Underworld

Di

Editore: Einaudi (Super ET)

4.2
(2164)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 885 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Svedese , Francese , Olandese , Spagnolo , Chi semplificata

Isbn-10: 8806173995 | Isbn-13: 9788806173999 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Delfina Vezzoli

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Il 3 ottobre 1951 al Polo Grounds di New York si gioca una leggendaria partita di baseball tra i Giants e i Dodgers. Della palla con cui viene battuto l'altrettanto leggendario fuoricampo che assicura la vittoria del campionato ai Giants si impadronisce un ragazzino nero di Harlem Cotter, Martin. Ritroveremo la palla cinquant'anni dopo in possesso di Nick Shay Costanza un dirigente dell'industria dello smaltimento dei rifiuti che nel 1951 era a sua volta ragazzino un passo più in là, nel Bronx. Nel romanzo di DeLillo i passaggi di mano della mitica palla servono da pretesto per la costruzione di un gigantesco quadro dell'America dalla guerra fredda fino alla crisi di Cuba e al crollo dell'Unione Sovietica.
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  • 5

    I nuovi re

    Underworld è un romanzo di respiro ampio, di lettura impegnativa per complessità di contenuti (e per dimensioni, oltre 800 pagine) richiede concentrazione ed attenzione di pensiero, ma è assolutamente ...continua

    Underworld è un romanzo di respiro ampio, di lettura impegnativa per complessità di contenuti (e per dimensioni, oltre 800 pagine) richiede concentrazione ed attenzione di pensiero, ma è assolutamente strepitoso ed appagante. Diciamolo pure: imperdibile.

    Quando si dice il baseball… Ottobre 1951, match finale al Polo Grounds: New York Giants vs Brooklin Dodgers. I Dodgers si avviano alla vittoria sulla scorta di un consistentissimo vantaggio, hanno ormai la partita in tasca, siamo agli sgoccioli. Ralph Branca (Dodgers) lancia quello che dovrebbe essere il colpo di grazia ma Bobby Thomson (Giants), risponde con il più celebre fuori campo (home run) della storia di questo sport, passato agli annali come “the shot heard around the world” a dire: “una botta che si è sentita in tutto il mondo” (digitare su google per credere) capovolgendo così l’esito dell’incontro.

    La palla di quel famoso “shot” non è mai stata trovata, e costituisce ad oggi uno dei cimeli più ricercati, di incalcolabile valore per gli appassionati, una sorta di Sacro Graal del baseball.

    E’ nell’attimo in cui Thomson vibra quel suo colpo perfetto e tremendo che DeLillo entra in scena con il suo Underworld. Entra in scena, dicevo, e segue la palla che schizza in alto per poi perdersi laggiù, nel bel mezzo degli spalti. La guarda ammirato nella sua parabola vittoriosa e beffarda fino ad immaginarla carambolare nelle mani di un ragazzo di colore del Bronx che se ne impossessa e scappa via. Questo il prologo, peraltro scritto con una maestria di penna difficilmente eguagliabile.

    La palla viene poi seguita nel suo passare di mano in mano nel corso degli anni come una sorta di fil rouge attorno al quale DeLillo dipinge potenti affreschi che coprono quaranta anni di storia americana e mondiale attraverso ampi colpi di zoom sui vari personaggi della narrazione.

    Inquietanti e urgenti i temi centrali che ricorrono nel libro: il terrore nucleare, la paura della “bomba”, l’instabile configurazione del mondo post guerra fredda. E ancora, il tema dei rifiuti, sia in senso materiale che simbolico: ciò che ci lasciamo indietro e abbandonato, prodotto in volumi esorbitanti e crescenti, quasi come se nel nostro vivere fossimo sempre meno capaci di trattenere alcunché, ma solo di scartare e gettar via, cercando di dimenticare ciò che non serve più, ma che inevitabilmente -e nonostante noi- ci torna addosso con buone probabilità di sommergerci e distruggerci.

    Originale e di grande efficacia la struttura narrativo-temporale che prende le mosse dagli anni ’90 e torna indietro fino agli anni ’50, seguendo a ritroso il percorso della famosa palla da baseball, in una disperata ricerca delle cause, delle origini, di un punto forse, a partire dal quale i malesseri, le inquietudini e lo straniante disorientamento del presente possano acquistare un senso, un ordine, un perché.

    Lucidissima la visione del nostro mondo iper-connesso e del conseguente effetto di epocale cambiamento nelle strutture e nelle mire del potere. I re di un tempo, scrive DeLillo, volevano fisicamente conquistare territori, facevano guerre per ingrandire i loro imperi, sognavano che la loro ombra si proiettasse su porzioni sempre più ampie della cartina geografica.

    Ora tutto questo, in fondo, non interessa più. Ci sono altri e nuovi re, con nuovi sogni, forze sociali ed economiche ancor più brutali, avide e aggressive. Sogni che si giocano sulle nuove dimensioni dell’evoluzione tecnologica, su piani impalpabili eppure concretissimi che passano per il livellamento dell’umano, per la sua distruzione forse, o quantomeno per la sua mutazione in altro. Che colpiscono l’essere in profondità con elegante insidia.

    Se ci sono nuovi re, ci sono anche nuovi sudditi, verrebbe da dire. Impossibile non chiedersi: abbiamo già perso dunque? Siamo già diventati un'altra cosa? Forse si...

    ha scritto il 

  • 5

    Non sarà mai chiusa la diatriba sul Grande Romanzo Americano e chi l’abbia scritto, per certo, a mio avviso, Underworld di Don DeLillo, può essere considerato il Grande Romanzo Universale, quello che ...continua

    Non sarà mai chiusa la diatriba sul Grande Romanzo Americano e chi l’abbia scritto, per certo, a mio avviso, Underworld di Don DeLillo, può essere considerato il Grande Romanzo Universale, quello che interessa il mondo intero e che i figli dei figli dei nostri figli ritroveranno nelle loro antologie scolastiche alla voce Postmodernismo.
    Il libro si apre con un prologo che fa rimpiangere di non essere americani, non per affezione ma per meglio avvertire le vibrazioni della folla in delirio per il fuoricampo di Bobby Thomson su lancio di Ralph Branca dei Dodgerr nella storica competizione tra New York Giants e Brooklyn Dodgers del 3 ottobre 1951 al Polo Grounds di New York che ha segnato un momento memorabile del baseball, sport americano per antonomasia, pressochè sconosciuto alle nostre latitudini.
    Alla partita son presenti personaggi di ogni genere ed estrazione, alcuni noti poi passati sulle pagine dei libri di storia, come J. Edgar Hoover, ossessionato da un dipinto: Il Trionfo della Morte, la cui riproduzione in un volantino pubblicitario gli capita tra le mani nel corso della partita (dando il titolo al primo capitolo).
    Sugli spalti popolari c’è un ragazzino di colore, Cotter Martin che ha marinato la scuola e scavalcato i tornelli per assistere all’evento, è lui, il fortunato che intercetta la pallina del fuoricampo e la pallina sarà il filo conduttore che passando di mano in mano, rubata, venduta, barattata, regalata, per quasi 40 anni, dall’inizio della Guerra Fredda al ’92, tesserà l’ordito di questo immenso affresco della storia americana e mondiale.
    Lo stesso giorno della partita accade un evento epocale di ben altra portata: I russi completano il loro secondo test nucleare e il boato si mescola e si confonde col boato della folla in un simbolismo cupo che pervade tutto il libro, un senso di minaccia incombente che accompagnerà tutta la narrazione.

    “Tra loro c’è anche J. E. Hoover. Sta guardando dall’ampio corridoio in cima alla rampa. Ha detto a Rafferty che resterà alla partita. Andarsene non servirebbe a niente. La Casa Bianca darà la notizia tra un’ora. Edgar odia Harry Truman, gli piacerebbe vederlo contorcersi su un parquet, stroncato da un attacco di cuore, ma non può criticare il presidente. Dando la notizia per primi, impediremo ai sovietici di presentare l’accaduto a modo loro, indorando la pillola. E in una certa misura allenteremo la tensione del pubblico. La gente capirà che abbiamo conservato il controllo delle notizie, se non della bomba, che è già qualcosa” (Underworld, p. 23, Il trionfo della morte.)

    Nulla viene trascurato della storia e della società americana del secondo novecento: l’assassinio di Kennedy, la guerra fredda, lo scandalo Watergate, la guerra del Vietnam, le feste epocali della NY di Andy Warhol e Truman Capote, le performances satirico-scatologiche del comico Lenny Bruce, il fermento artistico del Village, gli accadimenti nei camerini durante i concerti dei Rolling Stones, ciascuno visto da prospettive e occhi diversi, talvolta inaspettati.
    DeLillo è un autore generoso, non lesina la condivisione di sé stesso, impossibile non riconoscerlo in Nick Shay, imprenditore della spazzatura; ultimo possessore della palla e unico personaggio del romanzo ad avere diritto alla prima persona.
    Attraverso gli occhi di Nick, lo sguardo di DeLillo decolla da New York per estendersi sul pianeta ad osservare l’intrico di collegamenti che determinano gli eventi sociali e naturali che lo muovono.
    Uno storico fuoricampo in uno stadio americano e un test nucleare in Russia, il progresso che esige materia che brucia e produce scorie che ritornano e ci sommergono, l’uomo stesso è un elemento deperibile destinato a trasformarsi e i rifiuti che si accumulano in misura esponenziale, sono destinati a entrare a far parte dell’industria che li sfrutta, li commercia, ci specula ma è incapace di contenerli.

    “Mannaggia l’America. In questo maledetto paese la spazzatura è buona da mangiare, più buona di tanta roba che si mette in tavola in altri paesi. In questo maledetto paese ci puoi arredare la casa e nutrire i figli, con la spazzatura”

    L’avvento della rete (siamo nel 1992) ci inonda di informazione ma ci rende sempre più incapaci di comunicare.

    “Non ci sono spazio o tempo qua fuori, o qua dentro, o dovunque sia. Ci sono solo collegamenti. Tutto è collegato. Tutto il sapere umano raccolto e collegato, ipercollegato, questo sito porta a un altro, questo fatto rimanda a un altro, una cliccata di mouse, una parola di identificazione – mondo senza fine, amen.”

    DeLillo è ben fermo sul presente e proiettato nel futuro: ha saputo vedere tutto con decenni di anticipo, dall’attacco alle torri all’esplosione della bolla finanziaria fino all’odierno assalto al potere da parte dei guitti che imperversano sul pianeta da oriente a occidente.
    Finanche la scelta della copertina è sinistramente premonitrice: unico caso editoriale in cui non sia mai stata cambiata dall’esordio né per il mercato americano né per quello d’oltreoceano. Una fotografia scattata da André Kertésez nel 1972 dalla finestra del suo appartamento di New York, la cui quasi totalità è occupata dalle Torri Gemelle, alla base delle quali campeggia una croce romana, installata sulla cima di una vecchia torre campanaria.

    Per leggere Underworld è indispensabile un bagno di umiltà. Passato il primo avvincente capitolo, ci son volute 150 pagine per spegnere il mio sorrisetto da “lettore scafato”, l’aria da “Che sarà mai”.
    Underworld è un libro che richiede attenzione e concentrazione, che induce alla riflessione e alla ricerca continua. L’architettura stessa del romanzo lo richiede. Nuovi personaggi si introducono senza presentazione e spariscono per centinaia di pagine per poi riproporsi dove non li aspetti; i salti temporali sono continui e inizialmente disorientanti, tali da richiedere uno schema di lettura. Ogni capitolo è anche un saggio di filosofia, ecologia, comunicazione, arte.
    La sensazione è quella di trovarti di fronte alle opere d’arte più complesse che siano mai state realizzate: le piramidi dell’antico Egitto: stanze che si intersecano con corridoi che scivolano su se stessi e si incastrano chiudendo porte alle spalle e disseminando il percorso di trappole letali a protezione della camera del tesoro.
    Lo sforzo è arduo ma edificante, DeLillo pone nelle mani del lettore fili apparentemente insignificanti e ingombranti, ma arriva il momento in cui sai come tirarli e tutto, magicamente va a posto nel gioco di incastri ricompensando e sollevando l’anima.

    La chiusa è un rutilante susseguirsi di pagine travolgenti, devastanti, che portano inesorabilmente all’ultima parola del libro: Pace, omologa di Fine.

    Leggi Underworld, lo leggi davvero, e non sei più lo stesso, sei cambiato come lettore ma anche come persona, impossibile non identificarsi, non riflettere su ciò che ti è messo davanti e ti entra sotto la pelle.

    Underworld è un autentico, grande fuoricampo della Letteratura Universale contemporanea.

    Underworld, di Don DeLillo

    ha scritto il 

  • 5

    Un mondo in pericolo

    Underworld è un libro sovrassaturo di contenuti. E' ricco, straripante di riferimenti, di fatti, di concetti, di pensieri, di riflessioni, di arte moderna, di storia. Una carrellata di eventi che non ...continua

    Underworld è un libro sovrassaturo di contenuti. E' ricco, straripante di riferimenti, di fatti, di concetti, di pensieri, di riflessioni, di arte moderna, di storia. Una carrellata di eventi che non segue apparentemente un filo logico e dove l'ago del tempo scorre su diverse direttrici.

    Nel 1951, più o meno all'inizio della guerra fredda, ebbe luogo la partita di baseball Dodgers contro Giants con cui inizia il romanzo; contemporaneamente gli americani fecero esplodere un ordigno nucleare, come test, a fini militari. Il libro segue il percorso immaginario della palla leggendaria battuta da Bobby Thomson in quella partita, che lancia un fortissimo fuori campo; la palla, che passa di mano in mano, ci consente di seguire i principali eventi che avvengono in America fino alla fine della contrapposizione col blocco sovietico, con la caduta del muro.

    La fine del blocco sovietico causa una crisi di valori e di identità negli americani, che vedevano nei russi un obiettivo, un antagonista, un fattore che li faceva sentire "uniti". Una volta che i russi non sono più il nemico da battere, che fare? Con chi prendersela? L'uomo ha bisogno di qualcosa in cui credere, di nemici da combattere, di idoli, di oggetti, di Dei. Su che valore convergere?

    All'inizio della storia c'era il baseball, sport per il quale gli americani si potevano sentire uniti (più o meno come accade in Europa con i campionati di calcio). La palla lanciata da Thomson, filo conduttore di eventi, continua a ricordare il momento leggendario in cui tutti erano uniti.
    Una palla che man mano che il tempo procede testimonia la decadenza dell'America (e perché no, del mondo intero): la guerra, le scorie radioattive, la società dei consumi, il danaro, gli interessi, la politica. La disumanizzazione dei valori.

    Una società in crisi di valori tende a concentrarsi sugli oggetti, assegnando loro dei significati che, purtroppo, non possono avere. Oggetti che, per definizione fuggenti, sono destinati a diventare rifiuti, sommergendoci. Se procediamo così il mondo sarà presto distrutto. Dove stiamo andando? Stiamo inseguendo una utopia?

    Uno spiraglio positivo Delillo lo lascia intuire: sono solo i valori che rimangono, i rapporti umani; non le cose. Ed è su quelli che dobbiamo concentrarci.

    Un inizio strepitoso, una prosa raffinata e bellissima, riflessioni profonde e assolutamente degne di nota, uno stile caotico sul breve ma visionario sul lungo. Per me è un libro di 1772 pagine, ossia due volte 886. Perché alla prima lettura è quasi impossibile cogliere tutti i dettagli e i riferimenti incrociati (che non mi metto nemmeno a elencare, tanti sono).

    Faticoso, indubbiamente, e tutt'altro che facile. Ma regala riflessioni e sensazioni impagabili.
    Sono questi i libri per cui, dopo tutto, vale la pena leggere.

    ha scritto il 

  • 0

    Il più grande scrittore molisano vivente

    Ero scettico, lo confesso. Così come lo ero quando Ronfredo, un mio vecchio compagno del ginnasio, mi consigliò i Racconti di Padre Brown, del quale amai ancor di più, in seguito, la fortunata serie c ...continua

    Ero scettico, lo confesso. Così come lo ero quando Ronfredo, un mio vecchio compagno del ginnasio, mi consigliò i Racconti di Padre Brown, del quale amai ancor di più, in seguito, la fortunata serie con Renato Rascel; che non piacque a Ronfredo, e la cosa mi fece male. Molto male.
    Adesso ritorno a leggere un libro scritto da un prete, e che dire: Don De Lillo è una penna sopraffina. Lascia da parte Dio, il clero, la Madonna e tutti i santi, la sua cara provincia di Campobasso e ti racconta l'America; te la spezzetta, la mangia e se la rivomita sulla pagina come dodici doppi cheeseburger e quindici fette di carpaccio di pesce spada appena ingurgitati.
    Una preghiera lunga quasi Novecento pagine, scandite da splendide, simboliche pagine nere.

    Scriverò a Don Delillo per chiedere delucidazioni sul nobile giuoco del Baseball. Al quale, in tutta sincerità, ho sempre preferito il Cricket.

    ha scritto il 

  • 5

    Difficile commentare un libro così bello! Bisogna passare indenni il primo capitolo che mette a dura prova il lettore, poi man mano si viene completamente coinvolti dalla storia, dallo stile di scritt ...continua

    Difficile commentare un libro così bello! Bisogna passare indenni il primo capitolo che mette a dura prova il lettore, poi man mano si viene completamente coinvolti dalla storia, dallo stile di scrittura, da questo continuo saltare negli anni in modo molto organico. I personaggi poi ti rimangono dentro, in particolare il comico Lenny Bruce, così disperatamente solo, e Matt, con un'intelligenza fuori dal comune.
    Questo clima da guerra fredda e disastro nucleare imminente sembra così attuale in questi anni martoriati da continue guerre, così come il problema pressochè insormontabile dello smaltimento delle immondizie.
    Che dire se non che è davvero un capolavoro perchè, nonostante la mole di pagine e il non avere un filo cronologico, riesce a coinvolgere completamente il lettore.

    ha scritto il 

  • 4

    De Lillo non vuole certo renderci vita facile. Il romanzo incrocia,unisce e allontana storie e personaggi con uno stile e una sintassi che complica e rende duro il boccone. I personaggi e i mondi che ...continua

    De Lillo non vuole certo renderci vita facile. Il romanzo incrocia,unisce e allontana storie e personaggi con uno stile e una sintassi che complica e rende duro il boccone. I personaggi e i mondi che rappresentano cambiano costantemente, lasciandoci in balia degli avvenimenti pagina dopo pagina. La confusione dei temi, il baseball, l'immondizia, l'atomica riflette le complicazioni della nostra vita così come gli sprazzi di vita raccontato dai personaggi sono rappresentano la fragilità dei nostri rapporti e quanto poco sappiamo delle nostre relazioni, frantumante, discontinue ma sempre incredibilmente interconnesse. Per chi piace la lettera (e cultura) americana credo apprezzerà anche quest'opera disordinata, multistrato a volte pericolosa ma certamente affascinante..come la New York che fa rumorosamente da sottofondo continuo a questo intreccio di storie

    ha scritto il 

  • 5

    " Prima creiamo la spazzatura e dopo costruiamo un sistema per fronteggiarla. "

    Già Philip Roth aveva raccontato l'America da par suo imperniando sul baseball , il gioco che più di altri rappresenta l'intera nazione, con "Il grande romanzo americano" così come del resto ha fatto ...continua

    Già Philip Roth aveva raccontato l'America da par suo imperniando sul baseball , il gioco che più di altri rappresenta l'intera nazione, con "Il grande romanzo americano" così come del resto ha fatto , sebbene in maniera più diretta , anche Bernard Malamud nel suo bellissimo "Il migliore" .
    Ma Don DeLillo va oltre e prendendo spunto dallo storico spareggio per il titolo fra le due squadre rivali dei New York Giants e dei Brooklin Dodgers , ed in particolare proprio dalla palla del leggendario "fuori campo" messo a segno da Bobby Thomson al quale è dedicata tutto lo straordinario prologo , dipinge mezzo secolo di vita americana negli anni che vanno dal dopo guerra ai '90 .
    Una lettura durante la quale si incontrano divi come Frank Sinatra , Jackie Gleeson ed Edgar J. Hoover descritti in un loro momento di svago appunto durante l'incontro , oppure il cabarettista Lenny Bruce con le sue corrosive battute , ma dove dove si parla soprattutto di guerra fredda , delle prime esplosioni nucleari , di ecologia , d'arte contemporanea , dello smaltimento dei rifiuti e d'altro ancora in quel periodo nel quale il "Grande Paese" non negava opportunità a nessuno.
    Argomenti diversi e personaggi che non sempre hanno a che fare gli uni con gli altri ma comunque collegati proprio ai passaggi di mano della suddetta palla.
    Un romanzo monumentale di quasi 900 pagine , con tanti nomi che mettono a dura prova la memoria del lettore e col protagonista Nick Shay che a dispetto di un'adolescenza difficile riesce a fare successo e dietro il quale si potrebbe intravedere l'autore stesso.
    Un'opera espressa con uno stile lucido ed asciutto, con frasi sospese che poi riprendono, periodi che si interrompono , che si sovrappongono pur restando perfettamente comprensibili proprio come se si stesse ascoltando la narrazione direttamente delle voci dei personaggi stessi , con pagine che non lesinano battute umoristiche ma anche momenti di grandissima drammaticità (il capitolo Das kapital è allucinante) , che tuttavia potrebbe apparire eccessivamente lunga , verbosa , se non addirittura prolissa , per qualcuno .
    Insomma , uno di quei libri che si amano alla follia oppure si abbandonano senza rimpianti.

    ha scritto il 

  • 2

    Ho finito questo libro con difficoltà perché, nonostante offra uno spaccato della vita da italo-americano e porti a diverse riflessioni interessanti, ho trovato la storia un po' confusionaria. Nel com ...continua

    Ho finito questo libro con difficoltà perché, nonostante offra uno spaccato della vita da italo-americano e porti a diverse riflessioni interessanti, ho trovato la storia un po' confusionaria. Nel complesso la lettura per me è stata poco entusiasmante, ci sono stati diversi capitoli lenti e qualche passaggio degno di nota ma senza una vera continuità narrativa.

    ha scritto il 

  • 0

    Il più grande autore molisano vivente

    Ero scettico, lo confesso. Così come lo ero quando Ronfredo, un mio vecchio compagno del ginnasio, mi consigliò i Racconti di Padre Brown, del quale amai ancor di più, in seguito, la fortunata serie c ...continua

    Ero scettico, lo confesso. Così come lo ero quando Ronfredo, un mio vecchio compagno del ginnasio, mi consigliò i Racconti di Padre Brown, del quale amai ancor di più, in seguito, la fortunata serie con Renato Rascel; che non piacque a Ronfredo, e la cosa mi fece male. Molto male.

    Adesso ritorno a leggere un libro scritto da un prete, e che dire: Don De Lillo è una penna sopraffina. Lascia da parte Dio, il clero, la Madonna e tutti i santi, la sua cara provincia di Campobasso e ti racconta l'America; te la spezzetta, la mangia e se la rivomita sulla pagina come dodici doppi cheeseburger e quindici fette di carpaccio di pesce spada appena ingurgitati.
    Una preghiera lunga quasi Novecento pagine, scandite da splendide, simboliche pagine nere.

    Scriverò a Don Delillo per chiedere delucidazioni sul nobile giuoco del Baseball. Al quale, in tutta sincerità, ho sempre preferito il Cricket.

    ha scritto il 

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