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Voglia di comunità

By Zygmunt Bauman

(206)

| Others | 9788842068815

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Book Description

La comunità ci manca perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale peruna vita felice, ma che il mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci esempre più riluttante a promettere. Ma la comunità resta pervi Continue

La comunità ci manca perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale peruna vita felice, ma che il mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci esempre più riluttante a promettere. Ma la comunità resta pervicacementeassente, ci sfugge costantemente di mano o continua a disintegrarsi, perché ladirezione in cui questo mondo ci sospinge nel tentativo di realizzare ilnostro sogno di una vita sicura non ci avvicina affatto a tale meta; anzichémitigarsi, la nostra insicurezza aumenta di giorno in giorno, e cosìcontinuiamo a sognare, a tentare e a fallire. Ma se riuscissimo a realizzareuna collettività amica, la comunità richiederebbe una lealtà incondizionata enoi perderemmo libertà e autonomia. E' il dilemma affrontato da questo saggio.

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    [29]Cosi come siamo fieri di un lavoro ben fatto, afferma Verblen, allo stesso modo proviamo un'innata repulsione per gli sforzi insulsi, le fatiche inutili, l'agitarsi a vuoto. Lo stesso valeva per le <<masse>>, accusate sin dall'avvento ...(continue)

    [29]Cosi come siamo fieri di un lavoro ben fatto, afferma Verblen, allo stesso modo proviamo un'innata repulsione per gli sforzi insulsi, le fatiche inutili, l'agitarsi a vuoto. Lo stesso valeva per le <<masse>>, accusate sin dall'avvento dell'industria moderna (capitalista) del peccato mortale di accidia. Se Verblen ha ragione e la riluttanza al lavoro è qualcosa che viola l'istinto umano, allora deve esser stato fatto quaalcosa, e qualcosa di grosso, affinchè l'<<effettiva>> condotta delle <<masse>> potesse dare credito all'accusa di svogliatezza. Questo <<qualcosa>> è il lento ma incessante processo di smantellamento/distruzione della comunità, di quella intricata rete di interazioni umane che dava un senso al lavoro dell'uomo, che trasformava la mera fatica in una attività lavorativa densa di significato, in una azione finalizzata; di quella rete che faceva la differenza, come direbbe Verblen, tra le <<gesta>> (correlate ai concetti di <<dignità, valore e onore>>) e l'<<ordinaria sfacchinata>> (non correlata a nessuno di tali concetti e dunque considerata un'attività futile).
    Secondo Max Weber, l'atto costitutivo del capitalismo moderno va individuato nella separazione dell'attività lavorativa dall'abitazione domestica, e nella conseguente separazione dei produttori dai loro mezzi di sussistenza (come Karl Polanyi aggiunge richiamandosi a Karl Marx). Questa duplice innovazione dette vita a due fenomeni: la nascita del profitto e la contemporanea liberazione dei mezzi di sostentamento dell'uomo dalla rete di legami morali ed emotivi, familiari e di quartiere; ma in pari tempo li svuotò di tutti i significati che essi avevano in passato. Quelle che un tempo erano, secondo la terminologia di Verblen, gesta si trasformarono in mera sfacchinata. Agli artigiani di ieri non fu più chiaro cosa significasse il termine <<lavoro ben fatto>>, e <<fare le cose a modo>> perse qualsiasi valore o senso di dignità e onore. Seguire la fredda routine di fabbrica, accompagnati non più dagli sguardi benevoli di parenti o amici, ma unicamente dall'occhio vigile e torvo del capomastro, eseguire movimenti meccanici al ritmo dettato dalle macchine, senza mai la possibilità di ammirare il frutto della propria destrezza nè tantomeno di giudicarne la qualità, rendeva tutti i loro sforzi semplicemente <<futili>>, qualcosa cioè che l'istinto dell'efficienza innato negli uomini induceva ad aborrire e rifiutare costantemente. Fu questa fin troppo umana repulsione per tale senso di futilità e insensatezza il vero bersaglio dell'accusa di infingardaggine lanciata contro uomini, donne e bambini strappati al loro ambiente familiare e obbligati a un ritmo di lavoro per essi inusitato e incomprensibile. Si incolpò la presunta <<natura>> degli operai di provocare gli effetti della innaturalezza del nuovo ambiente sociale. Ciò che i padroni dell'industria capitalista e i predicatori morali accorsi in loro aiuto puntavano a ottenere tramite la perorazione e l'imposizione dell'<<etica del lavoro>> era obbligare o indurre gli operai a eseguire <<inutili sfacchinate>> con la stessa dedizione e abnegazione da essi mostrata nei confronti del <<lavoro ben fatto>>.

    [41] <<Liberalizzazione>> e <<deregolamentazione>> sono le parole d'ordine del giorno e il principio strategico osannato e attivamente perseguito da chiunque sia al potere. La domanda di <<liberalizzazione>> è molto sostenuta perchè i potenti non volgiono essere <<regolamentati>>, non vogliono limiti alla loro libertà di scelta né freni alla libertà di movimento, ma anche (e forse soprattutto) perché non hanno più interesse a regolamentare gli altri. Il mantenimento dell'ordine è diventato una patata bollente che chiunque può passa immediatamente a chi si trova più in basso nella scala gerarchica e non può permettersi di ritrarre le mani.
    Oggigiorno il governo non poggia più in primo luogo sul coinvolgimento e l'intervento diretto - sulla capacità dei governanti di controllare strettamente ogni mossa dei governati e costringerli all'ubbidienza -, bensì su un nuovo, meno problematico e meno costoso (richiedendo pochissima manutenzione) fondamento: l'incertezza dei governati sulla successiva (eventuale) mossa dei governanti. Come Pierre Bourdieu ha ripetutamente sostenuto, lo stato di costante precarietà - insicurezza del proprio status sociale, incertezza del futuro e la fortissima sensazione di <<non essere padroni del presente>> - si traduce nell'incapacità di elaborare e attuare piani.
    Quando sulla testa di chi persegue i proprio obiettivi di vita nell'ambito di una data organizzazione sociale pende costantemente la minaccia di un repentino cambiamento delle regole imposto unilateralmente da chi detiene il potere e definisce gli ambiti di tale organizzazione, la possibilità di opporre resistenza ai mutamenti e in particolare una resistenza tenace, organizzata e solidale, è minima o, addirittura, inesistente. Non avendo nulla da temere, i detentori del potere non avvertono alcun bisogno di metter su costose e ingombranti <<fattorie di acquiescenza>> di tipo panottico. In uno scenario dominato da incertezza e insicurezza, la disciplina (o piuttosto la sottomissione a una condizione <<senza alternative>>) si autoalimenta e autoriproduce senza bisogno di guardiani o caporali chiamati a imporla con la forza.

    [95] Più di ogni altra cosa, <<globalizzazione>> significa che la rete di dipendenze va rapidamente acquisendo una dimensione planetaria, un processo cui non sta corrispondendo un'uguale espansione di organi di controllo politici efficaci e la nascita di qualcosa di comparabile a una cultura genuinamente globale. Strettamente connessa all'irregolare sviluppo dell'economia, della politica e della cultura (un tempo coordinate nell'ambito dello Stato nazionale) è la separazione tra potere e politica: il potere, in quanto incarnazione della circolazione mondiale di capitali e informazioni, diventa sempre più extraterritoriale, mentre le istituzioni politiche esistenti continuano ad avere carattere prettamente locale. Ciò porta inevitabilmente a una progressiva perdita di potere dello Stato nazionale; non più in grado di reperire risorse sufficienti a tenere i conti in sesto e a condurre una politica sociale indipendente, i governi locali non hanno altra scelta che perseguire la strategia della liberalizzazione: vale a dire cedere il controllo dei processi economici a culturali alle <<forze di mercato>>, vale a dire forze essenzialmente extraterritoriali.

    [123] Oggi le cose sono cambiate, o quanto meno vanno cambiando sempre più. La nostra è un'epoca di disimpegno; il modello panottico di governo, basato sulla sorveglianza e su una costante opera di monitoraggio e rettifica comportamentale dei governati, va rapidamente disgregandosi e cedendo il passo a un sistema di autosorveglianza e automonitoraggio, altrettanto efficace nello stimolare un comportamento <<idoneo>> (funzionale al sistema) rispetto al vecchio metodo di governo, ma molto meno costoso. Al posto delle colonne di soldati, oggi abbiamo gli sciami.
    A differenze delle prime, gli sciami non hanno bisogno di sergenti o caporali; trovano immancabilmente la propria strada senza alcun bisogno di ufficiali di Stato maggiore e dei loro ordini. Nessuno dirige gli sciami verso prati fioriti e non c'è alcun bisogno di comminare reprimende agli svogliati e rimetterli in riga con la frusta. Chiunque desideri tenere gli sciami puntati sull'obiettivo deve mirare ai fiori del prato, non pensare alla traiettoria di una singola ape. E' come se la bisecolare profezia di Claude-Henri de Saint Simone e la visione del comunismo di Karl Marx si fossero avverate: la gestione degli uomini viene sostituita dalla gestione delle cose (con gli uomini chiamati a seguire le cose e adattare le proprie azioni alla loro logica).

    [126] In retrospettiva , tuttavia, possiamo individuare la nascita della società dei consumi e della mentalità consumisitica grosso modo nell'ultimo quarto del secolo scorso, allorché la teoria del valore del lavoro di Menger/Ricardo/Marx/Mill venne sfidata da quella dell'utilità marginale di Menger/Jevons/Walras; allorché si disse chiaro e tondo che ciò che conferisce valore alle cose non è né il sudore necessario per produrle (come avrebbe asserito Marx), né l'autosacrificio necessario per ottenerle (come affermò Georg Simmel), bensì un desiderio di soddisfacimento; allorché l'antica querelle su chi fosse il miglior giudice del valore delle cose, il produttore o il consumatore, fu risolta senza mezzi termini a favore del secondo, e quando la questione del diritto di trasferire il giudizio di competenza venne mischiata con quella dei diritti sul valore/paternità. Allorché si verificò tutto ciò, divenne chiaro che (come afferma Jean-Joseph Goux) <<per creare valore, tutto ciò che serve è creare, con tutti i mezzi possibili, una sufficiente intensità di desiderio>>, e che <<ciò che in ultima analisi crea il surplus di valore è la manipolazione del surplus di desiderio>>.

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    Hcvitto said on May 1, 2012 | Add your feedback

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    Come tutti i libri di Bauman, molto bello, ricco di intuizioni folgoranti, capace di leggere la realtà delle società contemporanee usando non solo tutti gli strumenti della sociologia e della filosofia ma anche una splendida immaginazione metaforica. ...(continue)

    Come tutti i libri di Bauman, molto bello, ricco di intuizioni folgoranti, capace di leggere la realtà delle società contemporanee usando non solo tutti gli strumenti della sociologia e della filosofia ma anche una splendida immaginazione metaforica. Qui in particolare da non perdere le pagine su secessionisti e cosmopoliti, le nuove figure emblematiche in cui si riassume l'atteggiamento delle classi ricche occidentali a fronte della società e della comunità (perduta).

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    Stefano Zampieri said on May 17, 2011 | Add your feedback

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    Notevole, come tutti i suoi libri. Scritto all'alba del 2000, è oggi sempre più vero ed attuale.

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    braccinocorto said on Mar 24, 2011 | Add your feedback

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    L'indifferenza alla differenza

    Multiculturalismo, le minoranze etniche, il nazionalismo, il rapporto tra lo Stato e il potere, il cosmopolitismo, la globalizzazione, i diritti umani, ghetti reali e ghetti "volontari". Sono questi i temi trattati nel volume. Consigliato a chi ha in ...(continue)

    Multiculturalismo, le minoranze etniche, il nazionalismo, il rapporto tra lo Stato e il potere, il cosmopolitismo, la globalizzazione, i diritti umani, ghetti reali e ghetti "volontari". Sono questi i temi trattati nel volume. Consigliato a chi ha intenzione di costruirsi un minimo di coscienza sociale su ciò che sta accadendo oggi.

    sui diritti umani:
    operatori politici e araldi culturali dello "stadio liquido" abbandonarono pressochè del tutto il modello di giustizia sociale quale orizzonte ultimo del processo di tentativi ed errori a favore del principio dei "diritti umani", volto invece a guidare l'interminabile sperimentazione di forme di coabitazione soddisfacenti o quanto meno accettabili. Se i modelli di giustizia sociale si sforzarono sempre di essere sostanziali ed esaustivi, il principio dei diritti umani non può che avere carattere formale e incompleto.

    sul ghetto:
    I "ghetti volontari" non sono ovviamente ghetti veri e propri, e sono abitati appunto da residenti volontari proprio perchè non sono "quelli veri". I ghetti volontari si differenziano da quelli reali per un aspetto fondamentale: i ghetti reali sono luoghi da cui non si può uscire. Scopo principale dei ghetti volontari, viceversa, è vietare l'ingresso agli estranei: i loro residenti sono liberi di uscirne a loro piacimento. I ghetti reali significano privazione della libertà; i ghetti volontari intendono servire la causa della libertà. Entrambi i ghetti condividono la terrificante capacità di far sì che il proprio isolamento si autoperpetui e si autoalimenti.

    La vita nel ghetto non crea una comunità. Il condividere stimmate e umiliazioni pubbliche non trasforma i sofferenti in fratelli; al contrario, fomenta l'odio e il disprezzo reciproco. Gli uomini segnati dalle stimmate possono provare simpatia o antipatia per chi versa nelle stesse condizioni, possono vivere gli uni accanto agli altri in pace o in guerra, ma se c'è una cosa assai improbabile che accada è che sviluppino un rispetto reciproco.

    Chi vuole approfondire, approfondisca.

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    Breve said on Sep 6, 2010 | Add your feedback

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  • ISBN-10: 8842068810
  • ISBN-13: 9788842068815
  • Publisher: Laterza
  • Publish date: 2003-01-01
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