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Una perfetta stanza di ospedale

Di

Editore: Adelphi

3.7
(153)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 128 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845923541 | Isbn-13: 9788845923548 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Matake Yumiko , Massimiliano Matteri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
«Ogni volta che penso a mio fratello, il cuore mi sanguina come una melagrana scoppiata» esordisce la protagonista del racconto che dà il titolo al volume, e per cercare di dimenticarlo del tutto, si immerge «nel ricordo della sua quieta camera di ospedale». Quella stanza, in cui il ragazzo ha trascorso alcuni mesi prima di morire «assurdamente giovane», era un luogo «perfettamente ripulito dalla sporcizia della vita». A poco a poco sorella e fratello si rinchiudono nel mondo a parte della stanza, che pare impermeabile alla corruttibilità della materia organica, e dove regna l’asettica purezza dell’assenza di cibo, dell’assenza di odore. Ed è come se assaporassero la «serenità perfetta che si prova all’inizio di una storia d’amore». Anche nel secondo raccon­to, Quan­do la farfalla si sbriciolò, a un mondo «di fuori» (in cui si può soffrire di «mal di gente») si contrappone un mondo «di dentro»: quando è co­stretta a portare la nonna – «chiusa in una realtà tutta sua» – in un ospizio per vecchi, una «scatola bianca ... piena di buone intenzioni» chiamata Nuovo Mondo, la ragazza Nanako si sente «murata viva» nel piccolo appartamento che per anni ha diviso con lei, e comincia a chiedersi quale sia ora il suo, di mondo, e se ci sia una realtà oltre a quella che le sta «crescendo dentro». Yoko Ogawa sembra possedere il segreto di una scrittura che non somiglia a nessun’altra: affilata, liscia, trasparente – ma dotata di un potere devastante. «La pericolosa Ogawa» è stato detto «ha inventato la scrittura-coltello: nel leggere le sue opere si prova un piacere doloroso».
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  • 1

    Ingiustificabili

    La scrittura di questo libro, la sua pubblicazione e la successiva traduzione sono, a mio avviso, ingiustificabili.
    Due storie che vengono narrate fine a se stesse infarcite di metafore disgustore che avevo notato anche in precedenti racconti della stessa autrice mi hanno definitivamente convinto ...continua

    La scrittura di questo libro, la sua pubblicazione e la successiva traduzione sono, a mio avviso, ingiustificabili. Due storie che vengono narrate fine a se stesse infarcite di metafore disgustore che avevo notato anche in precedenti racconti della stessa autrice mi hanno definitivamente convinto ad abbandonare gli scritti di tale autrice.

    ha scritto il 

  • 3

    Le cose, gli ambienti, possono essere utilizzati senza dar loro peso, possono essere argomento di esibizione, possono essere ingessati in attesa di un ospite. Possono anche essere un’ancora o un rifugio.


    Il lutto o la malattia possono essere fatti privati o condivisi con chiunque; o esse ...continua

    Le cose, gli ambienti, possono essere utilizzati senza dar loro peso, possono essere argomento di esibizione, possono essere ingessati in attesa di un ospite. Possono anche essere un’ancora o un rifugio.

    Il lutto o la malattia possono essere fatti privati o condivisi con chiunque; o essere vissuti da persone con caratteri diversi; o affrontati secondo modalità culturali diverse.

    Non esiste un’unica regola, né una sola percezione. Il silenzio non contiene meno dolore del pianto.

    Nel primo racconto una ragazza assiste il fratello più giovane, malato di leucemia. Quella linda camera d’ospedale diviene una forma d’isolamento dal mondo e dal male, un tempo sospeso dove i fratelli si ritrovano e si rifugiano. Ciò che fa parte dei rituali della vita, come il mangiare, diviene disgustoso, grottesco, fuori posto. Anche perché associato alla demenza senile della madre. Un solo momento di abbandono, conforto chiesto e ricevuto. Una notte di pianto, stretta contro il petto del dottore Che a quanto sembra non è male. Anche simpatico.

    Nel secondo racconto, una ragazza, perduta la madre di cui è figlia adulterina, perde anche la nonna che l’ha cresciuta. L’ha assistita finché ha potuto, poi si è arresa. L’Istituto Mondo Nuovo sarà l’ultima casa della nonna, anche se lei non se ne accorgerà mai. Ha una storia con l’amico poeta che l’aiuta nel ricovero e da questa storia, lei è certa, è rimasta incinta. Una vita che va, una che viene. Squallida, ma reale, la decadenza della nonna. Meno comprensibile la relazione con il poeta.

    Murakami abbonda, Ogawa taglia.

    ha scritto il 

  • 4

    Perché l’abbia letto e come abbia fatto a leggerlo non so. Forse è una tappa dovuta della mia elaborazione del lutto, forse una ricerca spasmodica di tradurre in parole quella specie di dolore fisico che devasta le viscere. E quest’autrice ci riesce, pienamente, come me sente le lacerazioni negli ...continua

    Perché l’abbia letto e come abbia fatto a leggerlo non so. Forse è una tappa dovuta della mia elaborazione del lutto, forse una ricerca spasmodica di tradurre in parole quella specie di dolore fisico che devasta le viscere. E quest’autrice ci riesce, pienamente, come me sente le lacerazioni negli organi. A differenza mia, lei sa scrivere. Il volume è composto da due racconti, il primo da il titolo alla raccolta ed è quello più intenso. La protagonista si immerge nel candore e nell’igiene della stanza d’ospedale che accoglie il fratello nei suoi ultimi mesi di vita, tanti quanti ne servono per fare un bambino, un po’ di più, ma poco di più. E la camera diventa un mondo a parte, fatto di rituali, sorrisi, silenzi. Anch’io facevo come lei, tenevo un ordine maniacale: finito il pasto, quello ingoiato, quello rigettato, pulivo in due secondi e correvo fuori a portare il vassoio in cucina per non vedere più quello che era stato lasciato, per non sentire l’odore, per non intaccare la pulizia. E perché tanto, quel poco ingerito, non sarebbe stato trattenuto. L’ordine, mi sembrava un antidoto all’orrore della malattia. Stare lì, col tempo, diventa una sensazione… quasi piacevole perché ci si sente al sicuro. E si arriva a pensare che possa essere per sempre. Non lo è. Il secondo racconto, Quando la farfalla si sbriciolò, beh, anche quello ho vissuto. È l’eco di un’assenza, più profonda di quella dovuta alla demenza senile, perché fisica ed infinita. Quel senso di straniamento, il sentirsi al di fuori, le colpe, le mancanze. La parte sporca del mondo, è anche dentro noi. Dolorosissimo. Ma per chi non ha vissuto queste esperienze, di morte e separazione, è solo un libro giapponese scritto bene.

    ha scritto il 

  • 3

    3 stelle e mezzo.

    La letteratura giapponese spesso mi fa l'effetto di un sorbetto al limone a metà di un pasto pesante.
    Qualcosa di vagamente fresco, vagamente insapore. Che non lascia traccia.
    In questi racconti Y. Ogawa leviga una scrittura su una vita "a togliere". Non saprei come altro definirla, la vita di qu ...continua

    La letteratura giapponese spesso mi fa l'effetto di un sorbetto al limone a metà di un pasto pesante. Qualcosa di vagamente fresco, vagamente insapore. Che non lascia traccia. In questi racconti Y. Ogawa leviga una scrittura su una vita "a togliere". Non saprei come altro definirla, la vita di questi personaggi, che vivono una vita sempre più trasparente, insonorizzata, inodore. Perchè la vita vera li spaventa o li nausea. Queste vite asettiche mi fanno sentire un po' come se stessi guardando pesci freddi e incolori che nuotano lenti in un acquario disinfettato. Per me che di solito "personalizzo" molto le mie letture, questi piccoli prodotti giapponesi sono davvero... riposanti (come disse il poeta alla giovane amante. E non per farle un complimento). Lo stile, va detto, è molto lineare e pulito. E' una lettura interessante, soprattutto da questo punto di vista.

    ha scritto il 

  • 4

    Una grande scrittrice, di cui ho fatto con questo libro la conoscenza, e che mi catapulta direttamente su di un'altra sua opera. La perdita, lo struggente cammino verso di essa, il dolore della separazione visto in due modi differenti: la separazione di fronte alla morte e quella di fronte alla m ...continua

    Una grande scrittrice, di cui ho fatto con questo libro la conoscenza, e che mi catapulta direttamente su di un'altra sua opera. La perdita, lo struggente cammino verso di essa, il dolore della separazione visto in due modi differenti: la separazione di fronte alla morte e quella di fronte alla malattia. Ma anche il ritrovare nel dolore l'affetto che troppe volte, in normali condizioni, si da per scontato. Fino a "mitizzare" l'asetticità di un luogo, se esso può essere veicolo di sensazioni piacevoli. Insomma, c'è davvero tanto, in questi due racconti. Stile asciutto, senza troppi fronzoli, eppure evocativo e ricco di immagini.

    ha scritto il 

  • 0

    asettica corruttibilità

    il nostro corpo è impregnato si quella sostanza (divina) che potremmo chiamare vita, semplificando, e questa ci permette di essere vigili nel momento in cui qualche sommovimento ci scuote.
    in quel momento tocca fare i conti con con la nostra forza, con l'idea pratica che abbiamo di questi fluidi ...continua

    il nostro corpo è impregnato si quella sostanza (divina) che potremmo chiamare vita, semplificando, e questa ci permette di essere vigili nel momento in cui qualche sommovimento ci scuote. in quel momento tocca fare i conti con con la nostra forza, con l'idea pratica che abbiamo di questi fluidi che ci fanno muovere verso ascese infinite. e capita anche di dover fare i conti con persone che ci consigliano come riequilibrare questa linfa, cioè i dottori. questo racconto (in realtà ne sono due)narra di questi luoghi incontaminati ed asettici, che sono appunto gli ospedali, dove avviene la corruzione del corpo, o meglio di dove sentiamo di più di tutti gli altri posti. riesce a descrivere il timore angoscioso dell'arrivo della morte con un'asettiticà impressionante. una ragazza deve assistere il fratello, malato terminale di un male incurabile, e questo crea un rapporto 'malato' fra di loro perché quel luogo, l'ospedale, diventa l'unico posto dove c'é pulizia. il mondo di fuori è sporco e la donna non riesce più a tollerarlo. quell'estremo momento di dolore diventa un isola che separa la donna dal dolore di continuare a vivere. il dolore è in chi resta. possiamo scrivere, come un epitaffio, questi versi di marina cvetaeva:

    ho cominciato ad amare tutte le cose della mia vita nell'addio e non nell'incontro, nella separazione e non nell'unione.

    l'altro racconto invece è una giovane donna a misurarsi lei stessa con la decadenza, la malattia. lo stile è affilato come un rasoio che sembra dividere per sempre le certezze che abbiamo di fronte alla morte.

    ha scritto il 

  • 4

    Due racconti che confermano una opinione riportata nel retro di copertina :nel leggere le opere della Ogawa si prova un piacere doloroso.
    Soprattutto nel primo racconto è tale l'intensità nel riportare i sentimenti provati nell'assistere il fratello e il dolore raccontato con affondi taglienti, c ...continua

    Due racconti che confermano una opinione riportata nel retro di copertina :nel leggere le opere della Ogawa si prova un piacere doloroso. Soprattutto nel primo racconto è tale l'intensità nel riportare i sentimenti provati nell'assistere il fratello e il dolore raccontato con affondi taglienti, che davvero una lama sembra infilarsi nel cuore di chi legge.L'abbraccio con il dottore rende con finto distacco la necessità di profondo contatto umano consolatorio. L'asetticità della stanza nella quale si consuma il ragazzo sembra essere l'unico scenario che renda possibile alla protagonista di sopravvivere. Le 4 stellette sono dovute solo al fatto che il secondo racconto mi è piaciuto meno:l'ho trovato un po' troppo onirico

    ha scritto il 

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