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Verre cassé

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Editeur: Seuil

3.8
(27)

Language:Français | Number of pages: 248 | Format: Paperback | En langues différentes: (langues différentes) Italian , Spanish , English

Isbn-10: 2020849534 | Isbn-13: 9782020849531 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature , History

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Description du livre
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  • 4

    Pezzi di Vetro è un ex insegnante che passa le sue giornate a bere vino rosso in un bar di un povero quartiere dell'africa occidentale, e tra un bicchiere e l'altro riempie il suo quaderno di storie e ...continuer

    Pezzi di Vetro è un ex insegnante che passa le sue giornate a bere vino rosso in un bar di un povero quartiere dell'africa occidentale, e tra un bicchiere e l'altro riempie il suo quaderno di storie e di pensieri.
    Ne viene fuori questo testo strano, ma alla fine avvincente. 184 pagine senza nemmeno un punto, solo virgole, virgolette e qualche salto riga.
    Un ritmo a volte musicale, una gran ricchezza di citazioni di altri autori, lasciate in giro qui e la, che è divertente scovarle.
    Un libro che da un'immagine schietta e grezza, non filtrata, della vita in una città africana, tanto affascinante quanto sgradevole.
    Un libro piace anche se non si capisce niente, come confessa lo stesso Pezzi di vetro a pag. 145:

    Scriverei con parole mie, parole contorte, parole scucite, senza capo né coda, scriverei con le parle che mi vengono, comincerei goffamente e goffamente finirei come avevo cominciato, me ne fregherei della ragion pura, del metodo, di fonetica e di prosa, e nella mia lingua di merda anche i concetti chiari non sarebbero formulati con chiarezza, le parole per dirlo non verrebbero con facilità, quindi o la scrittura o la vita, ecco, più di tutto vorrei che chi mi leggesse dicesse “cos'è questo mercato, quest'ibrido, questo casino, quest'accozzaglia di barbarismi, questo impero dei segni, questo chiacchericcio, questa caduta nei bassifondi delle belle lettere, questo starnazzare da cortile, mica è roba seria, e poi non si capisce niente, porca troia, non si sa dove comincia e dove finisce”.

    dit le 

  • 4

    Pezzi di vetro e Lumaca testarda

    “La lingua francese non è un lungo e pacifico fiume, ma piuttosto un fiume da cui deviare. In quell’arida stagione bianca in cui la luce d’agosto filtra faticosa tra le nuvole“.
    La prosa di Mabanckou ...continuer

    “La lingua francese non è un lungo e pacifico fiume, ma piuttosto un fiume da cui deviare. In quell’arida stagione bianca in cui la luce d’agosto filtra faticosa tra le nuvole“.
    La prosa di Mabanckou abbonda di citazioni letterarie, titoli di libri e film sono inglobati in una narrazione ipertrofica che porta il lettore sempre più in là, fino a mostrargli le crepe del bancone del bar Credito a morte, in modo che la sua mente le registri come una mappa per ritrovare il filo del discorso o dell’esistenza. Quando il protagonista e raccoglitore di storie, Pezzi di vetro, inizia a raccontare, lo fa usando la ripetizione e la decorazione barocca, ma poiché tratta le storie dei vari personaggi con ironia riesce ad amplificare il piacere del linguaggio, senza cadere nell’ovvietà da principianti.
    Non vi è nulla di troppo semplice in questo stato africano governato da un presidente-generale, nelle strade ingombrate da carcasse putrefatte di animali e nel bar Credito a morte del quartiere Trois-Cents. Nessuno è qui perché ha ricevuto un invito. I personaggi compaiono come fantasmi di fronte all’amanuense che dà il titolo al libro: “saltano fuori da chissà dove, me li ritrovo davanti con voce tremante“.
    Alain Mabanckou dipinge con “Pezzi di vetro” un sorta di Congo piccolo e intimo, ritagliato sulla pelle dei suoi mille protagonisti. E’ straordinario che un libro così intenso possa arrivare con tanta semplicità al cuore del lettore e ciò è dovuto allo stato di grazia dell’autore, capace di essere misurato dove più si accalcano le parole ovvero nell’umana necessità di vicinanza e comprensione.
    L’uso della ripetizione è sempre circoscritto a formule del linguaggio per creare un ritmo, mai alla sostanza: “Perché anche da sbronzo le ripetizioni inutili mi fanno orrore, e anche i riempitivi, come certi scrittori famosi per la loro gagliarda parlantina che ripropongono la stessa minestra a ogni libro facendo credere che stanno creando un universo, sì, col cavolo“.
    A Pezzi di vetro, ex insegnante di sessantaquattro anni, il padrone del bar, Lumaca testarda affida il compito di raccogliere le memorie di avventori e mura. Il quaderno su cui scrive è nella finzione il libro che abbiamo in mano, dove veloci scorrono le parole più del vino versato nei bicchieri.
    Il colpo di genio di Alain Mabanckou consiste nel dare al narratore la stessa variabile storia di molti avventori del Credito a morte. O meglio la sua storia è speciale, come lo sono tutti gli esseri umani che continuamente precipitano nei burroni, sperando che gli crescano le ali. Pezzi di vetro ricorda a tutti i lettori le umanissime forme di intelligenza sul pianeta e il loro comune bisogno di essere amati.
    L’occhio del narratore percepisce i dettagli, dopo essere naufragato nel delirio alcolico, con una nitidezza che li fa risplendere come meteore: “mi piacciono i personaggi così, si fanno notare appena, sono comparse, figurini, ombre di passaggio, un po’ come quell’Hitchcock che aveva il vizio di apparire di straforo nei suoi film“. Stregoni in grado di comandare la pioggia, vicoli immersi nell’ombra del fetore d’urina e dei torbidi affari che vi si concludono, il mare salato per il sudore degli antenati, strade polverose, il pollo-bicicletta, il vino rosso della Sovinco, i clienti con una pietra al collo e il cuore esploso, barzellette che camminano, cittadini del mondo e pesci di fiume: dannazione, questo Alain Mabanckou sa scrivere e non è necessario convincervi oltre.

    dit le 

  • 4

    Pur non essendo mai stato in Congo, mi sono sentito a casa nel bar "Credito a morte". Mi sembrava di essere in uno di quei bar di Kumasi, Ouagadogou o Natitingou, dove mi sono trovato, io unico bianco ...continuer

    Pur non essendo mai stato in Congo, mi sono sentito a casa nel bar "Credito a morte". Mi sembrava di essere in uno di quei bar di Kumasi, Ouagadogou o Natitingou, dove mi sono trovato, io unico bianco, a guardare le partite di calcio in mezzo a una folla di persone che voleva raccontarmi la sua storia. Il compito di Pezzi di vetro, ex insegnante, è proprio quello di ascoltare e raccogliere in un quaderno le storie degli avventori del bar Credito a morte, affinché queste storie non si perdano nel vento. Sono proprio le storie degli ultimi, quelle che non hanno vasta eco, a essere per me le più interessanti. Ho divorato questo libro, gustandolo capitolo per capitolo. Geniale l'idea di raccontare queste storie infarcendole di citazioni di innumerevoli autori, da Salinger a Garcia Marquez, da Genet a Hemingway, da Cuao - Zotti a Ben Jelloun... Non tutte immediatamente riconoscibili.

    dit le 

  • 0

    «Cos’è questo mercato, quest’ibrido, questo casino, quest’accozzaglia di barbarismi, questo impero dei segni, questo chiacchiericcio, questa caduta nei bassifondi delle belle lettere, cos’è questo s ...continuer

    «Cos’è questo mercato, quest’ibrido, questo casino, quest’accozzaglia di barbarismi, questo impero dei segni, questo chiacchiericcio, questa caduta nei bassifondi delle belle lettere, cos’è questo starnazzare da cortile, mica è roba seria, e poi non si capisce niente, porca troia, non si sa dove comincia e dove finisce».

    Alain Mabanckou conosce i sentieri tortuosi della letteratura: immerge la penna nell’alveo fecondo della cultura francese, ma abbraccia l’eredità di tre continenti; respira le atmosfere letterarie dell’Occidente, ma trasmette alla pagina la cantilena rabdomantica della memoria africana; sorprende il pubblico con una coscienza postmoderna, ma non spegne mai la telecamera dei subalterni. Il meticciato fra le culture si staglia attraverso le prospettive silenziose degli ultimi strati del globo, la lettura del Duemila emerge attraverso l’inchiostro simpatico delle storie dimenticate, la memoria orale si cristallizza sulla carta grazie agli occhi scrutanti di un deviante nato.

    Pezzi di vetro.

    Solo un nome parlante restituisce a un personaggio l’autentica dignità letteraria che avvolge gli alfieri dei mondi sconosciuti. La superficie sgretolata di una vita errabonda s’impregna di piccole vicende congolesi e storie sbagliate di mondi perduti; il bancone sgangherato di un sordido bar africano mostra al mondo le contraddizioni e le pieghe nascoste di un continente che si dibatte fra i ricordi ineffabili di un passato coloniale e le ombre inquietanti della libertà sprecata.

    Continua a leggere la recensione qui: http://www.rivistaunaspecie.com/2015/03/06/recensione-pezzi-vetro-alain-mabanckou/

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  • 5

    Recensione uscita sul Mucchio Selvaggio di marzo 2015

    Se non siete mai entrati nel bar Credito a Morte, è giunto il momento di farlo con questa nuova edizione italiana del capolavoro del congolese Alain Mabanckou, uno degli scrittori africani più premiat ...continuer

    Se non siete mai entrati nel bar Credito a Morte, è giunto il momento di farlo con questa nuova edizione italiana del capolavoro del congolese Alain Mabanckou, uno degli scrittori africani più premiati e tradotti.

    Pezzi di vetro è il titolo della sua opera più celebre, ma è anche il nome del suo protagonista, un vecchio ubriacone a cui l'amico Lumaca Testarda, proprietario del sopracitato bar, chiede di scrivere le storie del leggendario locale sui fogli di un quaderno; fogli che si trasformeranno in questo romanzo anarchico e geniale, che non conosce né punti né lettere maiuscole. Un flusso di coscienza irregolare, antiretorico e beffardo, dove la testimonianza del narratore è interrotta da quelle dei personaggi pittoreschi, malinconici e grotteschi che gravitano attorno al Credito a Morte, un luogo talmente di culto da sostituirsi anche alla Chiesa.

    La prosa di Mabanckou è inarrestabile come un fiume in piena, simile al percorso del vino rosso dalla bottiglia alla bocca: così sboccato e iracondo che pare Céline, divertente alla stregua d'un John Kennedy Toole, vero come Hemingway e commovente come Salinger; una poetica degna del miglior allievo di Rabelais, capace di dar voce agli argomenti più nobili mettendoli sotto la stessa luce di quelli più bassi e depravati. Ovvio: non è mia intenzione accostare il libro in questione a cotanti giganti, ma il fatto è che Pezzi di vetro è un testo che si nutre di letteratura, costruito tramite l'amore per la scrittura e per la narrativa; è un formidabile serbatoio narrativo sintatticamente sconnesso, che per mezzo di centinaia di rimandi intertestuali mai scontati o gratuiti fa sì che il racconto e la vita diventino cosa sola, costringendo chi legge a fermarsi un attimo a sottolinearne i periodi spesso memorabili, nonché a scovarne tutti gli svariati omaggi disseminati qua è là.

    Un lettura importante e soprattutto necessaria, specie a fronte del periodo arido e asettico che stiamo vivendo; un romanzo imperfetto, e proprio per questo splendidamente umano. Troppo umano.

    dit le 

  • 4

    L'Africa (e oltre) secondo Mabanckou

    http://www.roarmagazine.it/libri/pezzi-di-vetro-recensione.html
    Pezzi di vetro è un romanzo sull'arte di raccontare e di raccontarsi attraverso le storie degli altri, ci parla dell'inaffidabilità dell ...continuer

    http://www.roarmagazine.it/libri/pezzi-di-vetro-recensione.html
    Pezzi di vetro è un romanzo sull'arte di raccontare e di raccontarsi attraverso le storie degli altri, ci parla dell'inaffidabilità della parola umana e insieme della sua impressionante forza.
    Ed è proprio in un romanzo 'a pezzi', scritto da un vecchio ubriaco di vino che ignora le regole della punteggiatura che troviamo un ritratto raro e pregnante dell'essere umano.

    dit le 

  • 3

    Al bar Credito a morte

    Il romanzo di Alain Mabanckou, che per inciso è stato considerato una delle migliori opere della letteratura africana contemporanea, è una colossale, infinita, divertente e scrosciante serie di citazi ...continuer

    Il romanzo di Alain Mabanckou, che per inciso è stato considerato una delle migliori opere della letteratura africana contemporanea, è una colossale, infinita, divertente e scrosciante serie di citazioni, rimandi e riproposizioni di parole note o meno note che defluiscono impertinenti ed inesauribili dalla biro di Pezzi di vetro. A lui, sessantaquatrenne e solerte frequentatore del bar Credito a morte, è stato affidato un compito piuttosto rilevante: scrivere su un quaderno le storie degli avventori del Credito a morte. D'altro canto il proprietario del locale, Lumaca testarda, non ha avuto esitazioni. "… non voleva che il Credito a morte scomparisse così da un giorno all'altro, la gente di questo paese non è abituata alla conservazione della memoria, ha aggiunto, l'epoca delle storie raccontate dalla nonna anziana è finita ormai, adesso tocca alla scrittura perché scripta manent, mentre le parole sono fumata nera, piscio di gatto selvatico…"

    Continua qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/mabanckou-alain-pezzi-di-vetro.html

    dit le 

  • 4

    Il paradiso del lettore.

    Perché si ride e si gode.
    Mai così tante spassose citazioni letterarie scagliate tra le righe.
    L'Africa che non avevo ancora letto.
    Mabanckou è un fenomeno.

    "...preferivo lasciare la scrittura ai geni ...continuer

    Perché si ride e si gode.
    Mai così tante spassose citazioni letterarie scagliate tra le righe.
    L'Africa che non avevo ancora letto.
    Mabanckou è un fenomeno.

    "...preferivo lasciare la scrittura ai geni e ai talentuosi, a chi mi piaceva leggere quando ancora leggevo per imparare, la scrittura, ho detto, la lasciavo a chi canta la gioia vivere, a chi lotta, a chi sogna sempre l'estensione del dominio della lotta, a chi fabbrica cerimonie per ballare la polka, a chi sa stupire gli dèi, a chi annega nella disgrazia, a chi marcia sicuro verso l'età d'uomo, a chi inventa un sogno utile, a chi canta il paese senz'ombra, ai passeggeri in transito in un angolo di mondo, a chi guarda la terra attraverso un abbaino, a chi ascolta jazz bevendo vino di palma come il mio defunto padre, a chi sa descrivere un'estate africana, a chi racconta le nozze barbare, a chi è perso in meditazioni lontano laggiù, in cima alla rupe proibita di Tanios, ho detto che lasciavo la scrittura a chi insegna che troppo sole uccide l'amore, a chi profetizza il singhiozzo dell'uomo bianco, l'Africa fantasma, l'innocenza di un bambino nero..."

    dit le 

  • 3

    Beh, subito dopo aver finito un libro di Leonora Miano, scrittrice che ci fa vivere un punto di vista "sano", da persona, da donna, equilibrato, passare di nuovo a Mabanckou che trasuda maschilismo be ...continuer

    Beh, subito dopo aver finito un libro di Leonora Miano, scrittrice che ci fa vivere un punto di vista "sano", da persona, da donna, equilibrato, passare di nuovo a Mabanckou che trasuda maschilismo becero e volgarità triviali da ogni riga...mmm non è facile.
    Certo, il modo in cui lo racconta fa intuire che Mabanckou usi una buona dose di ironia e sarcasmo critico nel descrivere i suoi personaggi immondi, però la sensazione che in fondo non sia una vera e propria presa di distanza, ma che anche lo scrittore condivida quei ragionamenti e quei pensieri pesantemente sessisti, non abbandona facilmente la lettrice.
    ...Mentre un lettore probabilmente si lascerebbe andare liberamente alla risata volgare del maschio un pò troglo che si sente visceralmente solidale con i personaggi del libro....
    E gli stereotipi razzisti che Mabanckou mette in bocca ai suoi personaggi sono altrettanto feroci e difficilmente digeribili.
    Si ha la netta impressione che non sia una invenzione letteraria, ma piuttosto una cronaca del pensiero diffuso che esiste in certi ambienti.
    A parte tutto quanto detto sopra, sarebbe anche un libro divertente...
    Le citazioni di opere letterarie famose e films sono disseminate nel testo con la frequenza di almeno una o due a pagina, e potrebbe anche essere un esercizio divertente cercare di segnarsele tutte... (mah)
    Però non ho potuto fare a meno di chiedermi:
    perchè certi scrittori africani nella loro prima opera cercano di fare sfoggio così ostentato ed esplicito della loro vasta cultura? (vedi A.Waberi, un altro che ha riempito il suo primo testo di mille riferimenti e citazioni). Non è una cosa funzionale al romanzo in sè, dunque che scopo ha? Mostrare a editori e lettori che non sono degli ignoranti qualunque? Ha forse a che fare con certi "complessi" inconsci degli intellettuali africani nei confronti dell'Occidente? Ha a che fare col sentirsi valutati e giudicati?
    In ogni caso questo è un atteggiamento di ostentazione che ho ritrovato spesso anche in altre persone provenienti dall'Africa, non scrittori ma comunque intellettuali.

    Per concludere, non si può non dedicare questo libro a un noto pretenzioso frequentatore ventennale delle piazze notturne di Bologna (fancazzista alcolico e misògino), quel Rutagengwa Felix Ndayitabi congolese ("du pays en face" come dice Mabanckou) che racconta più balle dei personaggi di Mabanckou...:)) ...E sempre per un unico scopo: farsi ospitare e farsi offrire pranzi e cene dagli ingenui studenti che popolano la città.

    dit le 

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