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V.

Di

Editore: Rizzoli (Bur La Scala)

4.0
(469)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 603 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8817106275 | Isbn-13: 9788817106276 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Giuseppe Natale

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
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  • 3

    io e pynchon: un rapporto disfunzionale

    non so, possibile sia un problema mio. un'incompatibilità più che altro: questo romanzo l'ho interrotto una prima volta, e poi ripreso quasi come un compito. la seconda volta sono arrivata alla fine, ma è stata una lettura faticosa. v. per me è troppo, di tutto: visioni, luoghi, personaggi, punti ...continua

    non so, possibile sia un problema mio. un'incompatibilità più che altro: questo romanzo l'ho interrotto una prima volta, e poi ripreso quasi come un compito. la seconda volta sono arrivata alla fine, ma è stata una lettura faticosa. v. per me è troppo, di tutto: visioni, luoghi, personaggi, punti di vista. sarà anche un capolavoro (la banalità di sicuro non può essergli rinfacciata) ma evidentemente non fa per me.

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo aver amato L’arcobaleno della gravità mi sono lanciato fiducioso su V. Speravo di provare la stessa intensità di emozioni, di vibrare di fronte al genio spericolato di Pynchon, invece qualcosa non è andato come avevo previsto e mi sono trovato confuso, sballottato da una parte all’altra del ...continua

    Dopo aver amato L’arcobaleno della gravità mi sono lanciato fiducioso su V. Speravo di provare la stessa intensità di emozioni, di vibrare di fronte al genio spericolato di Pynchon, invece qualcosa non è andato come avevo previsto e mi sono trovato confuso, sballottato da una parte all’altra del mondo, da un tempo ad un altro, senza appigli. Molti usano la parola caleidoscopio (in parte perché fa fico, in parte perché rende bene alcuni aspetti della narrativa pynconiana) per descrivere i suoi libri e anche io voglio farlo: il caleidoscopio è fico, sono d’accordo, ma non quando ci sei dentro per 600 pagine con la sensazione costante di essere uno di quei frammenti di vetro, usato solo per riflettere la luce dell’autore, senza poter godere dell’immagine.

    ha scritto il 

  • 3

    Malta centro di gravità permanente

    Scoprire a quasi 33 anni che Malta possa avere un qualcosa di interessante è un per me un piccolo miracolo.
    Il primo romanzo dello scrittore americano marchia la pelle della letteratura mondiale, un tatuaggio indelebile e quasi del tutto incomprensibile. Affermare che l'entropia rappresenti ...continua

    Scoprire a quasi 33 anni che Malta possa avere un qualcosa di interessante è un per me un piccolo miracolo.
    Il primo romanzo dello scrittore americano marchia la pelle della letteratura mondiale, un tatuaggio indelebile e quasi del tutto incomprensibile. Affermare che l'entropia rappresenti un chiodo fisso per questa mente tanto ingegnosa quanto malata è per me facile dopo aver già letto Gravity Rainbow.
    Il rischio che porta l'entropia allo scrittore, è quello di rischiare di farlo mollare cadendo nel paradosso della lotta contro di essa, alla ricerca di un senso nelle cose, di legami logici davvero deboli o addirittura inesistenti.

    Ma chi potrebbe pensare davvero ad un prete che si rifugia nelle fogne di New York riducendosi nel predicare ai topi perchè "sono gli unici che potranno salvarsi dalla fine del mondo"?

    A questo Pynchon ingegnere, matematico, illogico ed al contempo straordinariamente creativo sembra mancare ancora, almeno in parte, quella cattiveria irridente che pare prevalere in L'arcobaleno. Cattiveria irridente, intendiamoci, che navigherà in un mare di rassegnazione verso l'impossibilità della comprensione del mondo.

    ha scritto il 

  • 0

    Pynchon ti racconta la storia come uno che non creda a Dio ma decida di raccontartelo lo stesso - te la racconta facendola a pezzi, e della storia sceglie i detriti, va matto per le note minori, si infila nelle zone d'ombra.
    Ed è riuscito a scrivere un romanzo d'esordio che non ha nulla di ...continua

    Pynchon ti racconta la storia come uno che non creda a Dio ma decida di raccontartelo lo stesso - te la racconta facendola a pezzi, e della storia sceglie i detriti, va matto per le note minori, si infila nelle zone d'ombra.
    Ed è riuscito a scrivere un romanzo d'esordio che non ha nulla di esordiente, che è classico, e postmoderno, e universale, e (lista suscettibile di giunte).

    Senza Pynchon non ci sarebbe Pynchon, il che sarebbe una mancanza per la Letteratura, ma senza Pynchon verosimilmente non ci sarebbe neanche stato il D. F. Wallace di Infinite Jest (o forse I. J. sarebbe un libro diverso da quello che conosciamo), il che sarebbe una doppia lacuna-incubo per un lettore come me.

    Insomma, per fortuna Pynchon c'è, le mie fantasie ucroniche sono scongiurate, ho qualche altro libro da leggere e so che ne sarà valsa la pena.

    ha scritto il 

  • 3

    Da qui all'arcobaleno

    Nel caos narrativo-temporale con il quale Pynchon esordisce nel mondo della letteratura in formato romanzo (e non un romanzo qualsiasi di poche pagine, ma un romanzo nel senso più pynchoniano del termine, uno di quelli con cui si farà riconoscere maggiormente con il passare del tempo, ovvero: a ...continua

    Nel caos narrativo-temporale con il quale Pynchon esordisce nel mondo della letteratura in formato romanzo (e non un romanzo qualsiasi di poche pagine, ma un romanzo nel senso più pynchoniano del termine, uno di quelli con cui si farà riconoscere maggiormente con il passare del tempo, ovvero: ampio, lungo, enciclopedico; una vera e propria furia esplosa su carta, quasi le parole fossero state racchiuse per tanto tempo dentro una diga e alla fine una di queste avesse fatto breccia dando il via a una irrefrenabile inondazione) si può avere la sensazione che l’autore americano si sia lasciato trascinare via dal suo fiume in piena, senza avere la possibilità di lasciare alcun tipo di punto di riferimento nelle pagine.
    La vicenda vaga in giro per il globo, partendo dall’America per arrivare a Firenze e finire a Malta, andando avanti e indietro nel tempo con sbalzi temporali tagliati con l’accetta, dove interi capitoli sono la trascrizione totale di quelli che dovrebbero essere i diari di alcuni personaggi incontrati nel corso della storia. Il tutto si basa sulla ricerca disperata del protagonista (o almeno di uno dei mille protagonisti) di V., una ricerca che già di per sé sarebbe assai ardua e complicata da portare a termine con le poche informazioni a disposizione, ma che eleva il suo coefficiente di difficoltà quando si accenna al fatto che il protagonista, così come il lettore, non sa cosa sia in realtà V., se una persona, una donna, una città, un’idea. La definizione migliore è quella che si può leggere in quarta di copertina, dove V. viene indicata come un’entità, la cui natura rimarrà segreta. Lungo tutto questo processo di ricerca avviene un’interminabile serie di eventi, difficili da raccontare e che a tratti danno l’impressione di essere episodi a se stanti scollegati dal resto della storia (soprattutto quando il lettore si lascia ubriacare dalla prosa ricca di Pynchon, capace di estraniare chiunque e di rinchiudere questo chiunque in una virtuale stanza di termini tecnici e situazioni altamente improbabili ma descritte con un’accuratezza maniacale tendente il più possibile alla realtà). Si ha così la possibilità di scendere nelle fogne di una New York degli anni ’50 per dare la caccia agli alligatori; fare visita a una Firenze topografica e molto americana (nord e soprattutto sud, con il Venezuela [altra V.]); riconoscere una pesante critica alla struttura della chiesa andando a leggere il resoconto della vita di un improbabile parroco che, sceso nelle stesse fogne di New York, era deciso ad evangelizzare e indottrinare tutti i ratti della terra, convinto che quest’ultimi fossero il futuro della chiesa, oltre l’umanità quando quest’ultima si sarebbe estinta (e qui Pynchon calca violentemente, e magistralmente, la mano andando a insinuare un possibile rapporto sessuale tra il detto parroco e una delle femmine di ratto, la più intelligente del branco [a detta del prete]). Nello stesso libro, a poche pagine di distanza, c’è spazio però anche a un accurato resoconto di un intervento di chirurgia plastica al naso (forse il punto più alto di tutta la prima parte del romanzo) che poi inevitabilmente sfocia e apre le porte a una riflessione sulla possibilità, in futuro, di eseguire allo stesso modo un particolare intervento di chirurgia “estetica” non tanto a parti del corpo estetiche quanto piuttosto al cervello; oltre ovviamente a tutta una serie di riferimenti storici con i quali Pynchon si diverte a confondere la realtà con la finzione, ciò che si è inventato lui da ciò che invece è successo davvero, mischiando le carte e trasformando la Storia, quella vera, quella appunto con la S maiuscola, eterna e senza fine, in una più piccola storia, minuscola, capace di essere racchiusa dentro un libro.
    Il libro è V., e in questo Pynchon cerca di racchiudere non solo tutta la storia, usando un artificio per distrarre il lettore e fargli credere che la storia narrata sia plausibile e allo stesso tempo paragonabile alla Storia, se non la Storia stessa, e per questo abbia, sia la storia che la Storia, un inizio ben definito e una fine altrettanto ben definita, andando a descrivere anche una vasta porzione di mondo, spostando di continuo le vicende da un continente all’altro, spaziando oltre che nel tempo anche nello spazio. In questo suo esodio è racchiusa tutta la letteratura pynchoniana, almeno nella prosa e nella struttura narrativa, in un feto che con il passare dei romanzi crescerà e diventerà adulto (segnando questo passaggio con l’inizio de “L’arcobaleno della gravità”): il dna, che non cambierà radicalmente, è ben presente qui. Quello che magari si può criticare è magari l’abilità dell’autore, ancora acerbo e sotto questo aspetto all’epoca alle prime armi, di trattare il concetto stesso di V., di non riuscire a mascherarlo in modo completo dall’inizio alla fine, tant’è che nella prima parte V. è davvero un’entità della quale non si capisce la natura, sempre a danzare tra più concetti, mille aspetti, spaziando appunto tra persone, idee, fantasie (erotiche e non) e luoghi, mentre nella parte finale invece si accentra con maggiore attenzione a una figura femminile, dimenticando tutte le altre forme che aveva precedentemente aveva acquisito con la narrazione. È possibile dire che questo fatto sia voluto, trattandosi di un libro e che prossimo alla fine l’autore abbia voluto dare un termine, inteso come fine, una chiusura alle vicende; ma le storie di Pynchon, come poi lo stesso scrittore americano avrà modo di sottolineare in altri libri, non hanno bisogno necessariamente di un finale definito, che porti a conclusione determinate linee narrative tracciate durante il corso del romanzo.
    V. è l’inizio di un percorso stilistico, se non proprio in termini di modo e di mezzi di raccontare almeno di intenti, che porterà l’autore ad approdare poi ad altri libri, quale per esempio il già citato “L’arcobaleno della gravità”. In quest’ultimo Pynchon riesce a costruire una storia ben mascherata da Storia, tracciando il suo racconto e miscelandolo con altri messaggi, in sottotracce che procedono ben salde su binari perfettamente disegnati, senza rischio di deragliare senza controllo. Tutto questo è presente anche in V., seppure in forma ridotta e rimaneggiata, ma il libro può essere visto come un primo tentativo nel tiro con l’arco: la prima freccia può essere finita nelle zone periferiche del bersaglio, ma è comunque servita ad aggiustare il tiro e fare centro con le frecce successive.

    ha scritto il 

  • 2

    Ma per favore,meglio un valium

    Dopo Rayuela il romanzo postmoderno mha esaurito!Con V. ritorna la storia a ritroso nel tempo.Protagonisti due personaggi più o meno interessanti,alla ricerca di se stessi e di una misteriosa lettera V.,la V. del titolo.Tutto è eccessivo e superfluo,dalle storie inutili degli improbabili coprotag ...continua

    Dopo Rayuela il romanzo postmoderno mha esaurito!Con V. ritorna la storia a ritroso nel tempo.Protagonisti due personaggi più o meno interessanti,alla ricerca di se stessi e di una misteriosa lettera V.,la V. del titolo.Tutto è eccessivo e superfluo,dalle storie inutili degli improbabili coprotagonisti di sventure,alle metafore sulla casualità degli eventi,della storia e della vita,per finire con citazioni politiche e critica sociale fluttuanti tra realtà e fantasia.Abbondano aforismi spesso banali e autocelebrativi,dove si assiste alla mostra surreale dell'incomprensione,quella in cui ti getta l'autore.Bidone fatto e finito,merde d'artiste?

    ha scritto il 

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