Via Gemito

Di

Editore: Feltrinelli

3.8
(441)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 392 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8807015765 | Isbn-13: 9788807015762 | Data di pubblicazione:  | Edizione 6

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
"Via Gemito" è la storia di un uomo che se non avesse avuto una famigliasarebbe diventato un grande pittore, questa almeno sarà la convinzione ditutta la sua vita. Federì è un artista, ma deve fare il ferroviere, e al mondonon potrà mai perdonare il destino scelto per lui. E se la prende con lamoglie, una donna soffocata nel ruolo di sarta e madre, e con i figli. Ed èuno di loro, il primogenito, a raccontare questa figura di padre verboso erancoroso, violento con le mani e con le parole.
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  • 3

    Se dopo aver letto "Lacci" avevo la certezza che Starnone e la Ferrante non fossero la stessa persona, con la lettura di questo libro devo tornare sui miei passi. Lo stile di scrittura e i temi tratta ...continua

    Se dopo aver letto "Lacci" avevo la certezza che Starnone e la Ferrante non fossero la stessa persona, con la lettura di questo libro devo tornare sui miei passi. Lo stile di scrittura e i temi trattati da entrambi gli scrittori sono molto vicini.
    Non posso dire che il libro non mi sia piaciuto, ma non mi ha coinvolto L'ho trovato lungo, con momenti di descrizione a volte troppo minuziosa della personalità di quest'uomo padrone, così pieno di sè quanto delle sue insicurezze. Ho trovato nel racconto di questo figlio il tormento di una vita comandata, di un pensiero mai espresso, di una volontà mai assecondata. Storie di vita e di famiglia Personalità molto forti, identità negate, come nel caso di questa moglie così esuberante e così violentata nel suo modo di essere, o di questo figlio che asseconda sempre le parole del padre per non scontrarsi con lui.
    Ultima nota: nelle ultime pagine del libro c'è un riferimento al giornale "Roma". Stesso riferimento che ho trovato nell'ultimo racconto della tetralogia di Elena Ferrante. Forse i due autori non sono la stessa persona, ma potrebbero essere fratelli gemelli

    ha scritto il 

  • 4

    Non una lettura scorrevole, ma comunque un buon libro. Un padre ingombrante, scomodo, imbarazzante; una madre vittima sacrificata ma anche moglie innamorata; un figlio che a tratti vorrebbe essere un ...continua

    Non una lettura scorrevole, ma comunque un buon libro. Un padre ingombrante, scomodo, imbarazzante; una madre vittima sacrificata ma anche moglie innamorata; un figlio che a tratti vorrebbe essere un parricida.

    ha scritto il 

  • 1

    Sconsigliato

    Facilmente uno dei libri piu' brutti che abbia mai letto. Semplicemente non va avanti. Ogni pagina pesa 1 quintale. Per contro, la mia recensione finisce qui.

    ha scritto il 

  • 4

    la vita fa difetto, (racconto di un periodo che per fortuna è passato per sempre)

    L’io narrante racconta la sua infanzia e adolescenza vissuta sotto la presenza minacciosa e pesantissima di un padre ingombrante, megalomane, pieno di sé, tronfio e arrogante, dotato sì di talento ar ...continua

    L’io narrante racconta la sua infanzia e adolescenza vissuta sotto la presenza minacciosa e pesantissima di un padre ingombrante, megalomane, pieno di sé, tronfio e arrogante, dotato sì di talento artistico, ma assolutamente privo di empatia. Un padre che nessuno di noi vorrebbe avere, e neanche un marito aggiungo io. Un pallone gonfiato convinto di essere un grande pittore e che incolpa sempre gli altri dei suoi insuccessi. Un tipo ingrato e violento, che sottopone la sua famiglia a umiliazioni e urla. La moglie, una donna bellissima, affascinante, generosa è costretta a una vita di schifo, a subire di violenze e privazioni e piano piano appassisce, e si arrende alla “vita che fa difetto”.
    Non si può dire che il padre-padrone non ami i suoi figli, ma è totalmente incapace di capire i loro bisogni e invece di aiutarli e sostenerli contribuisce ad accrescere il senso malessere e di inadeguatezza adolescenziale che hanno tutti i ragazzi.
    Sullo sfondo una Napoli bellissima, descritta come divisa in due: quella bella dei ricchi, a quella terrificante e maleodorante dei poveri. La storia parte da lontano, e racconta il periodo storico che va dagli inizi della seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Per queste caratteristiche ho anche pensato che Starnone potrebbe essere la Ferrante, nelle sue pagine si percepisce lo stesso amore per Napoli, la stessa storia corale, popolata da tante figure caratteristiche, che crescono e maturano negli anni.
    Tutto il romanzo è una fotografia che ci fa innamorare di Napoli e dei napoletani.
    La città che, fittamente vigilata dai poliziotti, mi era sembrata di linda bellezza per via Caracciolo, via Partenope, fino a piazza Plebiscito - il Vesuvio che poggia sull'acqua, la gente a passeggio o che fa jogging malgrado il caldo, il mare in faccia ai grandi palazzi delle tante speculazioni edilizie, qualche pescatore che taglia l'aria con la lenza, i ragazzi che hanno marinato la scuola, gatti randagi che girano per l'argine biancastro della scogliera - mi aveva restituito la faccia che conosco meglio già per via Toledo, e poi per il mercato della Pignasecca, frutta, pesce ancora vivo, pizze calde e pane fresco in bacheca, le voci di richiamo nel dialetto seducente dei venditori ma tagliate dalle ambulanze assordanti dell'Ospedale Pellegrini: città sconnessa, buona solo per la vita robusta che smania e spinge (la minaccia in dialetto: «Ti mando ai Pellegrini»), difficile per i neonati, i vecchi, gli handicappati, i malati, quieta solo per chi può permettersi i doppi vetri alle finestre, fitta di negozi nuovi che sono ferite psichedeliche dentro le facciate di antichi edifici scrostati, musica di ogni angolo del mondo e tremule canzoni locali ad alto volume, folla tumultuosa e lenti crocchi di sfaccendati.
    Indimenticabile la descrizione della quadriglia con i comandi in francese/napoletano e.

    Mia madre mi disse tutta contenta prendendomi per mano: «Balliamo io e te». Il ballerino calò il braccio del grammofono sul disco musica strepitosa di quadriglia - e strillò in quella lingua oscura che conosceva solo lui e forse mio padre: «Promenàd!». Era la lingua della quadriglia. Risuonava a ogni festa, mi piaceva moltissimo, a sentirla stavo già meglio. In fila per due facemmo tutti una passeggiata girando per la stanza, bambini che lanciavano urla di divertimento, noi ragazzi molto tesi e attenti agli ordini stranoti e indecifrabili del ballerino, i grandi che ridevano con i denti sconnessi, mia nonna che si torceva congestionata, zia Assunta, le lacrime dell'entusiasmo agli occhi, che le diceva a vederla così divertita: «Nannì, nun te piscià sotto». Finita la passeggiata, il ballerino si fermò, alzò un braccio, si fece ruotare la mano sulla testa calva e gridò: «Muliné dedàm!». Tutte le donne si precipitarono al centro della sala: le bambine si dibattevano per conquistare spazio tra le vesti larghe delle adulte, le ragazze si credevano dame sul serio e facevano mossette eleganti, le donne adulte come mia madre erano più bambine delle bambine vere, o fingevano. Cercai di non perdere Rusinè. Di sabato in sabato avevo acquistato una certa pratica di quadriglie e sapevo che a momenti dovevo darle il braccio e farle fare il tur demangòsce, che era un giro per la stanza da sinistra a destra. Ma successe un fatto che mi svuotò il petto. Il ballerino, a sorpresa, mi si avvicinò con i suo movimenti leggeri e mi ordinò a bassa voce: «Sciangé dedàm!», spingendomi al posto suo di fronte a Nunzia. Poi gridò come previsto: «Tur demangòsce!» e sotto lo sguardo accigliato di mio padre fece un giro per la sala insieme a mia madre, imitato da tutte le altre coppie. Nunzia mi sibilò molto seccata, in dialetto: «Scétate e dammi la mano!». Gliela diedi - fu la prima volta che la toccai - e andammo in giro lungo le pareti giallastre, sotto una fiacca luce elettrica, lei che mi diceva a mezza bocca: «Ricordati che poi mi devi fare l'inchino», io che tesissimo lottavo per tenere sotto controllo un'impressione di precipizio. Mi ricordai giusto in tempo dell'inchino e glielo feci. Intanto il ballerino già strillava di nuovo in un'atmosfera di sovreccitazione generale - la musica, le risa, le grida: «Promenàd!». E poi ordinò: «Muliné decavaliérs!». E ancora: «Promenàd!». Noi mulinammo e passeggiammo con molto impegno, mentre mio padre disegnava sempre più accigliato. Questa quadriglia, mi pare adesso, è il momento più felice di un periodo che, per fortuna, è passato per sempre.

    ha scritto il 

  • 4

    "Federì u pazzo" di Domenico Starnone alias Elena Ferrante!? Potrebbe..

    In questo libro si legge un affresco famigliare napoletano. Il capostipite si chiama Federico, è il padre di chi racconta e sicuramente di chi scrive questo romanzo. Federì (come viene chiamato) è mol ...continua

    In questo libro si legge un affresco famigliare napoletano. Il capostipite si chiama Federico, è il padre di chi racconta e sicuramente di chi scrive questo romanzo. Federì (come viene chiamato) è molto irruento, pieno di vita, vorrebbe essere un famoso pittore, invece è un semplice ferroviere, prigioniero di una famiglia che gli ha inpedito di essere famoso e dedicare la sua vita all'arte. Con il suo brutto carattere condiziona tutti, soprattutto questo figlio che anche da adulto non riesce a dirgli tutto quello che pensa. Lo crede responsabile della morte della madre, responsabile anche del proprio carattere introverso e pauroso, l'odio per i parenti della moglie amatissimi dal figlio, una guerra continua. Senza contare i conoscenti, che non lo capiscono e non apprezzano le sue capacità pittoriche. Una fanciullezza passata tra grida sfuriate e botte alla madre. Anche se da adulto prova a ricercare alcuni pregi di questo progenito, tirando le somme scopre, che questo padre lo si può sicuramente dimenticare.

    ha scritto il 

  • 3

    Starnone ci racconta...

    ...di suo padre, ferroviere aspirante pittore e del suo rapporto con la madre. Non è un uomo simpatico: è fanfarone, arrogante, vanesio, profondamente frustrato nella sua ambizione di essere grande (e ...continua

    ...di suo padre, ferroviere aspirante pittore e del suo rapporto con la madre. Non è un uomo simpatico: è fanfarone, arrogante, vanesio, profondamente frustrato nella sua ambizione di essere grande (e ricco) pittore se la prende violentemente con sua moglie, che picchia, umilia e disprezza. Un uomo capace di creare in casa un clima di violenza sotteranea, basta poco per farlo scattare anche se sa essere gioviale ed espansivo. Non mi è simpatico, forse sarebbe potuto diventare un grande pittore ma quello che emerge da queste pagine è un uomo violento e vanitoso che sfoga sulla moglie la propria pochezza. Lei resta sempre sullo sfondo, non emerge mai chiaramente, l'uomo che ha sposato ha fatto sì che potesse essere raccontata solo raccontando lui. Probabilmente Starnone ha cercato di riconciliarsi in qualche modo con la figura di suo padre, ma certo non ne ha fatto un uomo che mi sarebbe piaciuto conoscere. Di botte a casa sua ce n'erano tante, anche se racconta diffusamente (dilungandoli un po' troppo a forza di intervallarli con incisi e disgressioni) solo di un paio, ma proprio per questo spaventano ancora di più, come se le botte fossero tanto normali da poter essere confuse tutti insieme e ridotte a niente.

    ha scritto il 

  • 4

    vivere è veramente bello solo quando la vita è pittata

    E' la prima volta che leggo un libro di Starnone. Una pecca a cui più di una volta - mi sono detto - dovevo rimediare. Di Starnone, fino ad oggi, ho potuto apprezzare le sue sceneggiature: i film s ...continua

    E' la prima volta che leggo un libro di Starnone. Una pecca a cui più di una volta - mi sono detto - dovevo rimediare. Di Starnone, fino ad oggi, ho potuto apprezzare le sue sceneggiature: i film scritti soprattutto per Sergio Rubini (uno fra tutti, Tutto l'amore che c'è) restano piccoli gioielli, di diritto nel pantheon sentimentale della mia adolescenza-giovinezza. Ho trovato questo suo Via Gemito un libro sicuramente ben scritto, . Un libro che - si sente - ha avuto una lunga gestazione, una paura di fondo che Starnone ha avuto il coraggio di liberare. In certe parti, il rapporto padre-figlio, l'ambiente familiare, la grande storia sullo sfondo, per l'atmosfera e il sentimento accorato, mi hanno ricordato il Celine di Morte a Credito. Ho amato visceralmente la prima parte. La scoperta della nascita di Mimì (Starnone) a Saviano. Napoli e la sua provincia, le vicende della guerra: una epopea privata che è corsa pure sulla piccola tratta Napoli-Nola-Baiano.

    Su tutti, questo immenso personaggio del Padre: Fdr', Federì, artista nato, ferroviere diventato.
    "Potrei uccidere mio padre, per esempio, e diventare orfano, e finalmente non sentire più questo legame degli affetti, peggio di un filo di ferro spinato stretto intorno al muscolo del cuore"

    La storia di un figlio che si è sentito sempre "appiccicato" al/col suo genitore.

    Una storia che gli è servita a staccarsi e a fare pace.

    ha scritto il 

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