Underworld

Di

Editore: Einaudi (Super ET)

4.2
(2082)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 885 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Svedese , Francese , Olandese , Spagnolo , Chi semplificata

Isbn-10: 8806173995 | Isbn-13: 9788806173999 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Delfina Vezzoli

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Il 3 ottobre 1951 al Polo Grounds di New York si gioca una leggendaria partita di baseball tra i Giants e i Dodgers. Della palla con cui viene battuto l'altrettanto leggendario fuoricampo che assicura la vittoria del campionato ai Giants si impadronisce un ragazzino nero di Harlem Cotter, Martin. Ritroveremo la palla cinquant'anni dopo in possesso di Nick Shay Costanza un dirigente dell'industria dello smaltimento dei rifiuti che nel 1951 era a sua volta ragazzino un passo più in là, nel Bronx. Nel romanzo di DeLillo i passaggi di mano della mitica palla servono da pretesto per la costruzione di un gigantesco quadro dell'America dalla guerra fredda fino alla crisi di Cuba e al crollo dell'Unione Sovietica.
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  • 2

    Recensito come capolavoro non sono riuscito a terminarlo tempo fa. Ripreso e finito obbiettivamente è un bel libro, particolare nell'intrecciarsi delle storie a ritroso dal presente al passato. Forse ...continua

    Recensito come capolavoro non sono riuscito a terminarlo tempo fa. Ripreso e finito obbiettivamente è un bel libro, particolare nell'intrecciarsi delle storie a ritroso dal presente al passato. Forse troppo prolisso e divagante in alcuni punti e troppo "occidentale" in generale come sentire. Insomma bello ma non entusiasmante.

    ha scritto il 

  • 4

    "Moriremo tutti quanti" (Lenny Bruce)

    Questo libro si merita in pieno la fama che lo circonda. Nel senso che è un romanzo difficile, a tratti noioso, ma nello stesso tempo illuminante. DeLillo non fa niente per rendere la lettura accattiv ...continua

    Questo libro si merita in pieno la fama che lo circonda. Nel senso che è un romanzo difficile, a tratti noioso, ma nello stesso tempo illuminante. DeLillo non fa niente per rendere la lettura accattivante, anzi pare che voglia proprio prendere a calci in bocca il lettore, con tutte le digressioni, i va e vieni, i collegamenti pindarici e le ellissi della sua prosa.
    La storia, poi, non ha un vero centro, né dei veri protagonisti, sbanda continuamente innescando ed intrecciando trame e sottotrame. Solo negli ultimi capitoli si può ipotizzare un filo rosso: il connubio tra bomba atomica e rifiuti. Che ci azzecca, chiedete voi? Sono entrambi prodotti della nostra civiltà, una civiltà che non sa cosa farsene delle sue scorie, soprattutto quelle nucleari, e che probabilmente è destinata ad autodistruggersi.
    Sottotraccia, insomma, Underwold è un libro apocalittico, parla dell'allegra inconsapevolezza con la quale stiamo andando verso la distruzione: negli anni '50 con la minaccia di una guerra atomica, oggi con l'irrisolto (e forse irrisolvibile) problema dei rifiuti.
    Qualcuno ha scritto che il motivo per cui finora non abbiamo trovato abitanti di altri pianeti potrebbe derivare dal fatto che nessuna civiltà riesce a superare il periodo dell'industrializzazione. Può darsi che sia vero, certo è che la nostra è molto probabile che non ce la faccia. In questo mi sento molto in sintonia con DeLillo e per questo, nonostante i suoi "difetti", Underwold è un libro che consiglio di leggere.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Pubblicità e pubblicitari

    Un romanzo del 1997 che si rivela una previsione profetica di ciò che colpirà gli Stati Uniti, e l’immaginario globale, negli anni seguenti, un romanzo che si fa interprete delle ansie e dello smarrim ...continua

    Un romanzo del 1997 che si rivela una previsione profetica di ciò che colpirà gli Stati Uniti, e l’immaginario globale, negli anni seguenti, un romanzo che si fa interprete delle ansie e dello smarrimento postmoderno di una coscienza collettiva complessa e contraddittoria come quella americana. L’orizzonte diegetico del testo copre un arco temporale ben preciso: dagli anni cinquanta della guerra fredda fra Usa e Urss fino agli anni novanta del cyberspazio di internet. Elemento tematico unificante dell’ampio affresco storico culturale è una partita di baseball realmente giocata negli anni cinquanta, gli anni d’oro del baseball americano, allo stadio di New York. Il prologo, dal titolo il trionfo della morte si apre con la superba narrazione della partita fra i Giants e i Dodgers al Polo Grounds, il 3 Ottobre 1951. In realtà l’evento sportivo è profondamente connesso ad un’altra tipologia di avvenimento macrosociale, ossia le sperimentazioni sovietiche della bomba atomica eseguite dai russi esattamente lo stesso giorno. Ma il collegamento fra i due eventi che è stato fonte d’ispirazione per DeLillo è inequivocabilmente esplicitato il giorno seguente dalla prima pagina del New York Times che accosta i due titoli principali suggerendo il nesso latente, ma profondo che lega le due notizie. Nel romanzo è un personaggio di nome Albert Bronzini a leggere la prima pagina del Times e a descriverla esattamente per come è stata nella realtà: “La prima pagina lo sconcertò, dominata da un paio di titoli a tre colonne. Alla sua sinistra i Giants vincono il campionato, sconfiggendo i Dodgers con un drammatico fuoricampo al nono inning. E alla sua destra, assolutamente simmetrico, stesso carattere, stesso corpo, stesso numero di righe, l’Urss fa esplodere una bomba atomica – patapùm – particolari ancora segreti. Bronzini non capiva perché il Times avesse tolto una partita di baseball dalle pagine sportive per accostarla ad una notizia così carica di perniciosa importanza”.DeLillo suggerisce in tal modo il potere di costruzione e articolazione del reale esercitato dai media, in particolar modo in questo caso dai mezzi d’informazione, che possono riportare, tradurre gli eventi ed i discorsi del mondo investendoli di significati e valori, creando connessioni, legami di senso fra testi, personaggi, avvenimenti apparentemente sconnessi e producendo, quindi, nuove e determinanti procedure di senso. Ed è proprio, come osserva lo stesso Bronzini, la dislocazione sulla superficie testuale giornalistica degli elementi del racconto sul mondo a produrre un significato piuttosto che altri, “sia i titoli sia le immagini si collegano fra loro nella pagina, o nella successione delle pagine, costituendo una rete isotopica che costituisce un testo a sua volta. Si forma così il fenomeno della tematizzazione (...).” È il giornale stesso pertanto a indicare al lettore il percorso narrativo da seguire nella lettura degli eventi riportati, è sempre il giornale a costruire legami, insinuare profondi nessi di significato fra elementi del mondo apparentemente lontani, ma che nel discorso mediatico dell’informazione trovano una precisa interdipendenza per il semplice fatto di essere vicini nella loro traduzione giornalistica, in tal modo: “Il lettore è portato a inferire che ci sia un caso più generale, un problema più vasto che, in senso stretto, non sta in nessun articolo, in nessun titolo o in nessuna immagine, ma deriva soltanto dal loro accostamento”. Proprio da questa riflessione nasce uno dei più importanti se non il leitmotiv essenziale di Underworld, ossia l’esistenza di un’interdipendenza strutturale, segreta, misteriosa che lega nella società americana, non solo quella degli anni cinquanta, la sfera di potere degli armamenti, la problematica della gestione dei rifiuti e la grande macchina capitalistica che raggiunge la sua attualizzazione più immediata nella pubblicità. Se i meccanismi globali di gestione della massa operati da queste tre differenti tipologie di potere, egualmente efficaci, conducono alla cristallizzazione di ansie collettive, di paure che hanno dominato l’opinione pubblica americana negli anni della guerra fredda, al contrario la partita di baseball fra Giants e Dodgers rappresenta nel romanzo quella parte del mito americano che conserva il sogno, la verità, la purezza di un evento ancora scevro e libero di simulacri. Un evento il cui merito principale sta nell’aver creato una massa d’individui uniti non dal terrore latente, non dall’incertezza del futuro, ma dalla forza di verità di un evento puro e meravigliosamente reale. Infatti, la caratteristica imprescindibile di questa partita di baseball, aldilà del suo trascinante valore sportivo, sta nella completa assenza di telecamere: la partita non è mai stata registrata e trasmessa in televisione, né in presa diretta, né successivamente. Così la potenza mitica dell’evento viene amplificata e alimentata storicamente proprio dalla sua assoluta impossibilità di essere in alcun modo riprodotta. Il valore assoluto della vittoria rivive esclusivamente nel racconto di chi ha assistito personalmente, non soltanto allo svolgersi del gioco in sé, ma soprattutto alle manifestazioni corali ed incontenibili di gioia collettiva per uno sport che rappresenta da sempre l’anima della storia popolare americana e che racchiude nel suo universo simbolico un sistema di valori carico di significati precipuamente americani. L’assenza di telecamere fa sì che la folla degli spettatori sia l’unica testimonianza possibile dell’evento, l’unica fonte di rievocazione del fatto. Il tema della massa, ricorrente e rilevante nell’intera opera di DeLillo, si manifesta nella sua accezione euforica di corpo sociale attivo, unito, non più da emozioni disforiche quali paura, ansia, solitudine, ma dal trionfo della gioia, della vittoria inaspettata. La partita è un evento che non subirà mai le svilenti procedure di reiterazione ad opera dell’ossessiva riproduzione televisiva, ma che trarrà le sue caricature di senso, le sue infinite risemantizzazioni esclusivamente dal ricordo puramente umano dell’evento. “Quando hanno sparato a JFK, la gente si è rintanata dentro casa a guardare la televisione al buio e a parlare al telefono con amici e parenti. Eravamo tutti separati e soli. Ma quando Thomson ha battuto il fuoricampo, la gente si è precipitata fuori. La gente voleva stare insieme. È stata forse l’ultima volta che la gente è uscita spontaneamente di casa per qualcosa.” , alla forza disgregante dell’evento mediatico si oppone la forza aggregante ed euforizzante del puro evento collettivo. In tal senso esiste nel romanzo una figura ben precisa che permette l’individuazione, in un tessuto narrativo quanto mai complesso e ricco di infiniti percorsi, di un filo invisibile di coerenza che lega eventi, livelli temporali e personaggi apparentemente sconnessi fra di loro. Si tratta della palla del fuoricampo di Bobby Thomson, la palla che segna la vittoria dei Giants e che diventa il simbolo della felicità corale di quel giorno. La palla rappresenta il simbolo quasi sacrale di un evento che vince l’assoluta egemonia semiotica dei media, di un evento che ha sprigionato un’energia tale da spingere la gente per strada, da farla uscire dal guscio di paure, ansie, dipendenze comportamentali collettive causate da fenomeni superiori ingestibili e complessi come la guerra fredda, il capitalismo avanzato. Protagonista simbolica del testo, la palla viene raccolta fortuitamente da un ragazzino di colore di nome Cotter Martin subito dopo il lancio, è questo l’inizio di un lungo e interminabile percorso che segnerà l’intero arco narrativo del romanzo facendo della palla il cimelio di un passato che tutti cercano di rievocare, ognuno per motivazioni differenti. Nick Shay, ad esempio, il personaggio principale del romanzo, non a caso negli anni novanta manager in una multinazionale di smaltimento dei rifiuti, è un tifoso dei Dodgers, la squadra perdente, e in teoria non avrebbe dovuto cercare il simbolo di una clamorosa sconfitta ed invece fa di tutto per trovarla “è l’unica cosa che ho sentito di dover assolutamente possedere in vita mia. Forse perchè la vita di Nick è costellata di perdite, ruota inesorabilmente attorno quel senso ineffabile, malinconico e tristemente dolce del perdere qualcosa. Nick perde il padre in circostanze misteriose, perde troppo presto la sua innocenza uccidendo erroneamente un uomo e finendo in riformatorio, perde la fedeltà della moglie e la fiducia nel suo migliore amico, ma soprattutto Nick ha perso una sensazione particolare, quella sensazione di veridicità delle cose e della vita che sente mancare dentro e attorno a sé, un senso di perdita comune a più personaggi del romanzo che rappresenta uno degli spunti d’analisi più importanti nel testo: “Ho nostalgia dei giorni del disordine. Li rivoglio, i giorni in cui ero giovane sulla terra, guizzante nel vivo della pelle, imprudente e reale.” Ecco che la palla porta con sé sia il significato di una storia corale, sia i percorsi individuali dei personaggi che entrano in suo possesso, mentre la pubblicità delinea un sistema economico il cui risultato inevitabile sono i rifiuti della cultura di massa, i rifiuti possiedono in tal senso un forte valore antropologico, rappresentano la chiave di lettura di una cultura sempre più votata al consumo frenetico di ogni bene.
    Mariangela Bio

    ha scritto il 

  • 3

    Flussi di coscienza favolosi, pagine e pagine composte da puri lampi di genio ma al tempo stesso dispersivo, caotico.
    Risulta difficile coglierne il filo conduttore
    Per il momento l'ho abbandonato sul ...continua

    Flussi di coscienza favolosi, pagine e pagine composte da puri lampi di genio ma al tempo stesso dispersivo, caotico.
    Risulta difficile coglierne il filo conduttore
    Per il momento l'ho abbandonato sul comodino a pagina 465, ci rivedremo in un prossimo futuro, ne sono certo.

    ha scritto il 

  • 1

    Lasciamo perdere la delicatezza

    mi sto facendo due cabasisi pazzeschi. Maro che rottura di maroni :)
    Mi sono chiesta a lungo se essere formalmente compita e forbita oppure spietatamente schietta e ho scelto la seconda. Per carità, c ...continua

    mi sto facendo due cabasisi pazzeschi. Maro che rottura di maroni :)
    Mi sono chiesta a lungo se essere formalmente compita e forbita oppure spietatamente schietta e ho scelto la seconda. Per carità, che quella sagomaccia di Don sappia scrivere, non c'è dubbio, che sia interessante... io lo collocherei fra un manuale sulla vita segreta dei mitili e il censimento delle beccacce in Italia, per interesse e capacità di coinvolgimento intendo.
    Io non mi capacito proprio di come si possa amare a tal punto il suono, per quanto melodioso, della propria voce da scrivere 800 pagine sul nulla, di cui quasi 200 su una partita di baseball dove, ovviamente, non succede una beneamata minchia.

    ha scritto il 

  • 4

    Ritrovare il tempo perduto, ovvero perdere il tempo ritrovato.

    Siamo abituati a percepire il tempo nell'ordine giusto, un secondo alla volta e sessanta secondi in ogni minuto. Il tempo va avanti e basta, caso mai salta un battito o due, magari un'ora intera, ma c ...continua

    Siamo abituati a percepire il tempo nell'ordine giusto, un secondo alla volta e sessanta secondi in ogni minuto. Il tempo va avanti e basta, caso mai salta un battito o due, magari un'ora intera, ma comunque sempre in avanti, sempre verso il futuro. È l'inutilità irreversibile del tempo, quella che cantava Rino.

    In questo libro il tempo viene trattato molto male e questa maleducazione è il centro del libro. Si parte negli anni 50, si salta avanti fino a ieri, si torna indietro e poi più indietro e poi in avanti e così via in un balletto lungo quasi novecento pagine. Perché la storia che seguiamo è la storia di una palla, alla fine, e le palle non esperiscono il tempo nel modo in cui lo fanno gli uomini.
    Il problema è che una palla non vive e non vivendo non pensa, non cresce, non racconta. Seguiamo la palla ma ciò che incontriamo sono gli uomini, eppure li incontriamo al contrario: li conosciamo maturi, adulti, posizionati, vittima del loro passato e dei ricordi e poi, seguendo la palla, li vediamo tornare indietro, involvere, avere di nuovo per la prima volta le loro esperienze. È una specie di storia al contrario, quella della palla, una storia in cui dimentichi invece di apprendere, ringiovanisci invece di crescere, torni lentamente allo stato fetale. Detto così, sulla carta, una storia al contrario in cui i personaggi tornano giovani e devolvono sembra meravigliosa, però non funziona benissimo e non mi ha mai coinvolto davvero. Perché conosci i personaggi con una certa maturità ed è frustrante a volte conoscere il loro futuro quando loro ancora non lo immaginano.
    È un libro strano, insomma. Eco scriveva che si può ritrovare il tempo perduto ma non perdere il tempo ritrovato: forse il succo è tutto qui.

    ha scritto il 

  • 3

    Non è semplicissimo commentare questo romanzo.

    C'è tanta "roba", qui dentro: tanti personaggi, tante situazioni, vicende, paesaggi, riflessioni.
    E' poco la fuffa in queste 886 pagine, è un romanzo ric ...continua

    Non è semplicissimo commentare questo romanzo.

    C'è tanta "roba", qui dentro: tanti personaggi, tante situazioni, vicende, paesaggi, riflessioni.
    E' poco la fuffa in queste 886 pagine, è un romanzo ricco e denso, densissimo.
    E scritto molto bene, e questo è evidente fin dallo splendido prologo, l'eccezionale racconto (dagli spalti) della partita tra i Dodgers e i Giants che dà il via agli eventi narrati.
    E' un romanzo sull'America, sulla spazzatura, sulla morte, le sconfitte, la memoria, le paure della guerra nucleare e altro ancora.

    Non mi scandalizzo a vedere che c'è chi lo definisce un capolavoro, non è un termine inadeguato, ci sta.

    Perché solo tre stelle, allora?
    Perché alla fine della lettura, mi chiedo: di tutto questo, cosa mi è rimasto?
    L'ho finito di leggere oggi, è già ora sono poche le scene che ricordo senza dovermi sforzare. E non è solo questo.... è un po' come sentire parlare un tizio, che parla tanto e parla bene, ma non dice nulla. E' solo una mia sensazione: magari sono che io non ho "ascoltato" bene.
    E non è nemmeno giusto dire che non mi ha lasciato nulla, perché in realtà un impatto l'ha avuto. Ma ho l'impressione che sarebbe stato molto meglio se l'autore si fosse focalizzato su un minor numero di personaggi, storie e "temi".
    A parte questo, il personaggio principale è anche il meno interessante, la penultima parte è davvero noiosa (non per la scrittura, ma per una conseguenza della struttura temporale del romanzo), e poi c'è la questione della pallina.
    In quasi tutti i commenti, recensioni e descrizioni della trama, la pallina del fuoricampo della partita tra i Dodgers e i Giants, sembra essere il fulcro della storia, da un certo punto di vista la vera "protagonista" del romanzo. In realtà, ha un ruolo marginale. La stragrandissima maggioranza del libro non ha assolutamente nulla a che vedere con 'sta pallina, e ai pochi personaggi che l'hanno posseduta e a chi interessa DAVVERO (e Nick Shay non è tra questi) viene dato poco spazio, decisamente meno rispetto ad altri personaggi che 'sta pallina o non hanno avuto niente a che fare o addirittura manco sanno che esista. E' semplicemente uno dei fili conduttori del romanzo, ed oltretutto uno dei meno importanti.
    Questo naturalmente non è un difetto, ma mi lascia perplesso che tutto il resto del mondo quando parli di "Underworld" veda la pallina come elemento centrale del tutto. Forse mi è sfuggito qualcosa....

    ha scritto il 

  • 4

    Epilogo da 4 stelle

    È l'epilogo che mi ha convinto a dare 4 stelle a questo libro invece di 3. Perché arrivare fino in fondo è stato faticoso ma ne è valsa la pena. Ogni volta che leggo gli americani, l'impressione è sem ...continua

    È l'epilogo che mi ha convinto a dare 4 stelle a questo libro invece di 3. Perché arrivare fino in fondo è stato faticoso ma ne è valsa la pena. Ogni volta che leggo gli americani, l'impressione è sempre quella: perché si affannano per parlare di niente? Ma presto realizzo che non è così. Quando arrivi a pagina 880 con le lacrime agli occhi è perché capisci una cosa: quel niente è semplicemente la realtà, che non è un racconto con un inizio, uno sviluppo e una conclusione coerente. Il senso della storia, così come della vita, non è fatto di bellezza, ma di imperfezione.

    ha scritto il 

  • 3

    Quasi novecento pagine per concludere con una sola parole, due sillabe, che dà il senso a tutto il resto: ne vale la pena ?
    L'Autore prova ad aiutare il lettore nel lungo percorso di lettura: spezzett ...continua

    Quasi novecento pagine per concludere con una sola parole, due sillabe, che dà il senso a tutto il resto: ne vale la pena ?
    L'Autore prova ad aiutare il lettore nel lungo percorso di lettura: spezzetta il tomo in tanti piccoli episodi, e di ognuno ne fa un racconto. Così quando il lettore si approccia alla lettura comincia sempre una avventura nuova con personaggi nuovi ed ogni nuova lettura è un nuovo piccolo racconto.
    (Somiglia un po' a quei piloti della formula 1 di una volta che riuscivano a spezzettare la curva in tanti piccoli segmenti, e con una guida un po' sgraziata disegnavano un arco perfetto).
    La scrittura di De Lillo è rotonda, accattivante, qualcuno direbbe ruffiana, comunque piace e si fa piacere. Non è roba da poco conto o da sottovalutare perchè quando devi seguire a lungo la stessa penna il rischio di rigetto o di rifiuto è sempre dietro l'angolo, in te lettore.
    La narrazione attraversa tutto uno specchio storico che parte dal primo dopoguerra e prosegue per oltre un lustro successivo: a salti, a canguro, senza neppure una regola apparente se non quella di ricominciare quasi sempre daccapo (sembra di rivedere il calvino e il suo lettore: se ci pensate bene entrambi sono un omaggio alla letteratura).
    Attraversa anche tutta una serie di personaggi del momento e ne rende onore: dai Kennedy a Frank Sinatra, passando per Lenny Bruce e i Rolling Stones De Lillo passeggia in mezzo ai mostri sacri della Storia Americana. Eppure nessuno di questi riesce minimamente ad oscurare la maestosità dei protagonisti scolpiti e modellati con cura dall'Autore: a partire da Cotter, e di seguito Manx, Klara, Nick, Bronzini giganteggiano tutti e si fanno beffe delle stelle (a strisce) idoli americani. Sono giganti e sono perdenti, anche quando vincono, e il loro successo non sta nei soldi o nel potere, ma nella consapevolezza e nell'accettazione della propria sconfitta. E' così che Nick e tutti i volti che si susseguono riescono a sopravvivere, e qualche volta anche a vivere.
    Piccoli uomini, piccole donne, piccole grande storie: sono americane, ma se permettete sono americani un po' “denoantri”, assomigliano agli italiani nostri, e infatti l'italiano casareccio e goliardico spunta qui e là tra le parole dei protagonisti: un intercalare fatto di esclamazioni e invettive che ci riporta spesso a casa nostra. E l'America di De Lillo si tinge un po' di tricolore.

    ha scritto il 

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