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Una noche sin luna

By

Publisher: Salamandra

3.4
(74)

Language:Español | Number of Pages: 256 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Chi traditional , French , Italian , Slovenian , English , Catalan , German

Isbn-10: 8498381789 | Isbn-13: 9788498381788 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature

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Book Description
Sorting by
  • 4

    La storia della ricerca di un manoscritto durata due generazioni, un romanzo sulla letteratura e sul valore della parola. Stupendo, anche se bisogna lasciarsi iniziare dall'autore con fiducia...

    said on 

  • 5

    molto più maturo del sia pur bellissimo Balzac a la piccola sarta cinese, questo è il libro surreale che si intuiva già tra le righe del successivo Muo e la vergine cinese
    intrecci molto intriganti e poesia allo stato puro
    l'autore appartiene alla seconda generazione dei cinesi della ...continue

    molto più maturo del sia pur bellissimo Balzac a la piccola sarta cinese, questo è il libro surreale che si intuiva già tra le righe del successivo Muo e la vergine cinese
    intrecci molto intriganti e poesia allo stato puro
    l'autore appartiene alla seconda generazione dei cinesi della diaspora e vive in Francia
    ha girato due film da suoi lavori
    ironia e estro
    inarrivabili!

    said on 

  • 5

    I libri degli altri

    Libro molto bello, questo del cinese trapiantato in Francia Dai Sijie. Non so, quello che mi viene in mente leggendo un'opera sorretta da una tale poderosa forza inventiva, in cui il livello di analisi non declina mai, sia quando delinea i contesti politico-culturali di un paese che cambia, sia q ...continue

    Libro molto bello, questo del cinese trapiantato in Francia Dai Sijie. Non so, quello che mi viene in mente leggendo un'opera sorretta da una tale poderosa forza inventiva, in cui il livello di analisi non declina mai, sia quando delinea i contesti politico-culturali di un paese che cambia, sia quando caratterizza sentimenti e motivazioni dei personaggi, è, per contrasto, l'asfissia che tormenta la narrativa italiana. I libri degli altri attingono ad un immaginario diverso: c'è da meravigliarsi poi così tanto, e da indignarsi, per l'esteroflia di editori e pubblico?
    Una notte in cui la luna non è sorta è un inno alla dignità, alla libertà, all'intelligenza e alla scrittura: quella del manoscritto misterioso e quella di un autore che sa declinarla con maestria e autentica ispirazione.

    said on 

  • 4

    M'ha interessat sobre tot la part que parla de Beijing, el canvi que es produeix a la ciutat des de la primera estada, al començament del llibre, fins la última on la ciutat és quasi irreconeixible.

    said on 

  • 3

    I suoni delle parole cercano di sopravvivere

    "Ci sono tutte le storie del mondo in una lingua che non si conosce" Daniel Pennac


    Non sapevo come commentare questo libro, prima di incontrare questa riga che sopra cito. E le due stelle che a fine lettura vi avevo posto lo confermano; si tratta di un libro sicuramente diff ...continue

    "Ci sono tutte le storie del mondo in una lingua che non si conosce" Daniel Pennac

    Non sapevo come commentare questo libro, prima di incontrare questa riga che sopra cito. E le due stelle che a fine lettura vi avevo posto lo confermano; si tratta di un libro sicuramente difficile.

    Solo dopo essere stato illuminato da Pennac, ho capito che questo romanzo è a tutti gli effetti la storia di una lingua.

    Una lingua vive attraverso le vite delle persone che la parlano, respira dello stile di colui che la adopera. Ho sempre trovato affascinante il modo in cui la lingua influenzi la Letteratura e il suo significato.

    L'autore si inventa dunque un luogo e il suo idioma (il Tumchouq), e in frammenti disconnessi e senza ordine cronologico crea un disegno:

    leggendo possiamo pensare a un foglio dispiegato davanti a noi diviso da linee in pezzi: abbiamo tutte le storie delle persone che condividono con o senza volontà la conoscenza di questa lingua morta e ai più sconosciuta. Insieme sono il foglio, insieme sono tutto ciò che quella lingua può scrivere.

    Ma. Prendiamo quei segni sul foglio, che ci sembravano solo i contorni delle vite vissute da questo gruppo di persone.
    Piegando gli spazi in modo meticoloso, preciso, il foglio aperto si compone in una forma diversa, strana, come si fa con gli origami.

    Cos'è questa forma? La cosa più vicina alla sensazione che da è solo il suono che si avverte nella testa del lettore quando prova a immaginare di "sentire" il Tumchouq.
    Che quando ci si lascia prendere dal libro, anche per chi non la conosce, nel suo solo rumore è così colma di significato, di vivere, delle pietre che si sgretolano nel deserto, delle foglie che si muovono al vento, del segreto inspiegabile delle ali degli uccelli che migrano... che qualcosa significa lo stesso.

    said on 

  • 2

    deludente

    Tanto quanto "Balzac e la piccola sarta cinese" mi aveva emozionato, questo romanzo mi ha annoiato.
    Alcuni pezzi sono interessanti e molto prosaici, ma dopo la prima parte, incentrata su Puyi, il ritmo cede, le motivazioni dei protagonisti si perdono in esercizi di lingua, fino a scivolare i ...continue

    Tanto quanto "Balzac e la piccola sarta cinese" mi aveva emozionato, questo romanzo mi ha annoiato.
    Alcuni pezzi sono interessanti e molto prosaici, ma dopo la prima parte, incentrata su Puyi, il ritmo cede, le motivazioni dei protagonisti si perdono in esercizi di lingua, fino a scivolare in un finale che non si sembra tale. Girata l'ultima pagina, mi sono chiesta: "Tutto qui? Hanno dimenticato di stampare il finale..."

    said on 

  • 4

    “… riconosco le intonazioni, l’accento così personale, lo stile, il suo modo unico di costruire una frase come un baco da seta che estrae dalla propria saliva un filo di bava sempre più lungo e forma una trama, una struttura, un bozzolo in cui infine si avvolge, al riparo dal mondo esterno: lu ...continue

    “… riconosco le intonazioni, l’accento così personale, lo stile, il suo modo unico di costruire una frase come un baco da seta che estrae dalla propria saliva un filo di bava sempre più lungo e forma una trama, una struttura, un bozzolo in cui infine si avvolge, al riparo dal mondo esterno: lunghe frasi caratterizzate da una conclusione lapidaria che fornisce un chiarimento inatteso e modifica il senso delle parole precedenti.”

    Così la protagonista di “Una notte in cui la luna non è sorta” descrive lo stile narrativo delle note e traduzioni dell’orientalista Paul d’Ampère; ma non credo di conoscere lettore capace di trovare parole più calzanti per catturare il fluire libero, metamorfico, privo di (forse, necessarie) pause di quest’ultimo libro di Dai Sijie. L’ho preso in mano due mesi fa, bevendo quasi tutto d’un fiato il primo centinaio di pagine di nomi, storia, intrighi, senza eppure riuscire a trattenere un moto di fastidio e nostalgia per la scrittura semplice, cristallina, cullante e spiritosa di “Balzac e la piccola sarta cinese”. L’ho ritrovato oggi, in un momento in cui il bisogno di un buon rifugio letterario si è fatto impellente, e messo fine in un paio d’ore alla mia pigrizia di mesi, individuando d’improvviso, a colpo d’occhio, le effettive qualità della sua narrazione ricca, irrefrenabile, che si snoda nel caotico mare di riferimenti, menzioni passeggere, note culturali, leggende e minuziose descrizioni.
    Sì, ho apprezzato questo breve romanzo-fiume (che ha tanto di suoi più illustri precedenti nell’intreccio, nella casuale ma irreparabile intensità degli incontri, negli amori trascinanti, negli orgogli feriti e spiriti indomabili): ne ho apprezzato i personaggi, probabilmente fin troppo ardenti e luminosi per essere più che spettri leggendari del reale, ognuno consumato da una simile ossessione che ha come perno un antico sutra in una lingua perduta, eppure lieve, salvifica; ma mi hanno colpita ancor di più quelli che sono, a mio parere, i veri pregi del libro: lo scenario della Pechino di fine anni Settanta, dei suoi budelli pulsanti delle urla degli ambulanti, e il magico, labirintico gioco di riflessi che prende vita nelle descrizioni della Città Proibita.
    Non so se è un libro che consiglierei, non a tutti: pochi possiedono la voglia e la passione necessarie a districare il groviglio caotico d’informazioni che si perde negli echi del cinese, del tumchouq, del sanscrito, del pali, e delle molte altre lingue (e relative culture) parlate, studiate dai protagonisti, nominate en passant nel complesso gioco di esotiche suggestioni creato dall’autore.
    Ma se avete voglia di una fuga dalla realtà e preme su di voi, possente, il fascino dell’Oriente, addentratevi pure senza indugio. Senza dimenticare, però, che

    “Qualsiasi cosa si faccia, per loro restiamo sempre e solo gli «occidentali»”. Sempre.

    said on