Ha scritto una recensione a Il fuoco nell'anima 6 anni fa

“Il fuoco nell’anima” è un thriller che rispetta fedelmente i canoni del genere. Di positivo c’è da dire che il romanzo scorre bene, qualche inceppamento si ha a causa di alcune scelte che analizzerò in seguito, ma nel complesso lo stile è piuttosto uniforme e Possieri riesce a intrigare e a stuzzicare la fantasia del lettore.
La scelta di sviluppare la vicenda su tre piani temporali diversi nei primi capitoli risulta un po’ ostica, ma ci si fa il callo. A questo proposito c’è da dire che il romanzo ci mette un po’ a decollare, e all’inizio si fa abbastanza fatica a trovare stimoli. Ci vogliono infatti almeno una cinquantina di pagine per sentirsi pienamente coinvolti dalla storia, ma una volta entrati nelle dinamiche, il libro si beve tutto d’un fiato. L’intreccio è interessante e Possieri riesce a reggere bene le aspettative che dissemina lungo tutto il romanzo. Alla fine tutto torna e (quasi) tutto viene spiegato in maniera ottimale; trovarsi di fronte a una struttura attenta e ragionata dove l’autore non ha bisogno di pescare troppo nel torbido per giustificare le proprie scelte, sicuramente è una nota positiva. Ho qualche perplessità sulle scene madri, ossia il ritrovamento dei cadaveri nell’auto sotto la galleria e la successiva spiegazione di Michele. A mio parere sono liquidate troppo in fretta e avrebbero meritato maggior approfondimento.

Per quanto concerne i personaggi, è indubbio che quello meglio delineato sia Carlo. Gli altri, compreso Manuel che ha un ruolo da protagonista, risultano poco approfonditi e sembrano fungere più da comprimari per giustificare l’esistenza di Carlo anziché muoversi di vita propria. La vicenda infatti si focalizza principalmente sui fatti e sugli stati d’animo dello stesso Carlo, lasciando un po’ in ombra il resto, inclusi alcuni passaggi sulla trama che potevano essere resi meglio.
Stilisticamente parlando, devo dire che non mi è piaciuta granché la scelta di usare i diminutivi Pas e Mad per identificare i protagonisti, che fanno molto videogioco anni novanta (sarà l’influenza di Sam & Max?).
Non so se sia solo una mia impressione, ma mi pare che questo impoverisca il romanzo, spostandolo su un registro che calza poco con l’ambientazione e il climax creati. Se proprio si dovevano dare dei diminutivi che richiamassero i cognomi (come so che succede soprattutto nel nord Italia) non era meglio qualcosa di più italiano e di più semplice pronuncia, tipo Pasi e Madda?
Mi ha lasciata perplessa la scelta di usare, in molti passaggi, una terminologia quasi edulcorata, che stona con i fatti raccontati e toglie credibilità all’intera vicenda, pregiudicando un po’ il realismo del testo. Se nei dialoghi questo può essere giustificato, perché si può pensare che i protagonisti non vogliano lasciarsi andare a un linguaggio troppo diretto, nei pensieri e nelle considerazioni che sviluppano, questa tendenza sa un po’ di forzatura. Stesso discorso è applicabile per la scelta di inserire qua e là passaggi in stile “telefilm americano”, cosa che avevo notato anche nel Predatore. A questo proposito, un altro problema di poca verosimiglianza si nota nei dialoghi tra i due protagonisti, specialmente quando parlano delle indagini. Più che dialoghi, in alcuni tratti sembrano dei lunghi monologhi scritti apposta per esporre i fatti al lettore, che ti catapultano sul set di un film dove i protagonisti sono degli agenti dell’FBI e non due ragazzi appassionati di criminologia.
Più in generale, si nota una tendenza a utilizzare un registro politicamente corretto, quasi scolastico, che (tanto per rimanere in tema di serial killer) sebbene sia ormai chiaro che sia “la firma” di Possieri, in un contesto come quello raccontato mi sa un po’ di falso. Insomma, tutti quegli “Accidenti”, quei “furbetto” e quei “piccola” non mi sono piaciuti granché.
Nella descrizione dei sentimenti positivi e delle scene più intime si nota un certo timore, quasi una sorta d’imbarazzo, mettendo in mostra uno stile un po’ impacciato, in aperto contrasto con quello diretto delle scene più angoscianti.
C’è qualche problema con i verbi, specie con qualche congiuntivo dimenticato per strada, e diversi problemi con i puntini di sospensione (questo potrebbe essere un problema solamente tipografico). E c’è anche un anacronismo che mi sono stupita di aver trovato, data l’attenzione che Jack solitamente pone in certi dettagli, visto che a me è saltato subito agli occhi: la Smart è stata introdotta sul mercato solo alla fine di ottobre del 1998, ed è quindi impossibile che il figlio del sindaco avesse una Smart negli anni precedenti al 1998 (l’intervista a cui fa riferimento Manuel risale a “qualche anno prima”)

Per quanto riguarda la confezione, non so se sia un problema solo dell’e-book, ma è difficile seguire i dialoghi così come sono stati impaginati. Quando leggo un dialogo e vedo che c’è un punto a capo, mi viene automatico pensare che stia cambiando l’interlocutore, ma a quanto pare quella di andare a capo all’interno di un periodo pronunciato dalla stessa persona è una precisa scelta grafica, che a me personalmente non piace perché trovo che confonda molto il lettore.
Non ho sentito i “tre finali” ma li ho interpretati come un finale unico perché nel mio modo di vedere, le vicende degli anni precedenti non hanno avuto una vera e propria conclusione, confluendo entrambe nell’epilogo vero e proprio, ben sviluppato anche se forse un po’ troppo melenso per i miei gusti.

Possieri sposta la penna come un regista farebbe con le sue telecamere, in alcuni tratti si lascia prendere un po’ troppo la mano, calcando e insistendo molto sul voler far vedere le scene a tutti i costi togliendo un po’ il gusto d’immaginare.
Nel complesso però il nostro Jack conferma la sua capacità autoriale in ambito thriller e “Il fuoco nell’anima” è sicuramente un buon libro, che superato l’empasse iniziale si lascia leggere con piacere.


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