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Una pace perfetta

By Amos Oz

(366)

| Paperback | 9788807017773

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Book Description

Il nuovo romanzo di Amos Oz evoca il divario tra il sogno socialista del movimento sionista e la realtà della vita israeliana. Secondo l’autore "è il racconto mistico della segreta unione di alcuni esseri umani molto diversi tra loro che diventano un Continue

Il nuovo romanzo di Amos Oz evoca il divario tra il sogno socialista del movimento sionista e la realtà della vita israeliana. Secondo l’autore "è il racconto mistico della segreta unione di alcuni esseri umani molto diversi tra loro che diventano una famiglia nel senso più profondo del termine".

Alla vigilia della Guerra dei sei giorni, in un kibbutz, i fondatori d’Israele e i loro figli cercano di conciliarsi tra loro e con la loro terra. Yolek esulta per i traguardi raggiunti, una volta solo sognati; suo figlio Yonathan si contrappone al padre e lotta per affermare un’identità diversa; Rimona, la fragile giovane moglie, ha perso il contatto con la realtà; e Azariah Gitlin, la nuova recluta, dotata e carismatica, freme di emozioni. Il mondo apparentemente circoscritto del kibbutz diventa teatro universale e le relazioni fra i personaggi si trasformano in un sempre più fitto intreccio di gesti, sogni, tensioni.
Un romanzo ricco e commovente sui conflitti familiari e due diverse generazioni, quella che aveva sognato una società ideale in Israele e quella che deve ereditare ciò che hanno costruito e affrontare le nuove realtà.

41 Reviews

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    nell'ultimo mese, per un'oretta al giorno, Amos Oz mi ha fatto assaggiare la vita in un kibbutz, la suddivisione dei compiti e dei ruoli, un ventaglio di personaggi accomunati da una calma solo apparente, anime in cui le forti esperienze di vita, spe ...(continue)

    nell'ultimo mese, per un'oretta al giorno, Amos Oz mi ha fatto assaggiare la vita in un kibbutz, la suddivisione dei compiti e dei ruoli, un ventaglio di personaggi accomunati da una calma solo apparente, anime in cui le forti esperienze di vita, spesso dolorose, si sono sedimentante a creare una scorza liscia, dura, resistente, che può sembrare serenità, ma che non è mai felicità. I suoi personaggi restano impressi, come pure l'incredibile facilità nel cambiare continuamente il ritmo del racconto, passando dalla narrazione in terza persona a quella in prima così come si cambia il punto di osservazione di qualcosa per averne un'immagine più completa. E' un libro denso, pieno, che lascia il segno.

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    Elena Gerla said on Feb 22, 2014 | Add your feedback

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    Il titolo è ironico, perchè nel Kirbutz, in cui è ambientata la storia, l'atmosfera è di tensione e di litigio. I personaggi parlano continuamente. a vanvera, e i loro caratteri e comportamenti sono improbabili. Decisamente brutto.

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    Biblioteca San Gerardo said on Sep 23, 2013 | Add your feedback

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    Un libro bello, ma di non semplice lettura: ho assegnato quattro stelle, nonostante abbia trovato il ritmo lento e il testo un po' ripetitivo. A pensarci, anche questi aspetti potrebbero essere espedienti per restituire al lettore la sensazione di ap ...(continue)

    Un libro bello, ma di non semplice lettura: ho assegnato quattro stelle, nonostante abbia trovato il ritmo lento e il testo un po' ripetitivo. A pensarci, anche questi aspetti potrebbero essere espedienti per restituire al lettore la sensazione di apatia, quasi di ignavia, che vive il protagonista Yonatan. E' tuttavia un libro da leggere per la straordinaria capacità evocativa che segna le descrizioni degli ambienti naturali, dal kibbutz all'incanto del deserto del Negev. Merita, infine, per la luce che getta sull'ambiente del kibbutz, del sogno di un popolo di utopisti che trasfomerà il deserto in giardino rigoglioso, ma non riuscirà a realizzare l'Uomo nuovo, come testimoniano l'inquietudine di Yoni e l'esaltazione e lo sconforto dei discorsi di Azariah.

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    Lmarcaccioli said on Feb 27, 2013 | Add your feedback

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    Est/Ovest - 16 dic 12

    Parafrasando il titolo, mi verrebbe da commentare: “Un libro perfetto”. Un’iperbole, certo, ma che si avvicina abbastanza alla verità. Un libro con tutti gli elementi al posto giusto. I personaggi e la loro caratterizzazione. Il luogo ed il tempo del ...(continue)

    Parafrasando il titolo, mi verrebbe da commentare: “Un libro perfetto”. Un’iperbole, certo, ma che si avvicina abbastanza alla verità. Un libro con tutti gli elementi al posto giusto. I personaggi e la loro caratterizzazione. Il luogo ed il tempo della storia. Il succedersi (o il non succedere) degli av-venimenti, che, infatti, sono quasi inesistenti (seppur ci sono), dato che la maggior parte del tempo la passiamo, con interesse e partecipazione, nella testa dei protagonisti. E mi chiedo, ma come si fa a dare premi Nobel a Le Clézio o ad Herta Muller, e lasciare sempre in ombra questo gigante della letteratura. Misteri insondabili del mondo e della politica. Certo, è israeliano, e dare un premio potrebbe essere visto “politically scorrect” dato ciò che succede in quelle terre. Mi domando quando riusciremo a fare delle riflessioni che vadano al di là delle apparenze! Torniamo allora a questi pochi mesi narrati dalla densa storia, questo passaggio da un inverno ad una primavera, in un biennio paradigmatico delle vicende israeliane, visto che la storia terminerà pochi giorni dopo la fine della “Guerra dei 6 giorni” con l’Egitto. E torniamo a questo sperduto kibbutz, che collocherei tra Gerico e Masada, sull’orlo del Negev con vista verso Petra. Ci sarebbe da aprire una parentesi sull’esperienza kibbutzim in Israele, sul modo come siano nati, come piccole comuni verso l’autosufficienza. Un esperimento di comunanza di beni e di interessi. Dove tutti danno una mano per il bene comune. Dove ognuno fa quello cui riesce meglio, condividendo tutto. Una grande stanza per il mangiare in comune. Insomma una grande speranza di vita (ed Oz stesso, fuggì dai suoi per andar a viver in un kibbutz, che credeva fermamente in questo modo di condividere: tutti insieme, ognuno portando il suo granello per gli altri). Ed un’esperienza che poi mostra la sua cor-da. Non evolvendosi, ma rinchiudendosi in sé, passa dall’essere una molecola per la costruzione di un nuovo modo di essere, ad una monade auto-contenentesi. E chi vi è “costretto” a vivere e non lo fa per scelta, ne erode le fondamenta. Ancora ci sono, anche ora a distanza di decenni. Ma già ai tempi del romanzo di Oz se ne vedeva il limite. Ed il nostro lo usa come uno degli elementi pilastro della storia, per narrare la vicenda di Yoni, costretto a vivere nel kibbutz in quanto figlio del segretario. Che sposa Rimona, da cui avrà una figlia morta. E Yoni si sente stretto in questo mondo senza prospettive. Vede decadere Rimona. Vede ammalarsi il padre Yolek. Vede inacidirsi la madre Hava. E si domanda cosa c’è di là. Cosa c’è in questi posti che si leggono sui libri e sui giornali. New York? Bangkok? Cosa potrei fare se fossi libero? Di contraltare c’è la vicenda di Zaro, giovane pieno di problemi, che invece sceglie di entrare nel kibbutz, che crede nel kibbutz. È solo molto irruento, vorrebbe spostare mari e monti. E lo fa con l’uso della parola. Mirabili sono le rese che fa Oz del modo di parlare e di ragionare di Zaro. Che dice anche cose giuste. Ma che poi ne ha paura, si trincera dietro altre parole. Le dice e le nega. In un modo che, se mi fosse davanti, verrebbe quasi di prenderlo a schiaffi. Ma è comunque in fondo buono Zaro. E si trova a lavorare con Yoni, ed i due entrano in empatia. Zaro con la sua estroversione verbale, Yoni con la sua introversione. Entrambi attenti alle piccole cose. Tanto che il loro diventa sodalizio forte. E vanno a vivere insieme, Yoni, Zaro e Rimona. Scandalo? Forse per i benpensanti, non per i giovani del kibbutz. Tanto che, Yoni vedendo l’affidabilità (tolta la patina verbale) di Zaro, decide di seguire il suo so-gno. E nottetempo, si invola dal kibbutz. Senza una parola. Senza un messaggio. Attraversa il Ne-gev, ed ipotizza (in una mirabile pagina) prima di andare per l’universo mondo, di visitare, poco oltre il confine, la stupenda città dei Nabatei. Petra cui tornerei domani, che tanto ho visitato, che tanto rivedrei con piacere. Non vi dirò se ci andrà, né se tornerà al kibbutz natio. Mentre scorrono i mesi che avvicinano Israele a quella ferita ancora insanata che sarà la guerra del ’67, il kibbutz prosegue la sua strada. Vediamo il padre Yolek aggravarsi e lasciare il suo ruolo al mite Shrulik. Vediamo nascere una nuova figlia a Rimona, ed addolcirsi l’astio di Hava. Vediamo passare anche la storia, che si affaccia il primo ministro Levi Eskhol, amico di Yolek (e storicamente fondatore del primo kibbutz israeliano a Degania Beit, dove nacque Moshé Dayan). Continuiamo a seguire le vi-cende private dei nostri abitanti del kibbutz, e dal privato capiamo anche il politico. La solidarietà umana. La tensione verso il bene comune. Ma anche la nascita dei rancori. Una capacità di unire micro e macro cosmo, che rende alla fine leggere le dense pagine dello scritto. Che fa riflettere sulla politica, e su come questa sia fatta dagli uomini, oltre che dagli ideali. Che fa riflettere sulla vita propria e sul rapporto con gli altri. Su cosa sia importante nella vita. Un vestito? Un disco? Una passeggiata nel deserto? Non smetterei di scriverne, che tante corde solleva. Sono contento di averlo letto, e, per una volta, sono in completo accordo con l’autore. Se fossi capace di scriverne, avrei fatto le sue stesse scelte, per portare a compimento la vicenda. Ed è un complimento che riservo a ben pochi autori. Grazie, Amos!
    “Non potevi mica restare per tutta la vita ad aspettare, senza sapere cosa e perché stavi aspet-tando.” (21)
    “Non è forse una frana tutta la nostra vita, il tempo stesso è una frana che non torna mai più, e allora?” (126)
    “Non giudicare il tuo prossimo prima di metterti nei suoi panni.” (148)
    “La cosa bella del sonno è che ci si ritrova finalmente soli, senza gli altri. … [Nel sonno] … ognuno è solo con se stesso.” (204)
    “Tutti hanno un compito nella vita e nessuno ha altra scelta a parte quella di capire qual è il suo, di compito.” (255)
    “Figli piccoli, guai piccoli. Figli grandi, guai grandi.” (263)
    “Una città rossa come una rosa, vecchia come metà del tempo” (303)

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    Giogio53 said on Dec 14, 2012 | Add your feedback

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    Dopo la lettura del romanzo "Lo stesso mare, ho iniziato ad apprezzare, la scrittura di Amos Oz, "Una pace perfetta", ha ulteriormente aumentato il mio apprezzamento per Oz, per il primo romanzo, avevo scritto che cominciavo ad amare Oz, lo ribadisco ...(continue)

    Dopo la lettura del romanzo "Lo stesso mare, ho iniziato ad apprezzare, la scrittura di Amos Oz, "Una pace perfetta", ha ulteriormente aumentato il mio apprezzamento per Oz, per il primo romanzo, avevo scritto che cominciavo ad amare Oz, lo ribadisco.
    Oz fà giustizia di tutti gli stereotipi, che riguardano Israele, con un racconto che ci porta all'interno di un Kibbutz,descrivendo la vita sociale dei suoi componenti con tutti i pregi e i difetti che la vita in comune porta con se, ci mostra una umanità che non differisce nei suoi rapporti, con la quoditianeità dei rapporti che viviamo in questa parte del mondo.
    La ricerca di Yonathan, di una vita libera da obblighi imposti dalla famiglia, dalla comunità in cui vive, dallo stato che pure ha servito, è la ricerca che ognuno vorrebbe, ma che gli impegni imposti dal contesto in cui viviamo, non ci permettono, provocano insoddisfazioni, malcontento.
    In ultima analisi siamo tutti su questo scoglio, e siamo volenti o nolenti costretti a confrontarci con il nostro prossimo.

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    Vittorio Bondani said on Oct 9, 2012 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (366)
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    • 1 star
  • Paperback 350 Pages
  • ISBN-10: 8807017776
  • ISBN-13: 9788807017773
  • Publisher: Feltrinelli (Narratori)
  • Publish date: 2009-02-01
  • In other languages: other languages English Books
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