V.

Di

Editore: Rizzoli (Bur La Scala)

4.0
(501)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 603 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Francese

Isbn-10: 8817106275 | Isbn-13: 9788817106276 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Giuseppe Natale

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
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  • 3

    La trama, la trama, la trama
    Se doveste consultare un libro che insegni a scrivere, trovereste da tutte le parti che ogni storia deve avere una trama. Ed è la trama che fa la storia, senza trama non e ...continua

    La trama, la trama, la trama
    Se doveste consultare un libro che insegni a scrivere, trovereste da tutte le parti che ogni storia deve avere una trama. Ed è la trama che fa la storia, senza trama non esiste neppure la storia, ma solo un contenitore di idee messe insieme lì, a fare il libro. Questo insegnano i professori dello scrivere.
    A questo punto un profano si chiede: cos'è la trama ? Sempre preso dai testi sacri: è un processo che attraverso tre fasi, ovvero introduzione, sviluppo e conclusione della storia porta a determinare la struttura di tutto il romanzo. Chiaro, no ? E non basta, perchè all'interno ci devi mettere, a seconda del genere, dopo la descrizione dei personaggi, anche l'ambiente, il contesto, l'azione, la “suspence”, le ipotesi, ed infine la soluzione.
    Bene, Che c'entra tutto questo con Pynchon ?
    C'entra che Pynchon si fa un baffo di tutta questa prosopea degli studiosi, e sviluppa tempi, metodi e cadenze del tutto sue, inusuale e scardina così ogni ritualità del romanzo.
    Non è il solo a farlo, ovvio, non è certo il primo e non sarà l'ultimo. Sono in tanti in questo girone, alcuni grandissimi altri un po' meno, alcuni seguitissimi, spesso isolati e “underground”.
    La domanda è: ma serve veramente non avere una trama o averla strutturata in maniera diversa, segmentata, aritmica, chiamatela come volete ?
    V. parte da un'idea di base per strutturarsi lungo un viaggio complesso fatto di tanti personaggi e tante storie. Il punto è che Pynchon immette a continuo pompaggio, nella sua trama, personaggi, luoghi e storie sempre nuove sino a rendere il romanzo una sorta di storie nelle storie, una matrioska interminabile della quale spesso il lettore perde un po' il filo.
    Ed è un peccato, perchè Pynchon scrive maledettamente bene, intriga il lettore con le sue storie al limite del paradosso, e i suoi personaggi sanno rendersi irresistibili, ognuno con una fisionomia propria, ognuno perfettamente caratterizzato dall'autore. Pynchon è il Monty Python della letteratura, e il suo narrare surreale e bizzarro nasconde un fondo di malinconia e amarezza per le discrepanze della vita. Fonde dolce e amaro in uguale misure amalgamando intimamente a formare un unico corposo prodotto
    Se solo Pynchon si lasciasse andare, se solo seguisse questa benedetta trama, così come insegnano i soloni della cultura, allora sì andrebbe come una freccia !
    Immaginate di essere il passeggero dell'Aurelia B24 e che al posto di Gassman ci sia Pynchon alla guida: sfreccia veloce col suo motore scattante e dalla ripresa fulminante, perchè segue un filo ben preciso. Ma improvvisamente il pilota decide di prendere una strada secondaria (“Devo farti conoscere un personaggio nuovo, devo farti vedere dei luoghi sconosciuti”) e allora il coupè è costretto a tampinare una vecchia Fiat 600 perchè la strada non gli consente sorpassi: un po' frustrante, no ?
    Ahi, Pynchon se avessi quella bella strada filante, che goduria sentire quel vento sulla faccia e rilassarsi in compagnia di Stencil alla ricerca di V.
    Ma evidentemente le cose semplici non gli piacciono. Basta che poi non finisca fuori strada, già ci è bastato perdere Roberto.
    Libro che va riletto almeno una volta, per goderlo appieno. Lo faremo, a suo tempo.

    ha scritto il 

  • 4

    Quest'uomo è un pazzo

    Lettura impegnativa a dir poco. È necessaria una bella mole di pagine prima di comprendere quale sia il filo del discorso. Ma non se ne ha mai la certezza. Solo quando i nodi cominciano a venire al pe ...continua

    Lettura impegnativa a dir poco. È necessaria una bella mole di pagine prima di comprendere quale sia il filo del discorso. Ma non se ne ha mai la certezza. Solo quando i nodi cominciano a venire al pettine ci si rende conto di dove vuole portarci il buon Thomas.
    Diffidate da chi l'ha mollato a metà, all'inizio o "quasi" alla fine. Solo dalla cima della montagna puoi dirmi che ne pensi del panorama.

    ha scritto il 

  • 4

    L'opera smisurata che restituisce il senso del nostro nonsenso

    I miei interessi letterari si fermano quasi esclusivamente al periodo anteriore alla seconda guerra mondiale. Raramente quindi mi capita di leggere opere di un periodo posteriore, che considero una so ...continua

    I miei interessi letterari si fermano quasi esclusivamente al periodo anteriore alla seconda guerra mondiale. Raramente quindi mi capita di leggere opere di un periodo posteriore, che considero una sorta di piano inclinato lungo il quale la letteratura ha via via perso la sua capacità di essere una forma di espressione artistica in grado di interpretare con originalità la realtà quando non di prevederne i cambiamenti.
    Sono tuttavia consapevole che questa mia lettura è inficiata da una certa dose di grossolanità, per cui ogni tanto e per alcuni autori faccio delle eccezioni, e mi avventuro nei territori per me abbastanza inesplorati degli ultimi decenni del '900 alla ricerca di una specie allora rara ed oggi pressoché estinta, la buona letteratura (buona per la mia sensibilità, ovviamente).
    Tra gli autori del secondo novecento che mi affascinano c'è Thomas Pynchon, perché nelle sue opere trovo tratti, sia per quanto riguarda il contenuto, sia per la caratterizzazione stilistica che ad esse attribuisce, che le avvicinano – anche se a mio avviso solo relativamente alla maggior parte dei suoi contemporanei, e non in senso assoluto – ai grandi capolavori dell'800 e del primo '900 letterario.
    Molti anni fa lessi Vineland, che mi piacque molto ma di cui per la verità non ho più un ricordo preciso (dovrò rileggerlo) e più di recente mi avventurai (è proprio il caso dirlo, visto l'argomento) nella lettura di uno dei suoi ultimi romanzi, Mason & Dixon, di cui rimasi entusiasta (in qualche meandro della rete ci deve essere ancora la breve recensione che scrissi allora).
    Adesso ho affrontato la prima opera estesa di Pynchon, che è anche uno dei suoi libri più celebrati, ovverosia V.
    Una prima considerazione: la edizione in cui ho letto V. (Rizzoli, La Scala, con copertina rigida e sovracoperta) contiene un equivoco clamoroso. Proprio in sovracoperta riporta, oltre al nome dell'autore e al titolo, la dizione Romanzo. Ora, io credo che uno dei tratti essenziali di V. sia proprio quello di non essere un romanzo; non è neppure, a mio modo di vedere, un'opera letteraria figlia della distruzione del romanzo operata dai grandi narratori del primo novecento, come Joyce, Proust, Musil: V. è qualcosa di completamente diverso, è un mix di cronaca ed epica, un frullato in cui ritroviamo gli elementi tipici del romanzo ottocentesco e del primo novecento come pure- qualcuno ha fatto notare - quelli del romanzo picaresco, ma anche i meccanismi del romanzo poliziesco, la colloquialità della letteratura della beat-generation che lo precede di poco, e molto altro. Insomma, V. è un mostro letterario, condito anche, a mio avviso, da una certa dose di autocompiacimento da parte dell'autore, che è complicato definire, ma che certamente non può essere definito semplicemente un romanzo. Sarà banale e scontato, ma a mio modo di vedere ancora oggi la definizione più azzeccata di V. è quella di opera che ha inaugurato la postmodernità. Cercherò di spiegare perché.
    Se il romanzo moderno è stato lo strumento letterario dell'egemonia economica, politica e culturale della borghesia, la sua distruzione nei primi decenni del '900 ad opera dei grandi narratori europei è coincisa con (è stata figlia de) la grande crisi di questa egemonia. Il movimento operaio, la guerra mondiale, la rivoluzione d'ottobre avevano spazzato vie per sempre le sicurezze dei valori del positivismo; analogamente la letteratura aveva progressivamente spazzato via le proprie antecedenti modalità espressive, gli oggetti stessi di cui fino ad allora aveva trattato.
    Negli anni '30 e '40 l'avanzata del totalitarismo fascista e la guerra che ne consegue spingono ad una necessità di serrare i ranghi culturali in difesa dei valori di democrazia, ancorché squisitamente borghesi, nei confronti della barbarie: sono gli anni della forzata fine delle avanguardie.
    Nel secondo dopoguerra, per citare o quasi un grande classico italiano, tutto cambia perché tutto resti uguale: la società dell'affluenza e dei consumi, come antidoto al pericolo comunista si sviluppa nel mondo occidentale che vive sotto l'incubo nucleare. La letteratura in questa nuova situazione perde il proprio ruolo di arma principe di interpretazione e critica della realtà, soppiantata in questo da altre forme espressive più al passo con i tempi (cinema, musica…): da un lato diviene mero strumento di veicolazione del consenso al servizio della nascente industria culturale e dall'altro si rifugia in una serie di neoqualcosa che non testimoniano altro che l'incapacità di una espressione originale nel nuovo contesto sociale.
    Ci sono però delle eccezioni, dei tentativi di mantenere alla letteratura quel ruolo di grande crogiuolo della coscienza critica di un'epoca che aveva da sempre esercitato: queste eccezioni, per riuscire, dovranno riprendere, in forme nuove, quella capacità totalizzante che ha da sempre contraddistinto la grande opera letteraria. Nella bella prefazione a V. di Guido Almansi è riportata una frase di Italo Calvino, tratta dalle Lezioni americane che è illuminante al proposito: La letteratura sopravvive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione.
    E' proprio questo il tentativo che Pynchon a mio avviso compie, quale diretto discendente della grande letteratura antecedente, scrivendo V.: quello di comporre un'opera smisurata ed inusitata che dia il senso complessivo dell'epoca in cui è stata scritta. Siccome però per Pynchon quell'epoca non ha un senso univoco ed a prevalere è l'assurdo, siccome non si può capire questo non-senso se non raccontando anche i non-sensi che lo hanno preceduto, siccome non c'è più alcuna possibilità di comprendere quello che sta accadendo se non per piccole parti, ecco che V. non può narrare una sola storia, ma tante piccole sconclusionate storie, alcune individuali, altre corali, ciascuna imbastita con il sottile filo dell'assurdità e con grandi dosi di ironia e dissacrazione, storie con legami tra di loro apparentemente deboli ma tenute insieme dalla presenza (o dalla non-presenza) di V., il misterioso e multiforme collante sul cui significato si sono esercitate schiere di critici e lettori. Queste storie, poi, non possono svolgersi in un tempo univoco, ma devono saltare continuamente da un tempo all'altro (sempre comunque tempi di guerra e di rivolta, tranne – anche qui apparentemente – il 1956 della crisi di Suez in cui si muovono Benny Profane e la Banda dei morbosi). Infine, il non-senso della Storia e delle piccole storie narrate non può che riflettersi nell'acquisito non-senso della letteratura, che diviene quindi parodia di sé stessa, citazione dei suoi generi (questo per la verità era già stato fatto da Joyce).
    In questo apparente caos narrativo, che lascia aperti infiniti piani d'interpretazione che a loro volta si possono disperdere in mille rivoli, quanti sono gli spunti allegorici, metaforici o semplicemente di riflessione che l'autore ci trasmette (come detto a volte con un certo autocompiacimento), mi è sembrato tuttavia di percepire un forte elemento ordinatore, un messaggio cifrato univoco, che secondo me è il senso del non-senso di V. La vita di Benny Profane, il suo essere schlemihl e un po' yo-yo, costretto a lavori assurdi per tirare avanti, la vita di Esther, che vuole il naso perfetto, la vita sconclusionata della Banda dei morbosi, oltre che essere la faccia triste della beat generation e, come detto, dell'infanzia della società dell'affluenza e dei consumi, ha i suoi antefatti logici nelle vicende del colonialismo, della prima guerra mondiale, del nazismo, tutti pezzi di Storia apparentemente assurdi ma guidati da una logica ferrea, quella della conquista e della gestione del potere, che (e qui troviamo anche accenti che anticipano in qualche modo Philip K. Dick) condurrà ad una società sempre più spersonalizzata, se il grande olocausto globale non interverrà prima. Il caos, il non-senso sono da sempre assolutamente funzionali a nascondere ai più l'esistenza di un ordine imperscrutabile, che ci conduce incoscienti verso mete precise.
    Termino non sottraendomi all'esercizio principale di chi legge il libro. Chi (o cosa) è V.? Perché nel corso del libro assume le sembianze di donne, di quadri famosi, di località vere o inventate? Quale è il loro comun denominatore, che ce ne spieghi l'essenza? Secondo me V. è il più atroce scherzo che Pynchon ci gioca: V. non è una cosa o un posto, non è un archetipo o una grande metafora. E' semplicemente ciò che è in ogni parte del libro, è un diversivo che ci distrae da quello che sta realmente accadendo, è Pynchon che ci dice di guardare in una sua mano mentre con l'altra ci nasconde il trucco del suo gioco di prestigio. Se deve essere una metafora, V. rappresenta le armi di distrazione di massa che tanta parte hanno nella nostra società. Concentrandoci su V. e sulla sua ricerca, come Stencil, non capiremo i segreti giochi di potere che ogni storia ci narra, la barbarie che ha generato la barbarie ed il caos in cui viviamo. Penseremo che basti scoprire chi è V. per risolvere l'enigma del libro, ma V. non esiste proprio perché l'enigma del libro non è risolvibile.

    ha scritto il 

  • 4

    Molte opere prime recano il difetto intrinseco del voler esprimere troppo, confrontandosi con il limite della letteratura, che è il limite della parola, che è (l'enorme) limite dell'essere umano: quel ...continua

    Molte opere prime recano il difetto intrinseco del voler esprimere troppo, confrontandosi con il limite della letteratura, che è il limite della parola, che è (l'enorme) limite dell'essere umano: quello della finitezza.
    Tuttavia, se tale tentativo - afflato, potrebbe dirsi - oltre che dell'ambizione si nutre anche del talento di chi scrive, l'autore, una volta presa coscienza dei propri confini, sarà capace di trascenderli, non di superarli.
    E ciò, specie se ti chiami Thomas Pynchon e ti stai accingendo a scrivere delle opere seminali.

    ha scritto il 

  • 5

    Ho conosciuto Thomas Pynchon tramite L'incanto. Non mi era piaciuto, l'ho ributtato incazzato sullo scaffale, finita la lettura. Ma gli ho dato una seconda possibilità, che come si sa, non si nega a n ...continua

    Ho conosciuto Thomas Pynchon tramite L'incanto. Non mi era piaciuto, l'ho ributtato incazzato sullo scaffale, finita la lettura. Ma gli ho dato una seconda possibilità, che come si sa, non si nega a nessuno. E' stata una delle mie poche decisioni fortunate prese in tutta la mia vita. Thomas Pynchon è diventato un punto fermo, il mio autore preferito. Che dire di V., mi ha insegnato molte cose, mi ha annoiato in certi punti, divertito, intrattenuto, spaventato e fatto sognare. Ha dato risposte che cercavo da tempo, riguardo molti argomenti e riguardo a noi stessi. V. non è grande e adulto come L'Arcobaleno, ma ho come l'impressione che sia il più sentito sentimentalmente e che in questo romanzo, rispetto ai successivi, ci sia molto di Pynchon, sia presente la sua anima, la sua vita. Ed è questo che ho apprezzato in questo esordio di disillusioni di ideali forse personali, che nessuno sarà mai in grado di eguagliare o superare in quanto a grandezza.

    ha scritto il 

  • 4

    ?

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    Malta,La Valletta,Venezuela,Venere,alligatori,fogne,sbronze,Firenza,preservativi,topi,preti,predicatori,preti cattivi,lolite,new york,altre sbronze,furti,sferici,oggetti inanimati,colonialismo,imperialismo,Stencil,uomini grassi,bambini,dei,morbosi,yo-yo,disturbi psichici ,chirurgia estetica,Africa,Norfolk,Antartide,Baudelaire,Breaton,nasi,Egitto,Fashoda,moti di giugno,reali,Vheissu,Nilo,Botticelli,Uffizi e idee sparate senza soluzione di continuità.
    Alla fine non si sa più da che parte si è girati.

    ha scritto il 

  • 3

    io e pynchon: un rapporto disfunzionale

    non so, possibile sia un problema mio. un'incompatibilità più che altro: questo romanzo l'ho interrotto una prima volta, e poi ripreso quasi come un compito. la seconda volta sono arrivata alla fine, ...continua

    non so, possibile sia un problema mio. un'incompatibilità più che altro: questo romanzo l'ho interrotto una prima volta, e poi ripreso quasi come un compito. la seconda volta sono arrivata alla fine, ma è stata una lettura faticosa. v. per me è troppo, di tutto: visioni, luoghi, personaggi, punti di vista. sarà anche un capolavoro (la banalità di sicuro non può essergli rinfacciata) ma evidentemente non fa per me.

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo aver amato L’arcobaleno della gravità mi sono lanciato fiducioso su V. Speravo di provare la stessa intensità di emozioni, di vibrare di fronte al genio spericolato di Pynchon, invece qualcosa no ...continua

    Dopo aver amato L’arcobaleno della gravità mi sono lanciato fiducioso su V. Speravo di provare la stessa intensità di emozioni, di vibrare di fronte al genio spericolato di Pynchon, invece qualcosa non è andato come avevo previsto e mi sono trovato confuso, sballottato da una parte all’altra del mondo, da un tempo ad un altro, senza appigli. Molti usano la parola caleidoscopio (in parte perché fa fico, in parte perché rende bene alcuni aspetti della narrativa pynconiana) per descrivere i suoi libri e anche io voglio farlo: il caleidoscopio è fico, sono d’accordo, ma non quando ci sei dentro per 600 pagine con la sensazione costante di essere uno di quei frammenti di vetro, usato solo per riflettere la luce dell’autore, senza poter godere dell’immagine.

    ha scritto il 

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