santini, e opporre la tua lucida e ferma ipotesi di rifiuto. finché qualcuno più graduato di te non decide al posto tuo, e allora sei fottuto.

    http://youtu.be/nVA_7IIoIZk

    ha scritto il 

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