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White Noise

By

Publisher: Penguin Books Ltd

3.9
(2499)

Language:English | Number of Pages: 310 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Chi simplified , Italian , German , French , Swedish , Spanish , Slovenian , Chi traditional

Isbn-10: 0143105981 | Isbn-13: 9780143105985 | Publish date: 

Also available as: Audio Cassette , Library Binding , Hardcover , Others , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Social Science

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Book Description
The twenty-fifth anniversary edition of one of the most iconic novels of our
time-now in a dazzling graphic package Winner of the National Book Award, ...
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  • 4

    Contenta di averlo letto ma anche di averlo finito...
    Lettura che trasmette (almeno a me) un malessere profondo. L’autore scava impietosamente nel male di vivere che abita in ciascuno di noi e restituisce il ritratto feroce di un’America in disfacimento, disperata nella sua mancanza di fond ...continue

    Contenta di averlo letto ma anche di averlo finito...
    Lettura che trasmette (almeno a me) un malessere profondo. L’autore scava impietosamente nel male di vivere che abita in ciascuno di noi e restituisce il ritratto feroce di un’America in disfacimento, disperata nella sua mancanza di fondamenti, istericamente aggrappata a parvenze di verità.
    I vari personaggi sono sfaccettature dello stesso personaggio, voci disincantate e disperate. Ciascuno di essi, in un orizzonte minaccioso in cui le possibilità di male invisibile sono infinite, cerca di dare a modo suo un senso alla propria vita.
    Il protagonista si afferra a quanto di più ferocemente ordinato e formale possa concepirsi, il nazismo, il cui interprete principale, Hitler, è visto al di fuori di qualsiasi considerazione etica. Babette non riesce, nonostante la sua calda carnalità e l’ancoraggio alla banalità quotidiana, a scrollarsi di dosso la paura più atavica e astratta, quella della morte. Heinrich filosofeggia sull’incombenza della catastrofe, che per lui diventa ricerca di senso e stimolo a trovare la sua maturità. Denise simula, dietro parvenze di sicurezza, il suo faticoso costruirsi. Murray è l’alter ego disincantato, doppio, specchio del protagonista. Gray è il taumaturgo che non sa curare se stesso e che frantuma il proprio io con le sue stesse armi.
    Il tutto sullo sfondo di un mondo virtuale, fatto di non-luoghi, a cominciare dalla casa che è piuttosto un insieme di nicchie, di bolle di individualismo, su ciascuna delle quali domina uno schermo televisivo. Non-luogo per eccellenza è il supermercato in cui regnano sovrani, oltre ai prodotti che non hanno nulla di naturale, i tabloid che regalano false speranze a un’umanità che le ha perse e si è persa.
    Unico personaggio ancora autentico è il piccolo Wilder che, nella fase pre- linguistica della sua vita, in cui non è ancora capace di dare un nome alle cose, passa incontaminato all’interno di questo mondo virtuale che, quasi per una forma di rispetto verso la sua natura ancora vergine, lo lascia miracolosamente incolume.
    Pieno di un senso di tragedia imminente o dilazionata ma comunque veicolata da agenti invisibili - che si tratti dei neuroni del proprio cervello o delle molecole di una nube tossica - questo romanzo porta al parossismo l’angoscia del XXI secolo, se per angoscia si deve intendere ancora la paura indistinta di un nemico cui mancano i connotati, come la nuvola avvelenata o l’escrescenza nel corpo dell’io narrante.
    Una vera distopia, romanzo importante ma difficile da sostenere. 1985

    «Rumore bianco» di Don De Lillo è un romanzo suddiviso in tre parti, dai capitoli brevi ed efficaci. La prima parte è la più scorrevole e dà una vivace lettura della vita quotidiana di una famiglia allargata tipicamente americana in cui già emergono elementi di quelle paure che verranno meglio trattate nella terza parte; è già presente la fragilità del protagonista nella opinabile scelta di Hitler come personaggio da presentare ai suoi giovani studenti. La terza parte del libro denota eccessi tipicamente “americani”, lontani dalla nostra cultura tanto che sono stati per me di difficile comprensione. Sono ben delineati i personaggi dei figli che emergono con personalità propria.
    Per quanto riguarda l’argomento della paura dell’uomo verso la morte, l’autore non esprime la sua personale opinione in merito, ma lascia spazio a svariate tesi con cui si può essere in disaccordo o far proprie anche solo in parte. 1992
    Strano questo tuffo in una letteratura post moderna. Lo possiamo definire un romanzo? Solo in minima parte. E’ più una sorta di dialogo platonico moderno, di riflessione sull’uomo e soprattutto sulla sua ansia di fronte alla morte.
    Come Socrate, che nei dialoghi platonici incontrava persone “dotte”a cui chiedeva aiuto per risolvere questioni fondamentali, non trovando però soluzioni vere ma sollevando solo interrogativi, arrivando alla consapevolezza di non sapere, così il protagonista del romanzo di DeLillo vaga alla ricerca di risposte senza trovarne.
    Lo scopo non è la conoscenza pura, il sapere: qui l’anelito fondamentale è placare l’angoscia, una angoscia tremenda che attanaglia e non fa vivere.
    Nel Mito della Caverna di Platone l’uomo incatenato (simbolo dell’anima) vede sulla parete le ombre, che egli reputa gli oggetti reali. Solo una volta che si è liberato, vede finalmente gli oggetti che prima erano ombre e i raggi del sole
    (simbolo del Bene) gli permettono di contemplare per la prima volta il mondo reale.
    Anche in «Rumore bianco» c’è un continuo richiamo a una sorta di raggi: le onde e le radiazioni, forse simbolo più moderno di una civiltà che non ha più come punto di riferimento il sole, elemento naturale, ma un mondo artificiale, con luci create dall’uomo e un insieme di strumenti tecnologici, per noi ormai indispensabili, collegati fra loro da reti invisibili.
    Non a caso il supermercato diventa un luogo forte, a metà strada tra una chiesa di uno strano culto ultra moderno e una astronave, “ con le grandi porte che si aprono scorrendo e si chiudono spontaneamente. Onde di energia, radiazioni incerte. E poi ci sono lettere e numeri, tutti i colori dello spettro, tutte le voci ed i rumori, tutte le parole in codice e le frasi convenzionali”.
    Ma sono solo luci finte, che non hanno il calore dei raggi del sole; non ci aiutano a vedere oltre, a contemplare qualcosa d’altro dalle immagini riflesse.
    Forse l’angoscia della morte è proprio legata a questo staccarsi dalla naturalità, dal ciclo della vita, a questa artificiosità portata agli estremi?
    Jack Gladney, il protagonista, le prova tutte per sconfiggere le sue angosce, ma l’esito è sempre negativo. Nulla può la medicina o la chimica (“Il Dylar ha fallito”), la fiducia nella tecnologia (produce “fame di immortalità” ma contemporaneamente “minaccia l’estinzione universale”).
    Neppure la religione cristiana può fare qualcosa: l’incontro con la Suora in ospedale è un momento molto particolare del libro, in cui cadono anche le speranze di potersi rifugiare in un mondo beato e sereno, fatto di preghiere e “vecchie credenze”.
    E non va meglio con le altre religioni. Si accenna, ad esempio, alla teoria tibetana per cui la morte è solo uno stato di transazione, prima di un’altra rinascita. Ma poi si conclude dicendo che “neanche il Tibet è più quello di una volta”. Si potrebbe provare a rimuovere, ma è una fuga che non funziona. C’è chi prova ad andare in ferie, cercando nei posti nuovi, fuori dalla quotidianità, un modo per dimenticarsi della morte. Ma è solo temporaneo.
    Un altro modo è il rifugiarsi nei miti dei grandi personaggi, che nel loro essere ricordati per quello che hanno fatto sono, in un certo senso, immortali.
    Ad un certo punto addirittura si cerca di vedere la morte come qualcosa di indispensabile perché rende la vita preziosa.
    Ma il tentativo più folle di sconfiggere l’angoscia della fine è l’omicidio (“guarire dalla morte uccidendo gli altri”). Jack proverà questa strada e diventerà un assassino, nelle pagine più surreali del libro, per poi ritornare alla vita di tutti i giorni, compresa la visita al supermercato dove “le casse sono attrezzate di cellule fotoelettriche,che decodificano i segreti binari di ogni articolo, senza fallo”. 2002

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  • 3

    Rumore stanco

    Bello è bello, nel complesso. DeLillo trasuda arte, o almeno artigianato di altissima qualitaà. La mano del maestro trapela abbondante, niente da dire; però questo romanzo non mi ha convinto sino in fondo. Non è sempre chiaro dove vada a parare, anzi, sembra scritto in momenti diversi, è talvolta ...continue

    Bello è bello, nel complesso. DeLillo trasuda arte, o almeno artigianato di altissima qualitaà. La mano del maestro trapela abbondante, niente da dire; però questo romanzo non mi ha convinto sino in fondo. Non è sempre chiaro dove vada a parare, anzi, sembra scritto in momenti diversi, è talvolta prolisso, eccessivo, inutile. L'ossessione per il farmaco uccidi-paure, e tutta la prima parte, quella sull'evacuazione... bella, ma veramente troppo lunga. Non so, questo romanzo mi ha lasciato come la sensazione che Delillo volesse scrivere il capolavoro, più che semplicemente un bel libro; e il risultato mi pare un po' artefatto.

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  • 0

    Tripudio del romanzo postmoderno, cui si ispireranno autori del calibro di David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Martin Amis, Rumre bianco è il romanzo che ha portato alla ribalta Don DeLillo.
    La tranquilla esistenza di Jack Gladney, direttore del dipartimento di studi ...continue

    Tripudio del romanzo postmoderno, cui si ispireranno autori del calibro di David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Martin Amis, Rumre bianco è il romanzo che ha portato alla ribalta Don DeLillo.
    La tranquilla esistenza di Jack Gladney, direttore del dipartimento di studi hitleriani - da lui stesso fondato - dell'università di una bucolica cittadina del Midwest, viene scossa da una nube tossica conseguente a un disastro ferroviario. Sconvolto dall'idea di poter essere stato avvelenato, Jack piomba in un incubo delirante in cui tutta la sua vita gli si spezzetta addosso.

    La recensione, più approfondita e con note biografiche sull'autore, la trovate sul blog:
    http://www.lastambergadeilettori.com/2014/11/speciale-italoamericani-rumore-bianco.html

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  • 3

    "E se la morte non fosse altro che suono?"


    "Rumore elettrico."
    "Lo si sente per sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!"
    "Uniforme, bianco."
    "A volte mi invade," disse lei. "A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parlarle. «Non adesso, morte»."

    Jack Gladney è il direttore del ...continue


    "Rumore elettrico."
    "Lo si sente per sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!"
    "Uniforme, bianco."
    "A volte mi invade," disse lei. "A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parlarle. «Non adesso, morte»."

    Jack Gladney è il direttore del dipartimento di studi hitleriani - da lui stesso fondato - dell'università di una bucolica cittadina del Midwest. La serena routine delle sue giornate, divise tra un lavoro che adora e l'allargato nucleo familiare composto da Babette (la quarta moglie) e da una nidiata di ragazzini frutto dei precedenti matrimoni di entrambi, viene minata dall'aprossimarsi di una nube tossica generata da un disastro ferroviario.
    Jack, esposto alla tossina e ignaro degli effetti che potrebbe avere a lungo termine sulla sua salute, viene brutalmente messo di fronte alla sua mortalità: il professore di successo viene strappato dalla sua privilegiata condizione borghese e gettato in un mondo che gli si disintegra addosso. La famiglia, rifugio e porto sicuro, gli appare adesso estranea, i figli sempre più indipendenti e distanti. Persino Babette, la roccia, il pilastro portante della casa, finisce per gettare la maschera rivelandosi per ciò che è: una donna debole terrorizzata dall'idea della morte, al punto di offrire favori sessuali a un industriale farmaceutico per avere accesso a uno psicofarmaco sperimentale che possa aiutarla.
    Intrappolato nel rumore bianco di mille voci morte, un fruscio indistinto e assordante che sfugge al controllo delle percezioni, Jack non può far altro che arrendersi all'insensatezza della sua esistenza.

    Rumore bianco è il romanzo che ha consacrato al successo Don DeLillo. Considerato una perfetta esemplificazione del postmodernismo, non deve pertanto stupire la quasi totale assenza di trama e la voluta incompiutezza, parzialmente riscattate da una prosa d'altissimo livello messa al servizio di temi tipici della corrente letteraria: il consumismo della società americana moderna, sottolineato da continui riferimenti a marche note e fittizie e dalle frequenti incursioni dei protagonisti in supermarket e centri commerciali; l'ingombrante e invadente presenza dei media - radio, tv, pubblicità - che interrompe dialoghi significativi, spezza le frasi, s'inserisce nei vuoti e distrae i personaggi; la vacuità dell'ambiente universitario, incarnata da vuote convenzioni e da intellettualismi fini a se stessi; l'egoismo alla base di qualsiasi relazione interpersonale, persino quelle familiari; l'emergere della violenza, muta o esplicita, nei soggetti più impensabili; le martellanti teorie complottiste, che ossessionano molti personaggi usciti dalla penna dell'autore. Temi e situazioni ancora spaventosamente attualissimi nonostante il romanzo sia datato 1985.

    "Non c'è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita."

    Un'analisi a mente lucida, lontana cioè dal rumore bianco della prosa di DeLillo, vero virtuoso della parola, mi rivela la vacuità della lettura del romanzo, pari a quella dell'american dream tanto additato e denunciato. Se i romanzi fossero fatti solo di parole, Rumore bianco sarebbe un capolavoro. Disgraziatamente c'è ancora chi desidererebbe trovarci anche un po' di trama.

    Recensione pubblicata anche sul blog insieme ad alcune note biografiche sull'autore:
    http://www.lastambergadeilettori.com/2014/11/speciale-italoamericani-rumore-bianco.html

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  • 4

    RUMORE BIANCO

    Un romanzo in tre parti. La prima ci parla del professor Jack Gladney che trascorre una monotona esistenza mentre tutto annega in ”un rombo sordo e non localizzabile, come di forma di vita sciamante, esterna alla sfera della comprensione umana”. Un’esistenza che sembra rivitalizzarsi, solo nel nu ...continue

    Un romanzo in tre parti. La prima ci parla del professor Jack Gladney che trascorre una monotona esistenza mentre tutto annega in ”un rombo sordo e non localizzabile, come di forma di vita sciamante, esterna alla sfera della comprensione umana”. Un’esistenza che sembra rivitalizzarsi, solo nel nucleo familiare, con “una densità colloquiale che fa della vita di famiglia l’unico mezzo di conoscenza sensoriale in cui rientri normalmente un trasalimento del cuore.”
    La seconda parte è caratterizzata da un evento tossico che minaccia la cittadina in cui risiedono i protagonisti, instillando in loro una paura della morte che sarà l’elemento centrale della terza parte. Paura che Jack e la moglie cercheranno inutilmente di combattere assumendo un farmaco sperimentale potenzialmente dannoso.
    L’autore, nel descriverci la cronaca dell’assurdo di una società che galleggia passivamente nel fiume del benessere consumistico, fa frequente uso di dialoghi filosofeggianti che ricercano una profondità senza poi raggiungerla, disperdendosi nel grigiore di quel ronzante rumore in cui tutto sembra affogare.
    Un romanzo che, pur non avendomi entusiasmato, non ha mosso DeLillo dalla mia top five.

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  • 4

    Ci sono libri che vanno letti in precise condizioni mentali. In qualche caso, non sarebbe neppure male accompagnare il volume con un foglietto illustrativo simil-posologico, quasi a mo’ di medicinale. Qualcosa tipo “Si consiglia di non superare le 30 pagine quotidiane, altrimenti finisce subito” ...continue

    Ci sono libri che vanno letti in precise condizioni mentali. In qualche caso, non sarebbe neppure male accompagnare il volume con un foglietto illustrativo simil-posologico, quasi a mo’ di medicinale. Qualcosa tipo “Si consiglia di non superare le 30 pagine quotidiane, altrimenti finisce subito” (da inserire nella confezione di un romanzo della Bender) oppure “Questo libro può causare alcuni effetti indesiderati quali secchezza delle fauci e dubbi sulla opportunità dell’universalità del voto elettorale” (accompagnando un Moccia qualunque).

    Se “Rumore bianco”, uno dei quattro romanzi di De Lillo inseriti nella lista dei 1001 libri da leggere qualsiasi cosa succeda, potesse essere accompagnato da un foglietto di questo genere, probabilmente dovrebbe riportare: “Può provocare tristezza endemica e duratura”.

    “Rumore bianco” racconta un anno di vita di Jack Gladney, professore universitario di un college degli Stati Uniti, noto per essere stato il primo a compiere studi appronditi su Adolf Hitler fino alla creazione di una vera e propria cattedra sull’argomento. La sua famiglia è tipica espressione dello sfascio sociale dei nostri tempi: lui stesso e Babette, la nuova moglie, hanno figli da precedenti matrimoni, alcuni già fuori casa, altri ancora conviventi. La satira sulla vita familiare e, parallelamente, su quella accedemica è feroce, tipica della penna di un autore certamente non semplice da affrontare ma sempre in grado di raccontare qualcosa.

    Nella sua seconda parte – ed è uno stacco quasi brutale – il romanzo vira decisamente sul nero. E intendo nero, non noir: un incidente ferroviario innesta una nube tossica che minaccia i protagonisti, costringendoli ad una evacuazione che, di fatto, annulla tutte le differenze di ceto o classe fra gli abitanti della città. Jack rimane esposto all’agente chimico, comincia a riflettere sulla morte, e scopre che anche la moglie ha da mesi la stessa fortissima fobia, al punto da aver intrapreso tentativi di cura con un discusso farmaco in grado di alleviare la paura della fine-vita.

    Appaiono chiare le tematiche care a De Lillo e affrontate in “Rumore bianco”: la critica del consumismo, la disintegrazione del tessuto sociale e delle famiglie, un certo “intellettualismo” – termine orripilante, me ne rendo conto – che sottrae spazio alla capacità di pensiero. La narrativa di De Lillo delude raramente, e non è certo questo il caso; eppure, ho avvertito una certa stanchezza, come se il peso delle pagine mi stesse gravando eccessivamente addosso.

    Come dire? “Può provocare tristezza endemica e duratura”. Siate pronti.

    - http://www.masedomani.com/2014/10/14/recensione-romanzo-rumore-bianco-di-don-delillo/ -

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  • 3

    3.5/5. An amusing though hardly earth-shattering book, apparently Don Delillo's best work. Reading this after Pelevin might not have been the best idea, since they overlap in at least one aspect: both include a satirical, critical portrayal of post-modern commercialist society, one post-soviet, o ...continue

    3.5/5. An amusing though hardly earth-shattering book, apparently Don Delillo's best work. Reading this after Pelevin might not have been the best idea, since they overlap in at least one aspect: both include a satirical, critical portrayal of post-modern commercialist society, one post-soviet, one american. There are glaring differences of course, but no matter how satirical, I always feel like a satire of our contemporary shallow culture always rubs off on the book as well, making it appear shallow as well. The portrayal is at times funny, but nothing I haven' read before in so many novels written since the mid-eighties that explore a similar era and themes (Ellis, Amis, McInnery, Franzen, etc.) In Delillo, instead of mystical psychedelica, we get middle-aged intellectual medications on mortality, at times highly amusing, though again not anything I haven't read before. A decent, even good book, but I am not hungering to read another Delillo soon, maybe not untill I myself have turned into a staid, settled fity-something who starts pondering his mortality as well.

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  • 2

    Confusa e delusa (una nota privata)

    Mi si permetta una considerazione, anzi due. Anzi tre. Per cui inizio con lo scusarmi per la lunghezza.


    La prima è che De Lillo per me - dopo solo una manciata di pagine lette - entra di prepotenza nel novero di tutta di una generazione di romanzieri postmoderni (Auster, tra gli altri) dot ...continue

    Mi si permetta una considerazione, anzi due. Anzi tre. Per cui inizio con lo scusarmi per la lunghezza.

    La prima è che De Lillo per me - dopo solo una manciata di pagine lette - entra di prepotenza nel novero di tutta di una generazione di romanzieri postmoderni (Auster, tra gli altri) dotati di uno straordinario talento letterario e di una mortalmente noiosa ars narrandi.
    Già l'incipit di Rumore bianco mi aveva irritato, così come il titolo d'altronde. Retorico, d'effetto, inconcludente. Io che dei romanzi amo le vicende piane e universali, fatte di piccole cose e sentimenti sussurrati (si veda Fante, ad esempio), i correlativi oggettivi, le evocazioni e la potenza dell'immagine, ero già sopraffatta alla prima riga, quando lessi della «lunga fila lucente di station wagon» in arrivo. Non so spiegarne il motivo, ma mi prese un'irritazione che mi ha immediatamente maldisposto. Pur di farmela passare, mi sono pure letta un pippotto sull'evocatività, per il lettore americano, di quel "lucente", ma non c'è stato più nulla da fare. De Lillo per me era bollato a vita!
    Ho trovato odioso, stereotipato e retorico (again!) l'uso dei dialoghi, l'ossessività sul cibo, la sciatta critica della società americana, la qualità incolore e insapore del protagonista, la prevedibilità dei temi affrontati, lo scarso coraggio dell'autore e chi più ne ha più ne metta.

    La seconda considerazione è che, per depurarmi, ho iniziato seduta stante un libro che volevo leggere da 15 anni, La signora delle camelie. E lo so che è di un altro secolo, un'altra corrente, ben altra storia e stile. Ma le prime 70 pagine mi sono transitate dagli occhi alle orecchie al cervello con una facilità e felicità narrativa che mi ha fatto capire che io e gli scrittori statunitensi di oggi siamo cane e gatto, mentre io e i narratori (francesi, tedeschi, russi...) dell'Ottocento siamo fatti gli uni per gli altri. Questioni di gusto, c'è poco da dire in proposito. La signora delle camelie sarà una specie di romanzo d'appendice dei tempi che furono, ma il modo in cui la prosa ti penetra dentro, il modo in cui i personaggi ti si affezionano come teneri e un po' vecchi amanti è - per me - un balsamo spirituale che ha del miracoloso.

    Nota sui dialoghi di Rumore bianco:
    In molti commenti qui su aNobii ho letto che i dialoghi di De Lillo non sono piaciuti. Diciamolo pure: sono una cagata inverosimile. Ho però fatto un parallelo: molti dei dialoghi di Hemingway sono poco credibili e non realistici. Eppure, rimangano a mio avviso tra i migliori e più poetici dialoghi che si possano trovare in letteratura. L'idea che mi sono fatta è che in molti cerchino di evocare (imitare, volendo) quel ritmo sublime fallendo miseramente.
    Il motivo per cui i dialoghi di Hemingway funzionano e quelli di De Lillo sono imbarazzanti è, secondo me, questo: Hemingway eliminava da un dialogo verosimile e quotidiano tutte le banalità che lo rendono pleonastico e prosaico, riducendo all'osso i concetti e dosando sapientemente pochissime parole capaci di dare al testo una musicalità senza pari, qualche pennellata del colore più puro su una tela per il resto completamente bianca. Da questo nasce quel senso di straniamento tipico dei suoi romanzi, dai quali il lettore viene attratto e respinto al tempo stesso per la reticenza con cui le parole si donano alla pagina.
    De Lillo, al contrario, crede di creare un torbido (ma in realtà risibile) senso di fascino (e anche di «carisma e sintomatico mistero») propinando al lettore paginate di dialogo dell'assurdo in cui le parole, sbrodolate su se stesse, finiscono col perdere ogni significato.

    Non si fosse capito: questo libro non mi è piaciuto granché.

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  • 4

    Un autore graffiante, a cavallo tra distopia e speranza. Molto particolare la scelta del protagonista,un docente "di studi hitleriani" che vive l'esperienza di una famiglia allargata;l'uomo riflette sulla paura della morte mentre gli eventi attorno a lui gli lasciano sempre meno certezze. Il libr ...continue

    Un autore graffiante, a cavallo tra distopia e speranza. Molto particolare la scelta del protagonista,un docente "di studi hitleriani" che vive l'esperienza di una famiglia allargata;l'uomo riflette sulla paura della morte mentre gli eventi attorno a lui gli lasciano sempre meno certezze. Il libro è anche una sorta di saggio sulla società dei consumi occidentale con tutte le sue contraddizioni; proprio mentre viviamo nell' hi tech e nell'agio, le minacce chimiche e nucleari che derivano proprio da "cellule impazzite" dei prodotti tossici di cui non possiamo fare a meno (plastica, pesticidi) non trovano soluzione. Altro aspetto interessante del testo di De Lillo è la descrizione di centri commerciali e ipermecati come veri e propri surrogati della religione, intesi a dare euforia ai loro adepti. C'è inoltre una satira feroce degli ambienti accademici, dominati dalla goliardia dei professori.Infine, anche un episodio di contaminazione chimica arriva a sconvolgere le precarie certezze del protagonista.Una delle poche note di speranza è la sequenza in cui l'ultimo nato, sopravvive miracolosamente a una tragedia...

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