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Vita standard di un venditore provvisorio di collant

Di

Editore: Mondadori

3.7
(236)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 624 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804495804 | Isbn-13: 9788804495802 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Travel

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Descrizione del libro
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  • 5

    L'Ometto... Lo metto... Lo ometto.

    (N.B.: letto nell'ultimissima edizione edizione uscita quest'anno – 2014 – per BUR, che per ampliamento e revisione di alcuni passaggi del romanzo potrebbe essere quasi definita una ...continua

    (N.B.: letto nell'ultimissima edizione edizione uscita quest'anno – 2014 – per BUR, che per ampliamento e revisione di alcuni passaggi del romanzo potrebbe essere quasi definita una “riscrittura” della prima versione che uscì mutila per Mondadori nel 1985. Non conosco bene la storia del testo e delle sue variazioni che – come spesso accade col Busi – è piuttosto travagliata e rocambolesca. Per tagliare la testa al toro mi sono procurato l'edizione più recente, che però non pare ancora essere presente su aNobii – per pigrizia, ne ho caricata una a caso tra quelle già disponibili)

    La lettura di questo corpulento romanzo mi ha confermato nella mia idea che il merito di Busi sia anzitutto di carattere linguistico. O meglio: di linguaggio, e non soltanto in termini di padronanza e conoscenza della lingua italiana. Qui viene portato a compimento qualcosa che ben pochi scrittori nostrani di oggi sono stati in grado di fare: l'italiano in Busi non è solo il mezzo, l'utensile con cui si narra una storia, ne è piuttosto il motore, informa ed è informato (imbastardito, sporcato, contaminato) da quello che accade e non accade – dentro e fuori l'azione romanzesca, arrivando a coinvolgere un'intera fase storica e sociale (ancora inconclusa) della nostra nazione. Gli stessi nomi dei protagonisti si trasformano in trappole polisemiche che si rivelano strato dopo strato e solo se chi legge ha sufficiente cura (e prontezza poliglotta, in alcuni casi) nel mettere assieme i pezzi. Ma non è solo questione di nomi (stra)parlanti, spesso sono mezze frasi o indizi di poche parole gettati lì quasi distrattamente a percorrere con sempre nuovi significati le pagine del romanzo, come enigmi infidi che si moltiplicano di soppiatto e ci prendono facilmente alla sprovvista. E se nell'Italia gretta e corrotta del capitalista di ventura Celestino Lometto (e del sistema che ne garantisce, anzi ne favorisce, l'ascesa) nulla è ciò sembra e la bugia, l'omissione sono le forme di comunicazioni predominanti, allora anche la narrazione non potrà che assumere dei toni analoghi, a dispetto e a discapito tanto del lettore quanto del protagonista Angelo Bazarovi (notare peraltro l'ironica sfumatura celestiale che collega i nomi delle due figure principali...) – il quale pur dispone di uno straordinario dono linguistico che gli permette se non altro di saper leggere e parlare i molteplici linguaggi in cui si esprime questa lunga serie di realtà distorte. Eppure anche lui è ingannato e in qualche modo ci inganna: non capiamo mai davvero le sue motivazioni nel rendersi disponibile a Lometto, privatizzatore lucroso tutto italico la cui mai celata mendicità e amoralità lo disgustano e lo affascinano allo stesso tempo. Come mai, poi, siamo così vicini a lui eppure distanziati da una terza persona? Che intellettuale è questo Bazarovi, se intellettuale lo si può chiamare (come Busi stesso sarebbe forse resistente a questa categorizzazione...), in cosa consiste la sua indipendenza ed è lui davvero indipendente, visti i suoi dubbiosi datori di lavoro? E quali nervi tocca in lui la presunta scomparsa di Georgina Washington, il cui nome aleggia per più di metà romanzo prima di essere davvero associato ad una storia? La pagina bianca che chiude il libro sullo stesso giorno col quale si era aperto (un lunedì) è un eterno ritorno o piuttosto un non ritorno in questo grottesco girotondo di intellettuali, potere (piccolo e grande) e – non da ultimo – (omo)sessualità in Italia? Leggere Busi, come al solito, da grandi mal di testa oltre che godimento estetico, ma le due cose – nella mia lettura – erano in qualche modo intimamente collegate, e mi hanno impedito di abbandonare la lettura in alcune sezioni forse fin troppo macchinose. Questo è perché Busi riesce a disinnescare, coi suoi romanzi, buona parte delle stronzate che ci vengono servite quotidianamente, provengano esse dagli organi più alti di politica e stampa o dagli intellettuali e dai nostri concittadini – oppure da noi stessi, in quanto lettori e veri o presunti sostenitori della cultura. Stronzate a volte di piccola taglia, a volte grandi come un palazzo ma ben nascoste dalla prassi di una ripetizione quotidiana, come i luoghi comuni dei quali le nostre chiacchere italiane, appunto, son piene.Certo, non si tratta di un romanzo privo di contraddizioni, zone d'ombra, difetti anche piuttosto vistosi: si può benissimo detestare Busi, e se è questo il caso tanto vale non arrischiarsi alla lettura di questo libro, perché non si farà altro che trovare nero su bianco nuove conferme per la propria ostilità. Busi è certamente egoriferito, esagerato, a volte faticoso fino all'illeggibilità. Ma se si ha un'inclinazione nei confronti di questa scrittura barocca ed ironica, egocentrica ed eterogenea, potrà goderla al meglio qui e nel Seminario.

    ha scritto il 

  • 4

    Lettura complessa e scrittura interessante. C'è molto in questo libro dalla lettura non facilissima. Regge bene il passare degli anni e racconta un Italia che forse non c'è più ma illumina ...continua

    Lettura complessa e scrittura interessante. C'è molto in questo libro dalla lettura non facilissima. Regge bene il passare degli anni e racconta un Italia che forse non c'è più ma illumina profeticamente aspetti dell'Italia di oggi più di molti romanzi contemporanei.

    ha scritto il 

  • 5

    Più aumentano i denari più le trame diventano oscure e ostili da dipanare: per i collant la logica è questa (e chi per tradire non chiede in cambio che una velatissima copertura non te ne costerà che una quindicina, insomma la metà del solito).

    Angelo Bazarovi quando si rende conto di non essere mai stato sulla tomba né di Giorgina Washington né di suo padre, conviene tra sé e sé che è impossibile andare a trovare chi ti abita. In un ...continua

    Angelo Bazarovi quando si rende conto di non essere mai stato sulla tomba né di Giorgina Washington né di suo padre, conviene tra sé e sé che è impossibile andare a trovare chi ti abita. In un modo uguale e tradotto dovrei dire che mi è impossibile scriteriare su di un libro che continuo a leggere, specie dopo averne concluso la lettura un’altra volta.

    Il modo migliore per tenere il romanzo alla larga sarebbe metterlo sul personale. Ora che ne ho una mia che corre il pericolo di diventare standard ovvero di diventare uno stagno asfittico come quello compulsivamente frequentato dai gay da teatrino che devono ridursi a un ruolo da macchiette per non essere cancellati via dalla violenza apparentemente gommata della Norma che consente solo il nero e l’unica tonalità più oscura del nero che è il bianco assoluto, leggere “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” ha un potere aggiunto che definirei scaramantico.

    La prima lettura – lo pescai in un cestello di libri usati, in una edicola calabrese, me lo feci pagare da mia sorella convincendola a comprarselo per sé – risale a un dodici-tredici anni fa, se ricordo: era una edizione tascabile Mondadori. Allora, e questo lo ricordo bene, mi impressionò il carattere neonichilista di Bazarovi: d’accordo, il cognome è preso da Turgenev, però a me Angelo rimanda a un demone dostoevskiano reso ancora più tremendo perché combinato a un umorismo alla Sterne: un dannato russo con il savoir faire di un inglese è solo apparentemente meno micidiale, in realtà lo è fin troppo. Angelo è un nichilista ma non è un depresso, un esagitato, un serial killer, non è la vittima del suo malessere; a prima e a seconda e a terza vista: è in formissima, Angelo si custodisce da sé, è intelligente, ironico, sessualmente disinibito, ideologicamente ripulito, certo sentimentalmente la sua vita è una tragedia ma non per causa del suo neonichilismo, non quanto lo è per causa del secolare conformismo suicidale di chi lo circonda. Angelo, stringo, m’era apparso un bel tipo a cui, però, dice male perché non trova chi gli scardini il suo falso infinito, perché non accetta, ergo, la necessaria parte di stupidità che una vita deve abbracciare se non vuole restare mani nelle mani, le sue, senza essere abbracciata mai da niente e nessuno. Per vivere o ci si lascia imbozzolare un po’ o pazienza, sarà per il prossimo salto di specie.

    Dieci, cioè dodici-tredici, anni dopo, leggendo il romanzo nella nuova edizione della BUR, posso dire che m’impressiona Celestino Lometto, e che m’impressiona il non essermi accorto prima di come questo romanzo sia più fragoroso del “Gomorra” di Saviano, perché se in Saviano si porta alla luce la violenza sistemica di un male criminale, in “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” si illumina la costanza endemica del male banale, di cui quello criminale è soltanto una declinazione particolare: “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” va alle radici del male, dove il male è una piantina di prezzemolo che si si propaga ovunque e con il quale o ci si condisce la quotidiana minestra avvelenata per tutti o si salta dalla finestra, e c’è la coda di persone disposta a darti la pacca sulle spalle se serve per una spintarella così: la funerea pacca proverbiale. Dieci anni dopo – una vita, lavorativa, cioè, e politica, intesa come vita infine autonoma, che paga da sé di sé, dopo – mi impressiona come Busi abbia saputo trovare un linguaggio, e una storia, che evidenziasse in maniera come svagata ma inclemente la condizione umana ai tempi del capitalismo feudale.

    Pur di non lasciar tracimare l’ammirazione che provo per il romanzo potrei puntellarla osservando che la terza parte risente di un affaticamento affabulatorio. La dualità Angelo-Celestino in giro per l’Europa che piazza ordini su ordini di collant è brillante e talmente affiatata di suo da togliere il fiato a chi segue lei e il corollario di storie aneddotiche di estesa risonanza umana (il quasi-annegamento al lago di Sirmione; il rifugio dei peccatori, soddisfatti di pensarsi peccatori da rifugio, delle Terrazzine; l’amore tanto più di corpo perché totalmente di testa di Angelo per l’Italo lontano di Anguillara Terme; lo stato di servizievole servitù presso la paravergine tedesca; le sortite presso la borghesia corsara con Tirlindana l’omocrate; le visite di casta amicizia al decadentissimo masochista monagasco; segue una sfilza di eccetera d’eccezione, eccetera eccetera…), quando però gli scontri-a-due proseguono con Angelo come prima polarità e un nuovo interlocutore come seconda (la bellissima Belart così maschilizzata dal potere da eccitare addirittura un omosessuale di ferro come Angelo; Edda Napaglia talmente impagliata dalla volontà di suo marito e degli altri uomini-della-‘sua’-vita da non poter generare altro che una stirpe di impagliatori del proprio stesso sangue; il Professor Witzleben che riscatta, aggravandola ulteriormente, la figura della vittima ebrea proponendo quella del carnefice ebreo della stessa; il parroco Galetta che incarna l’ipocrisia clericale così bene da teatrarne lo stereotipo) il diabolico processo simbiotico non si replica, e alla lunga stucca l’antitesi tra l’Angelo della Rivelazione Disinteressata e perciò disintegrante e i Custodi dell’Omertà Istituzionale ovvero dell’Ordine Costituito. Storie a parte, certo, sono il breve incontro tra Angelo e la moglie del custode del cimitero col mausoleo dei Lometto (con la luce perpetua spenta per fare economia…) e la ‘relazione d’amore rifiutato’ tra Angelo e la piccola Giuditta.

    Il romanzo è brutalmente realistico e è il ricorso a un grottesco pietoso a mitigarne l’impatto altrimenti devastante. Al suo interno ci sono più cose di quanto si possa immaginare che ce ne possano stare in un romanzo solo, e ci stanno benissimo; a ognuna è dedicato un esercizio di scrittura inedito e irripetibile. “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” non ha nulla né di standard né di provvisorio nello stile, che è contemporaneamente definitivo e insolito, però i collant ci sono, e di vite anche di più.

    Provvisorie e standard sono le annotazioni da lettore che sgomitola riflessioni da un romanzo che non fa una grinza e nemmeno una smagliatura che sia una, di cui è impossibile districare un bandolo per farne un filo che aiuti Teseo a uscire dal labirinto; più probabile che offra un diversivo di gioco al Minotauro. Un’intera vita a divorare verginelle, auff, sai che gioia sarà per lui dare due calci a una palla a fil di lana? Dopodiché starà alle Arianne Senza Nome imprigionate nel labirinto come spuntini di scorta a cogliere l’occasione al balzo e trovare una vita di fuga in prima persona, smettendola di starsene impalate in qualche fratta, confidando nel pigro e suicidale arrivo di un eroe azzurro – un Celestino Lometto tutt’al più, chi altri? Un Minotauro peggiore di quello prima! –a fare la calzetta e chi vivrà vedrà, sì, vedrà te morto impagliato nell’attesa. E chi fa da sé l’Angelo Bazarovi l’aiuta, perché un Angelo Bazarovi intanto lo sarà diventato lui.

    Diventati un Angelo la strada poi è spianata per completare il percorso e diventare del tutto un Uomo, e quindi anche una Donna: basterà precipitare nella direzione giusta.

    ha scritto il 

  • 5

    Indimenticabile

    Ogni volta che segnalo a qualche amico o conoscente i romanzi di Busi, mi affretto subito a rimarcare la distanza dello scrittore dal suo "alter ego" televisivo. Incredibile che un narratore così ...continua

    Ogni volta che segnalo a qualche amico o conoscente i romanzi di Busi, mi affretto subito a rimarcare la distanza dello scrittore dal suo "alter ego" televisivo. Incredibile che un narratore così fino, un poeta della parola, un incontrastato genio della scrittura, si compiaccia del ruolo squallido e demenziale che si è tanto dato la pena di costruire nelle comparsate sul piccolo schermo... non ho mai convinto nessuno, ma se mai dovessi riuscirci, questo è il libro che vorrei fosse usato come riprova. Viva Celestino Lometto, personaggio di cui ricordo tutto, anche se sono passati quasi vent'anni dalla lettura. Cosa davvero rara per uno come me.

    ha scritto il 

  • 0

    incipit

    Giuditta trascina una bambola di pezza e guarda fissa davanti a sé ...

    http://www.incipitmania.com/incipit-per-titolo/v/vita-standard-di-un-venditore-provvisorio-di-collant-aldo-busi/

    ha scritto il 

  • 5

    "Il" libro. L'uomo Lometto che è ogni uomo corrotto dell'Italietta media, di ieri, oggi e purtroppo domani. L'Angelo onesto perché sè stesso al di fuori di ogni sistema corruttibile. E intorno il ...continua

    "Il" libro. L'uomo Lometto che è ogni uomo corrotto dell'Italietta media, di ieri, oggi e purtroppo domani. L'Angelo onesto perché sè stesso al di fuori di ogni sistema corruttibile. E intorno il vortice dell'umanità, dell'ipocrisia, del potere e degli amori. Imperdibile.

    ha scritto il 

  • 4

    Busi scrive(va) come un genio su cose anche risibili. La trama è assurda, grottesca, la scrittura narcisista e spesso, ed è uno dei motivi che rendono Busi uno dei più grandi scrittori italiani, ...continua

    Busi scrive(va) come un genio su cose anche risibili. La trama è assurda, grottesca, la scrittura narcisista e spesso, ed è uno dei motivi che rendono Busi uno dei più grandi scrittori italiani, ma tutt'altro che un genio, gli orpelli della scrittura fanno scomparire tutto il senso o la trama o qualunque altra cosa. E no, non ci trovo nulla di positivo né di interessante e lo ritengo un difetto di non poco conto per chi sa scrivere come nessun altro e potrebbe dire molto di più. Però, lo ammetto, per la bellezza di alcuni periodi c'è solo da spalancare la bocca. Solo col Seminario è riuscito a raggiungere la perfezione in tal senso, ma qui siamo vicini e anche con altri lavori successivi.

    ha scritto il 

  • 4

    bravo, e pace amen a chi sta sulle palle.

    Ecco, da padana aggiungo che Busi pecca di una lucidità e precisione impeccabili. Certo, non è un personaggio simpatico -questo scrittore- calca la mano e lo fa con tanta enfasi che a guardar bene ...continua

    Ecco, da padana aggiungo che Busi pecca di una lucidità e precisione impeccabili. Certo, non è un personaggio simpatico -questo scrittore- calca la mano e lo fa con tanta enfasi che a guardar bene cogli in filigrana il motivo vero (non giocare con i sentimenti e non farsi schermo con le buone maniere, ce ne vuole per aver tanto coraggio). Certo, se non sei bresciano non cogli certe asprezze del tutto logiche in gente malmostosa come noi. Fattosta che questo non è un romanzo, a parer mio, di poco conto. Dice fin troppo ma purtroppo lo dice talmente bene che sembra finto. Dopotutto siam gente sprovvista di mezze misure, in ogni senso.

    ha scritto il 

  • 4

    Busi scrive bene,racconto che letto ora è una cronaca di una morte annunciata,quella della nostra economia,con furbetti di vari natura,un po troppo ozioso sulla descrizione forte del mondo ...continua

    Busi scrive bene,racconto che letto ora è una cronaca di una morte annunciata,quella della nostra economia,con furbetti di vari natura,un po troppo ozioso sulla descrizione forte del mondo gay,piacevole ma come alcune torte con troppa panna...a volte risulta indigesto

    ha scritto il 

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