Yoshe Kalb

Di

Editore: Newton Compton (Classici moderni Newton)

3.8
(283)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 286 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8854172448 | Isbn-13: 9788854172449 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: C. Serretta , D. Sacerdoti ; Prefazione: Moni Ovadia

Disponibile anche come: eBook , Copertina morbida e spillati

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Ambientato nel diciannovesimo secolo nella Galizia austriaca e ispirato a una leggenda popolare polacca, questo romanzo è la storia di un ebreo dall'identità fluida, diviso tra una profonda tensione spirituale e una morbosa passione erotica e costantemente in fuga da sé stesso. Nahum, il fragile e giovane marito della figlia del Rabbi Melech, e Yoshe Kalb, il tonto, il più miserabile dei mendicanti, sono davvero la stessa persona? Com'è possibile passare dallo sfarzo della corte al ciglio di una strada? Chi è quest'uomo, questo asceta, circondato da un'aura di mistero e santità? Tra il misticismo e la carnalità, il lusso e la miseria, l'ignoranza e la conoscenza, il suo destino è quello dell'Ebreo errante.
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  • 4

    Un affresco vivissimo, realistico, “veristico” del mondo yddish e chassidico in un angolino sperduto della Galizia austriaca, in una data non meglio precisata del XIX secolo. Corti rabbiniche in picco ...continua

    Un affresco vivissimo, realistico, “veristico” del mondo yddish e chassidico in un angolino sperduto della Galizia austriaca, in una data non meglio precisata del XIX secolo. Corti rabbiniche in piccole città rurali, con sinagoghe e scuole di preghiera letteralmente brulicanti di vita: rabbini e scaccini, studenti, massaie, stallieri, macellai kasher e calzolai, sarti, mercanti di cavalli, mendicanti e accattoni, lestofanti e santi taumaturghi, in un susseguirsi di luci del Sabbath, feste di Purim eYom Kippur. Un piccolo mondo di devoti attaccati alla Legge ma soprattutto alle Tradizioni, un piccolo mondo clericale in versione ebraica che tanto ricorda i nostri piccoli paesini di montagna, che invece cha al rabbino e alla sinagoga, ruotavano intorno al parroco e alla chiesa parrocchiale, dove religione, tradizione, abitudine e conformismo sociale erano un tutt’uno che costituiva la “Legge”. Sì, ho visto anche questo leggendo Israel Joshua Singer; sarà una mia deformazione; anche un’operazione di nostalgia, forse…, in parte…
    Un piccolo mondo fatto di pii devoti chassidici che si dedicano del tutto allo studio del Talmud, ma anche di indaffarati amanti del denaro, scaccini e becchini un poco truffaldini e un poco lestofanti, rabbini abbastanza ignoranti e anche un poco venali, puzzolenti di cuoio e tabacco, in un turbinio di contratti matrimoniali tra sposi poco più che bambini, affari e mediazioni, feste con migliaia di persone che arrivano da ogni dove della Polonia, con tanti parassiti e mendicanti queruli, astiosi, bramosi, avidi… Un piccolo mondo con tante piccole miserie, meschinerie, avidità, ipocrisia e conformismo, ignoranza e superstizione, tratteggiate tutte da Singer con nonchalance, direi quasi con bonarietà, comprensione. Sì, il bello di Singer è proprio questo: la bonarietà e la comprensione quasi divertita nel descrivere le miserie umane e le debolezze di noi bipedi, senza puntare il dito però, senza accusare, fustigare.
    In questo piccolo mondo prende vita la vicenda di Nahum, giovanissimo studioso della Kabbalah e lettore appassionato della Zorah, il libro dello Splendore. Figlio del colto e raffinato rabbino di Rachmanivke, a quindici anni si trova a dover sposare suo malgrado la quindicenne Serele, grazie agli intrighi e alla spossante insistenza del padre della sposa, l’ignorante e arruffone rabbino di Nyesheve, Rabbi Melech. Catapultato nella crassa e sordida ignoranza della corte rabbinica di Nyesheve, il giovanissimo sposo ha un tracollo psichico e morale e se ne fugge di notte durante un incendio. Yoshe Kalb è il suo alter ego scisso che riemerge quindici anni dopo. Yoshe il Tonto, l’ignorante, il viandante mendicante coperto di stracci che sembra trovar pace soltanto nei cimiteri ebraici. Yoshe Kalb che rifugge ogni contatto umano se non forzatovi, sempre intento alla preghiera, sempre intento nella recitazione continua dei salmi. Yoshe il Santo che subisce le vessazioni e le ingiustizie senza fiatare. Accusato di aver provocato con la sua “empietà” un’epidemia, è costretto dal lestofante becchino di Bialagura a sposare sua figlia, la demente Zivyah, come riparazione per placare l’ira divina. Yoshe Kalb-Nahum che non trova pace, né identità, anzi sembra che le identità siano a lui date dagli altri: tonto, imbroglione, santo, dotto, ignorante, briccone, pio, mistico; chi più ne ha, più ne metta. Senza che lui ne accetti e ne adotti una propria. “Chi sei?” “Non lo so” risponde dinanzi al tribunale dei settanta rabbini chiamati a decidere (ancora una volta!) la sua identità.
    Ho pensato se in fondo Joshua Singer si sentisse lui stesso Yoshe Kalb-Nahum, lui in fondo sradicato e sradicatosi dall’ebraismo chassidico. Non lo so. Certo è che allontanatosi fisicamente e ideologicamente da quel mondo, “Da un mondo che non c’è più”, Israel Joshua Singer lo guardasse alla fine con affetto e con tanta nostalgia, nonostante tutto.
    Non lo so.

    ha scritto il 

  • 3

    Cinque stellette alla prima parte del libro, con la storia del rabbino Melech, più attento alle esigenze della carne che a quelle dello spirito, che si affretta a maritare la sua giovanissima figlia S ...continua

    Cinque stellette alla prima parte del libro, con la storia del rabbino Melech, più attento alle esigenze della carne che a quelle dello spirito, che si affretta a maritare la sua giovanissima figlia Serele con il fragile Nahum, in modo da potersi così risposare con la bella e anche lei giovanissima Malka.
    Mi sono lasciato trasportare dall’intreccio dei due matrimoni, da leggere e rileggere le pagine sul matrimonio di Rabbi Melech e di Malka e sulla disperazione dell’anziano rabbino di fronte all’atteggiamento tutt’altro che remissivo della sua giovane sposa, così come quelle sul tormento erotico di Malka e di Nahum, che troverà appagamento all’ombra di un vecchio albero durante un temporale mentre la sinagoga va in fiamme. Di lì a poco Malka morirà di parto e Nahum turbato dal suo peccato fuggirà e diverrà il vagabondo senza passato Yoshe Kalb, cioè il Yoshe il tonto.

    Da qui in poi però Israel Singer si fa prendere dalla frenesia di voler trovare il compimento della storia e sacrifica così la bellezza e l’autonomia dei personaggi, trascurandone quei dettagli che dovrebbero loro costruire la storia del racconto e non viceversa.
    A farne le spese è innanzitutto la figura di Nahum-Yoshe, che avrebbe anche il fascino dell’ambigua ed enigmatica identità che lo porta all’esilio perpetuo sia come Nahum, peccatore nell’intimo anche se per la gente una specie di santo, sia come Yoshe, peccatore per la gente anche se nell’intimo una specie di santo. Ma non riesce a convincermi, sono un esilio e un’identità a intermittenza, tutti funzionali alla storia e al suo compimento: ora non sa chi è e si sottomette passivamente, ora senza un perché si ricorda con caparbietà della piegolina che ha fatto a pagina diciotto del Raziel ha-Malach e della cena di zuppa e latte di quindici anni prima, ora torna ad essere il tonto.

    Bello se la parola “fine” fosse arrivata al termine della prima parte.

    ha scritto il 

  • 4

    Singer scrisse questo libro dopo una lunga titubanza dovuta ad una ricerca identitaria e linguistica che lo bloccava dal produrre qualcosa dopo i primi successi.
    Ebbe l'ispirazione di scrivere questo ...continua

    Singer scrisse questo libro dopo una lunga titubanza dovuta ad una ricerca identitaria e linguistica che lo bloccava dal produrre qualcosa dopo i primi successi.
    Ebbe l'ispirazione di scrivere questo libro dopo aver riflettuto che quello che sapeva fare meglio era descrivere il suo popolo.
    E ne esce fuori, nel contesto ricercato dall'autore, un piccolo capolavoro.
    Al di là della trama, neanche tanto complessa, il racconto descrive la "pazzia" delle corti hassidiche, con matrimoni combinati e imposti, una religiosità zeppa di riti e di superstizione incredibile. Gli ebrei qui descritti pur nella profonda religiosità evidenziano una grettezza e una superstizione becera e lontana da ogni realtà evidente, si vedano ad esempio l'episodio della caccia al colpevole della epidemia che fa morire i bambini e gli amuleti per ogni occasione.
    Il protagonista principale è Neahum, alias Yoshe il tonto, che per scappare al peccato compiuto comincia ad errare per il mondo senza trovare pace. Il suo errare è sintomo di una ricerca di una anima spaesata, che non riesce a conciliare una vita fatta di regole e matrimoni imposti con la realtà di un uomo che cerca una sua identità nel mondo.
    Incredibili, ma veritiere, le lotte fra le corti hassidiche, che battagliano su ogni cosa. E tutte queste battaglie poi sono motivate solo dalla ricerca di potere e denaro.
    Come già rilevai in un altro libro dello stesso autore anche qui rilevo che la cosa più interessante, a mio avviso, è che Singer, ebreo, descrive l'ipocrisia, l'attaccamento al denaro, come nemmeno un antisemita incallito riuscirebbe a fare. Ma anche qui, come già nell'altro libro, traspare l'amore per il suo popolo, e lo sguardo benevolo con cui lo guarda.
    Ripeto quindi il giudizio espresso per "I fratelli Ashkenazi", ovvero che "ho sempre sostenuto che gli ebrei e la loro storia sono il paradigma del rapporto fra Dio e l'uomo, con tutti gli errori, i peccati, i tradimenti che sono nella natura umana. Ed è per questa mia convinzione che adoro e ammiro i libri degli scrittori ebraici"

    ha scritto il 

  • 4

    Quando scrisse questo libro Singer stava facendo i conti con la sua identità culturale e persino, linguistica. Non voleva più scrivere in yiddish, era da tempo uno scettico in materia di fede, aveva s ...continua

    Quando scrisse questo libro Singer stava facendo i conti con la sua identità culturale e persino, linguistica. Non voleva più scrivere in yiddish, era da tempo uno scettico in materia di fede, aveva subito la grande delusione della rivoluzione bolscevica, sentiva vacillare la sua fiducia nei valori illuministici.

    Recuperò energia e creatività tornando a immergere le mani nella profondità fangosa in cui si trovavano le sue radici. E così raccontò cosa può accadere all'uomo che ha le sue pulsioni, i suoi sentimenti, le sue debolezze e che però nutre anche l'ambizione della fedeltà rigorosa alla sua tradizione, ai suoi valori non solo religiosi, ma anche di coerenza e di onestà; a tutto quello insomma che continua a sentire come il nucleo fondante della sua dignità di uomo.
    Per farlo scrisse la storia vera di Yoshe Kalb, un uomo realmente esistito, che ebbe due vite e che fu diviso tra il più illecito degli amori e la fede; e che fu dilaniato, messo in fuga e reso impotente a qualsiasi reazione da tutt'e due. Alla domanda "chi sei?", può rispondere in onestà soltanto "non lo so". E la sua comunità per darsi a sua volta una risposta può ricorrere solo alla più folle delle superstizioni. Perché al centro del suo dramma c'è il dramma modernissimo di tutti gli uomini del novecento: quello della identità perduta, con l'angoscia da catastrofe e anche la folle ebrezza della fuga nella libertà senza regole e senza vincoli che produce. Con tutta la carica destabilizzante che innesca nella società.

    Una storia quella di Yoshe Kalb che infatti spaccò la comunità di cui faceva parte, mostrandone tutte le debolezze, tutta l'ottusità e tutta l'impotenza di fronte alla realtà. Leggendo capisci che quella comunità non aveva nessuna possibilità di opporre resistenza alla storia, che stava incubando i totalitarismi prima e la società liquida poi. Finirà infatti per essere travolta ed annientata per sempre (impressiona per esempio, che dopo il crollo del comunismo nemmeno una cellula vitale di quel corpo sociale sia sopravvissuta ed abbia iniziato a riprodursi, nell'Europa orientale). Leggendo, quegli uomini con i cernecchi e quelle donne con il capo coperto li vedi proprio, incamminarsi a testa bassa e senza opporre resistenza verso i forni crematori o verso le tristi periferie americane.

    Romanzo dunque prezioso per capire la realtà dell'ebraismo ashkenazita e quello della corrente chassidica, la più mistica e culturalmente suggestiva. Così tanto feconda anche, dal punto di vista letterario.
    La componente di interesse di fascino più importante del libro è proprio quella, legata alla descrizione, insieme impressionista e senza sconti, ironica e poetica, dolente e distante, che Singer fa di quel mondo. Con un atteggiamento, un umore di fondo alimentato dal suo lucido e impietoso scetticismo culturale e da un mai reciso cordone ombelicale intriso di sentimenti.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    La storia raccontata da Singer in questo libro, pur apparentemente paradossale è, in realtà, ispirata ad un fatto reale. La vicenda è ambientata tra Galizia e Polonia, una terra al confine tra gli imp ...continua

    La storia raccontata da Singer in questo libro, pur apparentemente paradossale è, in realtà, ispirata ad un fatto reale. La vicenda è ambientata tra Galizia e Polonia, una terra al confine tra gli imperi austro-ungarico e russo che vedeva una forte presenza ebraica ed è stata teatro di feroci pogrom. La popolazione ebrea di questi territori viveva prevalentemente in poveri villaggi, era poco istruita e di grande religiosità. La loro religiosità, però, era intrisa di superstizione, che a volte sfiorava il fanatismo, grettezza e di estrema attenzione agli aspetti formali ed al rispetto delle tradizioni. Un mondo ben diverso, per esempio, da quello della ricca borghesia ebraica e dei circoli culturali di Vienna o Berlino.

    Il protagonista della storia è il giovane Nahum, rampollo di una importante famiglia rabbinica russa. Strappato giovanissimo alla sua famiglia per un matrimonio combinato con la figlia di un influente rabbino galiziano e precipitato in un mondo a lui sconosciuto, con in più addosso la pressione di tutta la comunità che gli chiede di esercitare i doveri di un bravo marito e capofamiglia, il giovane si ritrae in un isolamento ostinato e rifugge da ogni contatto con vicini e familiari, compreso la stessa moglie. Nei mesi successivi, però, incontra la matrigna, anche essa costretta giovanissima ad un matrimonio combinato ed anch’essa a disagio con la corte che lo circonda. I due giovani non potrebbero essere più diversi, lui introverso e timoroso, lei estroversa e sfacciata, ma istintivamente sentono di avere un’affinità. Passano mesi tormentati tra il richiamo della passione e il timore del peccato che li porterà quasi alla follia. Alla fine i due capitoleranno e poi affronteranno un duro percorso di espiazione. In particolare, Nahun, tormentato dal senso di colpa, fuggirà dalla corte del suocero e andrà errando di villaggio in villaggio, vivendo ai margini della società e chiuso in un ostinato silenzio, rifuggendo da ogni contatto con uomini e donne. Nei suoi vagabondaggi sarà maltrattato e deriso dai suoi stessi correligionari che gli affibbieranno il nomignolo beffardo di Yoshe Kalb (Yoshe il tonto). Le vicende porteranno Yoshe al centro di una paradossale contesa che agiterà tutto il mondo ebraico e coinvolgerà anche i tribunali imperiali. Lui, però, rifiuterà sempre di difendersi e di raccontare la sua storia, conscio di dover pagare per il suo peccato originario.

    Singer è bravissimo nel descrivere il mondo delle corti chassidiche galiziane ed il peso opprimente che la religione aveva sugli uomini e, soprattutto, sulle donne. Del resto, è un mondo che lui conosceva bene perché proveniva da una famiglia rabbinica chassidica ed aveva personalmente sperimentato quel peso. Personalmente, però, trovo questa ambientazione troppo opprimente e lo preferisco nei grandi romanzi (la famiglia Karnowski, I fratelli Askhenazi) ambientati in realtà più urbane.

    ha scritto il 

  • 4

    Singer non si smentisce mai

    Yoshe Kalb è un libro di attesa.
    La giovane Serele attende di sposare l’adolescente Nahum. Suo padre, il Rabbi di Nyesheve, Melech attende che questo matrimonio si celebri per convolare per la quarta ...continua

    Yoshe Kalb è un libro di attesa.
    La giovane Serele attende di sposare l’adolescente Nahum. Suo padre, il Rabbi di Nyesheve, Melech attende che questo matrimonio si celebri per convolare per la quarta volta a nozze con una vergine, la giovane Malka, figlia che a sua volta attende invano una madre che l’ha abbandonata. Malka attende qualcuno che la salvi dalla corte del rabbino, da quello sgretolarsi di tutto attorno a sé. Nahum attende che la vita gli scivoli addosso e lo fa nel momento stesso i cui i suoi occhi incontrano quelli di Malka, l’indemoniata. I personaggi sono descritti magistralmente, nella migliore tradizione Singer, grotteschi per certi versi, attaccati alle loro tradizioni che diventano legge, si sviluppano nella nostra mente al di là delle pagine che scorrono. Gli occhi di fuoco di Malka diventano quelli di Nahum, neri come il carbone in cui ci sono scritte tutte le strade che ha percorso.
    Nahum è infelice. Vive per espiare un peccato, che ha portato morte e che continua a portare catastrofi, è questa la sua unica missione. E’ un romanzo? E’ una favola? Un uomo che sparisce, che cambia pelle, che poi ritorna, senza trovare se stesso. La profonda fede lo rende inquieto. Quello che agli occhi degli altri può sembrare un deficit mentale per lui è certezza che spiazza, destabilizza e porta il lettore a riflettere.
    - Chi sei?
    - Non lo so, l’uomo non sa nulla di se stesso.
    - Da dove vieni?
    - Dal mondo.
    Tutto il libro tende all’ultima pagina, anche il lettore attende.
    Ma è l’ebraismo il vero protagonista, fra riti, Qabbalah, Torah e Talmud che ci proietta in una dimensione affascinante e dotta.

    ha scritto il 

  • 3

    Amo la letteratura di viaggio perché amo le atmosfere, il colore. Così questo vezzo me lo concedo anche nella narrativa. La promessa in Yoshe kalb non è disattesa: le coordinate culturali della storia ...continua

    Amo la letteratura di viaggio perché amo le atmosfere, il colore. Così questo vezzo me lo concedo anche nella narrativa. La promessa in Yoshe kalb non è disattesa: le coordinate culturali della storia sono precise, e le vicende occorse in una comunità ebraica hassidica nella Galizia del diciannovesimo secolo, restituiscono una ambientazione dal carattere peculiare, che vuole dire unico, irriproducibile (viva la letteratura regionale, la letteratura locale e a chilometri zero! Abbasso la letteratura globalizzata e sradicata! Nessun interesse per il giapponese che titola il romanzo col nome della canzone inglese).
    Di contro i personaggi sembrano essere più maschere che caratteri. Soddisfano poco a quella richiesta di plasticità che li renda reali, ovvero sim-patici; difficile sentire con loro. Ma forse l'artificio è voluto, e la scelta, in una narrazione in cui il rimando biblico è sempre dietro l'angolo, mette capo all'intenzione di costruire una lunga elaborata parabola piuttosto che un romanzo.

    ha scritto il 

  • 5

    Singer, la leggenda del pazzo di Dio (Pietro Citati)

    ...era la sua sorte. Il destino di chi ama Dio e parla con lui non può essere che la fuga, l'esilio, la preghiera silenziosa e ininterrotta (P.Citati)
    L'ho interpretato come una critica al mondo ebrai ...continua

    ...era la sua sorte. Il destino di chi ama Dio e parla con lui non può essere che la fuga, l'esilio, la preghiera silenziosa e ininterrotta (P.Citati)
    L'ho interpretato come una critica al mondo ebraico del 18. sec. e a pensarci bene al mondo ebraico in generale. Si descrive la vita religiosa seguita in modo ortodosso e chi non la segue viene escluso dalla comunità, ma allo stesso tempo descrive la carnalità, l'ossessione per il denaro e il potere della comunità ebraica.
    Chi è Yoshe Kalb? un tonto, il pazzo di Dio di Citati? Un povero diavolo che s'immerge nelle preghiere invece di vivere, l'ho definisco io.
    Un bel romanzo con tanti spunti e molta ironia.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante e a suo modo "didattico" nel descrivere la corte politico-religiosa delle comunità ebraiche. Mi ha colpito soprattutto il modo di raccontare una comunità che la tragedia dell'Olocausto co ...continua

    Interessante e a suo modo "didattico" nel descrivere la corte politico-religiosa delle comunità ebraiche. Mi ha colpito soprattutto il modo di raccontare una comunità che la tragedia dell'Olocausto co ha tramandato in un maniera che oggi risulta quasi stereotipata nella gravità dei suoi accadimenti, mentre Singer ne riesce a mettere in evidenza colori umani ed esistenziali che danno un'immagine più sfaccettata e probabilmente più vera di ciò che significa(va) essere ebrei nel diciannovesimo secolo

    ha scritto il 

  • 4

    Un testo che comunica sofferenza. Non si capisce mai, sino in fondo, se Nahum sia un illuminato o un buono a nulla, neppure i personaggi del romanzo riescono a definirlo. L'autore riesce a mantenersi ...continua

    Un testo che comunica sofferenza. Non si capisce mai, sino in fondo, se Nahum sia un illuminato o un buono a nulla, neppure i personaggi del romanzo riescono a definirlo. L'autore riesce a mantenersi in equilibrio fra descrizione e movimento con una maestria eccezionale dimostrandosi di una sensibilità freschissima. Una storia empatica e violenta, che muove considerazioni sulla natura dell'eroismo e della follia. Consigliatissimo.

    ha scritto il 

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