Uno, nessuno e centomila

Di

Editore: Feltrinelli

4.2
(10610)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 221 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Francese , Olandese , Portoghese , Polacco

Isbn-10: 880782079X | Isbn-13: 9788807820793 | Data di pubblicazione:  | Edizione 5

Curatore: Ugo M. Olivieri ; Illustrazione di copertina: Umberto Boccioni

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rigida , Cofanetto , Copertina morbida e spillati , eBook , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Umorismo , Filosofia

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Descrizione del libro
È la modernissima ed emblematica tragedia di Vitangelo Moscarda chescopre di essere un estraneo a se stesso, costruito dagli altri a modoloro: ognuno lo fa diverso e gli altri lo falsificano. Non può conoscersi,se pretende di costruirsi come uno. Non gli rimane che spogliarsi di tuttele connotazioni, le cosiddette qualità, gli averi, farsi dare del pazzo,vivere non più in sè, ma "in ogni cosa fuori".
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  • 5

    Chi sono io?

    Approcciare questo testo non è cosa semplice. Ma non è nemmeno difficile. Dipende, come per tutte le grandi opere, dal grado di approfondimento.
    Un bel romanzo, scritte con uno stile elegante o un bre ...continua

    Approcciare questo testo non è cosa semplice. Ma non è nemmeno difficile. Dipende, come per tutte le grandi opere, dal grado di approfondimento.
    Un bel romanzo, scritte con uno stile elegante o un breve scritto filosofico che tocca alcuni aspetti esistenziali, tanto importanti quanto inutili da trattare. E pensare che è stato Camus che me lo ha riportato alla memoria!
    Si può leggerlo seguendo le vicende di Vitangelo Moscarda che, da una semplice osservazione fattagli dalla moglie, inizia un percorso a tappe lungo il quale prende coscienza che il modo in cui lui percepisce se stesso è differente da quello in cui tutti gli altri lo riconoscono e lo percepiscono.
    Segue il rifiuto di tutte quelle identità che altri gli impongono e decide di ribellarsi per definire un nuovo se stesso, uguale per tutti. Per quanto questa reazione sia comprensibile, considerando che l’impalcatura di luoghi e personaggi che animano la storia sia secondaria rispetto a questo processo di cambio di identità, il risultato che Vitangelo ottiene è tanto imprevedibile quanto logico, col senno di poi.

    La sensibilità che Pirandello conferisce al protagonista è fondamentale, visto che di episodi banali, come quello riportato in incipit e che da il LA all’indagine di Vitangelo, capitano quotidianamente a tutti noi, ma praticamente nessuno inizia un tale percorso. Ecco perché la materia trattata può essere inutile.

    “Chi se ne frega!” risponderebbe la maggior parte di noi “di quello che gli altri pensano?”. Ma Pirandello questo lo sa e porta il lettore a capire che, invece, la cosa è più importante di quanto possa sembrare.

    Chi siamo? O Cosa siamo? Perché spesso le due domande si confondono per la risposta fornita. Il ‘Cosa sono’ è riferito a tutto quello che è certificabile. Dal nome, alla famiglia di appartenenza, dal titolo di studio alla professione. Ma è sul ‘Chi sono’ che ognuno è libero di dire la sua, sulla base delle proprie percezioni. E non vi è possibilità di venirne a capo e forzare una convergenza ad un unico profilo.
    In questo tentativo Vitangelo si perde. Il volersi togliere di dosso, una ad una, le centinaia di vesti che gli altri gli han confezionato, lo porta a ritrovarsi nudo di identità agli occhi di tutti. Perché mai gli concederanno di indossare l’abito che lui vorrebbe indossare. Il percorso che lui aveva previsto lo può decidere a metà, ma non può influire sulla parte gestita dagli altri. Si ritrova così a metà percorso, senza possibilità di procedere né di indietreggiare. Un limbo in cui è piombato, per il tentativo di cambiare, che è caratterizzato dalla pazzia. Uno stato questo dal quale non è possibile tornare indietro, come detto, nemmeno volendo ricucire i brani degli abiti che gli altri accettavano. Allora l’oblio è l’unico epilogo possibile. Il gioco finisce lì, la vita è finita lì.
    Occorre menzionare il personaggio di Anna, che appare nel finale. Lei usa lo specchio come fa Vitangelo, sebbene lo sfrutti per uno scopo diverso. É consapevole di quanti volti esistano ma non li trova banali né li rifiuta. Ci gioca, costruisce a tavolino i suoi tanti io, prova a modellarli per mostrarli all'occorrenza. Quando capirà il punto di vista di Vitangelo in un momento di lucida pazzia proverà ad ucciderlo. Qui Pirandello evidenzia la cesura tra le due tipologie comportamentali, che emergono nel momento in cui si prende coscienza dell'esistenza dei tanti io che albergano in ognuno di noi. Comunque sia non v'è soluzione.

    ha scritto il 

  • 4

    Essere se stessi

    Non ho resistito ad una rilettura.
    “Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo?...”
    Ricordo di aver letto questo romanzo mo ...continua

    Non ho resistito ad una rilettura.
    “Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo?...”
    Ricordo di aver letto questo romanzo molti anni fa e mi piacque tantissimo perché il tormentato protagonista pirandelliano mi fece riflettere molto sulle dinamiche interpersonali.
    Il romanzo ha sicuramente un significato particolare poiché pone ognuno di noi davanti alla visione di se stesso e a quella, molto diversa, che hanno gli altri…
    eppure questo tema così profondo non mi ha entusiasmato, forse perché a distanza di anni molte cose non mi sorprendono perché le ho vissute?!
    Forse perché fondamentalmente mi interessa poco ciò che pensano gli altri di me?! correggo il tiro…forse perché mi interessa solo ciò che pensano le persone che stimo?! o semplicemente perché sono cambiata ?! :)

    ha scritto il 

  • 4

    Difficile

    Quante volte ci è capitato di voler vedere noi stessi da fuori, cioè con gli occhi di chi ci circonda? Io l'ho desiderato molte volte, soprattutto qualche anno fa, quando facevo dell'aspetto fisico un ...continua

    Quante volte ci è capitato di voler vedere noi stessi da fuori, cioè con gli occhi di chi ci circonda? Io l'ho desiderato molte volte, soprattutto qualche anno fa, quando facevo dell'aspetto fisico una questione di vita o di morte. Volevo vedermi con occhi estranei e dunque capire chi fossi realmente. Perché ciò che penso io di me stessa è una questione del tutto parziale, e soprattutto a livello estetico sono la persona che mi conosce meno. Molte volte ho sognato di cogliermi di sorpresa e non riconoscermi, e quando questo è accaduto devo ammettere che è stato agghiacciante. Ho incontrato la mia immagine riflessa in uno specchio, ero in un negozio, molto distratta da una lunga fila di sandali. Insomma mi sono ritrovata davanti me stessa, ho sorriso gentilmente a quell'immagine, scansandomi per lasciarla passare. Quando il mio cervello ha messo a fuoco quel volto mi si è come ghiacciato il sangue. E' stato spaventoso. Innanzitutto perché se il mio cervello si fosse svegliato una frazione di secondo dopo mi sarei schiantata contro uno specchio, e poi perché è stata la prima volta che mi sono vista da fuori. Ero così distratta da quei meravigliosi sandali che non ho espresso alcun parere a riguardo. Ho notato solo questa donna con uno chignon, abbronzata (e io che mi immagino sempre pallida) con una fronte e degli occhi piuttosto sporgenti. Tutto sommato carina.
    Quando ho raccontato questo episodio a mio marito, lui ha subito citato Pirandello, e il giorno dopo lo ha fatto la mia amica Lisa. Allora mi sono precipitata nella libreria di casa dove non poteva certo mancare qualche libro di Pirandello. Ed eccolo lì, ciò che cercavo.
    La lettura non è stata semplice, innanzitutto per via dell'italiano parlato da Pirandello che è leggermente diverso da quello attuale. Vado in tilt quando incontro un Sì accentato al contrario, immaginate l'effetto che può farmi un guajo o un usurajo. Inoltre la storia non scorreva. Infatti più che un racconto, ci si trova di fronte a un'enorme riflessione sull' "io". In molte punti trovavo le mie stesse riflessioni nei ragionamenti di Pirandello, che se non sbaglio ha scritto quel libro a quarant'anni. All'incirca alla mia tremenda età di mezzo.
    Spesso mi è capitato di pensare di avere dentro di me venti Stefanie diverse. Secondo lui, dovrebbero essercene molte di più. Con chiunque abbiamo a che fare, ci comportiamo in maniera diversa. Per cui mio marito (come la moglie di Pirandello) mi percepisce in un modo, il mio collega di lavoro e fratello in un altro, la mia amica Lisa in un altro, e il mio angioletto (Pagel) in un altro ancora. Quante Stefanie convivono dentro di me? Infinite. E quante ne esistono al di fuori? Altrettante, se non di più. Soprattutto oggi, in cui i social ci mettono in contato con centinaia di persone, il nostro "io apparente" si avvicina al centomila di Pirandello. Ma anche al nessuno. Perché se ognuno di quei centomila ci percepisce in un modo diverso, vuol dire che noi in realtà non esistiamo. In quanto molteplici, ci perdiamo l'UNO che ci rende qualcuno.
    Più volte durante la lettura ho pensato che c'è da impazzire ad approfondire certi ragionamenti, ed effettivamente il personaggio del libro è impazzito sul serio. Confrontandolo al "Follia" di Mc Grath, penso che il vero libro degno di questo nome, sarebbe stato l'Uno, nessuno e centomila di Pirandello.
    Un libro di cui ovviamente consiglio una lettura, e magari una rilettura se la prima lettura risale ai tempi del liceo.
    La sconsiglio invece a chi come me - ma suppongo siamo in pochi - soffra di crisi di identità...

    ha scritto il 

  • 5

    Un capolavoro in cui Pirandello offre un quadro poliedrico della personalità umana. CIò che siamo non è quello che costituisce l'immagine che gli altri hanno di noi ed è per questo che il non voler ap ...continua

    Un capolavoro in cui Pirandello offre un quadro poliedrico della personalità umana. CIò che siamo non è quello che costituisce l'immagine che gli altri hanno di noi ed è per questo che il non voler apparire come gli altri ci vedono è indice di pazzia. L'esistenza di Vitangelo Moscarda muta drammaticamente a causa di un'apparente osservazione della moglie sul naso del marito. Sarà proprio quella semplice constatazione che scatenerà la frantumazione dell'esitenza del portagonista. Da leggere assolutamente.

    ha scritto il 

  • 3

    non mi importa chi sono; mi importa che faccio

    Vitangelo Mostarda, detto Gengè, il protagonista : nome, cognome e vezzeggiativo che, come tutti i nomi, cognomi e vezzeggiativi in Pirandello, funziona da spoiler. Sappiamo già che si infilerà in un ...continua

    Vitangelo Mostarda, detto Gengè, il protagonista : nome, cognome e vezzeggiativo che, come tutti i nomi, cognomi e vezzeggiativi in Pirandello, funziona da spoiler. Sappiamo già che si infilerà in un vicolo cieco, se va bene, o in un labirinto di specchi come è più probabile.
    Certo il suo fascino ce l’ha. Un fascino che resiste al quasi secolo che ha sulle spalle. Il fascino del dejà vu. Chi non ha giocato, a due anni, a nascondino con lo specchio e balzargli all’improvviso davanti per sorprendere l’immagine e ritrovarsela puntualmente davanti, scarmigliata e affannata come voi ?
    A chi non è capitato di vedersi venire incontro, avvicinandosi ad una vetrina, una faccia sconosciuta, e antipatica e scoprire, una frazione di secondo dopo, che è la propria, con sconcerto e rassegnazione?
    E chi non si è studiato a lungo in uno specchio per convincersi, una volta per tutte, che è quel corpo che porta a spasso le sue metafisiche elucubrazioni sul mondo e che attraverso quello sarà pensato dagli altri e non da tutti allo stesso modo?
    Chi poi non ha cercato di spiarsi guardandosi allo specchio mentre compie un’azione di cui automaticamente esegue lo schema, che so, ripetere la materia prima di dare un esame?
    Guardarsi vivere, in pratica. Cosa impossibile dice giudiziosamente Pirandello. Un po’ meno giudiziosamente, però, sta dalla parte di chi, avendo scoperto di non potersi guardare e di conseguenza di non potersi conoscere, non sopporta di essere i centomila sé in cui è scissa la sua unica immagine dai centomila con cui ha o può avere contatti, immagini a lui stesso sconosciute e di cui spesso si chiede: chi, io?.
    Fatto salvo il sobbalzo davanti alla vetrina e la stizza di scoprire che l’elevatissima autostima è cosa da dover ridimensionare se si vuole un minimo di calore umano attorno, non è che dopo l’adolescenza ci arrovelliamo molto sul rapporto tra l’io, il sé e l’altro.
    Datala per equazione irrisolvibile, si accantona e si cerca di costruire una rete di rapporti naturalmente codificati da regole più o meno condivise che si accetteranno o respingeranno in un incessante movimento di costruzione e decostruzione, vero nocciolo duro della realtà.
    Contro questa mania umana, materiale e cerebrale, di costruire si accanisce il Moscarda/Pirandello non accorgendosi di stare costruendo a sua volta una teoria. Dà ragione a Gengè, lo asseconda, gli spiana la strada a raggiugere una specie di Nirvana. Gengè, infatti, si libera della ricchezza ereditata che tanto dolore gli dà (l’essere tacciato da usuraio ma non per remore morali, piuttosto per il disconoscimento di un’etichetta che altri affibbiano ad una delle sue centomila personalità) e abbandona il mondo umano ‘cosato’ per morire e rinascere, inconsapevole del sé e dell’io, ogni giorno.
    Ho fatto di tutto per farmelo piacere, questo signor Nessuno, consapevole dell’arrovellamento talentuoso del mio conterraneo. Ma, come diceva la fresca buon’anima di Dario Fo, io non sono vecchia ma solo anziana. Io non ho nostalgia del passato, pur letterario, e men che meno di quello amniotico. Io sono qua, vivo e lotto insieme a voi. Anche se di me voi, miei quattro amici e vicini, avete un’immagine diversa di quella che mi sono creata perché della mia vera né voi né io ne sappiamo nulla.

    ha scritto il 

  • 4

    All'inizio ho arrancato, non riuscivo a capire come leggere la storia di Moscarda. Ricordo ancora l'entusiasmo che mi aveva travolto leggendo Il fu Mattia Pascal e la fatica che ho fatto all'inizio de ...continua

    All'inizio ho arrancato, non riuscivo a capire come leggere la storia di Moscarda. Ricordo ancora l'entusiasmo che mi aveva travolto leggendo Il fu Mattia Pascal e la fatica che ho fatto all'inizio della lettura rischiava di trarmi in inganno. Non vuole essere una storia facile, né una storia terribile. È una storia in cui il lettore, di pari passo col protagonista, acquista consapevolezza di sé e degli altri. Difficile rimanere impassibili di fronte all'inaffrontabile solitudine di Moscarda, difficile non pensare a quando gli altri ci svelano cose su di noi che non avevamo mai visto o pensato. Incredibile l'attualità di Pirandello dopo un secolo.
    Lo stato di lucidità in cui ti lascia è a tratti opprimente.

    ha scritto il 

  • 5

    Gengè

    "La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vost ...continua

    "La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi"
    Se questo pensiero fosse un'opera unica, come un dipinto, che valore avrebbe?
    Uno, nessuno e centomila non è solo un bel racconto, scritto molto bene, in uno stile frammentato e vivo. In questo libro Pirandello cerca di metterci di fronte all'estraneo che siamo per noi stessi. Si scompone e si ricompone davanti allo specchio, diverso, sconosciuto.

    ha scritto il 

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