Ha scritto una recensione a La volpe azzurra 8 anni fa

Credo che la fama di Sjón (Sigurjón Birgir Sigurðsson) in Italia preceda quella di questo romanzo: chi segue la produzione musicale islandese, e in particolare Björk, lo conoscerà senz’altro come paroliere e autore di testi quali I’ve seen it all, candidata all’Oscar nel 2001 come miglior colonna sonora, oppure Oceania, scritta per la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici del 2004, tanto per citarne solo un paio. Forse però non tutti sanno che Sjón è un prolifico poeta e romanziere, e che prima di La volpe azzurra (l’unico suo lavoro tradotto in italiano) ha scritto già una manciata di romanzi che sono stati pubblicati in altre lingue. Ad essere sincera io, che pure avevo già parlato di Sjón come poeta in un articolo uscito nel 2000, non avevo mai apprezzato molto i suoi libri, fino a questo, che mi è sembrato un vero gioiellino.
Temo purtroppo che alla versione italiana manchi un anello per la piena comprensione della metafora testuale, anello inserito invece dalla traduzione inglese, in cui prima dell’inizio del testo una nota informa:

skuggabaldur, m., a fierce and dreaded beast in Icelandic folklore, it is believed to be the offspring of a cat and a vixen; a shadowy person (male); an evil doer.

Nel ricchissimo bestiario popolare islandese lo skuggabaldur è quindi l’incrocio fra un maschio di gatto e una femmina di volpe, una figura maligna che non è del tutto estranea al demonio stesso, uno dei cui numerosi appellativi è appunto skuggi, ‘ombra’ – un læðupoki, come dice il vocabolario, ‘un tipo ombroso e losco’. L’editore ha deciso di non fornire alcun indizio per la comprensione di questa figura, che dal punto di vista culturale non si lascia traslitterare con nulla di italiano: e qui si pone uno dei quesiti annosi della traduzione, come veicolare in un’altra realtà una figura tanto estranea. L’eventualità, abbastanza ridicola, di sostituirla con qualcosa di più simile, appartenente al nostro folclore – una gatta ignuda, uno gnaulino, una faina? – non è mai stata presa in considerazione e forse, tutto sommato, che questo skuggabaldur emergesse o meno non era così fondamentale per capire il romanzo; ma se dovessi far comprendere meglio ai lettori italiani cosa sia questa figura del folclore islandese, direi di pensare al gatto e alla volpe inseparabili di collodiana memoria, e di pensarli riuniti in un’unica figura: ne risulterebbe qualcosa di sufficientemente approssimato.
A questo punto dovrebbe risultare anche più chiaro il gioco che l’autore fa con il nome del personaggio del pastore protestante, che si chiama appunto, guardacaso!, Baldur Skuggason, ‘Baldur figlio di Skuggi’: persa quasi la ragione durante un’uscita a caccia nel maltempo, questo maltempo furioso, che rende pazzi e ruba il senno a tanti islandesi (abbiamo già visto Bjartur di Sumarhús in Gente indipendente, ma anche l’agente Erlendur dei gialli di Indriðason ne sa qualcosa), il reverendo compie una metamorfosi ovidiana e si trasforma lui stesso in volpe, del tipo più maligno: uno skuggabaldur, appunto.
La mia grande fortuna, devo ammetterlo, nel tradurre questo libro è stata il fatto che il termine volpe fosse femminile in italiano, perché altrimenti male avrei potuto rendere quel tófa/tóa che tanto spesso ricorre nelle poche pagine del testo: il ricco lessico animale dell’islandese, come altre lingue germaniche, conosce tre termini diversi per ‘volpe’, uno per indicare il maschio, refur, uno per la femmina, tófa o tóa appunto, e uno per il cucciolo, yrðlingur.
Se con questo romanzo Sjón mostra un nuovo lato di sé e scrive un libro meno ‘incomprensibile’ dei precedenti, come ha detto un critico letterario islandese, sicuramente non viene meno alla sua consuetudine ‘visiva’, un po’ hitchcockiana, di inserire se stesso in tutti i suoi libri: basta cercare sul web una foto recente dell’autore per capire che il suo ultimo look incarna proprio il protagonista, Friðrik, il fitologo, in abito di tweed stile ‘gentiluomo di campagna’ e con la pipa in bocca.
Per concludere, se c’è una cosa che mi sento di consigliare è di leggere questo bel librino due volte: costruito com’è a ritroso, si apprezzerà molto meglio alla seconda lettura.


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