Venivamo tutte per mare

Di

Editore: Bollati Boringhieri

3.7
(1145)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 142 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Chi tradizionale

Isbn-10: 8833971090 | Isbn-13: 9788833971094 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Silvia Pareschi

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
«Da anni» ha dichiarato Julie Otsuka, «volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette spose in fotografia - che giunsero in America all'inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vita di un noi corale, di un intero gruppo di giovani spose».



Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua. Un altro scrittore avrebbe impiegato centinaia di pagine per raccontare le peripezie di un intero popolo di immigrati, avrebbe sprecato torrenti di parole per dire cos'è il razzismo. Julie Otsuka ci riesce con queste essenziali, preziose pagine.
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  • 3

    Un fascio d'erba

    Il fascio d'erba è il memoir collettivo delle giovani donne giapponesi che nei primi decenni del XX secolo andavano a sposarsi negli Stati Uniti e in effetti sono proprio come fili d'erba, falciati vi ...continua

    Il fascio d'erba è il memoir collettivo delle giovani donne giapponesi che nei primi decenni del XX secolo andavano a sposarsi negli Stati Uniti e in effetti sono proprio come fili d'erba, falciati via dal loro Giappone misero e contadino per essere trapiantati in California. La loro aspettativa comune è sfuggire a una dura vita di campagna, per raggiungere un luogo dove la vita sarebbe stata agiata. Le fotografie inviate dai mariti stavano a testimoniarlo: giovani uomini ben vestiti, di bell'aspetto. L'arrivo è piuttosto traumatizzante, la nuova terra è popolata da giganti e gigantesse con voci tonanti e lingua incomprensibile; il marito spesso è irriconoscibile, invecchiato di vent'anni rispetto l'uomo della fotografia. La vita è contadina quanto quella di partenza, nomade fra i frutteti e i campi di fragole. L'autrice non è tenera nel descrivere l'accoglienza riservata a questi lavoratori giapponesi. D'altra parte, dopo aver letto Furore, so che la vita nei campi della California poteva essere disperata per tutti i lavoratori a giornata, indipendentemente dall'origine europea o asiatica.
    La gente tendeva a raggrupparsi sulla base della provenienza e la prima generazione coltivava le vecchie usanze e i vecchi dei (il dio volpe), rifaceva attorno a se il paese lasciato alle spalle tanti anni prima e teneva in mano i fili delle vite incontrate sulla nave. Le generazioni successive si danno nomi americani, vanno a scuola e fanno amicizia: si integrano. Si integrano fino a Pearl Harbour, dopodiché vengono scossi da un grande vento che parla di frutteti dorati che non saranno colti, panni rimasti appesi ai fili, case abbandonate, cani che cercano il loro padrone.
    La popolazione giapponese venne messa in campi di raccolta, perché sospettata di spionaggio. La storia finisce qui e lascia intendere che queste persone si sentirono tradite dal paese nel quale vivevano e nel quale avevano lavorato onestamente e inoltre persero la maggior parte dei loro beni.
    E' una storia molto interessante, anche perché testimonia le emozioni di un popolo che all'osservazione esterna sembra impassibile. L'impostazione narrativa, che evoca un coro di voci femminili, è originale ma dopo un po' ripetitiva. Credo che se avesse introdotto delle variazioni il libro ne avrebbe tratto giovamento.

    ha scritto il 

  • 5

    null

    Premetto che ho letto questo libro per un gruppo di lettura e per essere del tutto sincera quando è stato proposto e scelto, ho pensato che sarebbe stato di una pesantezza unica e, invece, con mia gra ...continua

    Premetto che ho letto questo libro per un gruppo di lettura e per essere del tutto sincera quando è stato proposto e scelto, ho pensato che sarebbe stato di una pesantezza unica e, invece, con mia grande sorpresa ed immenso piacere, ho scoperto che così non era. L'ho trovato una lettura piacevole nella sua crudezza. Non ci sono fronzoli stilistici, anche perché la brevità non glielo permetterebbe, l'autrice va diretta al punto, raccontando uno squarcio di storia sconosciuto ai più o, quantomeno, passato in secondo o anche terzo piano rispetto molte altre vicende di quel periodo storico, con magistrale bravura. Mi ha colpito molto la scelta di non soffermarsi su una singola persona, ma di inserire molte testimonianze in modo da poter presentare tanti punti di vista diversi per le stesse situazioni che queste donne si trovavano a dover affrontare. Il capitolo sui bambini mi ha colpito particolarmente, più degli altri.
    Poi ci sono gli americani che sono lo stereotipo di tanti e tanti altri popoli in varie parti del mondo ed in varie epoche: diffidenti verso lo straniero, ma che comunque viene sfruttato come manodopera per lavori troppo pesanti o degradanti che non vogliono più fare, indifferenti alle sorti loro riservate da un Governo che decide ed esegue con la complicità della paura verso il diverso, per un momento ci provano anche a rivolgere il loro pensiero a quegli esseri umani che per anni hanno condiviso con loro tanti momenti di quotidianità, ma giusto un attimo prima che il ciclo abbia di nuovo inizio con qualcun altro.
    Sono veramente felice di aver proposto e partecipato a questo gruppo di lettura, altrimenti non mi sarei mai avvicinata a questa lettura, ed avrei perso tanto.

    Piccola riflessione sul titolo originale: "The Buddha in the attic".

    Le cose che si lasciano in soffitta sono quelle che non si vogliono o possono tenere in casa, ma che allo stesso tempo non si ha il cuore di buttare. Si lasciano lì, a prendere polvere, con la promessa di andarli a ritirare fuori di quando in quando per darci un'occhiata ed abbandonarsi ai ricordi, ma probabilmente non si terrà fede a quella promessa silenziosa. Lo trovo molto suggestivo come titolo.

    ha scritto il 

  • 3

    Questo breve romanzo non ha un solo protagonista e la sua storia bensì tante protagoniste e tante tantissime storie. Episodi di vita quotidiana descritti attraverso rapidi flash che immediatamente las ...continua

    Questo breve romanzo non ha un solo protagonista e la sua storia bensì tante protagoniste e tante tantissime storie. Episodi di vita quotidiana descritti attraverso rapidi flash che immediatamente lasciano intendere il ruolo delle donne giapponesi "trasferite" in America e attraverso di loro si percepisce la cultura di un intero popolo

    ha scritto il 

  • 4

    Non è semplice immergersi nella lettura di questo libro. Ciò che ci accoglie fin dalla prima pagina è una voce inaspettata. Non c'è un io narrante, né la consueta terza persona, né il più raro tu: c'è ...continua

    Non è semplice immergersi nella lettura di questo libro. Ciò che ci accoglie fin dalla prima pagina è una voce inaspettata. Non c'è un io narrante, né la consueta terza persona, né il più raro tu: c'è un noi che ci viene incontro e che ci accompagnerà per tutta la lettura. Un noi in cui noi lettori stentiamo a riconoscerci, un noi lontano, sconosciuto, che ci è stato per troppo tempo nascosto o taciuto. Un noi che ha fatto parte della storia, ma che non è mai stato menzionato, un noi che ha segnato la storia di un popolo. E' un originalissimo romanzo corale. Racconta la storia quasi sconosciuta delle “spose in fotografia”, le ragazze giapponesi che all’inizio del secolo scorso lasciarono il loro Paese per unirsi a un connazionale mai visto – se non in fotografia – emigrato sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Erano anni duri, anzi durissimi, per gli asiatici in America. Vittime di pregiudizi razziali, svolgevano i lavori più umili, come contadini, giardinieri, artigiani, lavandai, bottegai. Le protagoniste di Venivamo tutte per mare scappavano da situazioni di miseria, convinte di impalmare un colletto bianco. Invece, all’arrivo le attendeva una vita di stenti, a volte anche peggiore di quella che avevano lasciato, e un marito che spesso era tutt’altro che bello, ricco e giovane. L'A. sceglie di non raccontarci una storia in particolare: avvalendosi di fonti documentarie, costruisce un romanzo corale. Davanti a noi, vediamo sfilare queste donne, le loro fatiche, il matrimonio, la nascita dei figli, la nostalgia della terra natia. Fino al fatidico anno 1942, quando Giappone e Stati Uniti si fronteggiano come nemici. Sembra una storia di singoli, che un po’ per volta si trasforma nella storia di un popolo consapevole delle proprie origini, ma che teme il pericolo che proviene dal ricordarsi, dal ricordare agli altri la propria diversità. Tristemente bello...

    ha scritto il 

  • 3

    Una tragedia misconosciuta

    Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale molte donne giapponesi lasciarono il loro paese x andare in spose x procura a connazionali che vivevano negli Stati Uniti. Poco più che ...continua

    Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale molte donne giapponesi lasciarono il loro paese x andare in spose x procura a connazionali che vivevano negli Stati Uniti. Poco più che bambine, nel lungo viaggio x mare si scambiavano confidenze e timori, mostravano alle altre la fotografia di un uomo mai conosciuto. Le speranze di una vita migliore erano presto deluse: i mariti erano spesso violenti, infedeli, ubriaconi. Le aspettava un duro lavoro nei campi, nelle lavanderie, nelle case dei ricchi come cameriere e lavapiatti, sempre ai margini di una società di cui non conoscevano lingua e usanze. I figli, divenuti adolescenti, ripudiavano le tradizioni di un paese lontano che non avevano mai visto. Nel 1941, dopo l’attacco di Pearl Harbor, le famiglie giapponesi residenti negli USA furono internate in campi di concentramento come “enemy aliens”, le loro case bruciate, i negozi devastati, i campi espropriati. Tutti conoscono la tragedia degli ebrei durante il nazismo, pochi questa, che non fu sterminio, ma comunque deportazione d’innocenti. Il romanzo è una storia corale, un mosaico di minuscoli frammenti di testimonianze, raccontate da un noi narrante di voci unificate nel dolore come in una tragedia greca. Tuttavia, avrei preferito un romanzo con una protagonista e un filo conduttore che unisse le vicende delle donne: la miriade di episodi è troppo dispersiva e genera confusione. Ci sono centinaia di periodi di una riga, pagine intere di frasi che iniziano con lo stesso verbo. Lo spunto è interessante, pregevole il tentativo di rievocare, con delicatezza e pudore, una pagina oscura e vergognosa di storia americana, ma a mio avviso è un’occasione mancata. Sembra un passato lontano, ma è una vicenda ancora attualissima, se, al posto dei giapponesi, si immaginano gli immigrati mediorientali o africani di oggi, e la demonizzazione che in Occidente, e soprattutto negli USA, si fa degli arabi dopo l’11 settembre.

    ha scritto il 

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