Vergine giurata

Di

Editore: Feltrinelli

3.5
(287)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 224 | Formato: Altri

Isbn-10: 8807017369 | Isbn-13: 9788807017360 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Hana abbandona gli studi universitari che, piena di curiosità e di entusiasmo, aveva da poco iniziato all'Università di Tirana per tornare a vivere sulle montagne del Nord dell'Albania, nella casa dello zio che l'ha cresciuta dopo la morte dei genitori e che adesso è vedovo e malato. Un atto d'amore e di gratitudine che assume i tratti di uno spaventoso olocausto di sé quando Hana, che si rifiuta di accettare il matrimonio combinato che permetterebbe allo zio di morire in pace ma che costringerebbe lei a rinunciare alla propria indipendenza, pensa che l'unico modo per risolvere i suoi problemi sia diventare una Vergine giurata: una di quelle donne, cioè, che a un certo punto della propria vita decidono di farsi uomini e di rinnegare la propria femminilità. Lo zio è fiero di lei, l'onore della famiglia è salvo e lui è finalmente libero di arrendersi alla malattia che lo divora. Nella cupa solitudine delle montagne si abbrutisce e si imbruttisce per sopravvivere alla fatica, al freddo, allo sconforto, finché la cugina Lila, emigrata tanti anni prima negli Stati Uniti, non riesce a convincerla a infrangere il giuramento per raggiungerla a Washington. Qui Hana riesce con grande sforzo - grazie al sostegno della cugina e della sua famiglia, ma soprattutto alla propria tenacia - a trovare la consapevolezza di sé e del suo corpo mortificato, e ad accettare l'amore di un uomo che la aiuta ad appropriarsi di una femminilità rinnegata.
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  • 5

    Libriccino scelto per gli Europei di Lettura (che mi stanno aprendo una finestra su un sacco di nuovi autori/generi/paesi) e che ho letto in una giornata, ma che mi ha dato molti spunti di riflessioni ...continua

    Libriccino scelto per gli Europei di Lettura (che mi stanno aprendo una finestra su un sacco di nuovi autori/generi/paesi) e che ho letto in una giornata, ma che mi ha dato molti spunti di riflessioni.
    Questa è la storia di Hana che a 19 anni lascia l'università per stare accanto allo zio in fin di vita. Quando poi si trova a dover scegliere tra un matrimonio combinato e il restare una donna sola (in un mondo in cui le donne servono solo a fare figli) Hana sceglie di diventare uomo e avere così il controllo sulla propria vita. Sono venuta così a conoscenza del Kanun, queste leggi/tradizioni dell'Albania settentrionale di cui proprio ignoravo l'esistenza..
    L'autrice è brava a raccontare la storia di Hana/Mark, quello che poteva essere un ottimo saggio è un bellissimo romanzo che sa essere "leggero" e "duro" allo stesso tempo.

    Ho scoperto che esiste un film tratto da questo libro, ancora non l'ho visto però.. sono curiosa di vedere com'è.

    ha scritto il 

  • 4

    La storia di una donna che annulla se stessa per poter essere se stessa, per non doversi sottomettere a nessuno... ma forse ci si può sottomettere anche alla propria persona. Un viaggio che porta alla ...continua

    La storia di una donna che annulla se stessa per poter essere se stessa, per non doversi sottomettere a nessuno... ma forse ci si può sottomettere anche alla propria persona. Un viaggio che porta alla riappropriazione del proprio io (anche apparente) tra insicurezze e coraggio. Tra i cambiamenti che fanno paura ,anche quando sono desiderati ,e piccole soddisfazioni quotidiane, ci si lascia andare con fatica a ciò che si è, a ciò che si diventerà, a ciò che si vorrebbe essere.

    ha scritto il 

  • 3

    Il Kanun, l’antico codice di consuetudini albanese prevede che le donne che non vogliono piegarsi ad un matrimonio combinato o, in mancanza di eredi maschi per non disperdere il patrimonio famigliare ...continua

    Il Kanun, l’antico codice di consuetudini albanese prevede che le donne che non vogliono piegarsi ad un matrimonio combinato o, in mancanza di eredi maschi per non disperdere il patrimonio famigliare hanno la possibilità di diventare burnesh, dopo una cerimonia e un giuramento possono tagliare i capelli, fumare, ubriacarsi, vestire, lavorare e vivere da uomini, fare voto di castità, rinnegare così la propria femminilità e ottenere il rispetto dell’intera comunità.
    E’ un codice molto antico che ormai sopravvive solo fra le montagne e le gole più sperdute dell’Albania del nord, è impossibile pentirsi e tornare indietro, le vergini giurate oggi sono poche decine e quasi tutte anziane.

    Il libro di Elvira Dones racconta di Hana, prima studentessa universitaria, poi burnesh e poi di nuovo donna alle prese con il difficile compito di recuperare quella femminilità a cui decide di rinunciare per amore dello zio che l’ha cresciuta con dedizione.
    Senza dubbio la storia è interessante, permette di conoscere una realtà totalmente estranea alla nostra cultura ma geograficamente molto vicina, il libro però presenta dei vuoti temporali che privano di intensità la vicenda.

    Hana decide di rinunciare ai suoi studi e alla sua vita per diventare un uomo, dopo 14 anni la ritroviamo negli Stati Uniti, di nuovo donna ma di quegli anni duri e difficili non si sa nulla, nulla viene raccontato sul passaggio da donna a uomo mentre tanto viene detto sul riappropriarsi dell’identità femminile, come se bastasse mettere dei pantaloni bere grappa e imbracciare un fucile per calarsi nei panni maschili e per tornare indietro invece bastasse far ricrescere i capelli, mettere gonna e tacchi, fare la ceretta, trovare un uomo per vivere finalmente l’esperienza del sesso e avere un orgasmo.

    Snaturare la propria identità sessuale, in un senso e nell’ altro, che sia per scelta o per costrizione credo che comporti un processo di trasformazione lungo e doloroso e puntare troppo sull’ aspetto estetico e formale mi sembra riduttivo.
    Avrei voluto leggere qualcosa di più sul percorso interiore che queste donne si trovano a dover affrontare, sulle difficoltà del rinnegare se stesse.

    Comunque, nonostante le mie opinabilissime considerazioni personali e tenendo presente che da qualche tempo non sono più contenta delle mie letture questo è sicuramente un libro da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    Molto bello e molto meglio di quello che mi aspettavo inizialmente. Ben ricostruita l'Albania degli anni '80, sia la capitale Tirana che il villaggio sperduto tra le montagne del nord; e mi è piaciuta ...continua

    Molto bello e molto meglio di quello che mi aspettavo inizialmente. Ben ricostruita l'Albania degli anni '80, sia la capitale Tirana che il villaggio sperduto tra le montagne del nord; e mi è piaciuta anche l'ambientazione nella provincia americana negli anni duemila, perché non ha nulla di luccicoso e zuccheroso, non insegue affatto il sogno americano - forse soltanto un poco nell'affrettarsi del finale - è semplicemente una ambientazione occidentale e multirazziale dove la storia va a concludersi; molto diverso sarebbe stato concluderla in Europa: occidentale sì, ma multirazziale proprio no.

    Due temi di grande attualità: uno è l'emigrazione, con la conseguente nostalgia per il paese natìo, e le difficoltà di adeguamento a un nuovo mondo. L'altro tema è una profonda e per nulla banale riflessione sul mondo femminile: l'essere donna in una società arcaica, l'essere donna in una moderna società cosiddetta occidentale, con tutte le differenze che ci passano in mezzo, con le possibilità di scelta che una donna può prendere e i passaggi obbligati ai quali proprio non può sottrarsi. Nelle differenze tra uomo e donna, quanto contano gli elementi meramente biologici e quanto gli elementi di contesto/contorno/educazione? E quanto contano le scelte che semplicemente un individuo compie per sé stesso, uomo o donna che sia? L'elemento originale che consente lo scaturire di queste riflessioni è una usanza, prevista dall'antico codice di consuetudini, vigente forse ancora oggi tra i villaggi delle impervie montagne nel nord dell'Albania: questa antica usanza prevede che per scelta o per necessità una donna possa diventare un uomo in tutto e per tutto, semplicemente vestendosi e comportandosi da uomo, assumendo i diritti e i doveri che in quella società spettano solo agli uomini, e praticando una completa astinenza per quanto riguarda la vita sessuale. Gli articoli e i documentari si diffondono in mille spiegazioni psicologiche e antropologiche di questo singolare e circoscritto fenomeno: ho provato a leggerne e sentirne alcuni prima di iniziare la lettura del libro, per documentarmi un poco, ma nessuno mi ha soddisfatto, trovo che girino tutti intorno alla questione senza intaccarne il nocciolo. Ed invece è proprio leggendo il libro che si ha la sensazione di arrivare a toccare con mano il cuore della questione, l'esempio concreto di una vicenda perfettamente realistica consente non solo di sentire tutte le emozioni provate dalla protagonista Hana, ma anche di capire i pro e i contro di questa particolare usanza e di fare il paragone con la società in cui noi viviamo. Hana non è stata del tutto libera di scegliere la sua vita, ma neanche del tutto obbligata a mettere in pratica questa scelta radicale… il realismo della storia sta anche in questo, non ci sono il bene e il male distintamente separati da una parte e dall'altra, c'è solo vita quotidiana inestricabile e indecifrabile, sentimenti di gioia e di angoscia che scaturiscono nel medesimo istante, alla vista dello stesso identico paesaggio.

    "Era l'unica ragazza del villaggio iscritta all'Università. Lei non voleva avere bambini, voleva solo i libri. Ma in mezzo alle montagne questo non potevi dirlo, se eri nata donna."

    "Questo dettava l'antica legge dei monti, e nulla poteva incutere più timore del Kanun. Era oscuro e brillante come un incubo ricorrente."

    "Se sei donna, e sei albanese e sei montanara e sei cattolica con il tuo Cristo colpevole messo al bando dai comunisti, non ti resta che dimenticare quella bruttura che ti hanno spinto giù a forza spacciandotela per vita."

    La storia in sé presenta alcune analogie con "Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun: una donna che prima deve imparare a diventare un uomo, e quando alla fine c'è riuscita, deve reimparare ad essere una donna; ma tra i due ho apprezzato maggiormente questo racconto della Dones, sia perché scaturisce da un esempio più concreto e particolare, sia perché lo sviluppo stesso della storia, con le sue situazioni ed i suoi personaggi, è molto più prammatico, meno onirico e meno fantasioso del libro di Tahar Ben Jelloun.

    Protagonista è anche la vita in montagna, o meglio le montagne impervie sono protagoniste silenziose del racconto, osservano la giovane Hana dall'alto, quando lei si trova lì nel villaggio, e pare riescano a osservarla anche da lontano quando lei si trova in America.
    "…le Montagne Maledette. Era conclusivo come nome, non lasciava scampo alla speranza. Invece da vicino erano mansuete, bisognava saperle prendere. Bisognava solo imparare a dormirci dentro senza farsi influenzare dal nome, forse dato da qualche forestiero, da qualche viandante che di quei luoghi non sapeva nulla. Niente di maledetto, solo cautela e silenzio. Tu non li aggredivi, i monti, e loro ti lasciavano stare. "

    Consigliato sia a chi cerca una storia con la giusta miscela di poesia e di realismo, sia a chi vuole documentarsi avendo sentito parlare dell'esistenza di queste singolari discendenti delle amazzoni.

    ha scritto il 

  • 4

    Dalle montagne dell'Albania alla provincia americana, passando per 14 anni da "vergine giurata". Interessante racconto per scoprire tracce di un Paese poco conosciuto, al di là di tanti luoghi comuni. ...continua

    Dalle montagne dell'Albania alla provincia americana, passando per 14 anni da "vergine giurata". Interessante racconto per scoprire tracce di un Paese poco conosciuto, al di là di tanti luoghi comuni.

    ha scritto il 

  • 4

    “Non si può raccontare la propria morte. Trovami un cadavere che ci sia riuscito e io mi levo il cappello”. Con questa frase si può riassumere il senso di “Vergine giurata”, di Elvira Dones, uno di qu ...continua

    “Non si può raccontare la propria morte. Trovami un cadavere che ci sia riuscito e io mi levo il cappello”. Con questa frase si può riassumere il senso di “Vergine giurata”, di Elvira Dones, uno di quei libri non molto conosciuti che in genere si scoprono per caso o seguendo particolari briciole di parole. In questo caso devo ringraziare un amico dai gusti particolari: Pietro.

    Grazie Pietro!

    Raccontare la proprio morte è difficile ed è ciò che cerca di raccontarci Hana, protagonista di questo romanzo, ed attraverso Elvira Dones di sicuro riesce bene nell’intento.

    Vergine giurata nasce, come tanti libri, da uno spunto molto semplice: una fotografia. Elvira Dones, scrittrice, giornalista e sceneggiatrice albanese, si è talmente incuriosita osservando una foto di famiglia in cui una giovane donna era vestita da uomo, da intraprendere un’indagine.

    Nel nord dell’Albania, tra le chiuse montagne, un tempo esisteva una fenomeno secondo cui in famiglie prive di uomini (a cause di varie circostanze), una donna poteva decidere di assumere un ruolo maschile. L’abbigliamento, le abitudini, il linguaggio, i ruoli; tutto diventava maschile, ad eccezione della vita sessuale, del tutto inesistente. La donna che faceva questa difficile scelta diventava – e veniva definita – una vergine giurata... leggi il resto della recensione qui:

    http://www.chiaravitetta.it/2015/07/08/vergine-giurata/

    ha scritto il 

  • 4

    E' bello sapere di non dover morire

    Quattro stelle perchè ho amato senza cedimenti questo libro. Elvira Dones reca con sè le parole omesse per tanto tempo ma che non sono volate al vento e le ha ritrascritte tutte in questo romanzo, da ...continua

    Quattro stelle perchè ho amato senza cedimenti questo libro. Elvira Dones reca con sè le parole omesse per tanto tempo ma che non sono volate al vento e le ha ritrascritte tutte in questo romanzo, dando voce alle tante donne albanesi che dopo aver rinnegato la femminilità per poter contare qualcosa, hanno sperato di riprendersi la propria vita.

    "Ognuno sta solo sul cuore della terra, lei e gli alberi e l'asfalto violato dalle auto che portano a spasso la solitudine".

    .

    ha scritto il 

  • 0

    Ho conosciuto il libro grazie alla pubblicità del film che ne è stato tratto, e mi ha incuriosito molto il tema della scelta di una donna che, in una società patriarcale in cui la femmina vale solo co ...continua

    Ho conosciuto il libro grazie alla pubblicità del film che ne è stato tratto, e mi ha incuriosito molto il tema della scelta di una donna che, in una società patriarcale in cui la femmina vale solo come madre e moglie, può riscattare in parte la propria libertà a prezzo della sua identità più profonda, della sua stessa femminilità. Si trasforma cioè in un uomo, e come tale è considerata e rispettata da tutti i membri del villaggio, e può permettersi i lussi maschili di bere, fumare, sparare, girare sola, a patto di conservare per sempre la verginità. Ciò che più mi ha sorpreso è il fatto che questa scelta non veniva fatta di nascosto (come accade nel bel libro di Tahar Ben Jallun, Creatura di Sabbia, ambientato in Marocco), ma è un'eventualità prevista dal Kanun, l'arcaico codice di comportamento redatto per la prima volta nel 1400 ma ancora in vigore nelle montagne del Nord dell'Albania all'epoca del racconto (anni '80). La tematica trattata è la parte più interessante del libro: cercando in Internet ho scoperto con vero sconcerto che esistono tuttora circa 40 vergini giurate tra le montagne dell'Albania. ho trovato un breve documentario in italiano visibile su youtube, ho voluto vedere i loro volti: precocemente invecchiate, sguardi in cui si addensa uno struggimento senza nome, una sorta di disperazione sorda e muta, ma ancora fortemente presente. Una ferita non rimarginabile.
    Ecco, nel libro non ho ritrovato tutto questo. Chiaramente la storia di Hana, la protagonista, devia dal “normale” corso di una vergine giurata perché, dopo circa 15 anni, lei decide di ritornare ad essere donna, in un altro paese, con un'altra vita. È questa la parte che mi sembra meno riuscita del romanzo. Infatti ho trovato belle le descrizioni della vita in montagna, condotte in un linguaggio asciutto ben in linea con l'asprezza del paesaggio e le difficoltà e la miseria dell'esistenza in una remota regione rurale sotto uno dei regimi comunisti più chiusi al mondo esterno di tutta l'Europa dell'Est. Parole misurate, azioni e gesti che parlano in loro luogo, valori ancestrali e legami di sangue. Invece artificiosa e poco credibile è la parte della rinascita di Hana, del suo ritorno alla femminilità in America. Capisco che qui forse l'autrice si sia trova in terra incognita, ma mi sembra abbia risolto la questione in maniera sbrigativa e un po' superficiale. Resto in attesa di vedere come la versione cinematografica abbia trasformato la storia (film abbastanza pubblicizzato, ma ben poco distribuito...)

    ha scritto il 

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