Valerio Verbano

Ucciso da chi, come, perché

Di

Editore: Odradek

4.1
(15)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 464 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8896487153 | Isbn-13: 9788896487150 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Criminalità , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Il libro, attraverso l'analisi di interrogatori, verbali, sentenze, documenti e libri prodotti dai neofascisti, ricostruisce e radiografa tutto quel che si mosse a destra tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 riuscendo a connettere gruppi, figure, mitologie anche differenti, a far luce sul proliferare di sigle sempre nuove e rivendicazioni multiple ideate per depistare, creare confusione, mimetizzarsi e cercare di parificare destra e sinistra. Segue dei fili, l'autore, compone pezzi di puzzle, e infine qualcosa si capisce: ci sono individui, armi, identikit, formule retoriche che ritornano, un cumulo di indizi per contribuire fare chiarezza sulla morte di Valerio Verbano, ucciso il 22 febbraio 1980 nella sua abitazione, davanti ai suoi genitori legati e imbavagliati.
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  • 5

    ricostruire il contesto... finalmente

    Negli ultimi tempi il virus della "fascinazione" ha fatto breccia tra coloro che si occupano di estrema destra nell'ambito del giornalismo e della saggistica, anche tra quelli "di sinistra".
    Nei confr ...continua

    Negli ultimi tempi il virus della "fascinazione" ha fatto breccia tra coloro che si occupano di estrema destra nell'ambito del giornalismo e della saggistica, anche tra quelli "di sinistra".
    Nei confronti di chi fa a gara a dialogare per primo con CasaPound, chi si sbraccia per appellarsi alle "ragioni" degli "Altri" e chi apoditticamente decreta la fine dell'antifascismo militante, il libro di Lazzaretti erige una barriera. Una barriera fatta non di dogmi o frasi fatte ma di documenti e puntuali ricostruzioni, che restituisco a chi legge il milieu fascista che dalla fine degli anni '70 si è riprodotto fino ad oggi.

    ha scritto il 

  • 3

    Una occasione persa...

    Paolo Persichetti
    Liberazione 20 febbraio 2011

    Il 22 febbraio 1980 moriva a Roma Valerio Verbano, giovanissimo militante dell’autonomia operaia ucciso da un commando neofascista che l’attendeva all’in ...continua

    Paolo Persichetti
    Liberazione 20 febbraio 2011

    Il 22 febbraio 1980 moriva a Roma Valerio Verbano, giovanissimo militante dell’autonomia operaia ucciso da un commando neofascista che l’attendeva all’interno della sua abitazione, nel quartiere di Montesacro, dopo aver immobilizzato i genitori. I Nar, Nuclei amati rivoluzionari, sigla “aperta” dello spontaneismo armato della destra estrema, rivendicarono l’azione fornendo alcuni riscontri inequivocabili. A 31 anni di distanza due corposi volumi tornano a scandagliare con cura quella vicenda rimasta senza una verità giudiziaria definita: Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, di Valerio Lazzaretti, Odradek, 461 pagine, 25 euro; Valerio Verbano, una ferita ancora aperta. Passione e morte di un militante comunista, di Marco Capoccetti Boccia, Castelvecchi, 380 pagine, 19,50.
    All’interno dell’area antagonista romana la memoria di Valerio Verbano, e della sua breve e intensa storia politica, si è tramandata con forza. Ogni anno l’anniversario della sua morte è scandito da un corteo che traversa le strade del suo quartiere e da numerose iniziative in suo ricordo. I due volumi appena usciti sono una testimonianza di questa memoria ancora incandescente. E’ questa una prima difficoltà per lo storico: districarsi da ciò che i portatori di memoria vogliono affermare nel presente. Due sono i temi caldi che appassionano l’evento memoriale rinnovato attorno alla figura di questo giovane militante comunista: l’identità sconosciuta degli autori dell’assassinio e la volontà di riaffermare la pratica dell’antifascismo militante in un periodo storico che vede diversi esponenti della destra armata degli anni 70, alcuni dei quali persino coinvolti nelle indagini per la sua morte, far parte a pieno titolo del ceto politico-istituzionale. Sia Lazzaretti che Capoccetti attraverso un certosino lavoro di controinchiesta e un’analisi impietosa delle indagini giudiziarie mostrano come gli autori dell’omicidio non siano da ricercare tanto lontano, contrariamente a quanto affermato da Sandro Provvisionato e Adalberto Baldoni in un’intervista apparsa sull’Espresso di qualche tempo fa. Secondo Provvisionato e Baldoni le morti di Verbano e poi quella del picchiatore missino Angelo Mancia, avvenuta poche settimane dopo ed anch’essa rimasta senza responsabili, sarebbero da addebitare ad una «entità» che avrebbe agito per elevare il livello di scontro politico tra aree estreme. Come se a Roma tra il 1979 e il 1980 ci fosse stato bisogno di imput del genere. Con la loro inchiesta Lazzaretti e Capoccetti ribadiscono la matrice neofascista dell’assassinio, come testimonia quella prima rivendicazione che per autocertificarsi riportò alcuni dettagli riservati conosciuti solo dagli autori del delitto. Il nucleo dei Nar che rivendicò l’episodio citava i comandi «Thor, Balder e Tir», mai comparsi successivamente. Verbano ingaggiò una lotta furibonda contro i suoi aggressori. La ricostruzione di quanto avvenne sulla scena del delitto fa pensare che egli riuscì a disarmare uno dei tre attentatori e stese a terra gli altri due. Il colpo mortale venne sparato alle sue spalle dal basso verso l’altro mentre stava cercando di raggiungere il balcone. L’omicidio fu probabilmente una forzatura che suscitò discussioni nell’area dello spontaneismo armato neofascista. Un successivo comunicato siglato Nar, poi si seppe scritto da Valerio Fioravanti, criticò l’azione. Arrestato il 20 aprile 79, Verbano venne scarcerato il 22 novembre dello stesso anno. Tre mesi dopo fu ucciso. L’arresto c’entra in qualche modo con la sua morte perché durante la perquisizione della sua stanza che ne seguì, oltre ad una pistola, la digos scoprì un corposo dossier composto da foto, nomi, indirizzi e schede sull’estrema destra romana. Si trattava di un lavoro di controinformazione che Valerio conduceva insieme ad altri compagni del collettivo che aveva messo in piedi. Uno schedario forse in parte ereditato da precedenti strutture politiche. Fatto sta che quel dossier una volta finito nell’ufficio corpi di reato del tribunale scomparve. In tribunale all’epoca lavorava un magistrato istruttore con molte relazioni, Antonio Alibrandi, padre di Alessandro, esponente di primo piano dei Nar morto tempo dopo in un conflitto a fuoco. Alibrandi padre, spiegavano le cronache dell’epoca, era una pedina di Giulio Andreotti per conto del quale aveva incriminato Paolo Baffi, allora direttore generale della Banca d’Italia, e arrestato nel marzo 1979, Mario Sarcinelli, suo vice. La vicenda del dossier e lo scontro di pazza Annibaliano con un gruppo di fascisti, nel quale Verbano aveva perso i documenti, avevano attirato su di lui l’attenzione trasformandolo in un obiettivo.

    Convince meno, in questa battaglia per la memoria, l’idea che dai percorsi giudiziari possa scaturire dopo tanti decenni la verità. I due libri documentano la scandalosa condotta della magistratura, addirittura la distruzione dei corpi di reato lasciati dagli assassini, sottratti così alle nuove tecniche d’indagine. Un paradosso visto che l’omicidio è ormai un crimine imprescrittibile, ragion per cui reperti e corpi di reato dovrebbero essere conservati per sempre. Questo bisogno di un colpevole, richiesta umanamente comprensibile, rischia però di trasformarsi in un boomerang politico. Lo si è già visto con la richiesta della riapertura delle indagini, lo scorso anno. Alemanno aveva incontrato i dirigenti della procura. Si era parlato di 19 casi irrisolti, per poi alla fine assistere soltanto alla riapertura dell’inchiesta sul rogo di Primavalle, unico episodio ad avere una verità processuale accertata ma utile alla retorica vittimista della destra. L’unica strada è l’uscita dalle ipoteche penali accompagnata da una richiesta di trasparenza totale.

    Il volume di Lazzaretti, grazie ad un’imponente documentazione archivistica, sgretola la narrazione vittimistica diffusa dalla destra negli ultimi anni. E’ impressionante la mole di aggressioni fasciste che avvenivano nella città di Roma. Quello di Capoccetti, ricavato da un ulteriore sviluppo della sua tesi universitaria, ricostruisce attraverso molte interviste il vissuto politico di Verbano, compresa la graduale maturazione di un suo dissenso con la strategia politica dei collettivi autonomi. I due libri tuttavia evitano di approfondire alcuni non detti confinati nelle pieghe della sua storia. Tra questi, per esempio, il nodo dell’antifascismo militante. Il dissenso contro lo «sparare nel mucchio» che aveva portato Verbano ad intervenire pubblicamente sulle frequenze di radio Onda rossa per criticare l’uccisione di Stefano Cecchetti, che non era fascista, colpito a caso davanti ad un bar frequentato da militanti di destra. Omicidio che per crassa ignoranza gli venne imputato dai suoi assassini nel volantino di rivendicazione. Esistevano all’epoca diverse interpretazioni dell’antifascismo militante, alcuni lo ritenevano tema centrale, altri una questione di retroguardia. Alcuni l’utilizzavano per frenare la spinta verso i gruppi armati (l’esatto contrario di quel che sostiene Guido Panvini in, Ordine Nero, guerriglia rossa, Einaudi 2009). C’erano poi idee diverse sul modo di condurlo. Insomma, da questo punto di vista certamente un’occasione persa.

    Link utili per approfondire la questione:

    http://insorgenze.wordpress.com/2011/04/13/omicidio-verbano-spunta-un-nuovo-dossier-sui-fascisti-recapitato-davanti-alla-porta-di-casa/

    http://insorgenze.wordpress.com/2011/04/13/7258/

    http://insorgenze.wordpress.com/2011/04/12/valerio-verbano-a-trentanni-dalla-sua-morte-amnistia-in-cambio-di-verita/

    ha scritto il 

  • 5

    La lettura di questo libro, preceduta dalla rilettura di "fatti nostri" (Bologna 1977) e "...Che idea morire di marzo" sull'omicidio di Fausto e Jaio, mi ha provato.
    Ancora una volta non c'è verità gi ...continua

    La lettura di questo libro, preceduta dalla rilettura di "fatti nostri" (Bologna 1977) e "...Che idea morire di marzo" sull'omicidio di Fausto e Jaio, mi ha provato.
    Ancora una volta non c'è verità giudiziaria, rimane solo un ragazzo morto, la rabbia dei suoi compagni e dei genitori (ora è rimasta solo la madre) che cercano la verità.

    Sull'analisi del libro, concordo pienamente con la bella recensione della mia amica Alexik a cui vi rimando.

    ha scritto il 

  • 5

    Una ferita aperta

    Un bel lavoro questo.
    Io l'ho recensito qui
    https://opinionista.noblogs.org/post/2011/05/15/valerio-verbano-ucciso-da-chi-come-perche/
    ma anche aleksix e lucaskill hanno scritto due recensioni che con ...continua

    Un bel lavoro questo.
    Io l'ho recensito qui
    https://opinionista.noblogs.org/post/2011/05/15/valerio-verbano-ucciso-da-chi-come-perche/
    ma anche aleksix e lucaskill hanno scritto due recensioni che condivido.

    ha scritto il 

  • 4

    Gli anni di piombo sono definitivamente passati?

    Ho trovato questo libro molto interessante ed altrettanto inquietante, ripercorre la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 con un ottimo lavoro di raccolta dati, informazioni anche non molto n ...continua

    Ho trovato questo libro molto interessante ed altrettanto inquietante, ripercorre la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 con un ottimo lavoro di raccolta dati, informazioni anche non molto note, interrogatori e testimonianze.
    Rivivere quelli che sono stati anche gli anni della mia gioventù, attraverso questi fatti di cronaca messi in sequenza, mi ha sinceramente scossa.
    Purtroppo, penso che quegli anni non siano ancora finiti, proprio in questi giorni si è ricominciato a parlare di gambizzazioni.
    Ho la netta sensazione che il fuoco sembri spento, ma la brace covi ancora e stia prendendo forza.
    La storia di Valerio Verbano mi è sembrata solamente lo spunto per parlare di eversione nera.
    Spero, soprattutto per la mamma di Valerio la signora Carla, che si riesca a sapere come siano andate effettivamente le cose, ma non ci credo molto perché l'impressione è che dietro ci siano i famosi Servizi e quindi lo "Stato" per cui mi sembra difficile riuscire a fare luce, così come è stato per tante altre vicende ben note.

    ha scritto il 

  • 4

    il libro è sicuramente interessante e si legge facilmente. Unica nota all'editore che data l'importanza delle note sarebbe stato utile metterle a pie pagina anziche in fondo al capitolo.
    Per chi nonha ...continua

    il libro è sicuramente interessante e si legge facilmente. Unica nota all'editore che data l'importanza delle note sarebbe stato utile metterle a pie pagina anziche in fondo al capitolo.
    Per chi nonha una conoscenza piu' approfondita dell'area neofascista potrebbe però credere che davvero Fioravanti e i suoi volessero differenziarsi dallo stereotipo di fascista burattino con l'agguato ai poliziotti ecc. Fioravanti da sempre questa impressione perche' lui si racconta cosi', poi leggetevi i documenti che gli sequestravano nelle prequisizioni (nel libro di Bianconi)e potrete leggere di Odino e di Thor della follia superomista di questo nazista ragazzino prodigio bello biondo ricco e con gli occhi azzurri che ha ucciso senza freni compagni, camerati, poliziotti, passanti, giudici e che sicuramente al di la della sentenza avrebbe potuto benissimo essere, lui e/o i suoi, il responsabile della strage alla stazione di bologna

    ha scritto il 

  • 5

    Un viaggio nell’arcipelago neofascista romano degli anni ’70 in compagnia di una guida competente, capace di districarsi in un guazzabuglio di sigle, personaggi, codici di linguaggio, dinamiche, pos ...continua

    Un viaggio nell’arcipelago neofascista romano degli anni ’70 in compagnia di una guida competente, capace di districarsi in un guazzabuglio di sigle, personaggi, codici di linguaggio, dinamiche, posizioni, sfumature, e di redercele in maniera comprensibile.
    Con la profondità di un libro di storia e il ritmo di un romanzo, Lazzaretti delinea il contesto in cui si svolge l’omicidio di Valerio.
    Sulla base dell’analisi dei documenti rivendicativi avanza un’ipotesi sugli esecutori, collocando l’azione nell’ambito della battaglia politica interna alla destra in armi fra chi rivolgeva le sue velleità rivoluzionarie contro lo Stato (poliziotti , giudici), e chi rimaneva appiattito sui bersagli tradizionali (i compagni).
    Questo di Lazzaretti è un lavoro rigoroso, dove ogni affermazione rimanda ad una fonte, quasi scevro da giudizi di merito perché molto legato ai fatti e concentrato nello sforzo di capire.

    Davanti a questa panoramica su un ambientino che va dal Fuan/Nar a Terza Posizione passando per i vecchi ordinovisti e il “fronte carceri” , la sensazione finale è nauseante.
    Alcuni aspetti (forse secondari) mi hanno colpito più di altri.
    Intanto la pratica dell’ambiguità elevata al rango di comportamento rivoluzionario: già dai Fogli d’ordine (i vademecum per giovani camerati) si consiglia, in caso di arresto, di sparare cazzate, costruire confessioni di comodo finte ma verosimili…
    L’ambiguità continua con la tattica del “mimetismo” : accollare le proprie azioni a sigle di sinistra (e qui Piazza Fontana ha fatto scuola), per creare polveroni, direzionare la repressione altrove. Insomma …questa è gente col depistaggio insito nel DNA, che si atteggia da eroe e poi non ha nemmeno i coglioni per rivendicare quello che fa.
    Gente dalle logiche contorte, che – per esempio – decide di “proporre una tregua al movimento” assaltando un gruppo di donne inermi a colpi di mitra e bombe a mano … e che poi si stupisce pure se il movimento invece di accettare la tregua si incazza come una bestia.
    Gente che redige riviste “teoriche” che danno spazio ad Angelo Izzo (e perché non anche a Pietro Pacciani e Hannibal Lecter ?)
    Gente che “fa la rivoluzione contro il Sistema" sotto la protezione di papà Alibrandi (sodale di Andreotti) che gli aggiusta i processi.
    Gente che non ha alcun intervento sociale, la cui attività prevalente è quella di colpire i compagni.
    E’ disarmante la loro pochezza ideologica, l’ immaginario mitico da fumetto della Marvel, l’inconsistenza del progetto politico (se escludiamo chi si è candidato coscientemente a manovale della strategia della tensione).

    Altro aspetto disarmante è l’atteggiamento del PCI: sotto i colpi dei neofascisti cadono , inermi, anche suoi militanti. Un’ assemblea elettorale dentro una sede viene attaccata dai Nar a colpi di bombe a mano. Possibile che il PCI non abbia mai reagito ? Che abbia delegato bovinamente la difesa della sua gente allo Stato, cioè a quella stessa polizia che copriva i neofascisti, a quegli stessi giudici che li assolvevano ? Il PCI che era così solerte a schierare i servizi d’ordine contro gli autonomi, a investigare sulla presenza in fabbrica delle BR … eppure contro questi che gli sparavano addosso …. niente ??? Che fosse un’estensione, a 30 anni di distanza, del “lodo Togliatti” ? Mah?

    Queste note sono solo alcune impressioni a pelle. Il libro è molto più ricco e anche utile per il presente, un po’ per ricordarci l’humus di provenienza di alcuni soggetti seduti sugli scranni parlamentari (o davanti a qualche scrivania dell’Atac), un po’ per rendere intelleggibili posizioni che ancora circolano.
    Quanto ai 3 maiali che hanno ucciso Valerio … staremo a vedere, se la Procura di Roma confermerà ancora una volta la nomea di “porto delle nebbie” o sarà in grado di stupirci. Comunque Saviotti è proprio quello che, appena arrivato sul caso nel 1989, ha provveduto frettolosamente all’archiviazione, e non mi sembra una garanzia di successo.

    ha scritto il 

  • 0

    Istruzioni per l'uso

    Valerio Lazzaretti è un tecnico della ricerca. Sa come si maneggiano le fonti e i documenti.
    La Rai ha mandato in onda due documentari, uno su Valerio Verbano e uno sul giudice Amato, tutti e due sull ...continua

    Valerio Lazzaretti è un tecnico della ricerca. Sa come si maneggiano le fonti e i documenti.
    La Rai ha mandato in onda due documentari, uno su Valerio Verbano e uno sul giudice Amato, tutti e due sulla base delle ricerche compiute da Lazzaretti.

    Non a caso, allora, la Nota editoriale che abbiamo posto all'inizio del libro comincia con «La Storia salvata dagli archivisti». Ecco, il lavoro di un archivista, di un tecnico dei documenti, anticipa, aiuta e può surrogare sia il lavoro degli storici che quello dei magistrati.
    Ma storici e magistrati molto spesso operano a partire da un'ipotesi, la plasmano, la torcono, la forzano più o meno. Lazzaretti parte dalla totalità dei documenti, li valuta, li incrocia e sa dove andare a cercare quelli che la ricerca dovesse individuare come necessari.
    Non è solo Lazzaretti a fare ricerca documentale. Quando abbiamo scritto «La Storia salvata dagli archivisti» pensavamo anche a Vladimiro Satta. Fa l'Archivista al Senato, e ha scritto due libri sulla vicenda Moro, dopo aver digerito circa un milione e mezzo di pagine. Ebbene, dopo i suoi libri i dietrologi, gli scrittori di misteri, i confezionatori di storie mirabolanti - di docufiction, come si chiamano adesso, - si sono dati una calmata.

    Questo per dire che, quando si lavora con i documenti, con tutti i documenti, dopo trent'anni, parlare di mistero è come se non si volesse progredire, come se si volesse rimanere a raccontare la stessa storia, come se si volesse mantenere una ferita ancora aperta. Lazzaretti ha fatto un'inchiesta. Ha ricercato, approfondito, analizzato, incrociato, verificato e offerto tutti gli elementi - dopo averne scartato molti altri - per tirare le conclusioni...

    I nomi degli assassini? Ha poco senso sottolineare certi nomi, quei nomi che il lettore non fa fatica a isolare e a individuare. Ha molto senso invece riproporre un metodo, una disposizione molto comunista, che poi era quella di Valerio Verbano. La disposizione a guardare criticamente, a cogliere, ad annotare. A costruirsi un quadro della realtà. Per giungere a conclusioni, per giungere alla verità.
    Ormai, dopo vent'anni di postmodernismo si ha quasi vergogna a pronunciare questa parola. «La verità non esiste», dicono. Tutto è narrazione, anche la scienza è narrazione. Il mondo è l'insieme delle narrazioni. Su Youtube si può rivedere il documentario di La storia siamo noi, dedicato a Valerio Verbano. Anche i fascisti intervistati fanno la loro narrazione, se la raccontano. Ogni narrazione ha la sua dignità - ci viene continuamente detto. A questo punto, anche quella dei fascisti?

    Alcuni giornalisti hanno raggiunto la notorietà proprio offrendo dignità ai fascisti. Parificando, e rendendo simmetrica la più conclamata delle asimmetrie. E ultimamente qualcuno ha pure detto: né rossi, né neri, solo liberi pensieri... Altri continuano a invitare ad unirsi tutti contro il Sistema.
    Il libro di Lazzaretti NON è una narrazione. È avvincente, appassionante, ma non civetta con la letteratura. Uno si ritrova con la mappa e le stratificazioni di classi, ceti, e pure psicologie - quelle dei fascisti, sicuramente abiette - che animavano Roma tra i settanta e gli ottanta. Il quadro è nitido, non ci sono lacune. La verità può essere raggiunta.

    Molti vogliono conoscere, allora, le risultanze, le conclusioni del lavoro di Lazzaretti durato e costato sei anni. Come editore, dico: leggetevi il libro, in modo che a un lavoro durato sei anni, e molta fatica all'autore, corrisponda il lavoro del lettore, se si vuole la fatica del lettore - perché leggere è fatica ed esercizio di responsabilità, mentre leggere fiction è come guardare uno schermo; è un passatempo che quasi mai comporta esercizio critico.

    L'autore ha faticato, ora tocca al lettore di faticare, leggere, capire, incrociare dati, dedurre. Provare a leggerlo come se fosse un libro giallo. La metafora del libro giallo serve a dire: non aspettatevi che vi si dicano i nomi degli assassini. Di solito non lo si fa, anzi, proprio chi ha il libro in mano prega che non gli si dica come va a finire. D'altra parte autore ed editore non hanno la veste per stilare mandati di cattura, né la forza per farli eseguire, né il luogo in cui detenere gli arrestati e interrogarli. C'è chi lo fa istituzionalmente.

    Per questo ha poco senso sottolineare certi nomi, quei nomi che non si fa molta fatica a isolare e a individuare. Mentre ha molto senso riproporre un metodo, una disposizione molto comunista, che poi era quella di Valerio Verbano. La disposizione a guardare criticamente, a cogliere, ad annotare, a organizzarsi.

    Ma se volete leggere una recensione di un "addetto ai lavori" la trovate su "A rivista anarchica" (!), anno 41 n. 6, luglio 2011. Una lunga recensione, precisa e lusinghiera del giudice Guido Salvini. Bingo!

    La trascrizione del dibattito tra il giudice Salvini e l'editore Odradek, pubblicata su Paginauno la trovate qui: http://www.odradek.it/Schedelibri/valerioverbano.html

    ha scritto il