Un anno sull'altipiano

Di

Editore: Einaudi

4.3
(2133)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 251 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000020191 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook , CD audio

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

Ti piace Un anno sull'altipiano?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 5

    Commovente ed ironico insieme questo spietato ritratto di un anno della Prima Guerra è un condensato di orrori ed errori. A leggerlo pare invenzione perché lo stile lieve, la mancanza di indugio sugl ...continua

    Commovente ed ironico insieme questo spietato ritratto di un anno della Prima Guerra è un condensato di orrori ed errori. A leggerlo pare invenzione perché lo stile lieve, la mancanza di indugio sugli aspetti più grotteschi, la freschezza e la franchezza dei contenuti potrebbero quasi farlo sembrare un resoconto romantico di un giovane soldato d'invenzione. E invece mai parola così leggera ha saputo sottolineare con forza la retorica e la vanità di ufficiali imbevuti di verbosità e cognac ed ha raramente descritto con tale maestria battaglie inutili e azioni assurde fino all'ilarità.
    Seppure non c'è nel testo che una sequenza temporale di fatti, quella trama di eventi legati solo dalla guerra mostra un campionario umano che agisce su stati d'animo, emozioni e concatenazione di eventi che senza tema di sembrare eccessivi, arrivano al grottesco. Lo scontro del ridondante e pomposo linguaggio degli alti ufficiali con la vita dei soldati semplici soggetti a ordini impartiti nella più totale mancanza di logica e ragionevolezza, se non fosse vita vissuta sarebbe materiale straordinario per il teatro dell'assurdo.

    ha scritto il 

  • 4

    LA GUERRA IN PRIMA PERSONA

    Scritto fra il 1936 e il ’37 durante una convalescenza, la prima edizione fu francese nel 1938 e la seconda finalmente italiana nel 1945 a Liberazione avvenuta.

    Quando una trincea è uno scavo improvvi ...continua

    Scritto fra il 1936 e il ’37 durante una convalescenza, la prima edizione fu francese nel 1938 e la seconda finalmente italiana nel 1945 a Liberazione avvenuta.

    Quando una trincea è uno scavo improvvisato e individuale, quando l’istinto si rivela la sola arma di sopravvivenza, quando il ricordo è vivo e genuino come nel momento in cui la situazione lo ha prodotto.
    Nessuna mediazione né psicologica né letteraria abbellisce il ricordo.
    “J’ai plus de souvenirs qui j’avais mille ans” cita Baudelaire, in esergo, Emilio Lussu.
    Eppure la prosa è bella , la narrazione avvincente e le sensazioni tangenti come il passaggio dal puro interventismo intellettuale al pacifismo necessario. La guerra fa maturare avversione rispetto alle proprie fisime intellettualoidi.
    Il libro è una testimonianza sul filo del ricordo decontaminato da esperienze successive: impegno politico – Lussu è tra i fondatori del PSd’Az -, dissidenza parlamentare - partecipa alla secessione aventiniana -, antifascismo - confino, evasione, esilio - .
    Emerge un giovane appartenente alla Brigata Sassari, consapevole dello strappo temporale che la guerra ha prodotto nella sua esistenza, lui appena laureato e in virtù della sua cultura già graduato. Un ragazzo, ancora, ma con l’atteggiamento maturo ed equilibrato che solo un uomo può avere. Abile intermediario, coglie tutte le debolezze umane nei soldati e negli eventi. La narrazione è fedele ai fatti e nemmeno la distanza temporale dal processo di scrittura ne modifica il tono. Ciò che è stato brutto, brutto rimane, così ciò che si è potuto apprezzare, nella sua bellezza, bello rimane. Nemmeno la guerra cancella l’ironia nel ricordare episodi comici ai limiti del grottesco. E ci si può ritrovare a gioire come un soldato felice per una gentile concessione che il Fato rispedisce subito al mittente o a capire l’umanità bizzarra , espressa in trincea, che per un’assurdità si è ritrovata a interpretare l’assurdo che è in ogni guerra.

    Interessante osservare che la prosa è facilmente fruibile e permette l’accesso a ogni tipologia di lettore che abbia interesse ad approfondire le contraddizioni insite in ogni guerra e nello specifico la partecipazione italiana al conflitto nelle sue drammatiche peculiarità.

    ha scritto il 

  • 5

    I comandanti non si sbagliano mai e non commettono errori

    Sono rimasto ammirato da questo libro di Lussu sulla prima guerra mondiale.

    Mi aspettavo qualcosa di "già visto". Le solite scene in trincea, le condizioni igieniche scarse, il freddo, i morti etc. C ...continua

    Sono rimasto ammirato da questo libro di Lussu sulla prima guerra mondiale.

    Mi aspettavo qualcosa di "già visto". Le solite scene in trincea, le condizioni igieniche scarse, il freddo, i morti etc. Cose terribili, ma sicuramente ormai espresse in abbondanza in molti libri sulla guerra.

    Mi sono stupito invece perché ho trovato qualcosa di diverso.

    Innanzitutto lo stile. Secco, asciutto, efficace. Descrizioni al minimo. Relativamente poche azioni di guerra, l'accento sulle interazioni tra persone, tra soldati, tra ufficiali, tra esseri umani.

    Poi i tempi. La consequenzialità è ininfluente. E' una serie continua di scene, di ricordi, di immagini, di fatti, l'insieme dei quali va a comporre il quadro complessivo. Il focus non è sulle azioni di guerra, ma sull'assurdità della guerra stessa.

    Poi l'alcool. A fiumi. Un carburante necessario per accettare l'assurdo che veniva distribuito con i viveri. Un carburante utilizzato da entrambi gli schieramenti. Cognac come anestetico alla tragedia, come droga per poter affrontare la morte, come eccitante per poter uscire dalla trincea quando le mitragliatrici nemiche falciano il terreno.

    Le persone. Tante immagini di singoli uomini, ciascuno con il proprio trascorso, ciascuno con il proprio carattere, con le proprie paure, con le proprie idee e motivazioni.

    La morte in guerra. Assurda. Sempre senza significato. Senza ragione. E ancora peggio, l'attesa della morte, che può diventare peggiore della morte stessa.

    E infine i comandanti italiani. Tutti, inevitabilmente, inetti, defilati, incapaci, promossi a incarichi di potere per conoscenze, per nobiltà, per parentela, per capacità oratoria, per raccomandazione. Nessuno promosso per meriti. Nessuno che avesse competenze di comando e di guerra, tutti aventi come mira solamente il potere personale.

    L'ultimo punto mi ha fatto molto riflettere, perché ancora attualissimo. Fino a quando in Italia i posti di responsabilità verranno assegnati in questo modo (nell'industria, nell'università, nella politica, nella scuola) il nostro futuro non potrà che essere minato. Senza una giusta premiazione del merito, dove potremo mai arrivare? Come riuscire a cambiare questa terribile limitazione del nostro paese?

    ha scritto il 

  • 5

    Eccezionale testimonianza

    "Un anno sull'altipiano" è lo scritto-testimonianza di Emilio Lussu, ufficiale dell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale; è un anno della sua vita tra il 1916 ed il 1917, è un anno di op ...continua

    "Un anno sull'altipiano" è lo scritto-testimonianza di Emilio Lussu, ufficiale dell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale; è un anno della sua vita tra il 1916 ed il 1917, è un anno di operazioni della brigata Sassari sull'altopiano di Asiago.
    E' una fortuna che un libro così sia stato scritto, per raccontarci che cosa successe veramente in quella sciagurata guerra, strappando il velo della retorica. Vista l'obbiettività del racconto, il valore anti-militarista ne consegue naturalmente, tanto brutale e feroce fu quel tragico conflitto su ogni suo fronte; è ironico pensare che Lussu fosse un interventista mentre frequentava l'università, mi sorgono spontanee un po' di domande: il tritacarne del fronte della Somme era in funzione già da quasi un anno, possibile che un giovane studente italiano non si rendesse conto dell'inutile strage? I giornali travisavano completamente la realtà oppure siamo di fronte ad un tragico errore di valutazione? Dopo il suo arrivo al fronte, quanto tempo occorse a Lussu per ricredersi? Io mi auguro che proprio libri come questo impediscano in futuro ad un giovane di commettere lo stesso errore e ringrazio Emilio Lussu per la sua coraggiosa testimonianza.
    Voglio fare anche un confronto con il lavoro di Remarque, "Niente di nuovo sul fronte occidentale", vi ho trovato delle grosse differenze, mentre in quest'ultimo è l'innocenza di un giovane ad essere tradita dal "Sistema", nell'opera di Lussu è la stupidità e l'impreparazione degli ufficiali superiori italiani a tradire la buona fede dei soldati, gente semplice, contadini e pastori nella vita civile. La sensazione è che Remarque sottolinei di più la dimensione dell'uomo in guerra come semplice "carne da cannone", ingranaggio spersonalizzato macinato in un enorme meccanismo che procede in avanti per inerzia, senza alcuno scopo che far funzionare il meccanismo stesso. Soprattutto mi interessa di più in Remarque il concetto di morte della natura umana, ovvero: si può anche sopravvivere fisicamente fino alla fine della guerra, ma la nostra natura umana ne uscirà sempre rotta, compromessa, morta.

    ha scritto il 

  • 4

    [mai che un libro dato per letto, mentendo sapendo di mentire, mi delude quando lo leggo davvero ]

    Fin dalle prime pagine mi sono venuti in mente i marines in Vietnam: poveri negri, poveri proletari o semplicemente poveri ( i rampolli dei ricchi e dei furbi trovarono il modo di farsi riformare) de ...continua

    Fin dalle prime pagine mi sono venuti in mente i marines in Vietnam: poveri negri, poveri proletari o semplicemente poveri ( i rampolli dei ricchi e dei furbi trovarono il modo di farsi riformare) demotivati e spediti in una terra straniera da contendere a un nemico sconosciuto: tali e quali i nostri poveri meridionali o semplicemente poveri, mandati a difendere l’onore di una nazione militarista che non era la loro, non lo era mai stata e non lo è ancora.
    E per resistere, i marines, bevevano e si facevano di tutto.

    Il capitano Lussu, della brigata Sassari, va a combattere una guerra che non è sua ma che non ripudia perché “cosa da fare” come tante nella vita, che non si vorrebbero ma se ci sono non puoi voltargli le spalle.
    Ne scrive vent’anni dopo, esule in Francia, e i suoi ricordi sono passati al setaccio dell’antimilitarismo che ha maturato in trincea. Sono precisi e storicamente vagliabili ma scremati da qualsiasi retorica, anche quella del buonismo (non fu pacifista. Il pacifismo sarebbe venuto con il terrore della guerra nucleare che toglieva finalmente ogni senso a qualsiasi giustificazione alle guerre).
    Nelle trincee dell’altipiano di Asiago il cognac veniva distribuito con il rancio ( lo stesso avveniva nel campo austriaco) : solo così quei ragazzini, ma anche i loro capi, sarebbero potuti andare allo sbaraglio senza rivolgere le armi agli inetti generali piuttosto che al nemico invisibile della trincea nemica a venti metri di distanza.:
    Così descrive un assalto nemico : "Noi vedevamo reparti interi cadere falciati... Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca ci veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni....sembrava che le cantine spalancassero le porte e ci inondassero di cognac".
    Il colonnello Abbati, alcolizzato, impazzisce :“Io avrei dovuto bere anche acqua e molto caffè. Ma ormai, non sono più a tempo. Il caffè eccita lo spirito, ma non l’accende. I liquori l’accendono. Io mi sono bruciato il cervello. Non ho, nella testa, che ceneri spente.

    Il povero soldato Giuseppe Marassi, a cui nemmeno l’alcol fa accettare la guerra, muore attaccato al reticolato della trincea nemica colpito non dagli austriaci, a cui voleva consegnarsi, ma dal fuoco amico che lo giustiziava per diserzione.

    E sempre l’alcol spinge il maggiore Malchiorri a ordinare la fucilazione dei militari della 5^ compagnia, colpevoli di ammutinamento. In realtà i soldati si erano solo messi al riparo dal fuoco amico dei mitraglieri che gli sparavano addosso.

    Ne escono con tutto il disonore possibile i comandanti in capo ( impreparati e noncuranti delle vite umane) e i loro galoppini. Ne esce come un eroe Ottolenghi (anche quando fa un’incursione al deposito viveri portando vino e salumi per tutto il battaglione), l'anima antimilitarista della compagnia e anche il capitano Fiorelli, che si oppone al pazzo Melchiorri finito crivellato di colpi dallo stesso plotone che doveva sparare ai soldati incolpevoli.
    Disse giustamente Mao che la prima guerra mondiale fu una carneficina imperialista, mentre la seconda una guerra di liberazione.

    P.S. La scrittura essenziale, al servizio dell’autore e non viceversa – come in Primo Levi - , ne fanno un libro di altissimo spessore letterario.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro da leggere

    un racconto che ti fa riflettere sulla dura vita in trincea durante la prima guerra mondiale, lo consiglio perchè ormai si sta dimenticando i dolori del passato, e devono essere ricordati per non comm ...continua

    un racconto che ti fa riflettere sulla dura vita in trincea durante la prima guerra mondiale, lo consiglio perchè ormai si sta dimenticando i dolori del passato, e devono essere ricordati per non commerterne di nuovi

    ha scritto il 

  • 5

    «Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, ...continua

    «Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte.
    Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!
    Un uomo!
    Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale!
    Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all'assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: «Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido» è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo.»
    (p. 120)

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo cent'anni

    ...imbattersi in un'opera che si limiti all'antimilitarismo, senza scavare nelle cause profonde - che corrispondono poi al profitto di alcuni - delle guerre (e a maggior ragione ai macelli su scala in ...continua

    ...imbattersi in un'opera che si limiti all'antimilitarismo, senza scavare nelle cause profonde - che corrispondono poi al profitto di alcuni - delle guerre (e a maggior ragione ai macelli su scala industriale inaugurati nel 1914), appellandosi ancora a concetti come "senso del dovere" e "patria" può sembrare persino OSCENO.
    Dunque, meglio il film, che trasforma il tenente Ottolenghi - custode della verità - in una figura di primo piano.

    Rimane il rispetto per una delle prime descrizioni a tinte realistiche del fronte italiano.

    ha scritto il 

  • 4

    La guerra inutile

    Davvero sorprendente questo libro di memorie per me che non leggo libri di guerra.
    Mi aspettavo qualcosa di diverso…invece ecco che mi trovo a leggere pagine di straordinaria verità, accanto ai soldat ...continua

    Davvero sorprendente questo libro di memorie per me che non leggo libri di guerra.
    Mi aspettavo qualcosa di diverso…invece ecco che mi trovo a leggere pagine di straordinaria verità, accanto ai soldati, protagonisti involontari di una guerra che nessuno vuole.
    Attraverso parole semplici e spontanee Lussu ci fa conoscere le atrocità della guerra di trincea del primo conflitto mondiale.
    Non un insieme di imprese eroiche bensì momenti di quotidianità che mettono in risalto il fortissimo legame dei soldati e degli ufficiali con l’alcool, il difficile rapporto tra soldati e superiori, l’assurdità della guerra, l’impreparazione totale dell’esercito italiano, il normale eroismo della gente comune e l’ incompetenza degli alti comandi.
    Molto ben descritti gli stati d’animo dei soldati: la paura, l’angoscia e la speranza di una pausa e della fine della guerra, una guerra assurda, irrazionale, in balia di generali incapaci esaltati da un patriottismo esasperato.
    Un libro autentico che mi ha conquistato e mi ha fatto riflettere molto anche sul concetto di patria.
    “Il lettore non troverà, in questo libro, né il romanzo né la storia. Sono ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati ad un anno…”

    ha scritto il 

  • 5

    Libro che racconta le vicende dell'autore impegnato nella grande guerra, esattamente 100 anni fa.
    Vicende tragiche e commoventi si alternano a momenti ironici (il furto di viveri dal magazzino) e quas ...continua

    Libro che racconta le vicende dell'autore impegnato nella grande guerra, esattamente 100 anni fa.
    Vicende tragiche e commoventi si alternano a momenti ironici (il furto di viveri dal magazzino) e quasi paradossali (artiglieria italiana che spara sulla propria prima linea).
    Libro di facile e scorrevole lettura, non troppo impegnativo ma che alla fine lascia un bel ricordo.

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per
Ordina per