Vies Minuscules

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Editeur: Gallimard

3.6
(71)

Language: Français | Number of pages: 248 | Format: Others | En langues différentes: (langues différentes) English , Spanish , Italian

Isbn-10: 2070401189 | Isbn-13: 9782070401185 | Publish date: 

Category: Biography , Fiction & Literature

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Description du livre
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  • 3

    Vite Minuscole finge di essere due cose, in realtà ne è solo una. Gli otto capitoli, ognuno dedicato a ritrarre una (o due) persone, sono, in realtà, il dipinto letterario di Michon. Ovvero, ciò che l ...continuer

    Vite Minuscole finge di essere due cose, in realtà ne è solo una. Gli otto capitoli, ognuno dedicato a ritrarre una (o due) persone, sono, in realtà, il dipinto letterario di Michon. Ovvero, ciò che lo spinge a scrivere, in particolare, come è diventato uno scrittore, come è riuscito, dopo l'enorme crisi artistica adolescenziale-adulta, a scrivere finalmente qualcosa. Ma, d'altronde, questo aspetto è sottolineato dalla prima frase del libro: "Inoltriamoci nella genesi delle mie pretese".
    Sotto questo punto di vista, le storie dei singoli individui, più o meno reietti della società, ultimi fra gli ultimi, contadini analfabeti, preti di campagna, marinai, bambine nate e morte quasi contemporaneamente, tutte queste vite sono un passo di Michon verso la scrittura. O, meglio, sono tutti i perché di Michon sia uno scrittore. Per esempio, ci sta la storia di 'sto ragazzo che piglia e se ne va, e il padre, poverello, insieme a un amico ubriacone, intesse tutta una storia su come sia andato in America. Capitolo, questo, meraviglioso sull'importanza delle storie e dei racconti, sulla loro forza, non solo a livello di stampella a cui aggrapparsi per il padre, ma anche proprio come capacità di una storia di vivere indipendentemente dalla realtà, quasi sul suo stesso piano ontologico.
    O, ancora, altro racconto, per me, meraviglioso quello fra i due fratelli, carico di una tensione primeva e pulsante. Il più piccolo, fortunato con le ragazze e con la vita (più meno), e l'altro chiuso sui propri libri. Persi entrambi chi nelle ragazze, chi nei libri.
    Ma, Michon non scrive solo per sè. Anzi. Possiamo dire che ciò che lo farà diventare uno scrittore, facendogli fare il passo da viziato adolescente con la sindrome da Rimbaud, a vero e proprio scrittore, è la consapevolezza che solo attraverso la scrittura queste vite, così minuscoli e inutili e dimenticate quando vive, possono essere ricordate. E' lo stesso Michon che, al termine del libro, spiega il perché di una prosa così ricca di arabeschi, così profondamente letteraria: solo attraverso la letteratura, Michon può impedire la caduta di queste anime.
    Ed ecco il problema del libro, o almeno della seconda metà. A una certa, l'equilibrio perfetto dei primi capitoli, vieni meno. Principalmente, perché la figura stessa di Michon inizia a prendere il sopravvento, e le Vite Minuscole diventano sussidiarie a quella di Michon. Per dire, il penultimo capitolo, quello di Claudette è così evanescente e confuso da risultare quasi incomprensibile, o, per lo meno, vacuo. Ed è un peccato che la solidità dei primi capitoli (poi, primi, almeno 5 racconti e mezzo su 8) sono solidissimi e vivissimi.

    dit le 

  • 3

    e i francesi che s'intralciano

    vite minuscole, ma a tratti du palle discretamente grandi. avrebbe dovuto insospettirmi aver perso il filo già leggendo il risvolto di copertina. colpa di una scrittura che non è solo complessa - non ...continuer

    vite minuscole, ma a tratti du palle discretamente grandi. avrebbe dovuto insospettirmi aver perso il filo già leggendo il risvolto di copertina. colpa di una scrittura che non è solo complessa - non lo riterrei in assoluto un limite - ma volutamente complicata. fatta di periodi tortuosi e concetti lambiccati. la scorrevolezza deve fargli schifo, a pierre michon.
    prima di produrmi nel lancio plastico con cui congedo i libri da quando l'età mi ha resa insofferente, per 106 pagine ho ascoltato rumore di ingranaggi dietro le quinte, interrotto da indubbie e felici intuizioni ma scandito da troppo, troppissimo manierismo.
    (per contrapposizione: il fraseggio di michele mari scivola via che è un piacere anche quando si dirama e si impreziosisce di aulicismi. qui mi è sembrato invece che l'autore applicasse alla scrittura la sua idea del mondo: «una collezione indefinitamente espansibile di parole dai collegamenti imprevisti». mèco).
    a voler essere cattiva, direi che solo un francese poteva scrivere un libro così.

    tre stelle non troppo convinte all'impegno, e ad alcuni notevoli camei.

    dit le 

  • 3

    La superbia delle piccole cose.

    Pierre Michon è bravo, sceglie un incipit del tutto bello (“Inoltriamoci nella genesi delle mie pretese.”) e con “Vite dei fratelli Bakroot” scrive uno dei migliori racconti di collegio che abbia lett ...continuer

    Pierre Michon è bravo, sceglie un incipit del tutto bello (“Inoltriamoci nella genesi delle mie pretese.”) e con “Vite dei fratelli Bakroot” scrive uno dei migliori racconti di collegio che abbia letto: data l’ambientazione assai usurata, e che si ricorda per delle eccellenze, riuscire bene denota una distinta levatura, anche se il finale l’ha fatto veramente brutto, con un patetico troppo letterario, ma di brutto c’è veramente solo il finale, meno di mezza pagina, tutto il resto del racconto è potente.

    Purtroppo io Michon l’ho letto con in testa Arbasino, e non per certe scelte lessicali (che in Michon non hanno l’intento umoristico di Arbasino: Michon, per come si descrive, si vieta di ridere, altrimenti uscirebbe dal suo personaggio di scrittore): ci sono i jodhpurs, cioè i pantaloni alla cavallerizza, l’orbettino – che non è un serpente ma un sauro, una lucertola che ha perso le zampe, anche se, a vederlo, uno gli darebbe proprio del serpente; c’è l’iconolatra, l’ortogono, i neuma, il canattiere (tremendamente più bello di ‘dog-sitter’), la profenda, cioè la biada nella mangiatoia.

    Pensavo a Arbasino che critica chi della letteratura s’è fatto, e costringe gli altri a farsi, l’idea di qualcosa di luttuoso per forza, di drammatizzante, fatta di parenti poveri, dolori e disgrazie, e all’hashtag mai-una-gioia. Michon sembra proprio uscire dalle pagine in cui Arbasino sbeffeggia chi intima: guai a divertirsi in letteratura!

    Il dolore esiste, rinnegarlo o sublimarlo non è affatto la scelta più coraggiosa, però un conto è essere scrittore, cioè saper scrivere del dolore come si scrive di tutto il resto, un altro è fare del dolorismo, dell’estetismo da dolore che tutto sommato è un dolorino.

    Il Michon che scrive “la scrittura era un continente più tenebroso, più ammaliante e deludente dell’Africa” mostra un po’ del suo dilettantismo di nascita, ci sta, ma Michon che scrive: “sfortunata è invece la mia vita come la descrivo” sta dicendo qualcosa in più, sta dicendo: pur di scrivere, e di far venire bene la mia scrittura, invento il dolore che magari non ho nemmeno mai provato, o comunque non così.

    Michon sa autodenunciarsi, riconosce che addosso gli si sente un po’ di stile da pretino colto, infatti parlare di ‘carne eucaristica’ riferendosi a quello dalla propria ragazza sa di un pizzico di troppo di fanatismo da confessionale. E il sesso: “tanto più mi inturgidivo quanto più il mio essere di allora, che stava affondando, si rifugiava tutto nel turgore del rostro aggressivo con cui speronavo quella regina, o quella bimba, affinché naufragasse insieme a me”, che tradotto in uno stile meno anticheggiante suonerebbe così: “Più finivo nella merda più mi veniva duro, mi finiva tutto nel cazzo con cui ci davo dentro alla mia regina, alla mia bambina, perché finisse nella merda assieme a me”. Sono scelte stilistiche, ma per come l’ho ridetto io sembra una cosa sensata, come l’ha scritto Michon sembra una battaglia navale, ma quella che fanno i bambini disegnando le mappe sulle pagine a quadretti.

    Michon scrive delle cose di cattivo gusto, del tipo che c’è passato un pelo che un Antoine Peluchet non fosse potuto rieccheggiare nella nostra memoria come Arthur Rimbaud, non fosse stato, aggiungo io, che Arthur Rimbaud è stato Arthur Rimbaud, e Antoine Peluchet è uno finito nelle pagine di Michon che alla fine deve aver capito che Parigi e i suoi protagonisti non facevano per lui: doveva tornare in provincia a fare il ritratto dei perdenti, dei dimenticati, e sarebbe una cosa onorevole, se nel sottofondo non si sentisse la volontà di rispecchiamento di Michon: i suoi avi disgraziati un po’ annunciano la venuta di Michon, i disgraziati che incontra lungo la sua vita servono per dare a Michon dei rispecchiamenti, insomma sono più degli ausiliari che delle persone letterarie, e Michon parla di sé nel modo che a me piace di meno: cercando di non darlo a vedere, ma purtroppo si vede, basta farci un po’ di attenzione e si vede che Michon ci tiene che si noti il suo stile.

    “Io sono diventato dimesso, ho imparato tante cose, mi sono saputo guardare dietro e dentro, però dai ragazzi: guardate che cazzo di stile è il mio!”, ma Michon si condanna da sé al passatismo, come tutti coloro che ancora pensano che scrivere cazzo non stia bene e che un vero scrittore saprà trovare sempre la parola alternativa adatta, come se neanche casa stesse bene e si debba dire magione, abitazione, residenza, alloggio, ma casa cazzo no, casa non si può dire, altrimenti non sei uno scrittore vero, il quale scrittore vero tra le gambe ha tutt’al più un rostro, una malformazione quindi.

    Michon sa cogliere come “D’estate, il pomeriggio indugia nell’occhio dorato delle galline” e sa “sentire il vento divulgare le foglie”. Se sapesse liberarsi dalla sua vanità, cioè permettendole di esplodere, di salire in superficie perché possa evaporare e lasciare il posto alla sostanza della letteratura, potrebbe diventare secondo me uno scrittore completo, cioè uno che non ha più bisogno di domandarselo e di confermarselo di essere uno scrittore, di saperlo fare.

    dit le 

  • 5

    Poetico ed emotivamente intenso

    Seppur regalatomi da una fidata amica bibliofila, l’accoppiata autore francese - Adelphi editore mi faceva presagire la noia. Invece mi sono trovato a leggere un romanzo di una poesia e di una cifra e ...continuer

    Seppur regalatomi da una fidata amica bibliofila, l’accoppiata autore francese - Adelphi editore mi faceva presagire la noia. Invece mi sono trovato a leggere un romanzo di una poesia e di una cifra emotiva notevoli. Sofisticata anche la maniera di raccontare, basata sulle persone più che sulla cronologia degli eventi. A volte la prosa si fa troppo ricercata ma nel complesso è un’opera raffinata. In Francia è uscito nel 1984, miracoli dell’industria editoriale! Forse è un romanzo che si apprezza meglio a una certa età.

    dit le 

  • 4

    Un mondo virato seppia

    Una lettura particolarmente impegnativa si dipana attraverso otto capitoli/racconti che originano dalla memoria dell’autore e della sua famiglia.

    I primi sono anche i più affascinanti, interamente cos ...continuer

    Una lettura particolarmente impegnativa si dipana attraverso otto capitoli/racconti che originano dalla memoria dell’autore e della sua famiglia.

    I primi sono anche i più affascinanti, interamente costruiti su frammenti di ricordi, sensazioni, volti e paesaggi, reliquie di personaggi dalle esistenze sfuggenti, appena percepite dal narratore bambino o non ancora venuto al mondo, che supplisce con l’immaginazione e il grande talento visionario ai vuoti della memoria e alle licenze dei racconti tramandati dagli antenati, i nonni soprattutto.

    In questi capitoli, sull’emigrante Duforneau, sul padre e figlio Peluchet, sui fratelli Bakroot, la capacità di evocare un mondo, un’esistenza contadina, i rapporti fra generazioni con la voglia di fuggire da parte dei più giovani e la continuità perseguita dai vecchi, compensa ampiamente le difficoltà di concentrazione che la lettura induce, con quel suo periodare dilatato, i termini più allusivi che esplicativi, la scelta di porre sovente il soggetto delle frasi (di lunghezza talora estenuante) in una posizione non lineare, che obbliga spesso alla rilettura per riprendere il filo del racconto: uno stile, in definitiva, più adatto a una poesia che ad una narrazione.

    Ma, come dicevo, questa fatica è ripagata, e con gli interessi, da squarci di un lirismo abbagliante caratterizzati da uno stile che ama spostare l’attenzione dall’oggetto della storia raccontata al paesaggio circostante, ai boschi della Creuse, ai cimiteri, ai campi da arare, agli oggetti della povera gente, con imprevisti piani sequenza quasi cinematografici (Tarkovskij?).

    Nella seconda parte del libro, sebbene i capitoli continuino ad essere intitolati a fuggevoli personaggi minori, altre ulteriori Vite Minuscole, si assiste all’apparente paradosso per cui più gli eventi e i personaggi si avvicinano al tempo presente di un narratore/Michon ormai adulto e votato alla letteratura, più le pagine perdono spessore e suggestione, lasciando il posto agli invadenti tormenti autodistruttivi di uno scrittore in piena deriva professionale ed esistenziale.

    Nonostante alcune esitazioni ho scelto di attribuire il giudizio sul libro privilegiando l’effetto dei bellissimi primi quattro capitoli/racconti.

    dit le 

  • 4

    Le vite qui raccontate saranno anche minuscole, ma la scrittura è grande, ricca e capace di mettere luce e anima ovunque.

    Vita di André Defourneau ★★★★★
    Vita di Antoine Peluchet ★★★★
    Vite di Eugène e ...continuer

    Le vite qui raccontate saranno anche minuscole, ma la scrittura è grande, ricca e capace di mettere luce e anima ovunque.

    Vita di André Defourneau ★★★★★
    Vita di Antoine Peluchet ★★★★
    Vite di Eugène e di Clara ★★★★★
    Vite dei fratelli Bakroot ★★★★
    Vita di père Foucault ★★★★★
    Vita di Georges Bandy ★★★★★
    Vita di Claudette ★★★
    Vita della bambina morta ★★★

    "Semmai l'aspirazione a non interrompere, a non diluire la densità di una simile scrittura, affinché ne risulti appunto il carattere assoluto, di rara capacità evocativa, di rara potenza nel raccontare." - dalla postfazione

    Cit. https://twitter.com/subliminalpop/status/837587825990250496

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  • 4

    Particolare

    Pierre Michon esordisce, negli anni '80, alla soglia dei quarant'anni con questo libro incredibile in cui la voce narrante racconta la propria vita attraverso la storia di personaggi di secondo piano, ...continuer

    Pierre Michon esordisce, negli anni '80, alla soglia dei quarant'anni con questo libro incredibile in cui la voce narrante racconta la propria vita attraverso la storia di personaggi di secondo piano, che ne hanno fatto da cornice, senza determinarla o sconvolgerla particolarmente.
    Ma quello che colpisce è lo stile di scrittura, ricco, raffinato, pieno di echi e citazioni, che a tratti rallenta la lettura, ma che rende questo libro davvero speciale. L'ho finito in un paio di giorni, e forse non me lo sono gustato abbastanza, ma temevo di stancarmene e di abbandonarlo. Sono felice di essere arrivata fino in fondo, anche se spesso alcuni brani hanno richiesto una rilettura.

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  • 2

    Il libro è intelligente, nasce da un'idea intelligente. Molto "francese", ma ostinatamente proustiano fuori tempo massimo. Le immagini a cui rimanda sono ricercate, ma traspare il grande sforzo che le ...continuer

    Il libro è intelligente, nasce da un'idea intelligente. Molto "francese", ma ostinatamente proustiano fuori tempo massimo. Le immagini a cui rimanda sono ricercate, ma traspare il grande sforzo che le ha generate, il quale si ripercuote sullo sforzo che deve fare il lettore. Ma, come già detto, il libro è intelligente e mi resta il dubbio di averlo frainteso. A chi volesse consiglio di provarlo, in caso di delusione consiglio Pontiggia (Vite di uomini non illustri).

    dit le 

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