Una donna

Di

Editore: Feltrinelli (Universale Economica 1036)

3.8
(1971)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8807810360 | Isbn-13: 9788807810367 | Data di pubblicazione:  | Edizione 43

Prefazione: Maria Corti

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Questo romanzo di Sibilla Aleramo è del 1906. La sua immediata fortuna in Italia e nei paesi in cui fu tradotto segnalò una nuova scrittrice, che inseguito avrebbe fornito altre prove di valore, segnatamente nella poesia. Ma soprattutto esso richiamò l'attenzione per il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri 'femministi' apparsi da noi.
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  • 3

    Superato lo straniamento provocato dal contrasto tra un modo di raccontare tutto sommato moderno ed un uso di termini oramai desueti, Una donna si dà come una buona prova sia in quanto romanzo autobio ...continua

    Superato lo straniamento provocato dal contrasto tra un modo di raccontare tutto sommato moderno ed un uso di termini oramai desueti, Una donna si dà come una buona prova sia in quanto romanzo autobiografico sia in quanto manifesto del femminismo di inizio secolo e del rifiuto di identificare il senso di essere donna esclusivamente con l'essere madre. Leggendolo, ho avuto la spiacevole impressione che alcune donne di oggi troverebbero le riflessioni di Sibilla Aleramo "eccessive".

    ha scritto il 

  • 3

    "La questione femminile non ha soluzioni unilaterali"

    Romanzo autobiografico questo della Aleramo, cui sono arrivata perché citato in una recensione di Quaderno Proibito - De Céspedes letto recentemente.

    "Una donna", pubblicato nel 1906, è un lungo monol ...continua

    Romanzo autobiografico questo della Aleramo, cui sono arrivata perché citato in una recensione di Quaderno Proibito - De Céspedes letto recentemente.

    "Una donna", pubblicato nel 1906, è un lungo monologo della protagonista che descrive la sua condizione di donna, figlia, madre e moglie.

    Ragazzina abusata e costretta ad un matrimonio riparatore, vivrà una situazione di infelicità coniugale talmente tanto grande da decidere di abbandonare in maniera definitiva il figlio non potendo più sopportare la convivenza col marito.

    Il romanzo ha sicuramente un valore documentale, è uno dei primi romanzi femministi apparsi in Italia. Alcune considerazioni presenti in esso sono condivisibili oggi pure. Esemplifico.

    "E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli?"

    Ma. Il tono del racconto è a tratti troppo enfatico e per i miei gusti un po' lamentoso. Tutte le figure maschili che entrano in scena sono pessime. E come dire... il romanzo risulta essere un j'accuse senza possibilità di replica. (Marito, padre e amante platonico figurano proprio malino. ..)

    Una lettura d'epoca, uno scritto coraggioso al momento della pubblicazione, interessante come quadro storico del costume del periodo.

    Una curiosità. Oggi come allora.
    " Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara".

    Ora le ragazzine che si vendono per la ricarica cellulare. Il mondo non cambia direi. Il demone non è quindi la tecnologia.

    ha scritto il 

  • 5

    Il padre forte e genuino, la madre debole e presto ricoverata in manicomio, sposata a un uomo meschino e brutale come esito di una violenza subita in età adolescenziale, le confessioni di una Donna ag ...continua

    Il padre forte e genuino, la madre debole e presto ricoverata in manicomio, sposata a un uomo meschino e brutale come esito di una violenza subita in età adolescenziale, le confessioni di una Donna agli inizi del novecento. Dalla presa di coscienza al tentato suicidio, passando per la consapevolezza che anche una donna possa realizzarsi al di fuori dei ruoli imposti da una società maschile, fino al sacrificio estremo che la vede lasciare l’amato figlio pur di non accettare la propria morte civile. Il coraggio di chi ha scelto di non impazzire per incapacità di reagire, proprio come era accaduto alla madre… e il tentativo di lasciarne il messaggio al figlio al quale ha rinunciato, in nome di una necessaria rinascita. Uno dei primi autentici ed intimisti romanzi di consapevolezza femminile, in un secolo che ha cambiato la storia, soprattutto quella delle donne: il Novecento.

    ha scritto il 

  • 0

    Non nascondo di averlo trovato a tratti complesso; non tanto per la storia in sé, quanto per il fatto che – trattandosi di un testo risalente agli inizi del Novecento – certi termini sono un po’ antiq ...continua

    Non nascondo di averlo trovato a tratti complesso; non tanto per la storia in sé, quanto per il fatto che – trattandosi di un testo risalente agli inizi del Novecento – certi termini sono un po’ antiquati, e la costruzione delle frasi risulta un po’ contorta.

    A parte questi piccoli dettagli, però, ho trovato interessante questa autobiografia. Ne emerge la triplice personalità di una donna che è stata adolescente, moglie e madre. Un’adolescente sottomessa al padre autoritario, che si realizza diventando una madre amorevole con la nascita del bambino, ma – allo stesso tempo – è una moglie soggiogata al marito che abusa di lei. Ne viene fuori il quadro di una personalità complessa, che dovrà lottare a lungo per realizzarsi e diventare Donna, senza più vincoli cui sottostare.

    ha scritto il 

  • 4

    Lib(e)rarsi

    «Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutte quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello, alfine ...continua

    «Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutte quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello, alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni».

    Ho raccolto questo libro dallo scaffale un po’ per caso, in cerca di una lettura breve, ma che potessi lasciarmi qualcosa. È stata una buona decisione, per quanto inconscia. Di Sibilla Aleramo conoscevo soltanto il nome e, a dire il vero, nemmeno quello, trattandosi di uno pseudonimo. Avevo vaghe cognizioni della sua vita e della sua opera e anche ora posso dire di conoscerne soltanto una parte, quella che si affaccia in questo romanzo autobiografico, che racconta i primi anni della sua vita. Esso racconta, in effetti, di un’altra vita, quella di Marta detta Rina, di una gemma di donna pronta a schiudersi e a sbocciare solo nelle ultime righe del testo, staccandosi dalla pagina per librarsi e – liberarsi – verso un’esistenza femminile più consapevole e dignitosa.
    Marta detta Rina è ragazza intelligente, caparbia, coraggiosa, intrappolata in un’esistenza troppo stretta, costretta ad assistere al disfacimento della propria famiglia e alla follia della madre. Vittima di una violenza carnale in giovane età, è spinta a un matrimonio riparatore con un uomo ottuso e prepotente. Le uniche gioie della sua vita coniugale vengono dall’amore per il figlio Walter e dal fatto di poter in qualche modo esercitare una propria indipendenza, attraverso la collaborazione con riviste femminili e gli studi.
    E, proprio attraverso lo studio, attraverso il contatto con un ambiente diverso da quello famigliare, Marta detta Rina matura la lenta ma progressiva consapevolezza di star conducendo un’esistenza ignominiosa, accanto a un marito che non ama e che non la ama e che, per di più, la sottopone a continue violenze fisiche e psicologiche. Marta detta Rina aspira a rivendicare la propria dignità di donna, a rivendicare tale dignità per tutte le donne, a vivere senza rimorsi e vergogna il suo bisogno d’amore. Questo la porta, in ultima analisi, al sacrificio che considera supremo: l’allontanamento dalla casa coniugale e la perdita dei diritti su suo figlio, unico legame che per tanti anni l’aveva tenuta in vita. Il punto di arrivo della sua maturazione è estremamente doloroso, ma ancora oggi illuminante:

    «Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?»

    Marta detta Rina è un’Anna Karenina in carne ed ossa, che però non finisce i suoi giorni sulle rotaie, ma nei salotti mondani, dove allaccia avventure e storie d’amore, con uomini e donne, e dove scrive, esprime se stessa, vive a tutto tondo. Ma ormai non è più Marta né Rina: è Sibilla, rinata dalle ceneri della ragazza, e questa donna io non la conosco ancora bene.
    Questo romanzo, uscito in Italia nel 1906, non è privo di difetti. Al lettore contemporaneo potrà risultare un po’ troppo enfatico e, al tempo stesso, un po’ troppo reticente: dettagli sui nomi, sui luoghi, persino sulle violenze sono sistematicamente abrasi e appaiono soltanto fra le righe. È un libro, ancora, che racconta molto, ma mostra molto poco, e oggi forse non sarebbe neanche pubblicato. Eppure, per fortuna, fu pubblicato in un’epoca ancora oscura per la donna com’era l’inizio del secolo scorso ed esercitò la sua influenza: forse salvò da un’esistenza buia qualche decina di Marte e di Rine, forse aprì gli occhi di molte altre. Certamente spalancò la strada a un tipo di scrittura femminile schietta, intrisa di verità e di miseria, che non era fino ad allora praticata.

    «Un libro, il libro… Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un libro d’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta».

    Ieri sera, dopo aver terminato la lettura, ho voluto fare una ricerca. Mi domandavo se Sibilla fosse riuscita a riallacciare un rapporto con suo figlio. Ho scoperto, purtroppo, che si rividero soltanto tre volte e che lui non le perdonò il suo abbandono. E questa, sono sincera, è la cosa che mi ha riempito di tristezza più di tutte.

    ha scritto il 

  • 4

    Racconta una storia mirabile in cui una donna, senza neanche volerlo, diventa per forza adulta perché iniziata agli uomini e soprattutto una presa di coscienza della protagonista di se stessa davanti ...continua

    Racconta una storia mirabile in cui una donna, senza neanche volerlo, diventa per forza adulta perché iniziata agli uomini e soprattutto una presa di coscienza della protagonista di se stessa davanti le crudeltà della vita.

    ha scritto il 

  • 3

    Nostalgico ma attuale

    Sebbene abbia ormai più di un secolo, per alcuni aspetti resta ancora attuale, per gli altri, è in grado di far ammirare con nostalgia gli scorci di un'italia che c'è stata.

    ha scritto il 

  • 5

    Quando le donne aprono gli occhi .............sperando che non sia troppo tardi

    Tutte le donne devono leggerlo, per non soccombere mai e vivere la loro vita in piena libertà.

    ha scritto il 

  • 5

    " Nessuna donna v'era al mondo che avesse sofferto, quel ch'io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate gli ammonimenti ch'io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura ...continua

    " Nessuna donna v'era al mondo che avesse sofferto, quel ch'io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate gli ammonimenti ch'io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?"

    ha scritto il 

  • 5

    Voce di donna

    La prima voce di donna cosciente di sé. Autobiografico, tragico, reale. Nessun personaggio viene mai citato, quasi come se fosse un diario, un flusso di coscienza. Scrittura all'inizio pesante da mast ...continua

    La prima voce di donna cosciente di sé. Autobiografico, tragico, reale. Nessun personaggio viene mai citato, quasi come se fosse un diario, un flusso di coscienza. Scrittura all'inizio pesante da masticare, qualche angolo da smussare, questo sì, e forse per questo è stato per me un libro fantastico. Da rileggere, per scoprirne nuovi significati.

    ha scritto il 

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