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Vecchi a mezzanotte

Di

Editore: Garzanti Libri

3.8
(101)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 254 | Formato: Altri

Isbn-10: 8811664993 | Isbn-13: 9788811664994 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: M. Muzzarelli

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Noah è il sopravvissuto. Quando la giovane insegnante d'inglese Ilana DavitaDinn lo incontra a New York, subito dopo la fine della guerra, è un ragazzoebreo di diciotto anni, l'unico della sua famiglia che è scampato adAuschwitz. Leon Shertov è il fuggiasco. Siamo alla fine degli anni Cinquanta,Davita è ricercatrice, Leon è un ex agente del KGB, torturatore e convintostalinista, che ha abbandonato l'URSS a causa delle persecuzioni contro gliebrei. Benjamin Walter è il maestro della guerra. All'inizio degli anniNovanta, mentre si combatte nel Golfo e nei Balcani, Davita, ormai affermatascrittrice, è la vicina di casa di questo anziano docente di storia militarealle prese con il conflitto più aspro, quello con il proprio passato.
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  • 3

    Ma poi udii il bisbiglio Warum? e dai boschi si levò il canto dei tropi. Si alzava lentamente, come riccioli di foschia mattutina, e aleggiava, si diffondeva. Dagli alberi scheggiati e dai cimiteri barbari e dalla finestra aperta e dalla parete di titoli incorniciati alle sue spalle e dall'appart ...continua

    Ma poi udii il bisbiglio Warum? e dai boschi si levò il canto dei tropi. Si alzava lentamente, come riccioli di foschia mattutina, e aleggiava, si diffondeva. Dagli alberi scheggiati e dai cimiteri barbari e dalla finestra aperta e dalla parete di titoli incorniciati alle sue spalle e dall'appartamento del signor Z. così nitido nel ricordo. Trascorse un lungo istante e poi capì che la parola, il canto nascevano da lui, dalle sue stesse labbra. E fu allora che, lasciando i bastioni varcò la soglia illuminata di se stesso e vide, come mai prima di allora, le radici denudate e i grovigli di connessioni da lungo tempo sepolti e fu sopraffatto da una pena infinita.

    Questo non è il miglior romanzo di Potok. E' un libro fatto di più storie che in qualche modo si collegano in un unico disegno con l'espediente della scrittrice Davita, cui tutti raccontano i loro ricordi. Il tema è quello della memoria, del pogrom visto da più angolazioni.
    In un certo senso il tessuto del romanzo ha come connessione interna la storia biblica del sacrificio di Isacco, del ragazzo sostituito all'ultimo momento dall'ariete. L'ariete bellissimo, caro agli angeli è l'ebreo e Abramo è il suo persecutore-nazista mentre i popoli civilizzati sono Isacco per il quale l'ariete dona la vita. Anche il persecutore merita di avere da Dio il suo ariete. Non per niente il personaggio migliore del libro è quello dell'agente del KGB, Shertov. Shertov non è cattivo, non è odioso, non è psicopatico ma si trova non per causa sua ma quasi per caso a occupare la poltrona di chi fa gli interrogatori per il KGB, di chi fa sempre confessare la sua vittima.
    E' interessante come Potok cerchi di vedere le cose dalla parte del persecutore. Non per niente sceglie come protagonista un ebreo (non un tedesco) agente del KGB sotto Stalin ai tempi delle persecuzioni contro gli ebrei e non solo. Il racconto parla della lentissima presa di coscienza di Shertov di trovarsi dalla parte sbagliata a dare man forte a uno psicopatico (Stalin).
    Tutti possono essere dalla parte del perseguitato o del persecutore.
    Il romanzo racconta il pogrom da tre angolazioni: il sopravvissuto (Noah), il carnefice (Shertov), il testimone (Benjamin). Bisogna stare molto attenti a non essere dei Shertov e, ammesso che serva, sperando che serva, ricordare.

    ha scritto il 

  • 3

    L'ultimo di Potock

    Non è il suo migliore.
    La figura di Davita - protagonista di altri due libri di Potock - che raccoglie e stimola la narrazione delle tre storie, cambia e sbiadisce da un racconto all'altro, fino ad assumere nell'ultimo le doppie sembianze di una giovane incantevole donna e contemporaneament ...continua

    Non è il suo migliore.
    La figura di Davita - protagonista di altri due libri di Potock - che raccoglie e stimola la narrazione delle tre storie, cambia e sbiadisce da un racconto all'altro, fino ad assumere nell'ultimo le doppie sembianze di una giovane incantevole donna e contemporaneamente di una grassa e sfatta scrittrice di mezz'età.
    Simbolo di qualcosa che non si comprende (o che per lo meno io non ho compreso), questa presenza appesantisce i tre racconti, anche se il suo ruolo è chiaro: quella di stimolare e raccogliere la memoria. Un ragazzo sopravvissuto allo sterminio, poi un ex ufficiale del kgb (è il racconto meno bello) si lasciano convincere a raccontarle la loro storia; infine fa da spalla alla narrazione di un professore universitario che, bloccato nella stesura del suo romanzo autobiografico, riesce grazie a lei a ricordare la figura, questa si' potente, di un suo antico maestro che ha deciso di tornare in Europa nonostante la guerra nella quale sparirà.
    Il terzo è quindi il racconto migliore, in bilico tra realtà e uno spazio onirico dove il narratore avverte presenze misteriose, ma dove riesce a liberare quella memoria che permette di vedere più chiaro nel futuro.
    Ma i tre racconti sono diseguali e la figura di raccordo non riesce perfettamente ad unificarli, mentre alcune parti splendide (l'incendio della sinagoga o le lezioni di "tropi") si perdono un po' nell'insieme.

    ha scritto il 

  • 3

    Salvo Noah e il maestro di Tropi

    "Vecchi a mezzanotte" è il quarto libro di Chaim Potok che leggo. Ma è anche quello che mi ha coinvolta e convinta meno. E mi spiace. Perché Potok è sempre riuscito a consentirmi esperienze di lettura profonde ed avvincenti. Penso alla bellezza di "Danny l'eletto", ad esempio, ed ho la sensazione ...continua

    "Vecchi a mezzanotte" è il quarto libro di Chaim Potok che leggo. Ma è anche quello che mi ha coinvolta e convinta meno. E mi spiace. Perché Potok è sempre riuscito a consentirmi esperienze di lettura profonde ed avvincenti. Penso alla bellezza di "Danny l'eletto", ad esempio, ed ho la sensazione che sia stato scritto da un altro Potok. Ho trovato "Vecchi a mezzanotte" un libro scombinato e, a tratti, persino un po' tedioso. La mia prima perplessità nasce dalla scelta del titolo. Leggo ed aspetto di capire quale sia il senso di quel "Vecchi a mezzanotte". Non riesco a trovarlo. Probabilmente mi sfugge qualcosa. Non so a cosa volesse riferirsi Potok o, semplicemente, non sono stata in grado di capirlo...

    Continua qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/potok-chaim-vecchi-mezzanotte.html

    ha scritto il 

  • 3

    ✰✰✰ e 1/2 - Attenzione la recensione è scritta senza alcuna competenza e può creare disinformazione. Si assicura che durante la stesura non si è procurato danno ad alcun animale eventualmente presente.

    Tre racconti. Tre persone provenienti dall’Europa si incontrano con una ragazza, Davita, e lei raccoglie le loro storie.

    Il custode dell’arca
    Il profugo è un ragazzo di 17 anni e la ragazza viene assunta per fargli imparare l’inglese. Chi è Noah?
    Noah è l’unico sopravvissuto, ...continua

    Tre racconti. Tre persone provenienti dall’Europa si incontrano con una ragazza, Davita, e lei raccoglie le loro storie.

    Il custode dell’arca
    Il profugo è un ragazzo di 17 anni e la ragazza viene assunta per fargli imparare l’inglese. Chi è Noah?
    Noah è l’unico sopravvissuto, disse la zia
    L’unico della sua famiglia? Mi dispiace.
    L’unico ebreo della città.
    Prima che le lezioni finiscano, Davita scoprirà che sapere il tedesco e saper disegnare (per tacere del Caso) l’hanno fatto sopravvivere. Ma l’unica cosa che Noah racconta è l’attività di decorazione dell’arca della sua città e la storia del suo custode.

    Il medico di guerra
    Davita si trova davanti un uomo di cinquant’anni, in giro per l’America a fare conferenze sulla Russia. E’ un uomo finito. Ma Davita riesce ad ottenere la sua storia. Gliela invierà in forma scritta.
    Un uomo che ha attraversato due guerre per finire a lavorare nel KGB e veder crollare tutte le sue certezze. Ogni giorno impara dal precedente, ma nessuno insegna al seguente. I fantasmi verranno a bussare alla sua porta. La sola strada che gli resta è la fuga.

    Il maestro di Tropi
    Un famoso studioso di storia deve scrivere le sue memorie, ma risalendo nel tempo c’è solo buio, nessun ricordo. In un’atmosfera ai limiti del sogno e della visione (Murakami ci avrebbe scritto almeno 120 pagine) gli incontri con la vicina di casa Davita faranno riemergere la memoria del suo maestro di tropi (canto della Torah, per farla corta). Anche questa è una figura evanescente, di lui ricorda l’aspetto trascurato, la casa misera e sporca, la gamba di legno e quelle pochissime cose raccontate dal padre al quale Zapiski salvò la vita nella grande guerra. Ricorda anche che alle prime avvisaglie di guerra partì, ritornò a Vienna. Ricorda anche di averlo ritrovato Zapiski, in Germania, ma questa volta il soldato era lui stesso.

    C’è chi ha preferito il primo (il più breve, quello senza risposte), chi il secondo (il più interessante, storicamente) e chi giura sul terzo (il più onirico). Fate voi.
    Personalmente, dovessi scegliere punterei sul terzo, forse per il personaggio di Zapinski, il disertore morale, che preferisce la guerra a casa che la pace in USA. Ritorna per riunirsi a sé stesso.
    I racconti sono ambientati nei primi anni 50, tranne l’ultimo (molto più recente) e sono l’ultima prova narrativa di Potok. E la misura del racconto non era evidentemente il suo ideale, ci sta stretto. Il meglio lo diede nei romanzi degli anni 60. Però sono sempre scritti da un’ottima mano e le storie sono interessanti.

    In fondo si tratta di tentati riadattamenti. Qualcuno con una vita già alle spalle, cerca un nuovo modo di vivere. Sono ebrei, ma potrebbero essere cileni, cambogiani, afgani, mamelucchi. Per i profughi della storia l’elenco è, tragicamente, molto lungo.
    Solo il ricordo mantiene in vita i morti, solo il raccontarne la storia giustifica il fatto che siamo sopravvissuti.

    ha scritto il 

  • 3

    Tre racconti di sopravvivenza, tutti ambientati in America e tutti con le radici nell'Europa dell'Olocausto.
    Che si tratti di superare gli orrori del campo di concentramento, quelli della Russia di Stalin o, semplicemente, quelli delle due guerre mondiali, i sopravvissuti si interrogano sul ...continua

    Tre racconti di sopravvivenza, tutti ambientati in America e tutti con le radici nell'Europa dell'Olocausto.
    Che si tratti di superare gli orrori del campo di concentramento, quelli della Russia di Stalin o, semplicemente, quelli delle due guerre mondiali, i sopravvissuti si interrogano sul loro essere ebrei, e sul perché l'essere ebrei abbia scatenato l'odio e la violenza.
    Racconti interessanti e ben scritti, ma che non riescono ad entrare in fondo all'anima.

    ha scritto il 

  • 4

    E' un libro sulla persecuzione degli ebrei nel novecento, sull'antisemitismo che è antecedente al nazismo e soprattutto sulla cultura, le antiche tradizioni e i riti dell'ebraismo, il difficile rapporto tra il singolo e le leggi della comunità cui fa riferimento.
    Tre storie raccontate a Ila ...continua

    E' un libro sulla persecuzione degli ebrei nel novecento, sull'antisemitismo che è antecedente al nazismo e soprattutto sulla cultura, le antiche tradizioni e i riti dell'ebraismo, il difficile rapporto tra il singolo e le leggi della comunità cui fa riferimento.
    Tre storie raccontate a Ilana Davita Dinn, che ricostruisce i frammenti dolorosi della memoria di questo popolo, capro espiatorio dell'Europa ( l'ariete che ha preso il posto di Isacco) e che è sempre in contraddizione tra coesione e dispersione, senso di appartenenza e secolarizzazione, soprattutto nell'ultimo racconto.
    Chaim Potok, più di altri autori americani come Roth, mi ha comunicato l'unicità del popolo ebraico.
    Le citazioni, bellissime, che introducono il libro e spiegano il titolo, sono una esortazione affinchè la malinconia, figlia della mezzanotte fonda, si dilegui e lasci il posto alla speranza, nonostante tutto.
    "E l'alba sta in boccio nelle notte più cupa" Keats

    ha scritto il 

  • 3

    Tre storie legate al tema della guerra e delle persecuzioni contro gli ebrei, con il filo conduttore di una donna che, in tre diversi momenti della propria vita, raccoglie testimonianze tenute nascoste per lungo tempo.

    ha scritto il 

  • 3

    Tre racconti in cui fa da trait d’union Davita Chandall, Personaggio già incontrato in altri romanzi di Potok.
    Tre storie di ebrei in America usciti in maniera diversa dalla seconda guerra mondiale, tutte con elementi emotivamente toccanti.
    Il libro sembra assemblato forzatamente sopr ...continua

    Tre racconti in cui fa da trait d’union Davita Chandall, Personaggio già incontrato in altri romanzi di Potok.
    Tre storie di ebrei in America usciti in maniera diversa dalla seconda guerra mondiale, tutte con elementi emotivamente toccanti.
    Il libro sembra assemblato forzatamente soprattutto nel legame di Davita.
    Sarebbero andati meglio i tre racconti da soli senza coonessioni.
    Nel primo, la lingua del profugo polacco che sta imparando l’inglese, tradotta dalla mediazione di Davita non è credibile. L’avrei preferita meno lirica e più zoppicante: sarebbe stata più vera.
    Vivida e comunque inquietante la storia del colonnello del KGB ‘disertore’.
    Una prova minore di Potok.

    ha scritto il