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Unto This Last

Four Essays on the First Principles of Political Economy

By

Publisher: George Allen

3.5
(8)

Language:English | Number of Pages: 199 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Italian

Publish date:  | Edition 10

Also available as: Paperback

Category: Philosophy , Political , Social Science

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Book Description
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    Il titolo Unto this last è pressoché intraducibile: letteralmente sarebbe “a quest’ultimo”. Si tratta di una frase presa dal Vangelo (Matteo, 20, 14), nella traduzione “di Re Giacomo”. È un passo dell ...continue

    Il titolo Unto this last è pressoché intraducibile: letteralmente sarebbe “a quest’ultimo”. Si tratta di una frase presa dal Vangelo (Matteo, 20, 14), nella traduzione “di Re Giacomo”. È un passo della parabola degli operai nella vigna, con la risposta del padrone all’operaio che si lamenta che all’ultimo arrivato sia dato quanto a lui (“darò a quest’ultimo quanto a te”).
    La scelta del titolo allude in particolare (sia pure con qualche forzatura) ad uno dei temi trattati nel primo articolo: la proposta di tariffe salariali nazionali fisse, per evitare la piaga e l’ingiustizia della concorrenza al ribasso dei salari sotto la pressione della povertà e della disoccupazione.

    Il libricino contiene i quattro articoli “sui primi principi dell’economia politica” che Ruskin pubblicò, con grande scandalo, sul “Cornhill Magazine” diretto da Thackeray, nel 1860 e poi riunì in volume nel 1862.
    Con grande scandalo, perché si trattava di un attacco frontale ai dogmi della scienza economica, e in particolare ai principi del libero mercato. Ossia quella economia politica “ortodossa” che – come riassume Kenneth Clark – “era la teologia dell'unica effettiva religione ottocentesca. Le sue argomentazioni complesse, astratte, e talvolta impenetrabili davano agli eredi di classe media della rivoluzione industriale quello stesso sentimento di certezza e di mistica protezione che la filosofia scolastica aveva fornito nel medioevo. […]
    Mettere in questione questa teologia era un attentato alla buona coscienza dei proprietari, e quando i recensori parlarono delle tesi di Ruskin come eresia stavano usando la parola sul serio, come avrebbero fatto i membri del Santo Uffizio”.

    Al di là degli aspetti datati, in queste pagine rimane qualcosa di essenziale e duraturo.
    E possono apparire più che mai attuali le parole del seguente aforisma:

    Il migliore e più semplice simbolo del capitale è un vomere ben fatto. Ora, se tale vomere non facesse altro che generare altri vomeri, come una proliferazione di polipi, per quanto il grande grappolo di vomeri-polipi scintilli al sole, avrebbe perso la propria funzione di capitale. Esso infatti diviene vero capitale solo attraverso un altro genere di splendore, quando è visto splendescere sulco, divenire splendente nel solco; piuttosto che con l'accrescimento della sua sostanza con la sua diminuzione, per il nobile sforzo dell'attrito. Perciò la vera domanda che dovrebbe essere familiare ad ogni capitalista, come ad ogni nazione, non è "quanti aratri hai?", ma "dove sono i tuoi solchi?", non "quanto rapidamente quel capitale si riproduce?", ma "cosa fa durante la sua riproduzione?" Che sostanza fornisce, che sia buona per la vita? Che opera costruisce, per proteggere la vita? Se non fa nulla di ciò il suo riprodursi è inutile - e se fa peggio che nulla (perché il capitale, così come può sostenerla, può anche distruggere la vita), la sua riproduzione è peggio che inutile; è un prestito con ipoteca di Tisifone, e non è in alcun modo un vantaggio.

    Molto si potrebbe dire della particolare qualità del “socialismo” di Ruskin (ma egli rifiutava questa denominazione). Ma credo che si tratti di temi che non si possono affrontare senza approfondimento. Una lettura pagina per pagina, argomentazione per argomentazione.
    Ci si possono riconoscerne limiti e illusioni, o vederci una impostazione essenzialmente illiberale e paternalistica. Riportarlo, in relazione all’utopia gotica che Ruskin aveva già tracciato nel capitolo centrale delle “Pietre di Venezia”, alla categoria di quelli che Marx chiamava “socialismi reazionari”, che volgono lo sguardo al passato. Vederci una preoccupazione eccessiva e paranoica per l’incombente scontro fra le classi e una volontà di salvare con ricette immaginarie la coesione e l’ordine borghese.
    Ma è anche evidente che per dire tutto questo ci vorrebbero notevoli forzature.
    Proveniente da una famiglia borghese (il padre era un ricco commerciante di liquori, socio d’affari del leggendario Pedro Domecq) Ruskin non ha nulla a che fare con nostalgiche rivendicazioni delle virtù di aristocrazie al tramonto, con apologie del feudalesimo e difese della rendita fondiaria. E la sua critica all’economia del lassez faire si amplia (in un modo che fu sconcertante per l’opinione borghese del tempo) ad una messa in questione dei capisaldi del capitalismo.
    Stravagante esteta propenso alla depressione, predicatore che già da bambino era montato su una seggiola ad imitare il gesto e il tono dei sermoni della “low church” in un discorsetto di sole tre parole “People, be good”, “elegante Geremia”, Ruskin avvertiva con forza, proprio a partire dai problemi dell’arte, il pericolo di uno svuotamento della civiltà (o più propriamente dell’anima) sotto la pressione della mercificazione universale.

    Nelle pagine che in “Unto this Last” vengono dedicate all’analisi ed alla demistificazione dei concetti dell’economia politica, sembra agire quello stesso spirito razionale che troviamo all’opera negli straordinari capitoli del primo volume delle “Pietre”, dedicati ai principi essenziali dell’architettura. E che fanno sorgere di fronte agli occhi della mente gli elementi del costruire nella loro essenza primordiale: il muro, il basamento, il cornicione, il tetto …
    Ancora Kenneth Clark scrive: “quando cominciò a scrivere sull'architettura come riflesso delle condizioni sociali, vennero risvegliati i suoi sentimenti di giustizia e di compassione; il suo sguardo chiaro e analitico, passando dai capitelli bizantini alla teoria della rendita, gli rivelò fondamentali incoerenze di disegno”.
    Diversamente da Marx, che compì la sua discesa negli “inferi” del capitalismo partendo “dai presupposti dell’economia politica”, accettandone “la lingua e le leggi” (così nei Manoscritti del ’44), per poi lanciare sul piano storico lo svolgersi delle contraddizioni implicite in queste ultime, Ruskin smonta il congegno dei concetti fondamentali dell’economia liberale alla luce di una logica e di una giustizia metastoriche.
    Operazione a prima vista ingenua e “disarmata”, ma che forse oggi può essere riscoperta, se non altro come incentivo a riprendere un contatto profondo con esigenze morali intramontate, e solo occultate

    Gandhi tradusse (o parafrasò) il libro di Ruskin in lingua Gujarati, col titolo “Sarvodaya” (benessere di tutti), e nella sua “Autobiografia” parla del grande influsso che il libro di Ruskin ebbe sulle sue idee.
    Ecco il capitolo dall’Autobiografia di Gandhi dedicato a “Unto this Last”:
    http://people.apache.org/~venkat/gandhi/Part_IV/The_Magic_Spell_of_a_Book.htm

    Anche M. L. King era un estimatore del libretto di Ruskin:
    http://www.uoguelph.ca/~whulet/OGN/Vol1Issue1/Ruskin.htm

    La traduzione

    Il traduttore italiano di questa edizione ha scelto di rimanere anonimo, e ha fatto bene, perché è un lavoro frettoloso e davvero pessimo. Sciattezze ad ogni pagina, eccessi di letteralità mescolati ad errori (per esempio: frasi negative rese come affermative) che compromettono in più punti la comprensione del testo. Note a piè di pagina riportate dentro il testo, rendendone pesante e divagante la lettura. Aggiungiamo anche qualche refuso. Insomma: un macello.
    E allora, che farne? Lo butto via? No. L’ho usato come traccia per aiutarmi nella lettura dell’originale inglese, che è disponibile in parecchi siti web.

    http://www.gutenberg.org/ebooks/36541

    Vorrei una vacanza per tradurmelo da capo da me, in modo da poterlo fare più mio. E il tempo per leggerlo bene e a fondo in contrappunto e in “concordia discors” con Marx.

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    Una piccola perla da leggere, rileggere e meditare. Gandhi ne ha tratto ispirazione e capisco perché. Sicuramente non è un saggio di facile lettura, sia per lo stile ottocentesco, che per l'argomento ...continue

    Una piccola perla da leggere, rileggere e meditare. Gandhi ne ha tratto ispirazione e capisco perché. Sicuramente non è un saggio di facile lettura, sia per lo stile ottocentesco, che per l'argomento ostico a chi come me non ha grande familiarità con l'economia.
    Resta comunque il fatto che alcune idee sono illuminanti: su tutte citerei la definizione di ricchezza. Ricchezza è il "possesso di una cosa di valore da parte di una persona che valga", quindi "l'uomo e il valore materiale formano ricchezza solo operando insieme".

    said on 

  • *** This comment contains spoilers! ***

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    pane e tulipani

    Oltre che pittore, scrittore, poeta e critico, John Ruskin fu tra l'altro economista e riformatore sociale, che contestava l'economia politica classica per la disumanità del capitalismo industriale ot ...continue

    Oltre che pittore, scrittore, poeta e critico, John Ruskin fu tra l'altro economista e riformatore sociale, che contestava l'economia politica classica per la disumanità del capitalismo industriale ottocentesco: egli propone una critica indignata della modernità, del razionalismo trionfante, dell'illusione di un equilibrio ormai raggiunto e definitivo, della riduzione della società da organismo vivente e solidale a macchina efficiente ma inanimata, del prevalere del valore di scambio sul valore d'uso.
    Per Ruskin sembra necessaria una totale trasvalutazione degli ideali moderni, come è chiaramente esplicitato nei saggi raccolti in Fino all'ultimo (1860-62), nel quarto dei quali l'autore procede ad una vera e propria ridefinizione di alcuni dei concetti tipici dell'economia. Il vero valore, per esempio, quello d'uso (usefulness) – che «si addice a degli articoli di ferro, ma non ad altri, e ad alcuni articoli di argento, ma non ad altri. Si addice agli aratri, ma non alle baionette; e alle forchette, ma non alla filigrana» –, significa, dal latino valere, star bene, star forte, essere valido, valevole e profittevole, e contribuire alla vita, e non va perciò confuso con il prezzo, il valore di scambio, che non è mai l'onorabile valutazione dell'intelletto e del sentimento inclusi in un lavoro di buona qualità. La ricchezza, inoltre, non dipende dall'avere ma dal sapere o dal potere, essendo il possesso di articoli utili e di cose di valore da parte di persona che valga, che li possa e li sappia usare: così, «molti i quali comunemente passano per ricchi, non sono in realtà più ricchi delle serrature delle loro casseforti, essendo per loro natura e per tutta l'eternità incapaci di ricchezza».
    Infine, «un capitale che non produce altro che capitale, non è che una radice che produce radice; è bulbo che dà altro bulbo, mai un tulipano; seme che produce seme e mai pane. Il tipo generico, migliore e più semplice, di capitale è un ben fatto vomere. Ora, se quel vomere non facesse altro che generare altri vomeri, a mo' di polipi, per quanto il gran mucchio di polipi-vomeri risplendesse al sole, esso avrebbe perduto la sua funzione di capitale. Vero capitale diventa per altra specie di splendore, quando lo si vede luccicar nel solco; e ne sia diminuita, anziché accresciuta, la sostanza, per nobile logorio. E il vero problema non è "quanti aratri hai?" ma "dove sono i tuoi solchi? Quale sostanza darà [questo capitale] che contribuisca alla vita?"». Il mito di Issione «legato alla ruota – ruota di fuoco, ruota dentata, che si volge senza cessa, nell'aria» – rappresenta bene il moderno modello «dell'umano affaticarsi quando è egoistico e senza frutto, ruota che non ha in sé animo o spirito, ma è solo girata dal Caso», ma se la conservazione e l'ammasso non si realizzano nella distribuzione, se il coronamento della produzione non è il consumo, allora «essa si riduce a null'altro che muffa e cibo di topi e di vermi».

    anche sul blog: http://popfilosofico.blogspot.com/2011/10/pane-e-tulipani.html

    said on 

  • 3

    L'ispirazione di Ghandi

    Ho acquistato e letto questo libro perché incuriosito dal fatto che Ghandi lo cita più volte come uno degli ispiratori che diedero una svolta al suo modo di vivere. Il libro contiene 4 saggi inerenti ...continue

    Ho acquistato e letto questo libro perché incuriosito dal fatto che Ghandi lo cita più volte come uno degli ispiratori che diedero una svolta al suo modo di vivere. Il libro contiene 4 saggi inerenti l'economia e il valore del commercio etico. Devo ammettere che i primi 3 saggi sono riuscito a seguirli abbastanza bene anche se la scrittura di un secolo e mezzo fa si sente... nel quarto mi sono un po' perso e anziché applicarmi di più ho lasciato un po' andare le parole. Era decisamente diventato pesante e logorroico. Il libro è breve e alla fin fine interessante ma richiede secondo me una certa dose familiarità col "vecchio stile".

    said on