We Have Always Lived in the Castle

By

Publisher: Penguin (Modern Classics)

3.8
(1134)

Language: English | Number of Pages: 158 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , Spanish , French

Isbn-10: 0141191457 | Isbn-13: 9780141191454 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Library Binding , Others , School & Library Binding , eBook

Category: Fiction & Literature , Horror , Mystery & Thrillers

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Book Description
Living in the Blackwood family home with only her sister Constance and her Uncle Julian for company, Merricat just wants to preserve their delicate way of life. But ever since Constance was acquitted of murdering the rest of the family, the world isn't leaving the Blackwoods alone. And when Cousin Charles arrives, armed with overtures of friendship and a desperate need to get into the safe, Merricat must do everything in her power to protect the remaining family.

In her final novel, Shirley Jackson displays a mastery of suspense, family relationships and black comedy.
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  • 3

    Nulla a che vedere con "L'incubo di Hill House". Lì si respirava paura, il senso di angoscia era sempre presente. Qui si parte benino ma presto si capisce che la scintilla non scoccherà e le pagine si ...continue

    Nulla a che vedere con "L'incubo di Hill House". Lì si respirava paura, il senso di angoscia era sempre presente. Qui si parte benino ma presto si capisce che la scintilla non scoccherà e le pagine si trascinano sino ad una fine che lascia alquanto perplessi.

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  • 2

    Null

    Romanzo breve, tratta di due sorelle pazze psicopatiche che vivono quasi segregate in una casa ai margini della società, nascondendo terribili segreti. Non è scritto male, ma l'alone di mistero che be ...continue

    Romanzo breve, tratta di due sorelle pazze psicopatiche che vivono quasi segregate in una casa ai margini della società, nascondendo terribili segreti. Non è scritto male, ma l'alone di mistero che ben promette all'inizio va sfumando man mano che ci si inoltra nella narrazione. Manca il climax, si rimane in sospeso, in attesa del colpo di scena che non arriva. E' piatto, grigio. Si parla del nulla. Trama esile, personaggi fastidiosi. Alla fine.. non malissimo, ma mi aspettavo più colore.

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  • 5

    Claustrofobico.

    E' stato come trovarsi di fronte a bambine vestite in pizzo che facendo il girotondo intonano filastrocche ridondanti e spaventose. Ecco, come mi inquieta questa immagine non mi inquieta nient'altro. ...continue

    E' stato come trovarsi di fronte a bambine vestite in pizzo che facendo il girotondo intonano filastrocche ridondanti e spaventose. Ecco, come mi inquieta questa immagine non mi inquieta nient'altro. La Jackson con un'abilità spaventosa riesce a disturbare il lettore, senza nemmeno spiegare moltissimo. Solo il semplice fatto di inserire un semplice avverbio ("ultima colazione", "ultima volta"...) nella narrazione, quasi fosse messo lì per caso, destabilizza il lettore che si prepara lentamente al peggio, che comunque non si presenterà mai perchè il peggio è già avvenuto. Non vi è un colpo di scena, c'è solo una lenta ed inesorabile linea di terrore e follia.

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  • 5

    Primo libro che leggo di questa autrice e fin da subito vi dico: Io non starò più tanto serena nella cucina di casa mia... 😀 ho adorato questo libro in circa duecento pagine mi ha fatto spaventare un ...continue

    Primo libro che leggo di questa autrice e fin da subito vi dico: Io non starò più tanto serena nella cucina di casa mia... 😀 ho adorato questo libro in circa duecento pagine mi ha fatto spaventare un sacco non perché sia infarcito di clamorosi colpi di scena ( ce ne sono ovviamente) ma il tipo di paura che suscita non é quel tipo di spavento come quando si vedono teste mozzate o budella volanti ma il pauroso sta nella normalità descritta,in quei riti quotidiani che tutti facciamo ( chi di noi non pulisce casa o cucina?) in questo ambiente normale di snoda tutta la vicenda che ci viene raccontata dalla piccolina di casa. Nel modo e nelle cose raccontate la tensione pagina dopo pagina sale e tu lettore ci sei incollato a quelle pagine. Non ci si può non affezionare allo zio Julian cosi come non si può odiare Charles, l elemento che sconvolge la routine di questa casa. Ci sono due punti in particolare ( circa a metà e alla fine) che sono davvero da caduta dal divano con terrore annesso (non ve li dico per non fare spoiler) ma ve ne accorgerete subito. Il modo di scrivere dell autrice riesce a trasformare qualcosa di ogni giorno in un incubo ad occhi aperti cosa che ho amato tantissimo, i personaggi come i luoghi sono ben descritti e rendono l idea dell atmosfera in cui tutto si svolge. In definitiva Adoro! Adoro! Adoro!

    said on 

  • 5

    Stephen King dice che Shirley Jackson non ha mai avuto bisogno di alzare la voce e io non potrei essere più d'accordo con questa affermazione.

    Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo diffici ...continue

    Stephen King dice che Shirley Jackson non ha mai avuto bisogno di alzare la voce e io non potrei essere più d'accordo con questa affermazione.

    Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo difficile da classificare in un genere. Io prima di leggerlo l'avevo messo tra gli horror ma in realtà non è un horror e a fine lettura non so ancora dove collocarlo. Avrebbe bisogno di un genere tutto suo.
    Il romanzo è narrato attraverso gli occhi di Mary Katherine, diciottenne che vive in una casa ben nascosta dal paese insieme alla sorella maggiore Constance e allo zio invalido. Conosciamo la famiglia Blackwood in una tranquilla giornata dove ognuno compie la sua routine quotidiana. È il giorno in cui Mary Katherine (Merricat) scende in paese per fare provviste. E così, gradualmente, ci mostra l'astio degli altri verso questa famiglia, le prese in giro e le accuse perché sei anni prima la famiglia Blackwood contava altri quattro componenti, tutti morti avvelenati in una cena di famiglia. Non sappiamo se prima la famiglia fosse comunque ben vista - qualche indizio mi dice di no -, ma da allora Constance non è più uscita di casa e l'unica ad avventurarsi ogni tanto all'esterno è Mary Katherine, perché come dice lei, dovranno pur mangiare. Il castello del titolo è proprio la loro casa ma, se proprio vogliamo andare più a fondo, anche la loro mente.

    Da un lato riesco a capire chi non è rimasto contento da questo romanzo, perché in fondo io sono la prima che in un romanzo vorrebbe trovare uno schema ben preciso, ma qui non c'è niente di tutto questo. Il racconto del passato è frammentato, non tutto viene svelato e molte domande non avranno mai una risposta.

    È inquietante pur non essendolo di proposito, non in modo clamoroso, e nessuna descrizione o fatto è mai troppo ma conosci la famiglia Blackwood e stai lì a pensare a tutti gli ingranaggi delle loro menti, a chiederti se succederà qualcosa. È inquietante con le tante piccole descrizioni, tra cui le descrizioni minuziose dei pasti (in un romanzo dove la famiglia è stata avvelenata potete capire che questo fa una certa impressione). È inquietante con la canzoncina macabra che tutti ripetono, o nel rapporto esclusivo tra sorelle di Merricat e Constance. Mary Katherine ha una mente infantile e Constance la asseconda, come se vivessero entrambe nella luna in cui si rifugia Mary Katherine.

    Il merito di questa atmosfera soffocante che si crea va anche ai personaggi che prendono vita in queste pagine, che per le loro stramberie risultano inquietanti ma con una loro logica. Shirley Jackson ci propone la storia dall'altro lato. Chi vive in quella casa degna dei migliori racconti dell'orrore e dove i bambini di solito si sfidano ad arrivare sino alla porta? Questo romanzo sembra il prequel di qualunque racconto in cui ci sia una casa dell'orrore.
    Shirley Jackson ci mostra le tante sfaccettature del male, a partire dalla follia per arrivare poi alla cattiveria gratuita che si nasconde anche in chi apparentemente di follia non dovrebbe averne e dovrebbe essere dal lato del giusto.

    Per intenderci, nel romanzo non succede nulla di clamoroso ma è il modo in cui non succede nulla ad affascinarmi. Cose da pazzi, lo so.

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  • 4

    Un romanzo cosi non lo avete mai letto. Mentre si assaporano le prime pagine di "Abbiamo sempre vissuto nel castello" si ha come l'impressione di essere di fronte a un racconto familiare, quasi rassic ...continue

    Un romanzo cosi non lo avete mai letto. Mentre si assaporano le prime pagine di "Abbiamo sempre vissuto nel castello" si ha come l'impressione di essere di fronte a un racconto familiare, quasi rassicurante, una storia narrata dalla giovane Mary-Katherine, un personaggio poetico e inquietante, che ci trasporta nel suo piccolo mondo nel quale vive con l'amatissima sorella Costance, lo zio Julian e un gatto come guardiano dell'enorme villa nella quale sono segregate. Il malessere che pervade il vacillante microcosmo costruito dalle due sorelle, nel quale il tempo è scandito da faccende casalinghe, manicaretti cucinati a dovere, parole magiche e rituali devoti che tengono a bada il resto del mondo, si percepisce man mano che ci si addentra nella storia e nel castello dove trascorrono le giornate, una fortezza nella quale i tre si riparano dai pettegolezzi, dalla gente malvagia che li odia dopo lo scandalo-omicidio avvenuto proprio nella villa. La Jackson è abilissima nel condurci nel labirinto Blackwood e nel farci avvertire il Male che vi si cela, senza mai riverlarlo del tutto. Non abbiamo a che fare con un classico romanzo dell'horror, ma con un racconto gotico in crescendo, nel quale la malvagità risiede nella follia più pura, di fronte alla quale nessuna spiegazione razionale sarà in grado di fornire le risposte che il lettore brama fin dalla metà del romanzo. Si è solo di fronte a dei fatti, e sarà a lui decidere di prenderne atto o meno.
    Consigliato soprattutto a coloro che hanno apprezzato le atmosfere claustrofobiche e ingannevoli del film Stoker.

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  • 5

    Può un libro di "paura" essere poetico?
    Eccome.

    Una volta sotterrai sei biglie azzurre nel letto del ruscello per far prosciugare il fiume in cui andava a gettarsi. "Ecco qua un tesoro da sotterrare" ...continue

    Può un libro di "paura" essere poetico?
    Eccome.

    Una volta sotterrai sei biglie azzurre nel letto del ruscello per far prosciugare il fiume in cui andava a gettarsi. "Ecco qua un tesoro da sotterrare" mi diceva Constance quand'ero piccola, dandomi una monetina, o un nastro colorato; avevo sotterrato uno per uno tutti i miei denti da latte man mano che cadevano, e forse un giorno da quei dentini sarebbero nati dei draghi. Tutta la nostra terra, arricchita dai tesori che vi avevo sepolto, era abitata, appena sotto la superficie, dalle mie biglie e dai miei denti e dalle mie pietre colorate, che forse adesso si erano trasformate in gioielli; e tutto era tenuto insieme come una potente rete sotterranea che non si allentava mai, ma era sempre lì, pronta a proteggerci.

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  • 3

    l'ho preferito di gran lunga a L'incubo di Hill house, più celebre (e sulla carta più risolto) romanzo dell'autrice. Il ritornello della felicità - e la terrificante, sopraggiunta felicità finale - st ...continue

    l'ho preferito di gran lunga a L'incubo di Hill house, più celebre (e sulla carta più risolto) romanzo dell'autrice. Il ritornello della felicità - e la terrificante, sopraggiunta felicità finale - stride in maniera deliziosa con il contesto della vicenda. un neo: il personaggio del cugino, tanto falso e odioso da risultare poco credibile. La Jackson è molto brava con i personaggi femminili, ma i maschili sembrano interessarla meno e scadono spesso nella macchietta (benché con lo zio le cose vadano decisamente meglio).
    Mi è mancato non avere alcuna idea sul perché degli omicidi, ma allo stesso tempo credo che quel sospeso sia condizione necessaria dell'atmosfera sulfurea del romanzo.

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