Una stanza tutta per sé

Ediz. integrale

Di

Editore: Newton Compton (Grandi tascabili economici; 520)

4.2
(3169)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 128 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Tedesco , Chi semplificata , Olandese , Svedese , Farsi , Francese

Isbn-10: 8854120901 | Isbn-13: 9788854120907 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Maura Del Serra ; Prefazione: Armanda Guiducci

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , CD audio , eBook

Genere: Educazione & Insegnamento , Narrativa & Letteratura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Illustre capostipite dei manifesti femminili del Novecento europeo, e primo brillante intervento della Woolf sul tema «donne e scrittura» (allora oggetto di un dibattito oggi banalizzato più che superato), Una stanza tutta per sé è un piccolo trattato ironicamente immaginifico, personalissimo nella misura godibilmente tesa di toni e motivi (il conversational, le proiezioni letterarie, l'analisi sociale, la satira, la visione). Il leitmotiv della stanza, grembo e prigione dell'anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e infine la «realtà» stessa nella sua inquietante-esaltante molteplicità.
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  • 2

    In questo saggio Virginia Woolf mette nero su bianco le ragioni dell'esclusione delle donne dalla letteratura. Un'apartheid che parte dalla notte dei tempi e che soltanto in epoche recenti sembra esse ...continua

    In questo saggio Virginia Woolf mette nero su bianco le ragioni dell'esclusione delle donne dalla letteratura. Un'apartheid che parte dalla notte dei tempi e che soltanto in epoche recenti sembra essere finito, potendosi, in effetti, contare sulle dita di una sola mano le esponenti del gentil sesso che hanno osato dedicarsi all'arte della parola scritta prima del XX secolo.
    A ben guardare, il motivo alla base dell’esclusione delle donne dalle attività intellettuali è principalmente uno: la mancanza di libertà. E la Woolf ce lo dice con molta schiettezza: Nei romanzi domina la vita di re e di conquistatori; nella realtà era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo per forza un anello al dito. Dalle sue labbra piovono alcune delle parole più ispirate, alcuni dei pensieri più profondi di tutta la letteratura; nella vita di tutti i giorni era raro che sapesse leggere, a stento sapeva scrivere, ed era di proprietà del marito.
    Impossibilità di autodeterminarsi, dicevamo, come ragione dell’assenza delle donne dalla scena letteraria – le cose cominciavano appena a cambiare nel momento storico in cui l’autrice scrive – ma anche ragioni più pratiche, come il denaro. L’autrice non ci fa sconti: nessuna donna potrà mai coltivare il proprio talento senza denaro sufficiente per studiare – sì perché il talento da solo non basta, servono un'educazione, impegno e tempo. E una stanza tutta per sé, come recita il titolo, ossia uno studio dove far spazio al proprio talento. Poiché non si può pretendere che tutte facciano come Jane Austen che riusciva a scrivere in soggiorno in mezzo al brusìo della vita domestica.
    Le conclusioni a cui la Woolf arriva sono corrette. Talmente vere e rispecchianti la realtà da farmi indignare. Allora perché due stelline soltanto? Perché in un saggio mi aspetto di veder applicato un metodo d’indagine scientifico e rigoroso, mentre ho avuto l’impressione che l’autrice abbia preso in esame tre o quattro volumi appena e giusto perché le sono capitati sottomano. Insomma ci ho visto un po’ di superficialità.
    E poi su Charlotte Bronte ha scritto: [...] lei non riuscirà mai ad esprimere compiutamente e integralmente il proprio genio. I suoi libri risulteranno deformati e contorti. Scriverà con rabbia, mentre dovrebbe scrivere con calma. Scriverà con tono frivolo, mentre dovrebbe scrivere con tono saggio. Scriverà di se stessa, mentre dovrebbe scrivere dei suoi personaggi. E' in guerra col proprio destino. Come potrebbe non morire giovane, contratta e frustrata? . Probabilmente ha ragione, ma la cosa mi ha disturbato. Come non fare nostra l’indignazione di Charlotte che, pur essendo un genio, ma donna viene messa all’angolo dal sistema?
    Divertente, invece, lo stile: la Woolf ci porta a spasso con lei lungo le tappe che percorre per trovare le informazioni che le servono per arrivare alle sue conclusioni: l’università, la biblioteca, lo scaffale di libri di casa sua.

    ha scritto il 

  • 5

    La libertà è donna

    Questo libro l'ho letto più volte e sicuramente lo rileggerò se Dio vorrà. Se potessi, lo leggerei ogni mattina per stilare le mie priorità e per la sorella di Shakespeare. Mi ha insegnato tantissimo ...continua

    Questo libro l'ho letto più volte e sicuramente lo rileggerò se Dio vorrà. Se potessi, lo leggerei ogni mattina per stilare le mie priorità e per la sorella di Shakespeare. Mi ha insegnato tantissimo e vorrei che tutte le donne lo leggessero per trovare la vera emancipazione, di cui abbiamo ancora tanto bisogno.

    ha scritto il 

  • 5

    Lucidità di analisi e fascino poetico di un saggio sulla letteratura femminile

    Tra le mie infinite lacune letterarie una delle più clamorose, visto l’amore che porto alla letteratura del primo novecento, è data dal fatto che non ho ancora letto alcun romanzo di Virginia Woolf. E ...continua

    Tra le mie infinite lacune letterarie una delle più clamorose, visto l’amore che porto alla letteratura del primo novecento, è data dal fatto che non ho ancora letto alcun romanzo di Virginia Woolf. Eppure i libri sono lì, in libreria: le opere principali acquistate sin da giovane da mia moglie, ed altri pochi volumi da me in anni recenti; prima o poi dovrò decidermi ad affrontare questa imprescindibile autrice. Non so da cosa sia derivata questa sorta di indifferenza per Woolf: forse dal fatto che ho inizialmente concentrato gran parte della mia attenzione sull’area culturale che più mi affascinava da giovane, quella tedesca, e che delle altre ho per lungo tempo inseguito solo i nomi da me considerati maggiori, come Proust o Joyce; per riallacciarmi al contenuto di Una stanza tutta per sé, il motivo profondo può darsi che si possa rintracciare nel fatto che Woolf è una autrice, e che inconsciamente non considerassi la sua letteratura alla stregua di quelle dei grandissimi autori citati prima. È in ogni caso un dato che per lungo tempo l’unico scritto di Woolf nella mia libreria è stato proprio questo volumetto edito da Newton negli anni ‘90, e che ancora oggi non conosco praticamente nulla della scrittrice: che sia proprio io ad avere paura di Virginia Woolf?
    Una stanza tutta per sé, pur non essendo un romanzo ma un breve saggio, è tuttavia un’opera molto nota ed importante, anche perché ha rappresentato un testo chiave della (ri)scoperta di Virginia Woolf in chiave femminista, avvenuta negli anni ‘70. Si tratta della rielaborazione del contenuto di due conferenze che Woolf tenne nell’autunno del 1928 in due colleges femminili, sul tema le donne e il romanzo.
    Dico subito che si tratta, a mio parere, di un testo splendido, da cui traspare la cultura e la profonda conoscenza della letteratura (in particolare britannica) che Virginia Woolf possedeva, la sua lucidità analitica, il suo stile e la sua capacità di fare letteratura anche in un contesto saggistico.
    Il poche decine di pagine infatti l’autrice traccia una storia della letteratura femminile inglese che, se è minima quanto a sviluppo quantitativo, è ricchissima di informazioni e spunti di riflessione, tanto da poter costituire anche un utile vademecum per la possibile scoperta di alcune autrici a noi (meglio, a me) sconosciute; analizza con taglio originalissimo, quasi da materialismo marxiano, le cause della mancanza di una vera letteratura femminile e della subalternità culturale della donna in un mondo al maschile; ci offre infine, a guida, corredo ed esemplificazione delle sue analisi, dei piccoli momenti di vita vissuta (o immaginata) che - rappresentando probabilmente un assaggio della sua capacità di scrittura – mi rendono impaziente di affrontarne i romanzi.
    Il titolo del saggio deriva dalla tesi di fondo sostenuta da Woolf in merito alla possibilità per una donna di dedicarsi alla letteratura: perché questo accada è necessario che quella donna possieda del denaro che le permetta di vivere decentemente (l’autrice fa una cifra precisa: 500 sterline all’anno, cifra che il personaggio narrante che ci accompagna riceve grazie all’eredità di una zia) e uno spazio tutto per sé, una stanza dove poter giungere a quella concentrazione intellettuale necessaria alla creazione dell’opera d’arte senza essere continuamente interrotta dalle necessità familiari. Questa insistenza sulle condizioni materiali che devono sussistere per permettere la produzione letteraria, in questo caso femminile, è come detto uno dei tratti caratterizzanti il testo di cui stiamo parlando, e a mio avviso ne costituisce l’elemento di maggiore fascino intellettuale e di maggiore modernità.
    Woolf infatti adotta questo metodo di analisi nell’insieme della piccola storia della letteratura britannica che costituisce la parte preponderante del saggio, non mancando comunque di accompagnarlo ad una analisi più psicologica del rapporto tra i sessi nella storia e nella società a lei contemporanea. Constatando la completa mancanza di donne autrici nell’Inghilterra elisabettiana, la fa risalire al fatto che all’epoca le donne, per quel poco che ne tramandano le cronache e ne confermano gli studi storici, erano completamente soggette alla volontà del patriarca, che stabiliva il loro destino sin dalla culla e non mancava di ricondurle alla ragione con mezzi spesso brutali in caso di ribellione. In un bellissimo inserto letterario e didattico, Woolf immagina che Shakespeare abbia avuto una sorella, Judith, come lui attratta dal teatro e dalla poesia. Cosa le sarebbe accaduto, quale sarebbe stata la sua vicenda? L’autrice ci racconta che, mentre il fratello veniva avviato agli studi, Judith sarebbe rimasta a casa e, adolescente, il padre le avrebbe scelto un marito. Quando Judith fosse scappata a Londra per recitare, come William, sarebbe stata considerata nello stesso ambiente teatrale poco meno di una pazza: probabilmente si sarebbe ritrovata incinta di un benefattore e l’unico epilogo possibile sarebbe stato il suicidio: ”si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle.” In questa breve, amara storia Woolf riassume un mondo, i cui tratti costitutivi sono confermanti anche dal fatto che le prime donne autrici britanniche, quando appaiono nel XVII secolo, sono aristocratiche senza figli, in genere considerate eccentriche dai mariti e dalla società, spesso relegate in case di campagna, che scrivono per hobby. Woolf ci introduce poi la figura di Aphra Behn, la prima romanziera inglese, che visse, anche se stentatamente ed emarginata, della sua letteratura alla fine del ‘600.
    Una particolare attenzione, in questa piccola storia della letteratura al femminile, è dedicata alle scrittrici del primo ‘800, Jane Austen, le sorelle Brontë, George Eliot. In esse Woolf vede la nascita di una nuova epoca, seppure ancora limitata dal fatto che a queste autrici fosse comunque impedito di avere le stesse esperienze e la stessa indipendenza economica e sociale dei colleghi maschi, come pure di avere una stanza tutta per sé. Proprio a questo fatto, abbastanza curiosamente, Woolf attribuisce la scelta del romanzo come forma espressiva da parte di queste autrici: mentre la poesia richiede concentrazione assoluta, il romanzo meglio si adatta ad essere scritto nel soggiorno comune. Fra queste autrici, il favore di Woolf va a Jane Austen, che avrebbe creato un vero e proprio stile femminile di scrittura.
    E’ significativo, per comprendere la portata complessiva che l’autrice attribuisce alla sua analisi, il fatto che ella riporti il testo di un esteso brano di Sir Arthur Quiller-Couch, il quale, partendo dalla constatazione che quasi tutti i grandi poeti degli ultimi secoli erano colti e benestanti, osserva che le condizioni materiali di vita sono il principale ostacolo allo sviluppo di talenti artistici tra le classi inferiori.
    Se nel ‘900 una parte significativa delle limitazioni materiali che di fatto hanno impedito nel corso del tempo alle donne di esprimere il loro talento letterario sono state rimosse (mi sento di poter aggiungere almeno nelle classi elevate e medie di una società evoluta come quella britannica) resta il fatto che la società è ancora prevalentemente maschile nella sua organizzazione e nel suo sentire comune.
    Apro a questo punto un inciso: può apparentemente fare abbastanza impressione leggere le considerazioni sulla donna ”intellettualmente, moralmente e fisicamente inferiore all’uomo” e altre dello stesso tenore che Woolf riporta da scritti dell’epoca o di poco precedenti, ma non dobbiamo mai dimenticare che ancora oggi, nel nostro paese, tesi simili, magari formalmente edulcorate, hanno ancora piena dignità politica.
    L’autrice attribuisce il maschilismo (termine peraltro da lei non usato) della società direttamente all’esercizio del potere e alle sue implicazioni anche psicologiche: per poter legittimare il potere che esercita verso gli altri uomini, l’uomo ha necessità di sentirsi superiore ad almeno la metà dell’umanità, la metà femminile. Non manca un accenno alla misoginia che caratterizza in genere i detentori di potere assoluto, da Napoleone a Mussolini: al regime fascista viene dedicato un preciso spazio, per stigmatizzare, ridicolizzandola, la pretesa di creare un romanzo fascista propugnata da alcuni intellettuali nostrani dell’epoca.
    Nella parte finale del saggio Woolf tratteggia quella che dovrebbe essere la nuova letteratura femminile, e la definisce come una letteratura androgina. Sarebbe infatti un errore creare una letteratura contrapposta a quella maschile dominante, che giocoforza avrebbe, specularmente, gli stessi difetti di questa (i suoi strali si scagliano in particolare contro Galsworthy e Kipling): la grande letteratura del passato è stata prodotta dagli autori che hanno fatto collaborare le due metà della personalità che si trovano in tutti noi, quella femminile e quella maschile: Shakespeare, Keats, Sterne, Cowper, Lamb e Coleridge erano androgini, nel senso che nelle loro opere si ritrovano sensibilità non solo prettamente maschili. Proust, da Woolf amatissimo, era fors’anche un po’ troppo donna. Le letterate, ma anche i letterati, del futuro dovranno, secondo Woolf, caratterizzarsi per questa androginia, per questa collaborazione tra elemento maschile e femminile. A questo proposito giova ricordare, per contestualizzare queste affermazioni, sia la storia personale dell’autrice, sia il fatto che Woolf aveva appena dato alle stampe Orlando, romanzo basato proprio sulla esplicitazione dell’androginia come forza creatrice dell’arte.
    Come ho detto all’inizio, questo saggio, pur così analitico, non è l’arido atto di una conferenza, ma è guidato da un forte afflato letterario, che si esprime in alcuni bellissimi momenti narrativi. Woolf parla al suo uditorio per bocca di Mary Beton, Seton, Carmichael o come meglio credete, e all’inizio, per illustrare la condizione della donna, narra di una giornata di ottobre ad Oxbridge (la crasi è palese), dove le viene vietato di camminare in un prato (riservato a professori e studenti) e di entrare nella biblioteca universitaria, non essendo stata presentata da un uomo. Tutta la giornata di Mary è descritta con una grazia apparentemente leggera, ma nella quale ogni particolare percepito, ogni sensazione provata – come si addice ad una delle maestre del monologo interiore – assume un preciso significato per delineare un quadro complessivo, in questo caso di carattere culturale. In altri momenti seguiamo Mary al British Museum mentre consulta testi di storia sociale e della letteratura, ed infine, in quello che è il passo secondo me più bello ed anche significativo dal punto di vista letterario, l’idea della necessaria collaborazione tra maschile e femminile le viene osservando dalla finestra, in un momento di sospensione quasi magica del trambusto londinese, un uomo ed una donna che salgono su un taxi. Come all’adorato Marcel basta una sconnessione del lastricato per avere la certezza della necessità di scrivere la sua opera, a Mary/Virginia basta osservare due giovani che salgono insieme su un taxi per avere la certezza della necessità dell’androginia quale elemento fondante la letteratura.
    Una stanza tutta per sé è un testo bellissimo, che non a caso ha rappresentato molto nell’evoluzione del pensiero femminista. E’ un testo in cui, al di là di alcune ingenuità, Woolf esprime la piena coscienza che sono le condizioni materiali di vita a determinare lo sviluppo delle facoltà intellettuali dell’individuo, e non viceversa, come ancora oggi a volte si tende a far credere. Se il sapore politico di questo saggio è quello che lo domina, non è però meno importante il suo spessore poetico, che lascia intravedere le grandi qualità letterarie della scrittrice regalandoci alcune pagine che sono delle autentiche chicche. Per finire, ancora una volta non posso che lodare questa ormai scomparsa edizione Newton, che associa ad una ottima traduzione di Maura Del Serra una bella introduzione di Armanda Guiducci.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro perfetto.
    Di solito non mi piacciono i saggi, ho bisogno del tumulto della trama per tenermi avvinta alle pagine, anche perché le mie 500 sterline ne le devo guadagnare lavorando sodo.
    Ma que ...continua

    Un libro perfetto.
    Di solito non mi piacciono i saggi, ho bisogno del tumulto della trama per tenermi avvinta alle pagine, anche perché le mie 500 sterline ne le devo guadagnare lavorando sodo.
    Ma questo libro, che perfezione. Non una parola fuori posto. Tutta la grazia e la passionalità del romanzo, in un sempre attualissimo saggio sulla condizione femminile.
    Perché, voi non vi scontrate quotidianamente con il tetto di cristallo?

    ha scritto il 

  • 3

    "Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell'uomo. [...] Qualunque sia il loro uso nelle società civiliz ...continua

    "Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell'uomo. [...] Qualunque sia il loro uso nelle società civilizzate, gli specchi sono essenziali a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono tanto enfaticamente sull'inferiorità delle donne, perché se esse non fossero inferiori cesserebbero di ingrandire loro. Questo serve in parte a spiegare la necessità che gli uomini spesso sentono delle donne. E servono a spiegare come li fa sentire inquieti la critica femminile; come a lei sia impossibile dir loro che il libro è brutto, il quadro difettoso, o cose del genere, senza provocare assai più dolore e suscitare assai più rabbia di quanta potrebbe suscitarne un uomo con la stessa critica. Perché se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l'uomo diventa meno adatto alla vita."

    ha scritto il 

  • 3

    Questo libro contiene le riflessioni di Virginia Woolf sul ruolo della donna dal passato ai suoi tempi. L'argomento che più mi ha interessato è la discrepanza tra la figura della donna nella realtà, c ...continua

    Questo libro contiene le riflessioni di Virginia Woolf sul ruolo della donna dal passato ai suoi tempi. L'argomento che più mi ha interessato è la discrepanza tra la figura della donna nella realtà, considerata praticamente niente e nei romanzi, in cui viene descritta nella maggior parte dei casi come un carattere forte ed all'altezza degli uomini, cosa che nella realtà dei tempi non era assolutamente contemplato. è abbastanza interessante ma la sua scrittura non è particolarmente coinvolgente quindi mi ha un pò annoiato. Nonostante tutto sono contenta che la Newton Compton l'abbia proposto ad un prezzo così irrisorio altrimenti credo che non l'avrei mai letto.

    ha scritto il 

  • 4

    Potete comprare tutto, tranne la letteratura. La letteratura è aperta a tutti. [...] Chiudete a catenaccio le vostre biblioteche, se volete; ma non potete mettere alcun cancello, alcun catenaccio, alc ...continua

    Potete comprare tutto, tranne la letteratura. La letteratura è aperta a tutti. [...] Chiudete a catenaccio le vostre biblioteche, se volete; ma non potete mettere alcun cancello, alcun catenaccio, alcun lucchetto alla libertà del mio pensiero.

    Al terzo tentativo finalmente la Woolf è riuscita a convincermi. È vero, ho dovuto cambiare genere, passare dal romanzo al saggio — e alla fine per avere una conferma di quello che essenzialmente già sapevo, ovvero che la Woolf è prima di tutto una grande pensatrice, e solo secondariamente una scrittrice. Una grande scrittrice, che però nella forma del romanzo non fa per me: troppo meditativa, troppo poco attenta ai dettagli che circondano i suoi personaggi. "Gita al faro" e "Le onde", perdonatemi, li ricordo solo come i due libri più noiosi letti negli ultimi anni.

    La forma del saggio è allora la giusta via di mezzo che posso apprezzare: la Woolf affronta a pieno viso l'argomento, non si nasconde dietro personaggi inventati (...anche se non sempre è così in questo saggio) e non ha bisogno di "far finta" con il lettore di parlare di tutt'altro. L'argomento è poi ciò che solo lei e poche altre avrebbero potuto trattare in quel periodo: la situazione della donna nel mondo della letteratura. È un argomento che nel saggio rappresenta il punto di partenza e quello di arrivo, ma non l'intero svolgimento. Perché se è vero che la Woolf affronta la questione in tutti i suoi risvolti, è altrettanto vero che a interessare la ricerca personale della scrittrice è soprattutto la condizione femminile negli ultimi secoli.

    È attraverso questo che la Woolf arriva a spiegare al lettore ciò di cui la letteratura rappresenta solo uno degli aspetti più evidenti: in una società in cui è sempre stata vista come la componente debole e sottomessa, incapace di essere autonoma e quasi un "accessorio" dell'uomo, la donna si è trovata limitata in tanti campi, non ultimo quello della letteratura. Da questo nasce l'idea della "stanza tutta per sé", un luogo in cui la donna può sì dedicarsi alla scrittura, ma più generalmente emanciparsi, conoscere meglio se stessa e trovare infine un modo per rappresentarsi in maniera differente da come l'uomo ha fatto al suo posto dall'inizio dei tempi.

    Il saggio, che nasce da due conferenze tenute in altrettante scuole femminili, tocca numerosi aspetti sul tema, ed è forse questo uno dei pochi difetti: il toccare tantissimi punti in uno spazio molto ristretto, proprio come succede solitamente nelle conferenze. Solo nell'ultima parte gli argomenti trattati vanno dalla situazione femminile nella società al rapporto uomo-donna, dal voler prevalere del primo sulla seconda alla considerazione della donna verso la letteratura, dal rapporto ricchezza/possibilità di acculturarsi all'unione maschile-femminile, e tanto altro ancora. Al lettore rimane il compito di approfondire o meno gli argomenti fra cui la Woolf si destreggia con molta naturalezza, passando da figure di riferimento (dalle sorelle Bronte a Jane Austen, da Shakespeare a Proust) a personaggi inventati sul momento, da immagini che sembrano uscire direttamente dai suoi romanzi a più vivide rappresentazioni della Londra di inizio '900.

    ha scritto il 

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