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Waiting for Godot

A Bilingual Edition: A Tragicomedy in Two Acts

By

Publisher: Grove Press

4.2
(3716)

Language:English | Number of Pages: 368 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) French , Spanish , German , Italian , Portuguese , Polish , Czech , Catalan , Basque

Isbn-10: 0802118216 | Isbn-13: 9780802118219 | Publish date:  | Edition Bilingual

Also available as: Paperback , Audio CD , School & Library Binding , Library Binding , Audio Cassette , Others , Mass Market Paperback , eBook

Category: Fiction & Literature , Humor , Philosophy

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Book Description
From an inauspicious beginning at the tiny Left Bank Theatre de Babylone in 1953, followed by bewilderment by American and British audiences, Waiting for Godot has become one of the most important and enigmatic plays of the past fifty years and a cornerstone of twentieth-century drama. Now in honor of the centenary of Samuel Beckett's birth, Grove Press is publishing a bilingual edition of the play. Originally written in French, Beckett translated the work himself, and in doing so chose to revise and eliminate various passages. With side-by-side text the reader can experience the mastery of Beckett's language and explore the nuances of his creativity.

Upon being asked who Godot is, Samuel Beckett told Alan Schneider, "If I knew, I would have said so in the play." Although we may never know who we are waiting for, in this special edition we can rediscover one of the most magical and beautiful allegories of our time.
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  • 4

    Il bene nel pozzo; oppure: “Aspettati di tutto!, altrimenti tanto vale non aspettare più niente.”

    Verso le sette di giovedì, terza settimana di febbraio, vado in biblioteca, c’è una donna vestita di nero coi capelli tinti di nero che però non servono a farle recuperare neppure uno dei sessant’anni ...continue

    Verso le sette di giovedì, terza settimana di febbraio, vado in biblioteca, c’è una donna vestita di nero coi capelli tinti di nero che però non servono a farle recuperare neppure uno dei sessant’anni che le do anche se non mi stupirebbe scoprire che ne dovrebbe avere cinquanta, e puzzolente di nicotina. La biblioteca è civica, lei non lo è. Apro i cassettini dell’archivio, è una biblioteca civica di queste, e le leggo i due titoli che non saprà dove andare a cercare. “Aspettando Godot” di Beckett e “Tra donne” di Musil. Lei, dopo essersene stata a naso basso scrivendo l’appunto con l’aria di chi è in confidenza con autori e libri a cui io non saprei neppure con quale pronome rispettoso rivolgermi, mi fa, da donna consumata dall’esperienza nel ruolo - Ha detto ‘Aspettando tre donne’ di chi?

    Una che lavora in una biblioteca e non sa di chi sia non dico “Tre donne” di Musil ma “Aspettando Godot” di Beckett non è buffa – buffo è “Aspettando Godot”, per questo è un capolavoro che non posso dire quanto mi piace perché non sta bene dire che ilarità mi provoca l’insensatezza di questa nostra vita qui sulla terra, eppoi verso l’insensatezza non ho un approccio beckettiano, macché – ma è ridicola, ridicola come chiunque voglia trovare una interpretazione ‘esatta’ a un testo teatrale che deride ogni pretesa conoscitiva e definitiva del linguaggio.

    Ci stavo cascando anche io, con il personaggio di Pozzo. Mi ero chiesto: “Pozzo nel testo originale pure si chiama Pozzo?”, e ho scoperto che si chiama Pozzo anche nell’originale. Pieno di me, ho pensato: “Pozzo” in inglese si dice “Well” e “Well” in italiano significa “Bene”, quindi il Bene legato alla Fortuna (Lucky)… e quella battuta dove Estragon dice a Pozzo “molto molto molto bene” deve suonare eufonicamente “very very very well”, e Pozzo/Well risponderà dicendo con slancio “Grazie, signori, Grazie!”, poi sono andato a cercarmi l’originale (c’è online, con traduzione a fronte, ma io preferisco la tarmatissima edizione Einaudi presa in biblioteca) e la battuta di Beckett che traduce se stesso è: “Oh tray bong, tray tray tray bong”, in un inglese che quindi non è affatto standard, al che mi sono dispiaciuto per la traduzione di Fruttero, che è in un italiano che non tradisce nessuna appartenenza socioculturale dei personaggi.

    A fine lettura mi sono anche detto che il testo sarebbe stato ancora più bello se fosse stato composto dal primo atto soltanto. Oggi a pranzo un collega mi racconta “Mio zio lavora a Milano, in un cantiere. Ieri sera entra un tale, lo picchia da mandarlo all’ospedale, e dopo avergli rotto il naso gli dice: - Da adesso in poi, comportati bene. Mio zio non sapeva né chi fosse né chi volesse. Sospetta che l’abbiano scambiato per un altro. Io credo che ci speri, perché l’inquieterebbe accettare l’idea che ci sia qualcuno che va in giro per cantieri a picchiare i geometri per impartirgli la lezione di comportarsi bene.” Così ho capito la bellezza del secondo atto di “Aspettando Godot”.

    Estragon. Allora, andiamo?
    Vladimir. Sì, andiamo.

    Non si muovono.

    Siamo proprio buffi, quando facciamo così. Quando siamo il contrario di ciò che ci diciamo di essere e facciamo il contrario di quello che diciamo di voler fare. E quand’è che non siamo così?

    A Beckett sembra che prenda male. In questo io sono diverso. Io penso che… È così bello aspettare Godot.

    said on 

  • 5

    Elvira ancora non riesce a dirmi cosa ha fatto in questa settimana che è mancata, non sono neanche sicuro che sia stata rapita forse è scappata ho addirittura pensato che lei sia pop artist e che mi s ...continue

    Elvira ancora non riesce a dirmi cosa ha fatto in questa settimana che è mancata, non sono neanche sicuro che sia stata rapita forse è scappata ho addirittura pensato che lei sia pop artist e che mi stia facendo uno scherzo. Intanto lei ha raccolto alcuni dati e me li vuole comunicare. Il tuo tempo di dimenticazione è diminuito, ha detto lei. Cosa è diminuito?, ho detto io. Il tuo tempo di dimenticazione, ha detto Elvira. Vorrai dire dimenticanza, ho detto io. No, ha detto lei, dimenticazione. Ma non esiste, ho detto io. E perché no?, ha detto Elvira, l’ho appena detta quindi esiste. Mmmh, ho fatto finta di ragionare io ma in realtà non ragionavo affatto pensavo a me che parlavo con Elvira riguardo una parola che non esiste. Poi è successo qualcosa e ho ascoltato le ultime parole di Elvira e ho detto forse hai ragione, ma devi darmi una definizione.
    Ok, ha detto lei.

    Dimenticazione, s. f. [der. di dimenticare] . –

    a. Il processo di dimenticare e di esser dimenticato: d. di una persona, di un evento, di un’idea; d. della vista, dell’udito; l'aver cominciato la dimenticazione del ricordo del figlio ha costituito per lei un bene necessario per vivere una vita serena. - "la dimenticazione è un processo che solo all’apparenza si conclude, in realtà non elimina un pensiero, ma lo trasferisce ad un livello più alto." (Elvira)

    b. Con sign. più concr., e per lo più al plur., situazione di leggerezza, di levità, di alleggerimento che consegue al non dover più ricordare una certa cosa, benessere: cominciare, avere in atto molte d.; il prete gli ha augurato delle imminenti d.; vivere una vita piena di dimenticazioni; soltanto a forza di dimenticazioni sono riusciti a mettere insieme gli strumenti per raggiungere l’esperienza necessaria allo sviluppo del loro linguaggio.

    c. Nome di una droga sintetica che verrà sintetizzata solamente fra 13 anni.

    Cazzo ti sei auto citata, ho detto io. Ovvio, fin ora sono l'unica ad aver usato la parola, ha detto Elvira. Giusto, e per questo non esiste ancora, ho detto io. Capisco, ha detto Elvira, ma se tu la usassi?, non basterebbe, ho detto io, capisco, ha detto lei, ma che dicevamo quindi?, ho detto io, che il tuo tempo di dimenticazione è diminuito, ha detto Elvira, di quanto?, ho detto io, ti disegno un grafico ha detto Elvira e ha cominciato a disegnare. L'ho ascoltata mentre disegnava, e poi ho cominciato a muovere le frequenze con un equilazzatore, uno come questo
    http://popcornpopcornpop.tumblr.com/post/101794456775
    sono anche riuscito a spingere rec. Quando Elvira ha finito le ho detto che l’avevo registrata mentre disegnava e lei mi ha detto, vuoi ascoltare?, sì, ho detto io, allora ascoltiamo, ha detto lei e così ho spinto play e ci siamo messi ad ascoltare.

    said on 

  • 5

    «We are no longer alone, waiting for the night, waiting for Godot, waiting for… waiting».

    Il signor Samuel Beckett sapeva un paio di cose circa l’aspettare. Per esempio, dovette aspettare 41 anni prim ...continue

    «We are no longer alone, waiting for the night, waiting for Godot, waiting for… waiting».

    Il signor Samuel Beckett sapeva un paio di cose circa l’aspettare. Per esempio, dovette aspettare 41 anni prima di capire che il teatro (non la poesia, non il racconto, non il romanzo) era il contenitore ideale della sua scrittura. Se ogni romanzo imprigionava il suo spirito come un barattolo di vetro, il teatro era il martelletto con cui battere il vetro per mandarlo in frantumi, liberando così la potenza imbrigliata. Che Godot sia un testo potente lo dimostra l’accanimento con cui ogni lettura critica si lancia a scarnificarlo. La lettura più nota – quasi una vulgata – è quella che vuole Godot come Dio (God) e l’attesa di Vladimir ed Estragon come attesa della salvazione. E non che nel testo manchino rimandi piuttosto espliciti, vedi la storia dei due ladroni (un solo ladrone è stato salvato, e soltanto in uno dei Vangeli: è l’idea che tormenta Vladimir), i riferimenti alla vigna e al padrone, l’albero, i campi semantici della salvezza e della dannazione… e molto, molto altro. A dispetto di questo evidente sottotesto, il buon Samuel ebbe a dire: «If by Godot I had meant God, I would [have] said God, and not Godot». Ci sarà da credergli?
    Eppure, l’attesa è una condizione così connaturata all’esperienza terrena da non necessitare, forse, alcuna metafisica. Aspettiamo che le nostre ambizioni diventino realtà. Aspettiamo l’amore. Aspettiamo che qualcuno o qualcosa – un essere finito, infinito o un’infinità di cose – riempiano il vuoto dei nostri giorni e dei nostri anni, attribuendo un senso superiore alle nostre azioni, inceppando il meccanismo mortifero dell’abitudine. È l’abitudine che ammazza Vladimir ed Estragon, privandoli della memoria dei giorni passati, perché i giorni passati sono uguali all’oggi, e il domani sarà uguale all’oggi e ai giorni passati: niente, se non il nuovo, vale la pena di essere atteso e vissuto. Alla luce di questo, l’unica cosa che conta è ingannare l’attesa, «trovare qualcosa per darsi l’impressione di esistere». Qualsiasi cosa pur di tenere lontana la rassegnazione, che è morte.
    Il ragazzo lo dice loro ogni sera, lo ha detto loro ogni sera della loro vita: Godot non verrà. Non oggi, almeno. To-morrow, and to-morrow, and to-morrow. Nondimeno, Vladimir ed Estragon lo aspettano, e questo (forse una maledizione) li tiene – ci tiene – in vita.

    VLADIMIR: Well? Shall we go?
    ESTRAGON: Yes, let’s go.
    They do not move.

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  • 4

    a domanda non risponde o dice altro!

    chissà perchè, mentre leggevo Aspettando Godot, pensavo ad Ale e Franz, i due comici: mi immaginavo loro nei ruoli di vladimiro ed Estragone, ma non riuscivo ad immaginare chi potesse intrepretare le ...continue

    chissà perchè, mentre leggevo Aspettando Godot, pensavo ad Ale e Franz, i due comici: mi immaginavo loro nei ruoli di vladimiro ed Estragone, ma non riuscivo ad immaginare chi potesse intrepretare le restanti parti (forse attori minori meno conosciuti di loro). forse li trovo surreali ed astratti , come gli interpreti della pièce teatrale di Beckett. non so se sia grande teatro o meno, a me è piaciuto leggerlo: non l'ho mai vista a teatro e non so che effetto farebbe adesso, piena di stasi, di immutevolezze e di domande fatte a cui non si hanno risposte. è il mondo di adesso, Mr. Beckett?

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  • 4

    "Aspettando Godot", di S. Beckett, è un testo teatrale di grande genialità dove il nonsenso dei dialoghi e delle non-situazioni sottolinea l'insensatezza dell'esistenza stessa.

    "Le lacrime del mondo s ...continue

    "Aspettando Godot", di S. Beckett, è un testo teatrale di grande genialità dove il nonsenso dei dialoghi e delle non-situazioni sottolinea l'insensatezza dell'esistenza stessa.

    "Le lacrime del mondo sono immutabili. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove smette. E così per il riso. Non diciamo troppo male, perciò, della nostra epoca; non è più disgraziata delle precedenti. Ma non diciamone neanche troppo bene. Non parliamone affatto."

    said on 

  • 4

    Strada di campagna, con albero.

    È sera.

    Estragone, seduto per terra, sta cercando di togliersi una scarpa. Vi si accanisce con ambo le mani, sbuffando. Si ferma stremato, riprende fiato, ricomincia da ...continue

    Strada di campagna, con albero.

    È sera.

    Estragone, seduto per terra, sta cercando di togliersi una scarpa. Vi si accanisce con ambo le mani, sbuffando. Si ferma stremato, riprende fiato, ricomincia daccapo.

    Entra Vladimiro.

    ESTRAGONE (dandosi per vinto) Niente da fare.

    VLADIMIRO (avvicinandosi a passettini rigidi e gambe divaricate) Comincio a crederlo anch’io. (Si ferma) Ho resistito a lungo a questo pensiero; mi dicevo: Vladimiro, sii ragionevole, non hai ancora tentanto tutto. E riprendevo la lotta. (Prende un’aria assorta, pensando alla lotta. A Estragone) Dunque, sei di nuovo qui, tu?

    ESTRAGONE Credi?

    VLADIMIRO Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.

    ESTRAGONE Anch’io.

    VLADIMIRO Che si può fare per festeggiare questa riunione? (S’interrompe per riflettere) Alzati che t’abbracci. (Tende la mano a Estragone).

    ESTRAGONE (irritato) Dopo, dopo.

    Silenzio.

    Un estratto dal libro:
    http://bookmorning.com/2014/02/21/aspettando-godot-di-samuel-beckett/

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  • 5

    La non azione del non-IO "depensato"

    Questa è un'opera a dir poco straordinaria; è la prima opera di Beckett che leggo e sono rimasto estasiato. I discorsi di Vladimiro ed Estragone, o meglio i non-discorsi, i non-dialoghi, coadiuvati da ...continue

    Questa è un'opera a dir poco straordinaria; è la prima opera di Beckett che leggo e sono rimasto estasiato. I discorsi di Vladimiro ed Estragone, o meglio i non-discorsi, i non-dialoghi, coadiuvati dai due altri personaggi Pozzo e Lucky rammentano al lettore che la vita non ha senso, che il tempo è un non-tempo e che il dialogo non esiste, ci si può solo illudere della propria esistenza, l'Io viene raso al suolo, decomposto (nel senso di decomposizione biologica) e ricomposto nel depensamento e nella non-azione. Un Io che non agisce è un non-Io a tutti gli effetti.
    Mi rendo conto che non è un'opera per tutti, a molti potrebbe risultare fastidiosa e angosciante, l'angoscia deriva proprio dal fatto che noi inconsciamente sappiamo che nulla esiste e per questo sentirselo dire ad ogni rigo con metodologie diverse è come avere un trapano nel cervello, tuttavia se si riesce ad accettare questo dato di fatto, si riuscirà a godere di una delle opere teatrali più riuscite, spero un giorno avrò la possibilità di vederla non-rappresentata da degni non-esseri.

    said on 

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