Vite immaginarie

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca, 39)

4.1
(205)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 210 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo , Inglese

Isbn-10: 8845900738 | Isbn-13: 9788845900730 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Fleur Jaeggy

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura

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  • 4

    Grande mistificatore, sognatore, abile falsario, inventore di genio, manipolatore nonché amante della bibliografia più illustre: Marcel Schwob, misconosciuto autore adelphiano, è uno di quei rari casi ...continua

    Grande mistificatore, sognatore, abile falsario, inventore di genio, manipolatore nonché amante della bibliografia più illustre: Marcel Schwob, misconosciuto autore adelphiano, è uno di quei rari casi letterari in cui il genere agiografico sposa l’elemento irrazionale, tanto caro alla casa editrice milanese, che nell’ultimo mezzo secolo ne ha fatto un baluardo in termini di forma. Le "Vite immaginarie" di Schwob, di primo acchito, ricordano le "Vite parallele" di Plutarco, ma in realtà sono tutta un’altra cosa. Lo scrittore francese tratteggia tanto le esistenze di grandi personaggi dell’antichità (Empedocle, Petronio, Lucrezio, Clodia ecc.) e della prima modernità (Cecco Angiolieri, Paolo Uccello, Nicolas Loyseleur, Pocahontas ecc.) come quelle di anonime figure fuori dal tempo e dallo spazio, in un’esegesi laica che annette ad ogni vita raccontata capacità straordinarie, rituali, taumaturgiche. Per ogni personaggio si pone un dilemma riguardante la bontà della sua opera: in altre parole, le gesta degli uomini vanno giudicate per quel che realmente producono o contestualizzandole nella combinazione di virtù e peccati cui giocoforza sottostanno? Il dilemma sembra risolversi solo attraverso il teorema adiabatico. C’è poi un’altra assonanza che salta all’orecchio dopo aver letto le "Vite immaginarie" ed è quella con la "Visita a Rousseau e a Voltaire" di James Boswell, allorquando questi dimostra inconsapevolmente che la frequentazione dei migliori non implica direttamente un miglioramento della propria persona e che, anzi, può rivelarsi un’attività vanesia, illusoria e piuttosto onanistica. Marcel Schwob evita questo parossismo non raccontando le vite, bensì inventandole di sana pianta, accogliendo nelle sue descrizioni soltanto quei frammenti veritieri e luminosi che ab absurdo sostengono l’agiografia. Alla fine del libro troviamo la biografia dello stesso Schwob, ad opera della curatrice Fleur Jaeggy, smagliante talento svizzero della parola poetata, che dimostra come l’infondatezza dell’operazione schwobiana, effettuata tra il XIX e il XX secolo, sia un iridescente caso di mitologia, genere letterario scomparso dal sostrato europeo parecchi secoli or sono.

    ha scritto il 

  • 5

    Vite condensate in poche pagine, dalle quali escono ritratti vivi e completi attraverso poche vicende, arricchite di pochi ma curatissimi dettagli. Ritratti di antichi filosofi, artisti, poeti, eretic ...continua

    Vite condensate in poche pagine, dalle quali escono ritratti vivi e completi attraverso poche vicende, arricchite di pochi ma curatissimi dettagli. Ritratti di antichi filosofi, artisti, poeti, eretici (Empedocle, Cratete, Petronio, Lucrezio, Paolo Uccello, Angiolieri, Frà Dolcino,...), regine o principesse, gentildonne o puttane (Pocahontas, Clodia, Kathleen la merlettaia, Sufrah,...) pirati e malfattori (Capitan Kid,Walter Kennedy, Burke & Hare,..).
    I miei preferiti? "Septima" (schiava incantatrice) e Stede Bonnet (pirata per capriccio).
    La scrittura è di eleganza sopraffina. Un classico che merita altissimo rispetto, e che non dovrebbe mancare nelle librerie dei "palati più fini".

    ha scritto il 

  • 5

    Il sentimento dell'individuale

    “L’arte del biografo consiste appunto nella scelta. Non deve preoccuparsi di essere vero; deve creare entro un caos di tratti umani. Leibniz dice che, per fare il mondo, Dio ha scelto il migliore tra ...continua

    “L’arte del biografo consiste appunto nella scelta. Non deve preoccuparsi di essere vero; deve creare entro un caos di tratti umani. Leibniz dice che, per fare il mondo, Dio ha scelto il migliore tra i mondi possibili. Il biografo, come una divinità inferiore, sa scegliere, tra i possibili umani, quello che è l’unico. Non deve ingannarsi sull’arte, più di quanto Dio non si è ingannato sulla bontà. È necessario che l’istinto di entrambi sia infallibile”.

    Se nel linguaggio dell'autore e nella mente del lettore, la somiglianza prende la forma della differenza, il sogno sconfina nel reale, la filologia si mescola con la mistificazione e una onnipotente allucinazione disegna una nuova mappa del fantastico, allora prendono vita le biografie avventurose, surreali e notturne di Marcel Schowb, scritte nella modernità magica della babelica Parigi letteraria del 1896, percorsi di vita matematici e vertiginosi che vennero amati e ammirati da Jarry e Valery e da Wilde e Borges. Schwob era un erudito straordinario e un eccentrico dalla vita incredibile e dal destino irrevocabile, e nel tessere queste meravigliose narrazioni si ispirò ai modelli di Aubrey e Boswell, all'insegna di una letteratura che vive dentro i mondi che crea, che si riproduce in uno specchio anomalo e escheriano. Queste sono storie di personaggi illustri e uomini senza nome, mendicanti, criminali, prostitute, mercanti e eretici; in scena vediamo pescatori di tesori, principesse, poeti tragici, vendicatori atei, assassini di re, pirati per caso, giudici misteriosi e filosofi divini, esistenze uniche e singolari al confine tra leggenda e impossibilità, tra amore e morte, tra infinito ed esattezza. Lucrezio e la molteplicità, Paolo Uccello e la teoria dell'infinito, Pocahontas dai mille volti e nomi, Jeanne la lorenese e il sacrificio, ma anche Cyril Tourner figlio di una prostituta e William Phips prigioniero dei mari. Scrisse in postfazione Fleur Jaggy che Marcel Schwob apparve in una famiglia di rabbini e di medici, con un mezzo sorriso triste negli occhi e che già a tre anni parlava tedesco e inglese; precoce, soffriva di una specie di febbre cerebrale e dialogava nella stanza in ombra con i suoi amici Verne e Poe. Dimorò a lungo in biblioteca con il suo spleen e divenne scrittore, attraversando vicende strazianti e infelici, in amicizia e in amore. “Quegli uomini che vissero come cani, quelle donne sante e credule dinanzi a qualsiasi monaco subdolo, coloro che si dannano, la condiscendenza e l'anelito verso tutto ciò che è ancora più basso, era questa la compagnia con cui Schwob ora si mischiava. Si accorse di sorridere nel ripetere ciò che aveva scritto: “Non abbracciare i morti: perché soffocano i vivi... I morti dànno la pestilenza”. Schwob era già malato e sapeva che non sarebbe guarito mai”. Viaggiò e visse prima di morire i suoi racconti, nei mari australi, sulle tracce di Stevenson, dove lo chiamarono tulapala, l'uomo che racconta, obbligandolo a raccontare storie fino a notte fonda. In quella moltitudine sognò la sua stanza di Parigi e si spense respirando il ritorno.

    ha scritto il 

  • 5

    a marce', ma io te faccio 'n monumento!
    solo per aver dedicato un capitolo a paolo uccello; solo per la bellezza di quello su petronio; solo perché mi è bastato leggere due parole, "notti cimmerie", p ...continua

    a marce', ma io te faccio 'n monumento!
    solo per aver dedicato un capitolo a paolo uccello; solo per la bellezza di quello su petronio; solo perché mi è bastato leggere due parole, "notti cimmerie", per partire de capoccia e de fantasia.
    coro a vede si m'è avanzato 'n po' de marmo de carara.

    ha scritto il 

  • 5

    No pensé a verme envuelto nuevamente en la elaboración de una reseña, mas me siento obligado por el virtuoso manejo de la anécdota y la delicada prosa de Schwob, un autor que cada día me parece más in ...continua

    No pensé a verme envuelto nuevamente en la elaboración de una reseña, mas me siento obligado por el virtuoso manejo de la anécdota y la delicada prosa de Schwob, un autor que cada día me parece más inmenso. En muchos sentidos, este libro significa una reivindicación de los poderes de la imaginación ante la «ciencia» de fin de siglo, en específico contra la historia. Asimismo, puede leerse como parte de un proceso que fusionará periodismo, literatura y ciencias sociales. Pero los méritos de Schwob no se reducen únicamente a la innovación de las especies narrativas; este libro ofrece, creo, la posibilidad de rendirse ante los poderes de la fabulación: el buen narrador genera convicción incluso ante el desconcierto, y Schowb es, después de leer Vidas imaginarias, uno de los grandes del siglo XIX francés. En esencia, este libro posee todavía algunos de los tópicos del Romanticismo (su búsqueda del absoluto es evidente en algunos relatos). Además, la forma cómo construye de forma deliberada su propia tradición es, por decir lo menos, sumamente sugerente. El autor es conciencia temática, conciencia estilística y conciencia de ensamblaje. La organización del libro tanto como la selección (a todo nivel) permiten que este libro pueda leerse en relación a lo que se hace actualmente. Vidas imaginarias, lejos de adquirir el sabor rancio de algunas obras del XIX, irradia un aura de vigor y juventud literaria. Altamente recomendable. (Acá está una de las claves del estilo de Borges, no me cabe duda).

    ha scritto il 

  • 0

    Se a Carletto Petrini ed il suo Slow food devo la scoperta di certe osterie per l'Italia, a J.L. Borges devo la scoperta di questo libro e del suo autore.

    ha scritto il 

  • 4

    Jorge Louis Borges ammirava Marcel Schwob al punto di dichiarasi suo figlioccio. Era una stima che doveva fondarsi su un sentimento di comunanza, sull'erudizione riconoscibile a entrambi, sull'uso che ...continua

    Jorge Louis Borges ammirava Marcel Schwob al punto di dichiarasi suo figlioccio. Era una stima che doveva fondarsi su un sentimento di comunanza, sull'erudizione riconoscibile a entrambi, sull'uso che ne fecero nelle loro opere. L'estensione del loro sapere era tale che appariva - e appare ancora - una sorta di invenzione fantastica, tanto da renderla indistinguibile dall'invenzione pura e semplice che hanno iniettato nei loro racconti. Sovente in letteratura realtà e immaginazione sono indistinguibili: spesso è un affare che riguarda solo l'autore che aspira a trascendere dalla sua esperienza privata. Se della narrazione fanno parte fatti e personaggi storicamente individuabili, se la narrazione è intrisa di sapere in ogni sua declinazione, allora anche la filosofia, la storia, la scienza possono definitivamente assumere, attraverso l'artificio dell'invenzione, un carattere mitologico, apparire immutabili.
    Schwob scrive di proprio pugno la prefazione a "Vite immaginarie". La sua intenzione è quella di calarsi nei panni del biografo, del buon biografo che non deve essere uno storico, nè preoccuparsi di essere vero. Il suo interesse è per l'individuo, per la sua unicità, per le sue bizzarrie. Seleziona il materiale disponibile al fine di "comporre una forma che non assomigli a nessun altra". Secondo Schwob "non serve che essa sia uguale a quella che fu creata un tempo da un dio superiore, è sufficiente che essa sia unica, come ogni altra creazione". Il suo scopo è artistico. Non si occupa degli eventi, delle cause che li determinarono o degli effetti che ne conseguirono. Sono compiti che lascia alla storia. Borges doveva approvarlo e riconoscersi in lui. Certamente lo ha saccheggiato qua e là. Deve avere imparato da Schwob la potenza delle possibilità combinatorie derivanti da un materiale infinito. Dalle biografie narrate in "Vite immaginarie" deve avere appreso la capacità di rappresentare i fatti come se fossero indeterminati e assoluti e la padronanza della velocità che deriva dall'ommissione di quelli irrilevanti. E deve essere stato ispirato da uno stile che si può ritrovare nei racconti di "Finzioni", de"L'Aleph", di "Storia universale dell'infamia", personalizzato da percorsi circolari, intrichi e rettilinei precipitosi.
    Amante della filosofia e dell'avventura, Schwob erra ondivago conducendoci alla scoperta delle sue passioni, alla versione inedita di antichi filosofi e predicatori, di artisti inquieti, di personaggi storici secondari, di donne sfortunate, di soldati e attori, di pirati e serial killer, ciascuno presentato solo dal proprio nome e dall'etichetta che Schwob scelse per connotarlo nella sua unicità. Erostrato, incendiario. Pocahontas, principessa. Il Capitano Kid, pirata.

    "Cecco Angiolieri nacque pieno di odio a Siena, lo stesso giorno di Dante a Firenze".

    ha scritto il 

  • 4

    FUOCO - fritto

    L'approccio è stato il ricordo delle traduzioni dal latino all'italiano: frasi secche, quattordicimila eventi in quattro frasi, delle sfumature che ci sarebbero basta saperle sfumare.
    ecco, ma poi, il ...continua

    L'approccio è stato il ricordo delle traduzioni dal latino all'italiano: frasi secche, quattordicimila eventi in quattro frasi, delle sfumature che ci sarebbero basta saperle sfumare.
    ecco, ma poi, il fantasioso estro ordinato e preciso senza essere maldestro, riempie di sinistre allusioni la verità supposta di vite vissute e passate, rendendole presenti.
    Adoro i visionari.

    ha scritto il 

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