Venivamo tutte per mare

Di

Editore: Bollati Boringhieri

3.7
(1138)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 142 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Chi tradizionale

Isbn-10: 8833971090 | Isbn-13: 9788833971094 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Silvia Pareschi

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
«Da anni» ha dichiarato Julie Otsuka, «volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette spose in fotografia - che giunsero in America all'inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vita di un noi corale, di un intero gruppo di giovani spose».



Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua. Un altro scrittore avrebbe impiegato centinaia di pagine per raccontare le peripezie di un intero popolo di immigrati, avrebbe sprecato torrenti di parole per dire cos'è il razzismo. Julie Otsuka ci riesce con queste essenziali, preziose pagine.
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  • 5

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    Premetto che ho letto questo libro per un gruppo di lettura e per essere del tutto sincera quando è stato proposto e scelto, ho pensato che sarebbe stato di una pesantezza unica e, invece, con mia gra ...continua

    Premetto che ho letto questo libro per un gruppo di lettura e per essere del tutto sincera quando è stato proposto e scelto, ho pensato che sarebbe stato di una pesantezza unica e, invece, con mia grande sorpresa ed immenso piacere, ho scoperto che così non era. L'ho trovato una lettura piacevole nella sua crudezza. Non ci sono fronzoli stilistici, anche perché la brevità non glielo permetterebbe, l'autrice va diretta al punto, raccontando uno squarcio di storia sconosciuto ai più o, quantomeno, passato in secondo o anche terzo piano rispetto molte altre vicende di quel periodo storico, con magistrale bravura. Mi ha colpito molto la scelta di non soffermarsi su una singola persona, ma di inserire molte testimonianze in modo da poter presentare tanti punti di vista diversi per le stesse situazioni che queste donne si trovavano a dover affrontare. Il capitolo sui bambini mi ha colpito particolarmente, più degli altri.
    Poi ci sono gli americani che sono lo stereotipo di tanti e tanti altri popoli in varie parti del mondo ed in varie epoche: diffidenti verso lo straniero, ma che comunque viene sfruttato come manodopera per lavori troppo pesanti o degradanti che non vogliono più fare, indifferenti alle sorti loro riservate da un Governo che decide ed esegue con la complicità della paura verso il diverso, per un momento ci provano anche a rivolgere il loro pensiero a quegli esseri umani che per anni hanno condiviso con loro tanti momenti di quotidianità, ma giusto un attimo prima che il ciclo abbia di nuovo inizio con qualcun altro.
    Sono veramente felice di aver proposto e partecipato a questo gruppo di lettura, altrimenti non mi sarei mai avvicinata a questa lettura, ed avrei perso tanto.

    Piccola riflessione sul titolo originale: "The Buddha in the attic".

    Le cose che si lasciano in soffitta sono quelle che non si vogliono o possono tenere in casa, ma che allo stesso tempo non si ha il cuore di buttare. Si lasciano lì, a prendere polvere, con la promessa di andarli a ritirare fuori di quando in quando per darci un'occhiata ed abbandonarsi ai ricordi, ma probabilmente non si terrà fede a quella promessa silenziosa. Lo trovo molto suggestivo come titolo.

    ha scritto il 

  • 3

    Questo breve romanzo non ha un solo protagonista e la sua storia bensì tante protagoniste e tante tantissime storie. Episodi di vita quotidiana descritti attraverso rapidi flash che immediatamente las ...continua

    Questo breve romanzo non ha un solo protagonista e la sua storia bensì tante protagoniste e tante tantissime storie. Episodi di vita quotidiana descritti attraverso rapidi flash che immediatamente lasciano intendere il ruolo delle donne giapponesi "trasferite" in America e attraverso di loro si percepisce la cultura di un intero popolo

    ha scritto il 

  • 4

    Non è semplice immergersi nella lettura di questo libro. Ciò che ci accoglie fin dalla prima pagina è una voce inaspettata. Non c'è un io narrante, né la consueta terza persona, né il più raro tu: c'è ...continua

    Non è semplice immergersi nella lettura di questo libro. Ciò che ci accoglie fin dalla prima pagina è una voce inaspettata. Non c'è un io narrante, né la consueta terza persona, né il più raro tu: c'è un noi che ci viene incontro e che ci accompagnerà per tutta la lettura. Un noi in cui noi lettori stentiamo a riconoscerci, un noi lontano, sconosciuto, che ci è stato per troppo tempo nascosto o taciuto. Un noi che ha fatto parte della storia, ma che non è mai stato menzionato, un noi che ha segnato la storia di un popolo. E' un originalissimo romanzo corale. Racconta la storia quasi sconosciuta delle “spose in fotografia”, le ragazze giapponesi che all’inizio del secolo scorso lasciarono il loro Paese per unirsi a un connazionale mai visto – se non in fotografia – emigrato sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Erano anni duri, anzi durissimi, per gli asiatici in America. Vittime di pregiudizi razziali, svolgevano i lavori più umili, come contadini, giardinieri, artigiani, lavandai, bottegai. Le protagoniste di Venivamo tutte per mare scappavano da situazioni di miseria, convinte di impalmare un colletto bianco. Invece, all’arrivo le attendeva una vita di stenti, a volte anche peggiore di quella che avevano lasciato, e un marito che spesso era tutt’altro che bello, ricco e giovane. L'A. sceglie di non raccontarci una storia in particolare: avvalendosi di fonti documentarie, costruisce un romanzo corale. Davanti a noi, vediamo sfilare queste donne, le loro fatiche, il matrimonio, la nascita dei figli, la nostalgia della terra natia. Fino al fatidico anno 1942, quando Giappone e Stati Uniti si fronteggiano come nemici. Sembra una storia di singoli, che un po’ per volta si trasforma nella storia di un popolo consapevole delle proprie origini, ma che teme il pericolo che proviene dal ricordarsi, dal ricordare agli altri la propria diversità. Tristemente bello...

    ha scritto il 

  • 3

    Una tragedia misconosciuta

    Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale molte donne giapponesi lasciarono il loro paese x andare in spose x procura a connazionali che vivevano negli Stati Uniti. Poco più che ...continua

    Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale molte donne giapponesi lasciarono il loro paese x andare in spose x procura a connazionali che vivevano negli Stati Uniti. Poco più che bambine, nel lungo viaggio x mare si scambiavano confidenze e timori, mostravano alle altre la fotografia di un uomo mai conosciuto. Le speranze di una vita migliore erano presto deluse: i mariti erano spesso violenti, infedeli, ubriaconi. Le aspettava un duro lavoro nei campi, nelle lavanderie, nelle case dei ricchi come cameriere e lavapiatti, sempre ai margini di una società di cui non conoscevano lingua e usanze. I figli, divenuti adolescenti, ripudiavano le tradizioni di un paese lontano che non avevano mai visto. Nel 1941, dopo l’attacco di Pearl Harbor, le famiglie giapponesi residenti negli USA furono internate in campi di concentramento come “enemy aliens”, le loro case bruciate, i negozi devastati, i campi espropriati. Tutti conoscono la tragedia degli ebrei durante il nazismo, pochi questa, che non fu sterminio, ma comunque deportazione d’innocenti. Il romanzo è una storia corale, un mosaico di minuscoli frammenti di testimonianze, raccontate da un noi narrante di voci unificate nel dolore come in una tragedia greca. Tuttavia, avrei preferito un romanzo con una protagonista e un filo conduttore che unisse le vicende delle donne: la miriade di episodi è troppo dispersiva e genera confusione. Ci sono centinaia di periodi di una riga, pagine intere di frasi che iniziano con lo stesso verbo. Lo spunto è interessante, pregevole il tentativo di rievocare, con delicatezza e pudore, una pagina oscura e vergognosa di storia americana, ma a mio avviso è un’occasione mancata. Sembra un passato lontano, ma è una vicenda ancora attualissima, se, al posto dei giapponesi, si immaginano gli immigrati mediorientali o africani di oggi, e la demonizzazione che in Occidente, e soprattutto negli USA, si fa degli arabi dopo l’11 settembre.

    ha scritto il 

  • 4

    VENIVAMO TUTTE PER MARE

    Pittrice e scrittrice, la nippo-americana Julia Otsuka ha avuto subito successo con il suo romanzo d’esordio “Quando l’imperatore era un Dio”, scalando nel 2002 (anno della pubblicazione del libro) le ...continua

    Pittrice e scrittrice, la nippo-americana Julia Otsuka ha avuto subito successo con il suo romanzo d’esordio “Quando l’imperatore era un Dio”, scalando nel 2002 (anno della pubblicazione del libro) le classifiche statunitensi. “Venivamo tutte per mare” pubblicato in Italia nel 2012 da Bollati Boringhieri, è una bellissima e tragica storia a più voci, un grande affresco che racconta, dopo un’accurata documentazione dell’autrice, la vita delle tante donne giapponesi che nella prima metà del 900 partirono per gli Stati Uniti per sposarsi con i loro connazionali già emigrati in quel paese in cerca di fortuna. La Otsuka, da anni intenzionata a scrivere sull’argomento, durante le sue ricerche si è imbattuta in una miriade di storie diverse e talmente interessanti da desiderare di raccontarle tutte. Presto si è resa conto che non le occorreva una protagonista perché tutte lo erano e, decidendo di optare per un “noi corale”, ha dato voce a tutte, visibilità ad ogni storia, ai sentimenti, alle sofferenze, alle illusioni e alle delusioni, alla forza e al coraggio di affrontare una realtà che tutte credevano diversa, alla nostalgia per il loro paese d’origine e per gli affetti lasciati lontano, all’integrazione riuscita solo con l’impegno di affrontare i mestieri più umili. Partite per mare, tutte queste donne affrontarono un viaggio disagevole, con le fotografie dei loro mariti che promettevano loro una vita ricca e tranquilla. Al loro arrivo trovarono una situazione molto differente da quanto era stato loro promesso: mariti molto più vecchi, anche di vent’anni, rispetto alle foto spedite per convincerle a raggiungerli, uomini violenti, indifferenti, interessati solo al sesso o ad avere un aiuto domestico o due braccia in più nell’estenuante lavoro dei campi. La maggior parte di queste donne subì il loro destino, qualcuna si ribellò, altre preferirono la morte. La povertà, la fatica, l’emarginazione aggravata dal non conoscere la lingua, le gravidanze, i figli, le nuove generazioni in crescita sempre troppo in contrasto con gli usi e i costumi del luogo di provenienza dei genitori, la disperazione per l’indifferenza e la brutalità dei loro compagni, l’integrazione difficile con la società americana, tutto queste donne raccontano al lettore con le loro brevi frasi intrise di dolore e poesia. La loro anima è un’anima sola e chiede di essere ascoltata e almeno una volta compresa fino in fondo. Dopo l’attacco a Pearl Harbour e la decisione del Presidente americano Roosevelt di considerare i cittadini americani giapponesi nemici e potenziali spie, per cui vennero deportati in massa e rinchiusi nei campi di concentramento situati lontano dalle città, furono costrette anche loro a lasciare le loro case linde e ben tenute, a svendere i loro beni, ad abbandonare ogni loro avere fino a scomparire del tutto dalla società nella quale, con pazienza e tanto lavoro, erano riuscite ad inserirsi e cominciavano ad essere apprezzate per i loro modi pacati e gentili. Gli americani si domandarono spesso che fine avessero fatto, ma con il tempo dimenticarono ogni cosa fino a che, quest’altra vergognosa pagina di storia “occultata” vene resa nota.
    Coinvolgente ed emozionante prova di questa autrice che è riuscita a raccontare in poche pagine, il dramma di un intero popolo e soprattutto tutte le possibili sfumature del coraggio, della determinazione, della poesia, dell’anima del popolo femminile che fu quello che, come sempre, subì le maggiori conseguenze della Storia.

    ha scritto il 

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