We Have Always Lived in the Castle

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Publisher: Penguin (Modern Classics)

3.8
(988)

Language: English | Number of Pages: 158 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , Spanish , French

Isbn-10: 0141191457 | Isbn-13: 9780141191454 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Library Binding , Others , School & Library Binding , eBook

Category: Fiction & Literature , Horror , Mystery & Thrillers

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Book Description
Living in the Blackwood family home with only her sister Constance and her Uncle Julian for company, Merricat just wants to preserve their delicate way of life. But ever since Constance was acquitted of murdering the rest of the family, the world isn't leaving the Blackwoods alone. And when Cousin Charles arrives, armed with overtures of friendship and a desperate need to get into the safe, Merricat must do everything in her power to protect the remaining family.

In her final novel, Shirley Jackson displays a mastery of suspense, family relationships and black comedy.
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  • 3

    la sottigliezza del male

    ehssì, perché nei suoi romanzi è davvero difficile inquadrare e riconoscere il male: uno si aspetta apparizioni, fantasmi, diavoli e assassini ad ogni voltare di pagina, ma non accade mai nulla di ecl ...continue

    ehssì, perché nei suoi romanzi è davvero difficile inquadrare e riconoscere il male: uno si aspetta apparizioni, fantasmi, diavoli e assassini ad ogni voltare di pagina, ma non accade mai nulla di eclatante. Tranne che però l'atmosfera è sempre malsana, le persone hanno atteggiamenti strani, i discorsi stridono. Insomma è tutto storto, persino una bella giornata di sole o un the preso in salotto.
    Bè non accade mai nulla ma tutto ci dà fastidio, niente è come dovrebbe essere.
    Riuscitissimo.

    Dalla quarta di copertina: "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo "La lotteria". Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai 'cattivi', ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

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  • 5

    "Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare."

    "Da allora non abbiamo più avuto u ...continue

    "Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare."

    "Da allora non abbiamo più avuto un'estate come quella, o forse sono solo io che invecchio."

    said on 

  • 3

    Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni

    È con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa familiare dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorell ...continue

    È con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa familiare dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo, nella persona del cugino Charles, si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante.
    Definirei questo libro più un racconto lungo, poiché si snoda quasi interamente nella proprietà dei Blackwood, in cui il noto e il quotidiano sono punti fermi, costanti rassicuranti nella vita delle due protagoniste, venerati e rispettati al punto da diventare oggetti e riti magici, soprattutto per Marricat, la più piccola delle due sorelle.
    Non aspettatevi grandi colpi di scena, fondamentalmente la storia è prevedibile, però inquieta per la crudeltà e la doppiezza umana.
    Consiglio questa lettura a chi ama il genere gotico, a chi sa godersi i piccoli dettagli, una prosa scorrevole e mai banale.

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  • 4

    Particolare è la parola d'ordine.

    Questa è una lettura più fine, dettagliata e soprattutto psicologica al confronto di un libro giallo mistery "classici" dove c'è la presenza di un colpevole da svelare fra colpi di scena, presunti ind ...continue

    Questa è una lettura più fine, dettagliata e soprattutto psicologica al confronto di un libro giallo mistery "classici" dove c'è la presenza di un colpevole da svelare fra colpi di scena, presunti indiziati fino ad arrivare al culmine della narrazione dove il sipario viene calato e si scopre chi c'è dietro a tutta la scena.

    Questo libro racconta la storia di una storia noir. Fatemi chiarire le idee.
    La vicenda noir è, principalmente, solo un accenno: sappiamo che nella famiglia Blackwood ci sono state sei morti sospette avvenute per mezzo del veleno. Ci solo tre superstiti dopo sei anni dell'accaduto: Mary Katherine che è la nostra protagonista e voce narrante, Constance la bella sorella maggiore che venne accusata e processata fino al suo rilascio per provata innocenza e lo zio Julian ora malato di cuore, anziano e costretto su una sedia a rotelle.
    Essi hanno la loro amata routine, non desiderano altro. Costrette a fornirsi dai negozi in paese per vivere, Mary Katherine si reca due volte a settimana in centro, bersagliata dagli sguardi degli abitanti, derisa dalle loro parole, dalle loro accuse, dai loro sorrisetti, risatine, bisbigli, occhiate. Un vero inferno per chi cerca solo tranquillità nel proprio ambiente confortevole, abitudini e compiti da svolgere per far passare un giorno in più su questa terra, fra queste persone.
    Il senso di questo libro è tentare di far percepire il confine labile della follia, del male e la loro collocazione: essi albergano nei colpevoli oppure in coloro che si prodigano puri e innocenti?

    La narrazione è davvero particolare, impossibile associarla o anche solo paragonarla per schiarire le idee. Una lettura puramente psicologica che si distacca dal genere giallo ma che, in questo caso, si avvicina un po' di più al noir.
    Questa sarà sicuramente una fra le letture che, in futuro, consiglierò di leggere e, sicuramente, ora andrò a reperire le altre opere di Shirley Jackson.

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  • 3

    Questo è l'esempio lampante di quando ti trovi nella Feltrinelli della stazione di Milano Centrale, hai un treno che partirà tra un'ora, soldi da spendere nel portafoglio e una cantilena nella testa c ...continue

    Questo è l'esempio lampante di quando ti trovi nella Feltrinelli della stazione di Milano Centrale, hai un treno che partirà tra un'ora, soldi da spendere nel portafoglio e una cantilena nella testa che da settimane e settimane dice: abbiamo sempre vissuto nel castello. Non capisci da dove arrivi questa frase, chi la pronunci o lo abbia mai fatto. È una voce che ti guida, ti porta in mezzo agli scaffali di questa immensa libreria, ti fa sfogliate libri che non sono quelli che vuoi, libri che sono quelli che vuoi, e libri che...eccolo lì, è lui, ecco da dove arriva questa frase. È il libro che da tanto tempo desideravi leggere, ma non sai perché. Nemmeno avessi letto la trama. Nemmeno qualcuno te ne avesse parlato con entusiasmo e troppo slancio. Nemmeno il titolo o la semplice idea di un castello significasse per te qualcosa. Però è lui, è lui il libro, e diventa subito tuo.
    Ecco. L'incipit della storia mia e di questo libro di Shirley Jackson, "Abbiamo sempre vissuto nel castello", è questo.
    Quello invece del libro è narrato dalla voce di Mary Katherine Blackwood, diciottenne appassionata di Riccardo Cuor di Leone e di un fungo velenoso chiamato "Amanita phalloides". L'incipit seduce, come seduce un po' sempre la bizzarria di un personaggio alle prime pagine di un libro. E come d'altronde seduce un nome così spettrale ed evocativo come, appunto, Blackwood. Tuttavia, da parte mia, la breve storia d'amore tra il sottoscritto ed il libro nasce e muore nella primissima pagina del romanzo. Poi è tutta attrazione fisica: la carta ed il suo odore, la magnifica copertina, la sensazione che provi con il tatto quando tocchi delle pagine cartacee di una consistenza così bella come questa... Manca il dialogo, io e Shirley Jackson non sappiamo bene cosa dirci. E non è per via del genere letterario che la rende per molti regina indiscussa, cioè l'horror trattino thriller trattino giallo. E non è nemmeno per una sua scarsa capacità di sapere trascinare il lettore in una casa che è praticamente un castello, nella quale vivono la protagonista, sua sorella Costance, il gatto Jonas e lo zio invalido e anche un po' svitato Julian.
    La causa risiede in quella normalissima incompatibilità che c'è tra due elementi, nonostante siano entrambi potenzialmente ben allineati: da una parte un lettore curioso, onnivoro e appassionato, dall'altra un romanzo non particolarmente impegnativo, molto descrittivo, pieno zeppo di tensione, mistero, cattiveria, follia. Niente, non ce n'è, non è cosa. Ed è un peccato, perché la storia di questa famiglia, o meglio dei sopravvissuti di un avvelenamento che ha ucciso gran parte dei suoi membri, che vive secondo una rigidissima routine fatta di bizzarre abitudini e permessi, che vive tranquilla in questo stato di (apparente) serenità fino a quando il cugino Charles, comparso dal nulla, irrompe nella casa sconvolgendo questa piatta e monotona vita, non è male. C'è terrore, c'è stranezza, c'è eccentricità. Ci troviamo davanti ad un romanzo horror che non ha bisogno di parlare di sangue e scheletri per far rabbrividere il lettore. Basta la descrizione della casa, il giusto elemento da piazzare all'interno della narrazione (l'arsenico nella zuccheriera, i deliri dello zio Julian, la cattiveria degli abitanti del paese, che inspiegabilmente odiano i Blackwood), l'incarnazione del male nel corpo di una diciottenne fisicamente poco inquietante in quanto normalissima, solo forse piuttosto sporca e malvestita, e la sensazione di trovarti davanti ad un romanzo che non lascia indifferenti arriva.
    Eppure...
    Eppure no. Eppure qualcosa manca. Forse un clic che si azioni dentro di me. Forse il fatto che il finale lasci la storia sospesa in aria, ma non leggera come un palloncino, anzi piuttosto, come un libro lanciato in aria che tra poco ti cadrà in testa.
    Questo libro ha il suo bel mistero: funziona, ma non con me. Acchiappa, ma non interamente. Si fa leggere, ma quando lo finisci non sei sicuro di aver fatto la cosa giusta, specialmente se l'alternativa è quella di leggere un altro romanzo.
    "Abbiamo sempre vissuto nel castello" è un libro che sicuramente rileggerò, ma più avanti, non ora. Magari è uno di quegli amori che in un certo momento sono troppo acerbi, hanno bisogno di tempo per nascere. Nell'attesa, è più che legittimo cedere a qualche altro abbaglio. Per esempio il nuovo libro che adesso comincerai.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    2

    No, non ci siamo, non mi è piaciuto per niente!
    Le prime 100 pagine sono di una noia mortale, e le restanti 80 non è che siano poi meglio.
    Questi Blackwood non mi sono piaciuti, non mi hanno trasmesso ...continue

    No, non ci siamo, non mi è piaciuto per niente!
    Le prime 100 pagine sono di una noia mortale, e le restanti 80 non è che siano poi meglio.
    Questi Blackwood non mi sono piaciuti, non mi hanno trasmesso niente, la storia non mi ha coinvolto.
    E' come se mancassero dei pezzi
    perchè Merricat ha sterminato la famiglia? Dove caspita ha preso il veleno? Lo zio si è salvato solo per miracolo? Perchè i concittadini li odiano così tanto? Non ci sono risposte...
    e io non sopporto i libri così, a meno che ci sia un seguito (che non c'è)

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  • 4

    "Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare."

    Secondo romanzo che leggo della Jackson, secondo piccolo capolavoro. "Abbiamo sempre vissuto nel castello" gioca sullo strettissimo ed inquietante legame tra due sorelle, e sul mistero della morte del ...continue

    Secondo romanzo che leggo della Jackson, secondo piccolo capolavoro. "Abbiamo sempre vissuto nel castello" gioca sullo strettissimo ed inquietante legame tra due sorelle, e sul mistero della morte della loro intera famiglia. E ciò che provoca disagio nel lettore è proprio il fatto che il male, quello profondo e nero come la pece, possa annidarsi all'interno della tranquilla e banale vita famigliare. Vendette, situazioni surreali e la cattiveria umana, sono gli ingredienti che completano un libro che ci accompagna anche dopo aver chiuso l'ultima pagina, con un turbamento d'animo che ormai si insinuato lieve nel nostro cuore.

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