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World War Z

An Oral History of the Zombie War

By Max Brooks

(32)

| Hardcover | 9780786293483

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Book Description

303 Reviews

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  • 3 people find this helpful

    Di World War Z sono state dette talmente tante cose buone che mi sembra molto più produttivo parlare dei difetti. Premetto che il romanzo mi è piaciuto, altrimenti non gli avrei dato tante stelline, ma qualcosina-ina mi ha infastidito, sarà l'età, sa ...(continue)

    Di World War Z sono state dette talmente tante cose buone che mi sembra molto più produttivo parlare dei difetti. Premetto che il romanzo mi è piaciuto, altrimenti non gli avrei dato tante stelline, ma qualcosina-ina mi ha infastidito, sarà l'età, sarà il mio vissuto ideologico. Da un lato.

    Io con l'horror ho un rapporto conflittuale. E se pensate - come capita spesso a me - che la narrativa del terrore nasconda una matrice fondamentalmente di destra, be’, questa opinione trova numerose conferme nel romanzo di Brooks. Come spiegare altrimenti il revanchismo esplicito che in World War Z si esprime con la debacle dei nemici storici degli USA?
    Nel romanzo gli americani sono gli unici ganzi, e per due ragioni:
    a) perché hanno la lungimiranza di mettere in discussione il loro sistema produttivo per affrontare l’emergenza (la testimonianza di Arthur Sinclair junior, direttore del Dipartimento Risorse Strategiche), e naturalmente
    b) perché riescono ad adeguare la strategia militare alle circostanze (dalla battaglia di Hope in poi, nell’intervista a Todd Wainio).
    I russi invece no (si veda la testimonianza del pope Sergei Ryzhkov). Anzi, sono così irrecuperabili - i russi - che concedono la libertà della scelta (la “democrazia”)solo in circostanze in cui i beneficiari finiscono con l’apprezzare l’autorità che deresponsabilizza i singoli (l’episodio narrato da Maria Zhuganova nella sua intervista).
    Per non parlare dei comunisti cinesi, così dissennati da affrontare la guerra agli zombi senza cambiare tattiche militari e strumenti offensivi, e tanto autolesionisti da punire i dissidenti e inseguire i disertori piuttosto che concentrare le forze contro il nemico comune (si veda il capitolo dell’intervista all’ammiraglio Xu Zicai).
    Russi, cinesi, e ora tocca ai cubani. In questa resa dei conti contro i nemici storici degli USA sembra fare eccezione Fidel Castro, che però fa fruttare l’isolamento geografico di Cuba per ribaltare la marginalità politica del paese e per poter mantenere il potere (intervista a Garcia Alvarez). Un cinico opportunista, insomma, a differenza degli onesti yankees. Come volevasi dimostrare.

    E di destra non c’è solo il nazionalismo sfacciato. Ragioniamo un attimo del nemico. Vabbe’, direte voi, che c’entra, qui stiamo parlando di zombi. Forse che gli autori della letteratura del terrore non ricorrono ai mostri dell’immaginario per nascondere delle allegorie politiche (non lo dico io, lo dice David Punter nella “Storia della letteratura del terrore”)?

    Allora, quale nemico è adombrato nel romanzo? Be’, qui la tentazione sarebbe quella di vederci dietro il cosiddetto “scontro fra le civiltà” teorizzato da Cristopher Hitchens, ma io ho il sospetto che si tratti di altro. Guardiamo alle direttrici di diffusione dell’epidemia, all’inizio del romanzo. Guardiamo alle considerazioni sulla crescita logaritmica dei non morti e sulla decrescita aritmetica degli esseri umani, a due terzi del romanzo. Non vi viene in mente che, in questo, la minaccia degli zombi assomigli alla paura che l’immigrazione massiccia dal sud del mondo possa destabilizzare i paesi occidentali? Quando poi si fanno quelle riflessioni sulla sproporzione crescente tra vivi e non morti, sembra di leggere in controluce le stime allarmanti sugli indici di fertilità e i tassi di crescita degli immigrati!

    Lo so che sembra stirata come interpretazione. Nel romanzo manco gli si riconosce lo status di specie umana agli zombi, fra un po’. Di umano hanno solo l’involucro che li ospita, perché gli zombi sono al di là del bene e del male. Anzi, sono al di là perfino della differenza tassonomica fra specie viventi e non!

    Ecco, giusto! A proposito del posto degli zombi nella classificazione dei viventi… ma che, vi pare plausibile che ci siano forme di vita non-vita come quella degli zombi? Ma che sono? Virus? Batteri? Funghi? Alghe? Organismi eucarioti o procarioti? Boh, mistero. E’ una epidemia, ma chi la provoca non si capisce. Gli zombi ci sono ma non si sa cosa sono, sbranano i malcapitati ma non hanno bisogno né di mangiare né di bere, si insediano nel cervello dell’ospite ma non lo usano. Certo che nel romanzo di incongruenze logiche ce n’è a iosa. E la scienza dal romanzo è assente, l’avete notato? Nessun tentativo di dare una spiegazione scientifica, nessun tentativo di trovare una soluzione medica . Qual è l’unica certezza? Di doman non c’è certezza. E nel dubbio, ammazza. Ragazzi, se non è conservatore questo atteggiamento, non so che altro aggiungere per convincervi.

    Ok, mi son tolta i sassolini dalle scarpe. Dopo la pars destruens è ora di passare ai meriti del romanzo. Devo riconoscere che è stata una lettura veramente, veramente istruttiva e che in World War Z ci sono capitoli, episodi e personaggi memorabili. E questo a conferma di una opinione “eretica” che riconosce più vitalità alla letteratura di genere piuttosto che a quella mainstream. A ciò si aggiunga che sottoscrivo quello che è stato evidenziato da più parti: Brooks ha infranto le convenzioni della letteratura del terrore.

    Nel romanzo c’è un cambiamento che io ho molto apprezzato. Non c’è traccia di compiacimento obituario da Tour della Morgue. Mi avete capito, quei vezzi da voyerismo sadomaso che attraversano la narrativa e il cinema del terrore. Be’, è ovvio che qualche descrizione splatter non può mancare, ma l’attenzione si focalizza subito altrove.

    Prima di Brooks la narrativa su vampiri, licantropi e zombi appaltava la scena alle primedonne, nelle vesti di carnefici o vittime, ma comunque sempre singoli individui alle prese con il soprannaturale. Brooks ha ibridato la narrativa del terrore con la memorialistica di guerra e le ha fatto acquisire una dimensione di testimonianza collettiva.

    Con World War Z la narrativa horror sconfina nell’epica, non ci piove.

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    Letis said on Sep 17, 2014 | 5 feedbacks

  • 4 people find this helpful

    Mi sono fatto abbindolare come un allocco.

    Quando leggo in giro che un nuovo libro di genere cela, con buona pace dell’alta critica letteraria, “un grande romanzo, un lavoro che ridefinisce il concetto stesso di narrativa horror”, non resisto ...(continue)

    Mi sono fatto abbindolare come un allocco.

    Quando leggo in giro che un nuovo libro di genere cela, con buona pace dell’alta critica letteraria, “un grande romanzo, un lavoro che ridefinisce il concetto stesso di narrativa horror”, non resisto. Sia chiaro: non resisto perché vorrei che fosse vero, sono sempre alla ricerca di nuovi Frankenstein o Jekyll e Hyde.

    Risultato: abbandonato al 12% circa dell'e-book, dopo aver letto cinque o sei interviste ai sopravvissuti (il libro è strutturato così; del resto il sottotitolo originale precisa trattarsi di una ‘Oral History’ della guerra degli zombie, per l’appunto).

    Gli intervistati - tra gli altri un medico della provincia del ChongQing alle prese con il primo focolaio dell’infezione; un tal Nury Televaldi di Lhasa, sorta di scafista che aiuta gli appestati ad emigrare illegalmente; il militare veterano Stanley McDonald, reduce da scontri a fuoco con i non-morti; il chirurgo Fernando Oliveira, il quale trapianta organi da qualche parte in Brasile - parlano tutti allo stesso modo, vale a dire come parlerebbero i protagonisti di un blockbuster hollywoodiano, tipo uno di quelli diretti da Michael Bay o Roland Emmerich per intenderci, poco importa della loro provenienza geografica o estrazione sociale.

    Esempi:
    - Medico cinese: “Mi ricordo che pensai: speriamo almeno che sia qualcosa di dannatamente serio!
    - Televaldi: “C'era questo camion, un vecchio macinino tutto ammaccato. Si sentivano gemiti provenire dal rimorchio. ... In cabina c'era un tizio ricchissimo di una banca di investimento di Xi'an… Gli diedi una cinquantina di bigliettoni in più e gli augurai buona fortuna
    - McDonald: “Ero un bravo soldato, ben addestrato, esperto; sapevo cosa ero in grado di fare agli esseri umani miei simili e cosa loro potevano fare a me. Credevo di essere pronto per ogni cosa… Quale uomo sano di mente avrebbe potuto essere pronto per questo?
    - Oliveira: “Probabilmente non si è mai resa conto della dannata fortuna che aveva avuto”.

    Al cinema riuscirei a soprassedere sulla qualità dei dialoghi, la scrittura zoppicante, i cliché o le cadute di stile di una battuta, concentrando l’attenzione sulle immagini, gli effetti speciali, le carrellate della cinepresa, i primi piani sulle splendide attrici, ma con un libro come si fa? Al momento dell’abbandono, l’e-book reader mi ricordava che mancavano ancora diverse ore di lettura prima della conclusione, diverse ore è davvero troppo tempo da dedicare alle piatte evoluzioni della penna di Max Brooks.

    Quindi: abbandonato senza rimpianti.

    Col senno di poi sono tentato di rivedere completamente il giudizio. E se il punto debole fosse al contrario il ‘senso’ intimo del romanzo? Mi spiego: il libro è ambientato in un imprecisato futuro prossimo (o almeno imprecisato per me che l’ho mollato dopo poche pagine), un futuro in cui è assai verosimile ipotizzare che l’intera popolazione mondiale parli non certo l’inglese shakespeariano o quello studiato a scuola, quanto piuttosto quello un filino più ‘popular & cheap’ dei blockbuster hollywoodiani, diffusi in ogni angolo del pianeta. Per questo i protagonisti sembrano somigliarsi tutti: l’omologazione linguistica è alle porte - Max Brooks sembra volerci avvertire del rischio - e, ahimè, è piuttosto livellata verso il basso.

    In conclusione, non sono gli zombie il vero pericolo, ma il futuro anglofono in cui a breve saremo precipitati!

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    pierlapo kirby said on Sep 15, 2014 | 3 feedbacks

  • 4 people find this helpful

    Cadaveri eccellenti

    C’è un’idea geniale innanzi tutto all’origine di questo libro sconcertante: abbinare il mood e lo stile dei tipici reportage di guerra, con le interviste ai reduci, i resoconti, la pluralità di testimonianze provenienti da tutte le parti del mondo, a ...(continue)

    C’è un’idea geniale innanzi tutto all’origine di questo libro sconcertante: abbinare il mood e lo stile dei tipici reportage di guerra, con le interviste ai reduci, i resoconti, la pluralità di testimonianze provenienti da tutte le parti del mondo, abbinare dunque tutto questo armamentario intriso di richiami iconografici agli eventi bellici più o meno recenti (Iraq, Vietnam, WW2) all’assunto demenzial-horrorifico per eccellenza: l’invasione degli zombi! Sì proprio i caracollanti, sanguinolenti e laceri morti viventi dei film di Romero e suoi imitatori.

    E’ un po’ l’intuizione del vecchio Orson Welles e della sua trasmissione radiofonica sullo sbarco degli alieni sulla terra, talmente realistica che 75 anni fa determinò panico reale negli ancora ingenui (perché, adesso?) e attoniti ascoltatori americani.

    In apparenza una trama del genere (riguardante per di più non eleganti alieni alla Spielberg o alla Cameron, bensì gli zombi, supersfruttati da cinema e fumetti di serie z (…!),fino al livello barzelletta!) non parrebbe in grado né di sostenere un briciolo di credibilità, né tanto meno di mantenere l’attenzione del lettore poco oltre l’idea di partenza. E invece non è così: alla stuzzicante intuizione iniziale Max Brooks aggancia un imprevedibile talento nel portare avanti il racconto, o meglio un insieme di racconti che, oltre a concepire una realtà non così implausibile, collezionano una serie di immagini raccapriccianti ma anche originali (sebbene sia difficile crederlo, in considerazione dello sputtanamento a priori della materia trattata).

    Poi naturalmente ognuno può mantenere vivido nella memoria o per converso rimuovere con estremo scetticismo l’uno o l’altro degli episodi, il sommergibile cinese o la pilota precipitata col paracadute in territorio infestato, la strage di Yonkers o il sensei giapponese cieco.

    Comunque sia, dal punto di vista strettamente narrativo il romanzo, che non è neppure un vero romanzo ma una specie di documento/saggio fantastico, funziona oltre le aspettative ed anche a un vecchio e scafato divoratore di ogni sorta di horror tales come il sottoscritto ha creato, ebbene sì, più di un brivido. Anzi adesso chiudo qui perché devo assolutamente andare a controllare l’origine di questo rumore che sento provenire dalla finestra.

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    Ubik said on Sep 10, 2014 | 4 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    「你們美國人真的很少問過自己的新腎臟、新胰臟是從哪來的,你們不知道,因為你們不在乎,不在乎它原來屬於某個貧民窟的小孩,或是關在中國政治監獄裡面的學生。」
    「我們當時甚至誤以為,第三次世界大戰會從台灣海峽開打,所以我們把分佈在全球各地的情報資源全部集中到台海,造成了其他地方的情報真空,沒能偵知活屍疫情的發展。」
    「你打開電視,會看到什麼?有人在上面賣東西嗎?不是。電視上賣的是恐慌,一種『害怕自己沒有這種產品』的恐慌。」

    由多數人觀點來構成這場活屍大戰....面對恐懼,每個人的應對方式都不 ...(continue)

    「你們美國人真的很少問過自己的新腎臟、新胰臟是從哪來的,你們不知道,因為你們不在乎,不在乎它原來屬於某個貧民窟的小孩,或是關在中國政治監獄裡面的學生。」
    「我們當時甚至誤以為,第三次世界大戰會從台灣海峽開打,所以我們把分佈在全球各地的情報資源全部集中到台海,造成了其他地方的情報真空,沒能偵知活屍疫情的發展。」
    「你打開電視,會看到什麼?有人在上面賣東西嗎?不是。電視上賣的是恐慌,一種『害怕自己沒有這種產品』的恐慌。」

    由多數人觀點來構成這場活屍大戰....面對恐懼,每個人的應對方式都不一樣,只是我們也只能透過活著的人的視角,來反省/緬懷/追思/檢討/責罵那些對於活下去這件事失敗了的人了。

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    Holf91 said on Aug 28, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    ahimè, devo confessare che pur apprezzando intellettualmente il tentativo, pur trovando che ci sono pagine pregevoli e molti spunti interessanti, mi sono annoiata a morte. La vicenda non mi ha preso, non mi sono immedesimata in niente e in nessuno, e ...(continue)

    ahimè, devo confessare che pur apprezzando intellettualmente il tentativo, pur trovando che ci sono pagine pregevoli e molti spunti interessanti, mi sono annoiata a morte. La vicenda non mi ha preso, non mi sono immedesimata in niente e in nessuno, e tutte quelle disquisizioni su armi e attrezzature e strategie belliche mi hanno ucciso. L'ho finito in diagonale, per non dire in verticale. Eppure capisco chi l'ha trovato geniale, si vede che la qualità c'è, ma proprio non è nelle mie corde oppure non l'ho preso in mano al momento giusto.
    Mi dispiace, Mara, ci ho provato... :-)

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    Lucy van Pelt said on Aug 13, 2014 | 3 feedbacks

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