Uno, nessuno e centomila

Di

Editore: Rusconi Libri

4.2
(10594)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Francese , Olandese , Portoghese , Polacco

Isbn-10: 8818024027 | Isbn-13: 9788818024029 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1ª ed.

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , Cofanetto , Copertina morbida e spillati , eBook , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Umorismo , Filosofia

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Descrizione del libro
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  • 4

    Difficile

    Quante volte ci è capitato di voler vedere noi stessi da fuori, cioè con gli occhi di chi ci circonda? Io l'ho desiderato molte volte, soprattutto qualche anno fa, quando facevo dell'aspetto fisico un ...continua

    Quante volte ci è capitato di voler vedere noi stessi da fuori, cioè con gli occhi di chi ci circonda? Io l'ho desiderato molte volte, soprattutto qualche anno fa, quando facevo dell'aspetto fisico una questione di vita o di morte. Volevo vedermi con occhi estranei e dunque capire chi fossi realmente. Perché ciò che penso io di me stessa è una questione del tutto parziale, e soprattutto a livello estetico sono la persona che mi conosce meno. Molte volte ho sognato di cogliermi di sorpresa e non riconoscermi, e quando questo è accaduto devo ammettere che è stato agghiacciante. Ho incontrato la mia immagine riflessa in uno specchio, ero in un negozio, molto distratta da una lunga fila di sandali. Insomma mi sono ritrovata davanti me stessa, ho sorriso gentilmente a quell'immagine, scansandomi per lasciarla passare. Quando il mio cervello ha messo a fuoco quel volto mi si è come ghiacciato il sangue. E' stato spaventoso. Innanzitutto perché se il mio cervello si fosse svegliato una frazione di secondo dopo mi sarei schiantata contro uno specchio, e poi perché è stata la prima volta che mi sono vista da fuori. Ero così distratta da quei meravigliosi sandali che non ho espresso alcun parere a riguardo. Ho notato solo questa donna con uno chignon, abbronzata (e io che mi immagino sempre pallida) con una fronte e degli occhi piuttosto sporgenti. Tutto sommato carina.
    Quando ho raccontato questo episodio a mio marito, lui ha subito citato Pirandello, e il giorno dopo lo ha fatto la mia amica Lisa. Allora mi sono precipitata nella libreria di casa dove non poteva certo mancare qualche libro di Pirandello. Ed eccolo lì, ciò che cercavo.
    La lettura non è stata semplice, innanzitutto per via dell'italiano parlato da Pirandello che è leggermente diverso da quello attuale. Vado in tilt quando incontro un Sì accentato al contrario, immaginate l'effetto che può farmi un guajo o un usurajo. Inoltre la storia non scorreva. Infatti più che un racconto, ci si trova di fronte a un'enorme riflessione sull' "io". In molte punti trovavo le mie stesse riflessioni nei ragionamenti di Pirandello, che se non sbaglio ha scritto quel libro a quarant'anni. All'incirca alla mia tremenda età di mezzo.
    Spesso mi è capitato di pensare di avere dentro di me venti Stefanie diverse. Secondo lui, dovrebbero essercene molte di più. Con chiunque abbiamo a che fare, ci comportiamo in maniera diversa. Per cui mio marito (come la moglie di Pirandello) mi percepisce in un modo, il mio collega di lavoro e fratello in un altro, la mia amica Lisa in un altro, e il mio angioletto (Pagel) in un altro ancora. Quante Stefanie convivono dentro di me? Infinite. E quante ne esistono al di fuori? Altrettante, se non di più. Soprattutto oggi, in cui i social ci mettono in contato con centinaia di persone, il nostro "io apparente" si avvicina al centomila di Pirandello. Ma anche al nessuno. Perché se ognuno di quei centomila ci percepisce in un modo diverso, vuol dire che noi in realtà non esistiamo. In quanto molteplici, ci perdiamo l'UNO che ci rende qualcuno.
    Più volte durante la lettura ho pensato che c'è da impazzire ad approfondire certi ragionamenti, ed effettivamente il personaggio del libro è impazzito sul serio. Confrontandolo al "Follia" di Mc Grath, penso che il vero libro degno di questo nome, sarebbe stato l'Uno, nessuno e centomila di Pirandello.
    Un libro di cui ovviamente consiglio una lettura, e magari una rilettura se la prima lettura risale ai tempi del liceo.
    La sconsiglio invece a chi come me - ma suppongo siamo in pochi - soffra di crisi di identità...

    ha scritto il 

  • 5

    Un capolavoro in cui Pirandello offre un quadro poliedrico della personalità umana. CIò che siamo non è quello che costituisce l'immagine che gli altri hanno di noi ed è per questo che il non voler ap ...continua

    Un capolavoro in cui Pirandello offre un quadro poliedrico della personalità umana. CIò che siamo non è quello che costituisce l'immagine che gli altri hanno di noi ed è per questo che il non voler apparire come gli altri ci vedono è indice di pazzia. L'esistenza di Vitangelo Moscarda muta drammaticamente a causa di un'apparente osservazione della moglie sul naso del marito. Sarà proprio quella semplice constatazione che scatenerà la frantumazione dell'esitenza del portagonista. Da leggere assolutamente.

    ha scritto il 

  • 3

    non mi importa chi sono; mi importa che faccio

    Vitangelo Mostarda, detto Gengè, il protagonista : nome, cognome e vezzeggiativo che, come tutti i nomi, cognomi e vezzeggiativi in Pirandello, funziona da spoiler. Sappiamo già che si infilerà in un ...continua

    Vitangelo Mostarda, detto Gengè, il protagonista : nome, cognome e vezzeggiativo che, come tutti i nomi, cognomi e vezzeggiativi in Pirandello, funziona da spoiler. Sappiamo già che si infilerà in un vicolo cieco, se va bene, o in un labirinto di specchi come è più probabile.
    Certo il suo fascino ce l’ha. Un fascino che resiste al quasi secolo che ha sulle spalle. Il fascino del dejà vu. Chi non ha giocato, a due anni, a nascondino con lo specchio e balzargli all’improvviso davanti per sorprendere l’immagine e ritrovarsela puntualmente davanti, scarmigliata e affannata come voi ?
    A chi non è capitato di vedersi venire incontro, avvicinandosi ad una vetrina, una faccia sconosciuta, e antipatica e scoprire, una frazione di secondo dopo, che è la propria, con sconcerto e rassegnazione?
    E chi non si è studiato a lungo in uno specchio per convincersi, una volta per tutte, che è quel corpo che porta a spasso le sue metafisiche elucubrazioni sul mondo e che attraverso quello sarà pensato dagli altri e non da tutti allo stesso modo?
    Chi poi non ha cercato di spiarsi guardandosi allo specchio mentre compie un’azione di cui automaticamente esegue lo schema, che so, ripetere la materia prima di dare un esame?
    Guardarsi vivere, in pratica. Cosa impossibile dice giudiziosamente Pirandello. Un po’ meno giudiziosamente, però, sta dalla parte di chi, avendo scoperto di non potersi guardare e di conseguenza di non potersi conoscere, non sopporta di essere i centomila sé in cui è scissa la sua unica immagine dai centomila con cui ha o può avere contatti, immagini a lui stesso sconosciute e di cui spesso si chiede: chi, io?.
    Fatto salvo il sobbalzo davanti alla vetrina e la stizza di scoprire che l’elevatissima autostima è cosa da dover ridimensionare se si vuole un minimo di calore umano attorno, non è che dopo l’adolescenza ci arrovelliamo molto sul rapporto tra l’io, il sé e l’altro.
    Datala per equazione irrisolvibile, si accantona e si cerca di costruire una rete di rapporti naturalmente codificati da regole più o meno condivise che si accetteranno o respingeranno in un incessante movimento di costruzione e decostruzione, vero nocciolo duro della realtà.
    Contro questa mania umana, materiale e cerebrale, di costruire si accanisce il Moscarda/Pirandello non accorgendosi di stare costruendo a sua volta una teoria. Dà ragione a Gengè, lo asseconda, gli spiana la strada a raggiugere una specie di Nirvana. Gengè, infatti, si libera della ricchezza ereditata che tanto dolore gli dà (l’essere tacciato da usuraio ma non per remore morali, piuttosto per il disconoscimento di un’etichetta che altri affibbiano ad una delle sue centomila personalità) e abbandona il mondo umano ‘cosato’ per morire e rinascere, inconsapevole del sé e dell’io, ogni giorno.
    Ho fatto di tutto per farmelo piacere, questo signor Nessuno, consapevole dell’arrovellamento talentuoso del mio conterraneo. Ma, come diceva la fresca buon’anima di Dario Fo, io non sono vecchia ma solo anziana. Io non ho nostalgia del passato, pur letterario, e men che meno di quello amniotico. Io sono qua, vivo e lotto insieme a voi. Anche se di me voi, miei quattro amici e vicini, avete un’immagine diversa di quella che mi sono creata perché della mia vera né voi né io ne sappiamo nulla.

    ha scritto il 

  • 4

    All'inizio ho arrancato, non riuscivo a capire come leggere la storia di Moscarda. Ricordo ancora l'entusiasmo che mi aveva travolto leggendo Il fu Mattia Pascal e la fatica che ho fatto all'inizio de ...continua

    All'inizio ho arrancato, non riuscivo a capire come leggere la storia di Moscarda. Ricordo ancora l'entusiasmo che mi aveva travolto leggendo Il fu Mattia Pascal e la fatica che ho fatto all'inizio della lettura rischiava di trarmi in inganno. Non vuole essere una storia facile, né una storia terribile. È una storia in cui il lettore, di pari passo col protagonista, acquista consapevolezza di sé e degli altri. Difficile rimanere impassibili di fronte all'inaffrontabile solitudine di Moscarda, difficile non pensare a quando gli altri ci svelano cose su di noi che non avevamo mai visto o pensato. Incredibile l'attualità di Pirandello dopo un secolo.
    Lo stato di lucidità in cui ti lascia è a tratti opprimente.

    ha scritto il 

  • 5

    Gengè

    "La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vost ...continua

    "La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi"
    Se questo pensiero fosse un'opera unica, come un dipinto, che valore avrebbe?
    Uno, nessuno e centomila non è solo un bel racconto, scritto molto bene, in uno stile frammentato e vivo. In questo libro Pirandello cerca di metterci di fronte all'estraneo che siamo per noi stessi. Si scompone e si ricompone davanti allo specchio, diverso, sconosciuto.

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro

    Ecco, questo Pirandello invece è un pessimista siciliano che ho sempre amato. Perché? Per il gusto del surreale e per la vena umoristica che lo distingue, per lo stile che si arresta, riflette, ripren ...continua

    Ecco, questo Pirandello invece è un pessimista siciliano che ho sempre amato. Perché? Per il gusto del surreale e per la vena umoristica che lo distingue, per lo stile che si arresta, riflette, riprende, incalza, trafigge, in un continuo movimento e in una sorta di interrogatorio che pare coinvolgere anche il lettore. Certo, la conclusione filosofica dell'autore (molteplicità degli io e quindi in fondo della sua inconsistenza, incomunicabilità, impossibilità di accedere al vero e di trovare un se stesso a cui appigliarsi, negazione delle sicurezze) non è che sia incoraggiante e neppure lontanamente ottimista. Ma affronta con una grazia e con un piglio coraggioso, mai melenso, mai vittimista, la difficoltà del vivere che ognuno di noi scopre nel suo percorso, ogni volte che pretende (o che gli viene affibbiato) un qualsiasi ruolo.

    ha scritto il 

  • 3

    Terrificante negazione del concetto di identità

    “Uno nessuno e centomila” racconta, attraverso una forma ibrida che unisce romanzo e analisi filosofica, la storia di un’amara ossessione che conduce alla follia. Ma è possibile definire “follia” la s ...continua

    “Uno nessuno e centomila” racconta, attraverso una forma ibrida che unisce romanzo e analisi filosofica, la storia di un’amara ossessione che conduce alla follia. Ma è possibile definire “follia” la scoperta dell’inesistenza del concetto di identità? 
Pirandello sembra conscio del fatto che l’identità non sia altro che la libera costruzione di un mondo personale, un modo di plasmare la materia esterna al nostro io, che muta da individuo a individuo a seconda del proprio gusto e delle proprie esigenze. 
L’identità è lo strumento con cui l’uomo, dotato di una coscienza capace di riflettere sul suo significato nel mondo, costruisce la propria sicurezza, appagando un disperato bisogno di razionalità. 
La riflessione di Pirandello sull’estrema soggettività delle opinioni ricorda il disincantato relativismo della sofistica greca, secondo la quale le idee condivise dalla maggioranza degli individui non rispondono a criteri di giustizia oggettiva, ma sono sempre quelle che si affermano con maggior forza e convinzione.
Personalmente, non riesco a condividere completamente queste tesi, essendo convinto che, pur nella diversa rappresentazione del mondo che ogni individuo mette in atto a seconda del proprio modo di valutare i fatti della vita, un’identità della persona esista. Certo, la costruiamo ogni giorno in modo relativo, ma si basa comunque su un “sentire” che riflette il nostro senso di dignità e che può esprimersi nel mondo trovando quel canale di comunicazione con l’altro che Pirandello nega. 
L’opera pirandelliana resta a suo modo spiazzante, esprimendo tutta la sua originalità nello stile e nella enigmatica scomposizione della psiche generata dalle riflessioni del protagonista.

    ha scritto il 

  • 5

    Abbiamo tutti un falso concetto dell'unità individuale

    Un vero capolavoro!!!
    Forse non proprio una lettura per tutti; se l'avessi letto anni fa non avrebbe avuto su di me lo stesso effetto avuto adesso. Bisogna essere pronti a mettersi in discussione perc ...continua

    Un vero capolavoro!!!
    Forse non proprio una lettura per tutti; se l'avessi letto anni fa non avrebbe avuto su di me lo stesso effetto avuto adesso. Bisogna essere pronti a mettersi in discussione perché il libro è molto introspettivo.
    Un dettaglio quasi insignificante (il naso che pende un po' in un lato) mette in crisi il personaggio principale che da quel momento guarderà al mondo con occhi diversi, rendendosi conto che gli altri non vedono quello che noi pensiamo di essere e nello stesso tempo ognuno vedrà una realtà diversa sulla base delle proprie idee.
    L'edizione della Newton-Compton comprende anche un altro romanzo di Pirandello: "Quaderni di Serafino Gubbio operatore". In questo romanzo il protagonista prova ad osservare la vita da spettatore impassibile, rassegnandosi all'impossibilità di riuscire a comprendere il significato dello scorrere degli eventi; il protagonista di "uno, nessuno e centomila" invece, alienandosi dal mondo che lo circonda, riesce alla fine a divenire NESSUNO.
    Se letto con attenzione, cambia il modo di raffrontarsi con gli altri.
    Concludo proprio con una citazione tratta dal libro:
    "Abbiamo tutti un falso concetto dell'unità individuale. Oggi unità nelle relazioni degli elementi tra loro; il che significa che, variando anche minimamente le relazioni, varia per forza l'unità. Si spiega così, come uno, che a ragione sia amato da me, possa con ragione essere odiato da un altro. Io che amo e quell'altro che odia, siamo due: non solo; ma l'uno, ch'io amo, e l'uno che quell'altro odia, non son punto gli stessi; sono uno e uno: sono anche due. E noi stessi non possiamo mai sapere, quale realtà ci sia data dagli altri; chi siamo per questo e per quello."

    ha scritto il 

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