Verre cassé

Di

Editore: Morellini

3.8
(42)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 163 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo , Inglese

Isbn-10: 8862980183 | Isbn-13: 9788862980180 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Martina Cardelli

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Verre cassé è un habitué del Credito è in viaggio, un bar come tanti: è qui che, tra un bicchiere e l'altro, ha imparato a osservare la gente, ad ascoltarne le incredibili vicende. Un giorno il Mollusco ostinato, proprietario del bar, gli chiede di scrivere qualcosa sul suo locale perché, dice, la pagina scritta "è l'unica cosa che resta" mentre la parola è "fumo negli occhi, piscio di gatto selvatico", e poi è stufo di sentir dire che in Africa, "quando muore un vecchio, brucia un'intera biblioteca". Verre cassé comincia allora ad annotare su un quaderno tutto quello che sente, e presto sono gli avventori del bar, desiderosi di entrare a far parte del suo libro, a cercarlo e a farsi sempre più insistenti. Ognuno ha una storia da raccontare, ognuno è convinto che la sua sia la più strabiliante di tutte le storie. Verre cassé l'ubriacone, l'ultimo a lasciare il bar e il primo a tornarvi, è però anche uno scrittore. Meglio quindi non lasciarsi ingannare dall' immediatezza e ingenuità della voce narrante, perché il romanzo è in realtà intessuto di rimandi e citazioni nascoste, e il lettore è invitato a partecipare a una vera e propria caccia al tesoro: dal nome del bar, che evoca i due grandi romanzi di Louis-Ferdinand Céline, allo stralunato Holden, tanto simile al personaggio di Salinger, sul quale si chiude il quaderno di Verre cassé, passando per un'infinità di allusioni a romanzi più o meno noti della letteratura mondiale. Riflessione sulla scrittura, satira irriverente sulla presunta autenticità della tradizione orale, piacere del narrare.
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  • 4

    Brillantissimo

    Lettura piacevolissima sia per la forma colloquiale del testo, sia per i personaggi assurdi che lo popolano, sia per l'ambientazione congolese, sia e soprattutto per la brillante intelligenza dell'aut ...continua

    Lettura piacevolissima sia per la forma colloquiale del testo, sia per i personaggi assurdi che lo popolano, sia per l'ambientazione congolese, sia e soprattutto per la brillante intelligenza dell'autore. Una di quelle menti frizzanti, veloci, taglienti. Una serie di spunti e citazioni messe giù in un modo che non avevo mai visto altrove, con una leggerezza senza pari cita senza citare mezza letteratura mondiale manipolandola, usandola, facendola vivere dove non te lo aspetteresti. Davvero un bel libro, divertente da leggere ma di quelli che ti arricchisce e ti mette quelle ali che solo la bella letteratura ... decisamente da rileggere e da regalare in giro per spargere il verbo e dire che la letteratura non è stanca, non è morta, anzi è appena nata. Bello bello bello.

    ha scritto il 

  • 3

    Mi danno ai nervi le persone che hanno traguardano immediatamente o immeritatamente (*) successo, prestigio ed agi da 1% più ricco del mondo. Ma altrettanto le mezze calzette inconcludenti. E mi urtan ...continua

    Mi danno ai nervi le persone che hanno traguardano immediatamente o immeritatamente (*) successo, prestigio ed agi da 1% più ricco del mondo. Ma altrettanto le mezze calzette inconcludenti. E mi urtano anche gli scialbi senza né arte né parte. Insomma: mi dà ai coglioni il più dell'umanità, non ho paura di ammetterlo. Ma, come Mabanckou fa citare a Verrecassé, "ho deciso di dire a tutti i pittori che hanno talento" (**).
    Eppoi c'è una categoria che mi sta definitivamente simpatica, e si sa: i reietti fotonici, inveterati, privi della speranza e deprivati della possibilità di cambiamento. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che ho sempre valutato le mie opzioni di via più proiettate in futuro da clochard atarassico che di borghese dal ventre molle.
    "Pezzi di vetro" è ambientato in una bettola di Pointe-Noire, frequentata da mignotte ciccione, ex galeotti, culi rotti (e non figurativamente), vecchie che arrostiscono gatti allo spiedo e immancabili alcolizzati terminali. Quindi i personaggi sono tutti anti-eroi che mi conquistano con le loro storie di liquidi umorali, debolezze meschine, vizi, bassezze e miseria assoluta; ciò nella misura in cui appartengano a vite irreversibili, irrecuperabili e convinte che la direzione lungo la scala possa essere solo verso il basso, e ok così.
    Le storie in sé sono da Trois-Cents (il quartiere), ma sotto certi aspetti un po' anche da two-cents: si poteva tirar fuori altro sugo. Bello però, per chi come me non ha letto molto a riguardo né vi è mai stato, il sottofondo congolese, con escursioni centroafricane - svariati i riferimenti a Camerun, Zimbabwe, Gabon.
    Se penso a quel che cantava (tra gli altri) Pino Caruso, che amava un'entraîneuse di razza appunto congolese:
    "Se fossi io rimasto là nella mia Lucera avrei la moglie grassa, i figli e la panciera.
    Avrei la moglie grassa, le rate e la Seicento,
    mutua, televisione, salotto e doppio mento.
    E invece sono andato in giro per il mondo,
    e adesso sto crepando quaggiù nel Basso Congo"
    sono raccolti in qualche modo i miei sentimenti: niente di male se mandi deliberatamente a 'fanculo famiglia, maxitelevisore del cazzo, lavatrici, macchine, lettori CD, apriscatole elettrici, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo a interessi fissi, prima casa, amici, moda casual, valigie in tinta, salotto di tre pezzi a rate ricoperto con una stoffa del cazzo, il fai da te, chiedersi chi cacchio si è alla domenica mattina, sedersi sul divano a spappolare il cervello e lo spirito con i quiz mentre ci si ingozza di schifezze da mangiare (cit.). Niente di mali se mandi deliberatamente a 'fanculo tutto e decidi, qualsiasi cosa voglia dire, di andare in Katanga e girare il mondo come un matto.
    E per citare pure i ModenaCityRamblers "il matto arriva con le pezze al culo [ma] vede lontano".
    Ho farcito queste poche ultime righe di palesi riferimenti. Ce ne sono parecchi anche in "Pezzi di vetro", e questi occhieggiamenti letterari sono gradevoli quando non smaccanti: il tizio che legge "… in the rye" e dice di chiamarsi Holden è roba da tema di seconda liceo, con l'aggravante d'avermi fatto venire in mente l'inviso Baricco.
    Vabbuo', vado a gettarmi nel fiume Tchinouka.

    (*) e mi rendo conto che si tratti di una categoria astratta totalmente arbitraria.
    (**) la teoria della ipocrita compiacenza; la stessa che al mio amico Doc ormai fa rispondere "Sì, ci sto lavorando" a qualsiasi domanda alla quale in verità reagirebbe con un "No, non ci penso nemmeno - e comunque fatti i cazzi tuoi", e allo stesso modo fa raccogliere qualsiasi volantino gli porgano per strada salvo cestinarlo dietro l'angolo successivo, anziché negarsi con un "Infilati questo inutile foglietto nel culo e trovati un lavoro vero, parassita!"

    ha scritto il 

  • 4

    4 stelle ma comete

    bello. bella la storia, bello il titolo, belli i riferimenti e le citazioni, bella persino la copertina.

    "è tutto un sogno, ma i sogni servono per aggrapparsi meglio a questa vita scellerata, io sogno ...continua

    bello. bella la storia, bello il titolo, belli i riferimenti e le citazioni, bella persino la copertina.

    "è tutto un sogno, ma i sogni servono per aggrapparsi meglio a questa vita scellerata, io sogno ancora la vita anche se ormai la vivo solo in sogno..."

    ha scritto il 

  • 4

    Un consiglio: non guardate la “Nota al testo” prima di aver letto il romanzo fino alla fine. Vi divertirete così a scoprire, riga dopo riga, titoli di libri e citazioni camuffate di una folla di scrit ...continua

    Un consiglio: non guardate la “Nota al testo” prima di aver letto il romanzo fino alla fine. Vi divertirete così a scoprire, riga dopo riga, titoli di libri e citazioni camuffate di una folla di scrittori e personaggi storici di ogni orizzonte.
    “Pezzi di vetro” – un Bukowski africano di periferia (di Pointe-Noire), ex maestro espulso dalla scuola e alcolizzato – viene convinto da Lumaca testarda, il proprietario del bar di cui è più che cliente, a scrivere un libro sugli habitué del locale: un microcosmo di soggetti come Pampers, il Tipografo, Casimir il geografo, Rubinetta… E, inevitabilmente, parla anche di sé.
    Un mondo alla Brassens in chiave congolese. E una delle migliori cose di Mabanckou.

    ha scritto il 

  • 4

    Pezzi di Vetro è un ex insegnante che passa le sue giornate a bere vino rosso in un bar di un povero quartiere dell'africa occidentale, e tra un bicchiere e l'altro riempie il suo quaderno di storie e ...continua

    Pezzi di Vetro è un ex insegnante che passa le sue giornate a bere vino rosso in un bar di un povero quartiere dell'africa occidentale, e tra un bicchiere e l'altro riempie il suo quaderno di storie e di pensieri.
    Ne viene fuori questo testo strano, ma alla fine avvincente. 184 pagine senza nemmeno un punto, solo virgole, virgolette e qualche salto riga.
    Un ritmo a volte musicale, una gran ricchezza di citazioni di altri autori, lasciate in giro qui e la, che è divertente scovarle.
    Un libro che da un'immagine schietta e grezza, non filtrata, della vita in una città africana, tanto affascinante quanto sgradevole.
    Un libro piace anche se non si capisce niente, come confessa lo stesso Pezzi di vetro a pag. 145:

    Scriverei con parole mie, parole contorte, parole scucite, senza capo né coda, scriverei con le parle che mi vengono, comincerei goffamente e goffamente finirei come avevo cominciato, me ne fregherei della ragion pura, del metodo, di fonetica e di prosa, e nella mia lingua di merda anche i concetti chiari non sarebbero formulati con chiarezza, le parole per dirlo non verrebbero con facilità, quindi o la scrittura o la vita, ecco, più di tutto vorrei che chi mi leggesse dicesse “cos'è questo mercato, quest'ibrido, questo casino, quest'accozzaglia di barbarismi, questo impero dei segni, questo chiacchericcio, questa caduta nei bassifondi delle belle lettere, questo starnazzare da cortile, mica è roba seria, e poi non si capisce niente, porca troia, non si sa dove comincia e dove finisce”.

    ha scritto il 

  • 4

    Pezzi di vetro e Lumaca testarda

    “La lingua francese non è un lungo e pacifico fiume, ma piuttosto un fiume da cui deviare. In quell’arida stagione bianca in cui la luce d’agosto filtra faticosa tra le nuvole“.
    La prosa di Mabanckou ...continua

    “La lingua francese non è un lungo e pacifico fiume, ma piuttosto un fiume da cui deviare. In quell’arida stagione bianca in cui la luce d’agosto filtra faticosa tra le nuvole“.
    La prosa di Mabanckou abbonda di citazioni letterarie, titoli di libri e film sono inglobati in una narrazione ipertrofica che porta il lettore sempre più in là, fino a mostrargli le crepe del bancone del bar Credito a morte, in modo che la sua mente le registri come una mappa per ritrovare il filo del discorso o dell’esistenza. Quando il protagonista e raccoglitore di storie, Pezzi di vetro, inizia a raccontare, lo fa usando la ripetizione e la decorazione barocca, ma poiché tratta le storie dei vari personaggi con ironia riesce ad amplificare il piacere del linguaggio, senza cadere nell’ovvietà da principianti.
    Non vi è nulla di troppo semplice in questo stato africano governato da un presidente-generale, nelle strade ingombrate da carcasse putrefatte di animali e nel bar Credito a morte del quartiere Trois-Cents. Nessuno è qui perché ha ricevuto un invito. I personaggi compaiono come fantasmi di fronte all’amanuense che dà il titolo al libro: “saltano fuori da chissà dove, me li ritrovo davanti con voce tremante“.
    Alain Mabanckou dipinge con “Pezzi di vetro” un sorta di Congo piccolo e intimo, ritagliato sulla pelle dei suoi mille protagonisti. E’ straordinario che un libro così intenso possa arrivare con tanta semplicità al cuore del lettore e ciò è dovuto allo stato di grazia dell’autore, capace di essere misurato dove più si accalcano le parole ovvero nell’umana necessità di vicinanza e comprensione.
    L’uso della ripetizione è sempre circoscritto a formule del linguaggio per creare un ritmo, mai alla sostanza: “Perché anche da sbronzo le ripetizioni inutili mi fanno orrore, e anche i riempitivi, come certi scrittori famosi per la loro gagliarda parlantina che ripropongono la stessa minestra a ogni libro facendo credere che stanno creando un universo, sì, col cavolo“.
    A Pezzi di vetro, ex insegnante di sessantaquattro anni, il padrone del bar, Lumaca testarda affida il compito di raccogliere le memorie di avventori e mura. Il quaderno su cui scrive è nella finzione il libro che abbiamo in mano, dove veloci scorrono le parole più del vino versato nei bicchieri.
    Il colpo di genio di Alain Mabanckou consiste nel dare al narratore la stessa variabile storia di molti avventori del Credito a morte. O meglio la sua storia è speciale, come lo sono tutti gli esseri umani che continuamente precipitano nei burroni, sperando che gli crescano le ali. Pezzi di vetro ricorda a tutti i lettori le umanissime forme di intelligenza sul pianeta e il loro comune bisogno di essere amati.
    L’occhio del narratore percepisce i dettagli, dopo essere naufragato nel delirio alcolico, con una nitidezza che li fa risplendere come meteore: “mi piacciono i personaggi così, si fanno notare appena, sono comparse, figurini, ombre di passaggio, un po’ come quell’Hitchcock che aveva il vizio di apparire di straforo nei suoi film“. Stregoni in grado di comandare la pioggia, vicoli immersi nell’ombra del fetore d’urina e dei torbidi affari che vi si concludono, il mare salato per il sudore degli antenati, strade polverose, il pollo-bicicletta, il vino rosso della Sovinco, i clienti con una pietra al collo e il cuore esploso, barzellette che camminano, cittadini del mondo e pesci di fiume: dannazione, questo Alain Mabanckou sa scrivere e non è necessario convincervi oltre.

    ha scritto il 

  • 4

    Pur non essendo mai stato in Congo, mi sono sentito a casa nel bar "Credito a morte". Mi sembrava di essere in uno di quei bar di Kumasi, Ouagadogou o Natitingou, dove mi sono trovato, io unico bianco ...continua

    Pur non essendo mai stato in Congo, mi sono sentito a casa nel bar "Credito a morte". Mi sembrava di essere in uno di quei bar di Kumasi, Ouagadogou o Natitingou, dove mi sono trovato, io unico bianco, a guardare le partite di calcio in mezzo a una folla di persone che voleva raccontarmi la sua storia. Il compito di Pezzi di vetro, ex insegnante, è proprio quello di ascoltare e raccogliere in un quaderno le storie degli avventori del bar Credito a morte, affinché queste storie non si perdano nel vento. Sono proprio le storie degli ultimi, quelle che non hanno vasta eco, a essere per me le più interessanti. Ho divorato questo libro, gustandolo capitolo per capitolo. Geniale l'idea di raccontare queste storie infarcendole di citazioni di innumerevoli autori, da Salinger a Garcia Marquez, da Genet a Hemingway, da Cuao - Zotti a Ben Jelloun... Non tutte immediatamente riconoscibili.

    ha scritto il 

  • 0

    «Cos’è questo mercato, quest’ibrido, questo casino, quest’accozzaglia di barbarismi, questo impero dei segni, questo chiacchiericcio, questa caduta nei bassifondi delle belle lettere, cos’è questo s ...continua

    «Cos’è questo mercato, quest’ibrido, questo casino, quest’accozzaglia di barbarismi, questo impero dei segni, questo chiacchiericcio, questa caduta nei bassifondi delle belle lettere, cos’è questo starnazzare da cortile, mica è roba seria, e poi non si capisce niente, porca troia, non si sa dove comincia e dove finisce».

    Alain Mabanckou conosce i sentieri tortuosi della letteratura: immerge la penna nell’alveo fecondo della cultura francese, ma abbraccia l’eredità di tre continenti; respira le atmosfere letterarie dell’Occidente, ma trasmette alla pagina la cantilena rabdomantica della memoria africana; sorprende il pubblico con una coscienza postmoderna, ma non spegne mai la telecamera dei subalterni. Il meticciato fra le culture si staglia attraverso le prospettive silenziose degli ultimi strati del globo, la lettura del Duemila emerge attraverso l’inchiostro simpatico delle storie dimenticate, la memoria orale si cristallizza sulla carta grazie agli occhi scrutanti di un deviante nato.

    Pezzi di vetro.

    Solo un nome parlante restituisce a un personaggio l’autentica dignità letteraria che avvolge gli alfieri dei mondi sconosciuti. La superficie sgretolata di una vita errabonda s’impregna di piccole vicende congolesi e storie sbagliate di mondi perduti; il bancone sgangherato di un sordido bar africano mostra al mondo le contraddizioni e le pieghe nascoste di un continente che si dibatte fra i ricordi ineffabili di un passato coloniale e le ombre inquietanti della libertà sprecata.

    Continua a leggere la recensione qui: http://www.rivistaunaspecie.com/2015/03/06/recensione-pezzi-vetro-alain-mabanckou/

    ha scritto il 

  • 5

    Recensione uscita sul Mucchio Selvaggio di marzo 2015

    Se non siete mai entrati nel bar Credito a Morte, è giunto il momento di farlo con questa nuova edizione italiana del capolavoro del congolese Alain Mabanckou, uno degli scrittori africani più premiat ...continua

    Se non siete mai entrati nel bar Credito a Morte, è giunto il momento di farlo con questa nuova edizione italiana del capolavoro del congolese Alain Mabanckou, uno degli scrittori africani più premiati e tradotti.

    Pezzi di vetro è il titolo della sua opera più celebre, ma è anche il nome del suo protagonista, un vecchio ubriacone a cui l'amico Lumaca Testarda, proprietario del sopracitato bar, chiede di scrivere le storie del leggendario locale sui fogli di un quaderno; fogli che si trasformeranno in questo romanzo anarchico e geniale, che non conosce né punti né lettere maiuscole. Un flusso di coscienza irregolare, antiretorico e beffardo, dove la testimonianza del narratore è interrotta da quelle dei personaggi pittoreschi, malinconici e grotteschi che gravitano attorno al Credito a Morte, un luogo talmente di culto da sostituirsi anche alla Chiesa.

    La prosa di Mabanckou è inarrestabile come un fiume in piena, simile al percorso del vino rosso dalla bottiglia alla bocca: così sboccato e iracondo che pare Céline, divertente alla stregua d'un John Kennedy Toole, vero come Hemingway e commovente come Salinger; una poetica degna del miglior allievo di Rabelais, capace di dar voce agli argomenti più nobili mettendoli sotto la stessa luce di quelli più bassi e depravati. Ovvio: non è mia intenzione accostare il libro in questione a cotanti giganti, ma il fatto è che Pezzi di vetro è un testo che si nutre di letteratura, costruito tramite l'amore per la scrittura e per la narrativa; è un formidabile serbatoio narrativo sintatticamente sconnesso, che per mezzo di centinaia di rimandi intertestuali mai scontati o gratuiti fa sì che il racconto e la vita diventino cosa sola, costringendo chi legge a fermarsi un attimo a sottolinearne i periodi spesso memorabili, nonché a scovarne tutti gli svariati omaggi disseminati qua è là.

    Un lettura importante e soprattutto necessaria, specie a fronte del periodo arido e asettico che stiamo vivendo; un romanzo imperfetto, e proprio per questo splendidamente umano. Troppo umano.

    ha scritto il 

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