Ha scritto una recensione a Come Proust può cambiarvi la vita 2 anni fa

Magistrale. Ed anche se non è un romanzo non posso che tenerlo qui, tra i romanzi ed in compagnia con l’altro libro dello svizzero di scrittura inglese. Perché pur non essendo un romanzo si parla di romanzi e di scrittori, o meglio (per la maggior parte) di un romanzo e di uno scrittore. Inizio quindi con una domanda, sottesa al testo di de Botton, ma mai esplicitata: “Chi ha letto Alla ricerca del tempo perduto?” o meglio “Chi ha letto almeno uno dei sette volumi del lavoro di Proust?”. Io, confesso, pur ritenendomi un degno lettore, non ho letto il librone, ne ho solo letto il primo libro trasformato in un egregio fumetto intitolato “All'ombra delle giovani fanciulle in fiore” disegnato da Stèphane Heuet ed uscito in Italia per le edizioni “Il Grifo”. Fatta questa digressione torniamo a questo libro, che oltre a svolgere il dettato del testo, è comunque un grande atto d’amore verso l’autore francese. Amore nel senso che, per chi come me l’ha solo incrociato in tutti questi anni, ne rivela aspetti, modi e tanto altro che non mi aspettavo. Intanto la famiglia, che noi si è sempre pensato solo alla madre, oppressiva ma molto amata. C’è anche un padre, grande medico della fine dell’Ottocento, che scrisse ottimi trattati per l’Igiene e per l’Esercizio fisico. E c’è un fratello minore, chirurgo specializzato in interventi di prostata (tanto che si parlava all’epoca di “proustectomie”), dotato di una salute di ferro, e che, alla morte di Marcel, curerà l’uscita dei volumi della Recherche non ancora pubblicati. E poi c’è Marcel! Che esce fuori da queste pagine come un essere discretamente strambo. Malato o ipocondriaco? Sicuramente omosessuale, ma senza morbosità. Letterato, pignolo, amicone, gaudente (ma con particolarità tutte personali). Lettore attento di tutto (anche di giornali). Per fare esempi di queste sue “stranezze” diciamo che amava ricevere gente, ma odiava farlo in casa sua, per cui invitava tutti al Ritz, dove offriva cene e chiacchierate. Legge un fatto di cronaca di 10 righe, e scrive su questo un “racconto” di pagine e pagine, per dimostrare come interpretare l’uccisione della madre da parte di un soggetto disturbato, tirando in ballo modelli classici greci e molto altro. Benché cagionevole, lo portavano (e si divertiva) ai balli (tant’è che proprio alla fine di uno di questi, tornando sotto la pioggia, si prende la polmonite che lo porterà alla tomba). Una sera si trova a teatro con Joyce, e l’unico scambio che hanno i due è “Hai letto il mio libro (Ulysse dice Joyce, Swann dice Proust)” ed entrambi rispondono “No” e si salutano. Ma questa non è una biografia per quadri, non è un pastiche che usa personaggi storici per farne ironia, o rifarne il verso. È realmente un atto d’amore e di conoscenza, che impiega questi, ed altre modalità proustiane, per dare “consigli di vita”. Che, a leggere bene la vita e l’opera di Marcel, molto possiamo trarne per riflettere sulla nostra vita e sui nostri comportamenti. Tra i tanti possibili spunti (che comunque lascio a voi lettori, ingiungendovi di leggere assolutamente questo libro), ne commento due che mi sembrano emergere con forza dalle mille proposte di de Botton. La prima riguarda l’atteggiamento verso la vita. La seconda l’atteggiamento verso i libri e gli scrittori. Un suo giovane amico si lamentava della miseria della propria vita, e, per tirarsi su, andava al Louvre a vedere i maestosi palazzi del Veronese o le scene principesche di Van Dyck. A lui suggerisce allora di fare due passi in più nel museo ed andare a vedere le scene di vita quotidiana di Chardin. Avrebbe così apprezzato il pane sulla tavola, ed altre quotidianerie ben dipinte. Non è vedendo belle cose, ci dice Proust, che apprezziamo la vita (anche se possono aiutare), ma vedendole con occhi nostri. Come non è che andando a vedere i luoghi proustiani che ci sentiamo più vicini a lui. Ma sempre imparando a vedere. La Recherche non ci serve come “mappa” per seguire i luoghi e i personaggi che rappresenta, ma per capire, leggendone, come guardare le cose che ci stanno intorno, le cose che viviamo. Non è che, poiché Proust non ha mai descritto una pompa di benzina, che non ne possiamo apprezzare le linee e le forme che si stagliano nella campagna provenzale. Il secondo elemento, che a me poi tocca da vicino, è il libro. Il libro invece deve essere letto, ma non deve divenire un feticcio. Ed il suo autore non è “intoccabile”. Può saper molto, ma non tutto. Il libro serve da spunto, per partire da lì per superarlo. Un inciso, prima di finire. A partire dalla Recherche sono stati scritti molti libri con le ricette dei cibi descritti. Potremmo fare cene con “La cucina ritrovata” (così come ho fatto in gioventù con Maigret e Nero Wolfe), ma la sua “madeleine” non sarà mai la nostra, come il “mio” cioccolato sarà sempre e solo mio. Alain de Botton è maestro nel condurci pe mano, attraverso scritti e vicissitudini di Proust, per farci appunto concludere arrivando a capire come Proust affrontava la vita. E, non per affrontarla come Proust, ma per affrontarla avendo appreso la lezione di Proust. Insomma, un pastiche ben scritto, con molti spunti di pensiero e qualche ironia che non guasta (e tanta, tanta conoscenza che fa piacere condividere).
“Ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo uno strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso.” (30)
“Potrebbe essere un motto proustiano: Non andate troppo in fretta, … [così] che il mondo diventi più interessante nel raccontarlo.” (52)
“C’è qualcosa la cui capacità di esasperarci non sarà mai uguagliata da nessun essere umano: ed è un pianoforte [e chi vi si esercita].” (67)
“Certe piccole bugie servono solo a confermare il nostro affetto nei confronti di qualcuno che forse ne avrebbe dubitato.” (127)
“L’amore? Lo faccio spesso, ma non ne parlo mai.” (170)
“Per rendere omaggio a Proust dobbiamo cominciare a guardare il nostro mondo attraverso i suoi occhi, e non guardare il suo mondo attraverso i nostri occhi.” (193)


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