Dell’ordinaria gestione del dolore di cui ciascuno di voi sa, per quanto lo si occulti e non si nomini, la famiglia di cui racconta Cristiana Alicata in questa storia, è una specie di almanacco virtuoso. Una sorta di apologo esemplare su come, dalle assenze e dalle perdite, sempre fioriscano la forzContinue
Dell’ordinaria gestione del dolore di cui ciascuno di voi sa, per quanto lo si occulti e non si nomini, la famiglia di cui racconta Cristiana Alicata in questa storia, è una specie di almanacco virtuoso. Una sorta di apologo esemplare su come, dalle assenze e dalle perdite, sempre fioriscano la forza, la sorpresa, l’incontro, la conoscenza di sé e del mondo. Per quanto tardi accada, faticosamente, inaspettatamente, seguendo vie tortuose e non proprio desiderate, non esattamente quelle che potendo scegliere avreste scelto, va così: vince la paura chi la attraversa, sconfigge il dolore chi sa guardarci dentro. Si illumina chi ha imparato a vivere al buio e ha pensato, persino, che fosse quella la regola. Una luce fioca alla quale abituare lo sguardo come nelle case di Pantelleria, così scure che accecano. È poi una storia di sentimenti delicatissimi e fragili, di normalità di confine tutta da conquistare, di nomi da restituire alle cose e agli eventi, da nominare per la prima volta o rinominare da capo. Una famiglia esemplare cresciuta sulle rovine di due famiglie impossibili, famiglie mai nate, abortite prima di esistere. Due uomini, i loro figli bambini. Due fratelli che non sono fratelli, due amici che non sono amici, due donne che hanno partorito i figli e non possono essere madri, un bisogno di amore che il ragazzo Mattia chiama amore, un amore che non si può dire perché la ragazza Elena non sa, la ragazza Viola che non vuole e non può. Nella tranquilla scansione dei giorni, in un ristorante che apparecchia ogni sera, crescono come se il mondo fosse cominciato in quella cucina e lì finisse i due bimbi come fratelli, figli di soli padri e di un tempo vicino ma remoto, rovente e devastante. (Concita De Gregorio)
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5 stelle alla copertina
Ci terrei, cari amici e cari tutti, a dire che sono assolutamente pro diritti dei gay, pro adozioni, pro matrimonio, pro il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali e coppie di fatto. La classica sinistrata, insomma.
Ma essere una beata illusa di sinistra non è sufficiente per farmi appre ... (continue)
Ci terrei, cari amici e cari tutti, a dire che sono assolutamente pro diritti dei gay, pro adozioni, pro matrimonio, pro il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali e coppie di fatto. La classica sinistrata, insomma.
Ma essere una beata illusa di sinistra non è sufficiente per farmi apprezzare un libro che non ha peso. Basta davvero il fatto che la protagonista sia lesbica a rendere la storia tanto "struggente"? Sta Elena non è mai riuscita davvero a toccarmi in tutto il libro, e non c'è bisogno di gridare al miracolo perchè sta male come un cane per il classico amore sbagliato che capita a tutti una volta (o anche più) nella vita.. Che sia donna o uomo, sempre un cliché rimane! E quel povero Mattia bistrattato in tutto il libro, il ridicolo disvelamento che oltre alla protagonista, sono gay anche i padri e poi gay anche il primario che inizia a uscire con il padre, e poi è lesbica l'amica, trans l'altra amica.. Mi sembra esagerato! Come se gli unici in grado di voler bene a una lesbica o un gay fossero i suoi simili.
No, mi dispiace, ma non ci credo (e forse la amata Concita, se fosse uscita dal recinto del politically correct, se ne sarebbe accorta anche lei).
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