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- I lieder di Robert Schumann (5)
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By Eric Sams, Erik Battaglia -
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Analisi dei Lieder di Robert Schumann: emozioni tradotte
in romantiche note fatte di enigmi e percezioni sensorialiDa Analogon edizioni, specializzata in saggistica musicale,
un’opera capitale di Eric Sams per la prima volta in italianodi Francesco Rolli
Se non ci fosse la musi ... (
continue ) Analisi dei Lieder di Robert Schumann: emozioni tradotte
in romantiche note fatte di enigmi e percezioni sensorialiDa Analogon edizioni, specializzata in saggistica musicale,
un’opera capitale di Eric Sams per la prima volta in italianodi Francesco Rolli
Se non ci fosse la musica, eterna consolatrice, si potrebbe impazzire. Pressoché in tali termini si espresse Pëtr Il'ič Čajkovskij riguardo alla funzione esercitata dalla musica nella vita dell’uomo. Solo in parte lo fu per Robert Schumann, che nel 1854, nel pieno della maturità, tentò il suicidio nel Reno e venne rinchiuso in una casa di cura. Lì pretese che gli spiriti di Ludwig von Beethoven, Franz Schubert e Felix Mendelssohn potessero fornirgli le necessarie indicazioni ermeneutiche delle loro opere. Una vita intensissima, travagliata, ma appagata al contempo dall’amore per la sua Clara; una vita accademica vissuta in empatia coi furori di Florestano, Eusebio e successivamente con l’equilibrio di Maestro Raro – suoi alter ego –; una vita in cui esercitò un’attentissima attività di critico musicale nel Neue Zeitschrift für Musik (1834), il foglio da lui interamente redatto.
Nell’autorevole volume I Lieder di Robert Schumann (Analogon edizioni, pp. 404, € 24,00), scritto nel 1969 e da anni adottato da diversi docenti di conservatorio britannici come testo per la preparazione di esami universitari, ma pubblicato in Italia solo nel 2008, Eric Sams si concentra sul rapporto tra poesia, musica e linguaggio dei “motivi”. Musicologo, crittografo e stimato studioso inglese del Lied tedesco, oltre che fine conoscitore dell’opera giovanile di William Shakespeare, Sams collaborò con le riviste The Musical Times, Gramophone e New Statesman e fu autore di numerosi saggi su celebri compositori del calibro di Johannes Brahms, Edward Elgar e Robert Schumann, nonché di svariate monografie di fama mondiale, come The Songs of Hugo Wolf (1961), The Songs of Robert Schumann (1969) e The Songs of Johannes Brahms (2000), della cui divulgazione si sta occupando il Centro studi “Eric Sams”, in collaborazione con Analogon edizioni che ne cura la traduzione in lingua italiana.Gioia, amore, morte: da esperienze di vita a motivi musicali
L’arte suprema di Schumann potrebbe considerarsi come il raggruppamento dei principali motivi ispiratori del Romanticismo; non solo come giovanile Sehnsucht ma anche come libero fantasticare, evocazione trepida di riverberanti abbozzi dell’anima, gioia del focolare, dolce sussurrare ad libitum di canti d’amore, gioia tutta fresca di rose che, con mirti e leggiadri orpelli, il musicista sperava di utilizzare come ornamento del suo libro, posseduto un giorno dal suo dolce amore; infine natura, sensuale e delicatissima, dipinta in vari quadretti di genere.
L’intimo sodalizio che il compositore strinse con Clara Wieck, figlia del suo maestro di pianoforte e sua futura consorte nel 1840 – anno in cui si manifestò l’irruenza poietica della composizione liederistica – rappresenta sicuramente il motivo dominante. Gli ampi disegni musicali non avrebbero potuto esaurirsi nel semplice canto d’amore, sicché innumerevoli sono i temi del canzoniere musicale di Schumann: la gelosia, il tragico isolamento, il sentimento di alterità, i viaggi, l’infanzia, la natura, la follia, la morte e il suicidio, per citarne alcuni. Nei Lieder si riscontra questo climax di una «musica semi-verbale»: da quelli giovanili a quelli della maturità c’è un condensarsi di intime inquietudini, gioie, sofferenze, aneliti, sino al tardo Herzeleid, i cui versi parlano di suicidio e morte per annegamento.La poetica del Lied: scambio di ruoli tra voce e musica
Il Lied è una canzone, dapprima eseguita in stile polifonico poi monodico, accompagnata dal pianoforte e basata su un testo poetico, nel caso di Schumann sui versi di Hans C. Andersen, Lord Byron, Adelbert von Chamisso, Joseph F. von Eichendorff, Emanuel Geibel, Johann W. von Goethe, Heinrich Heine, Justinus Kerner, Eduard Mörike, Jean Paul (Johann P. F. Richter), Robert Reinick, Friedrich Rückert. Sebbene venga sancita la supremazia del mezzo musicale su quello vocale, tale dichiarazione di poetica non svaluta affatto la linea di canto che, anzi, diventa un solido accompagnamento alla melodia pianistica: già la musica ha in nuce tutte le potenzialità evocative delle parole cantate e, «visto che il concetto pianistico è quello primario, è la voce che prende in prestito la melodia del pianoforte, e questa condivisione rappresenta il cuore e la forza del Lied schumanniano».
Se già l’idea-tipo è contenuta nella melodia affidata al pianoforte, bisognerà fare delle riflessioni su come essa si sviluppi. Il pianismo di Schumann è tutto improntato a esternare e presentare il libero gioco e il mutamento dei suoi intimi sentimenti, a colorare musicalmente le sue recondite passioni, a descrivere le sue emozioni in forme saldamente ancorate alle poetiche del Romanticismo. Appartengono a questo periodo: Papillons op. 2, Davidsbündlertänze op. 6, Toccata op. 7, Carnaval op. 9, Phantasiestücke op. 12, Douze études symphoniques op. 13, Kinderszenen op. 15, Kreisleriana op. 16, Novelletten op. 21, Faschingsschwank aus Wien op. 26.La “crisi” di Schumann
La “crisi” si ha intorno al 1838: la limitata ampiezza dei Lieder non consentiva al musicista di elaborare il materiale tematico, melodico e armonico nella maniera e nella misura classica, l’apice della sua arte pianistica raggiunto tra il ’35 e il ’38 manifestava i tratti della più pura e geniale inventio compositiva; ora nel Lied emerge il ripiegamento nel proprio intimo, l’esaltazione della pacifica serenità familiare sotto il rasserenante equilibrio di Maestro Raro, sebbene le modulazioni siano talvolta labirintiche, talaltra repentine.
Il metodo compositivo di Schumann è una continua geminatio di motivi, una perpetua improvvisazione su melodie appena accennate, l’insistere su quelle melodie: «l’approdo schumanniano al Lied è, lo ripetiamo, il risultato di una crisi creativa nel campo pianistico, generata dal desiderio di uscire dalle secche del libero fantasticare»[1]. Molti dei Lieder sono raggruppati in cicli così come avveniva per la musica pianistica, si pensi alle Kinderszenen op. 15. I criteri di comunanza e le affinità tra le composizioni sono dati dalla concatenazione delle tonalità e dei temi-motto. Tra i cicli più importanti ricordiamo: Liederkreis op. 24, Myrthen op. 25, Frauenliebe und -leben op. 42, Dichterliebe op. 48.
Assumendo nell’empireo dei cigni quelli che manifestamente declamano l’irrequietezza della gioventù, la freschezza inventiva dello spirito romantico, la gioia dell’eterna giovinezza, quasi come fanciulli che fuggono lo scorrere degli anni eccitati dall’animosità del presente; esprimendo musicalmente la tensione dell’anelito dell’uomo verso l’infinito, Schumann crea forme musicali e vocali estremamente nuove. Non più Lieder a strofe cantate con melodie diverse su un accompagnamento pressoché unitario, non più un sistema di strofe con schema alternato (a b a b a), non più sezioni differenti come avveniva nell’opera teatrale: «Schumann analizza, sottolinea il testo, lo ricalca fedelmente, a volte anche con una certa pedanteria, dando sempre il maggior spazio alla parte pianistica»[2]. Visibili lo sforzo creativo, lo slancio immaginativo, l’attitudine, la contemplazione della “grande-forma”, la tensione ideale, le tenzoni coi Filistei – lui, lo scrittore de Die Davidsbündler, erede del romanticismo schubertiano che aveva tentato, nel genere liederistico, una fusione di voce e strumento svincolata da ogni rigido schematismo, una rêverie in cui la melodia del pianoforte potesse evocare, fingere e plasmare le immagini suggerite dalle parole. Memorabile lo schubertiano Erlkönig op.1.L’analisi samsiana
Proprio quest’ultimo aspetto costituisce il fulcro dell’analisi samsiana ne I Lieder di Robert Schumann. Il musicologo britannico pone l’accento, a seguito di una minuziosa analisi delle partiture di Schumann, sulla rintracciabilità di alcuni motivi (M) dominanti rintracciati nell’esegesi: 65 in tutto. Tale andamento motivico della composizione sarebbe da relazionare al testo cantato, per cui a determinate frasi, espressioni o singole parole corrisponderebbero sensazioni, percezioni e riflessioni ben precise. Il movimento dominante-tonica determinerebbe uno stato di gaiezza e felicità; semitoni ascendenti in sequenze discendenti, piacere; un semitono ascendente alla mediante maggiore (associato per esempio alla parola süss), dolcezza; un movimento discendente minore – come accade nel succitato Herzeleid –, dolore e morte; la quinta discendente, fiori; la progressione tonica-dominante-tonica, forza; quella opposta (dominante-tonica-dominante), debolezza.
Eric Sams conduce la sua sottile argomentazione anche sul versante della descrittività musicale, e difatti il compositore tedesco sarebbe da collocarsi sulle propaggini di quella congerie musicale che, dal compositore rinascimentale Clément Janequin sino ai nostri dì, tenta di riprodurre nel mezzo musicale le marche distintive del mezzo uditivo-visivo. Oltre tali legami tra musica e percezione sensoriale, in Schumann era vivo l’amore e l’interesse per gli indovinelli, gli enigmi e i giochi di parole (anche lo studioso amava simili svaghi come i puzzle e la crittografia). Nel celeberrimo Mit Myrthen und Rosen op. 24, n. 9 il tema-motto significa Clara: la successione delle note re-do-si-la diesis-si, trascritte nella nomenclatura tedesca[3], evocherebbe il nome della moglie. Analisi macchinosa? Forse. Si potrebbe citare anche la valenza equipollente data a un altro tema-motto nel Carnaval op. 9 in cui le note la-mi bemolle-do-si (A-Es-C-H) indicherebbero il paese di provenienza della famiglia von Fricken, della cui figlia, Ernestine, Schumann si innamorò. Anche l’op. 1, Abegg-Variationen, viene costruita a partire dalle note del nome della contessa Pauline Abegg: la-si bemolle-mi-sol-sol.Francesco Rolli
[1] - Cfr. Eduardo Rescigno, Il pensiero musicale di Schumann, in Grande Storia della Musica. Il Romanticismo, Gruppo Editoriale Fabbri, Milano, 1983, p. 42.
[2] - Ibidem.
[3] - Cfr. l’utile tabella pubblicata da Wikipedia.(direfarescrivere, anno VII, n. 61, gennaio 2011)
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May 17, 2013 |
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- Il gatto mammone (7)
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By M. Teresa Ruta -
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Il Gatto Mammone di Maria Teresa Ruta:
dalla tradizione una storia tutta nuova che combatte ansie e paure dei bambiniDa spauracchio d’altri tempi a magico compagno di giochi:
un mito tinto di modernità. Per i più piccoli, edito da Adnavdi Martina Andronaco
Tradizione popolare e ... (continue ) Il Gatto Mammone di Maria Teresa Ruta:
dalla tradizione una storia tutta nuova che combatte ansie e paure dei bambiniDa spauracchio d’altri tempi a magico compagno di giochi:
un mito tinto di modernità. Per i più piccoli, edito da Adnavdi Martina Andronaco
Tradizione popolare e colorata fantasia si fondono insieme, come note di una stessa sinfonia, per dare vita a una favola dolcissima che appassiona i bambini e li immerge in un mondo incantato, catturando i loro sguardi e la loro attenzione grazie, anche, alle splendide illustrazioni, frutto del talento creativo di Samantha Farina. Una storia all’insegna della magia, della saggezza, della fantasia e della tenerezza, in cui non manca la morale, protagonista anche delle Favole di Fedro a cui l’autrice si ispira[1].
«C’era una volta una mamma con due figlie: Lina e Lena. Molto amata Lina, un poco meno Lena, forse anche un po’ trascurata», queste le parole che danno inizio alla favola Il Gatto Mammone di Maria Teresa Ruta (Adnav edizioni, pp. 40, € 12,50) e che ricordano in parte la trama familiare di Cenerentola, perché, come già avrete capito, una, Lena, era buona e poco amata, l’altra, Lina, seppur viziata e capricciosa, era, invece, adorata. Le situazioni in cui le due sorelle si ritroveranno, a causa di questa disparità di trattamento, le porteranno all’incontro con il gatto mammone che dispenserà loro saggezza e giustizia, all’interno di un mondo popolato da teneri gattini e galli fatati.
La sorella buona che va a lavare i panni in una fontana e perde il sapone che scivola giù giù verso una porticina, il premio elargitole dal gatto mammone e la punizione inflitta invece alla sorella viziata che vuole tutto senza dare niente, richiamano lo scenario magico della favola dei fratelli Grimm, Madonna Giustina. In quest’ultima diversi personaggi di un pozzo incantato sostituiscono i gattini sporchi e bisognosi di cure che si trovano al di là di una porticina magica, un gallo, anziché un asino come nella favola di Ruta, canta la ricompensa e il castigo, e Madonna Giustina fa la parte del gatto mammone.Il gatto mammone
Il gatto mammone, protagonista della favola, è una creatura magica che secondo la tradizione popolare si diverte a spaventare le mandrie al pascolo ed è caratterizzata da movenze ed espressioni demoniache.
Secondo alcuni studi, questa figura affonderebbe le sue radici nell’Antico Egitto, in cui i gatti erano considerati animali sacri nonché simboli di fertilità. Con l’avvento del Cristianesimo, poi, queste e altre immagini pagane sarebbero state demonizzate. Divenuto, quindi, un mostro immaginario delle fiabe, il gatto mammone cominciò a essere usato per spaventare i bambini e farli desistere dal fare i capricci.
Tale creatura appare anche nella letteratura italiana fin dalle sue origini: nello Specchio di vera penitenza Iacopo Passavanti scrive «animale a modo d’uno satiro, o come un gatto mammone» e, ancora, nel Bisbio a magnificentia di messer Cane de la Scala Immanuel Romano affianca il gatto mammone a creature feroci: «Qui sono leoni, e gatti mammoni». Ha scritto di questo essere anche Marco Polo ne Il Milione, sostenendo di averlo visto in Abissinia in compagnia di molte scimmie. Un gatto mammone, che si accompagna niente poco di meno che ai cavalieri di Re Artù, è il protagonista del Detto del Gatto Lupesco di un anonimo toscano del Duecento. Parla di tali creature anche Leonardo Frescobaldi nel suo libro Viaggio in Terrasanta, mentre nella narrativa moderna compare ne La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati.
Nel corso dei secoli il gatto mammone si è colorato di tinte misteriose, attraenti e magiche diventando, oggi, il gatto più celebre del mondo delle favole, che intrattiene e rallegra i bambini, e la sua fama non si è fermata all’oralità della tradizione popolare o alle pagine scritte dei libri, ma ha raggiunto anche il cinema. Dallo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie, indimenticabile cartone animato di Walt Disney (1951), trasposizione dell’omonimo racconto di Lewis Carroll (1865), al meno noto Il gatto mammone diretto da Nando Cicero nel 1975.Mostro demoniaco o saggio e buon amico dei bambini?
Il gatto mammone raccontato dalla giornalista e conduttrice televisiva Maria Teresa Ruta è seduto su un trono in una stanza spaziosa e arredata sontuosamente. Dall’aspetto austero e serio, è senza dubbio anche buono e saggio ed è colui che presenterà la morale alla fine della narrazione. Coi suoi occhi grandi e dolci parla d’amore, intrattiene i bambini e soprattutto insegna loro il bene e il male. Ricompensa, infatti, la sorella gentile, generosa e operosa e punisce quella capricciosa e viziata, perché «la bontà viene sempre premiata».
Questo personaggio, tenero e severo allo stesso tempo, fa comprendere, inoltre, ai bambini che le punizioni non servono a far del male, ma solo a modificare e migliorare il carattere. Dare dei piccoli ma significativi castighi è il compito dei genitori, che non deriva da un impulso negativo e ingiusto ma da un sentimento d’amore e affetto infiniti volti soltanto al bene.
Il Gatto Mammone insegna a educare i più piccoli senza intimorirli e creare loro paure inutili, come quella del “lupo che ti vuole mangiare” o dell’“uomo nero che ti rapisce” o ancora del “carabiniere che ti porta in galera”, e tante altre che si raccontano ai bambini per farsi obbedire e farli stare buoni, provocando, però, timori infondati senza dar loro alcun insegnamento concreto.Martina Andronaco
[1] - Cfr. il video dell’autrice sul sito petpassion.tv: Maria Teresa Rutae la storia del gatto mammone.
(direfarescrivere, anno VII, n. 63, marzo 2011)
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May 17, 2013 |
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Le usanze dei rivolu-
zionar… -
- Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma (4)
- Poesie
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By Gianmarco Busetto -
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Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma
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Versi audaci, travolgenti e stravaganti,risultato di una intima ricerca poetica,svelano
i drammi dell’individuo di oggiLaceranti contraddizioni, abitudini, aspirazioni e disastri
in una ironica ed originale raccolta di poesie edita Equilibridi Agata Garofalo
«All’emicrania, ai c ... (continue ) Versi audaci, travolgenti e stravaganti,risultato di una intima ricerca poetica,svelano
i drammi dell’individuo di oggiLaceranti contraddizioni, abitudini, aspirazioni e disastri
in una ironica ed originale raccolta di poesie edita Equilibridi Agata Garofalo
«All’emicrania, ai crisantemi e alle macellerie, preferisce la poesia in qualsiasi sua forma», questa l’originale immagine che dà di sé Gianmarco Busetto, giovane poeta, regista ed attore veneziano, fondatore della compagnia teatrale “FarmaciaZoo:E’”. Le forme della poesia, a cui egli dedica la sua ricerca umana ed artistica, sono molteplici e potenzialmente infinite. Incontenibili, sconvolgenti e stravaganti sono quelle esposte dall’autore in una raccolta di quaranta frammenti poetici che mettono in scena il caos della modernità, il germe del fallimento innato nei nostri desideri di ribellione: Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma (Equilibri, pp. 96, € 9,00).La ricerca poetica
In questo interessante esperimento in versi, l’autore propone un’esposizione lucida, in quanto cruda e disillusa, semplice e brillante, delle nostre quotidiane manie ed utopie, nel tentativo disperato di estrapolarne della poesia, perché «da qualche parte dovrà pur esserci della poesia in tutto questo».
È tale la sfida insita nell’indagine poetica di Busetto: ricerca di senso attraverso un flusso di pensieri apparentemente insensati, ricerca linguistica attraverso parole private di significato. Il primo passo è dimenticare le convenzioni, svuotare di contenuto sia i pensieri che le parole, e cercare il valore che hanno per ognuno di noi.
Esplorare con coraggio la realtà, immaginando il lato poetico delle cose, può rivelarsi un lavoro sporco e pericoloso, se non si è pronti al peggio: «Non guardiamoci dentro o troveremo il vuoto». Se non si affronta questo passo con la convinzione che «vuoto è tutto ciò che può essere riempito».
Perseguendo una linea poetica rivoluzionaria, nel triste tentativo di «sublimare il dolore di un’assenza con il cognac e la poesia», l’autore gioca sulla dualità dell’esistenza, ricercando improbabili accostamenti e nuovi stimoli motivazionali, dato che «i fiori della rivoluzione si sono ormai ridotti a sterili invettive contro i luoghi comuni».Struttura e contenuti
Sarcastico e graffiante, il poeta accompagna per mano il lettore sull’orlo del precipizio, mettendolo di fronte ai paradossi dell’esistenza, ai compromessi che siamo giornalmente costretti ad affrontare: «quel che è perso è perso, se vuoi riaverlo, / devi chiamarlo con un altro nome». È una poesia ironica ed evocatrice, quella di Busetto, piena di suggestioni letterarie e musicali ma anche ludiche, gastronomiche, carnali ed emozionali.
Le forme espressive prescelte sono quelle più stridenti: opposizioni, metafore ed accostamenti assurdi, ma anche la formula dell’elenco. Con irriverente spregiudicatezza, l’autore si diverte a snocciolare bizzarre liste di ciò che siamo e ciò che non siamo, di ciò che potremmo essere e di ciò che non saremo mai. Una grafica composita ed una struttura imprevedibile inseguono il ritmo incalzante dei pensieri, interrotto a volte con improvvisa semplicità da lampi di assoluto sconcerto. Al monologo si alternano frasi spezzate e sconnesse, intervallate a volte da brevissimi frammenti di dialogo, sempre di coppia, sempre lui e lei uniti e divisi dalle parole.
L’atmosfera rassegnata, che sembra pervadere molte delle poesie della raccolta, pare rarefarsi per lasciar posto ad un anelito di speranza nelle ultime liriche, come nella tenera Je ne regrette rien, in cui si mescolano memoria e futuro, desiderio e volontà di cambiamento: «D’altronde mio caro. Mi dissero. / Pure ad Hiroshima oggi nascono i fiori».Gli «Ostaggi della contemporaneità»
«Siamo incidenti che aspettano solo di capitare. / Attendiamo la ruota forata per dare scacco alla puntualità, / la febbre per voltare le spalle al quotidiano, / il lutto per giustificare il pianto, / la carestia per liberarci dall’opulenza e / la catastrofe come solo stimolo per un’obiettiva autoanalisi».
Questi versi sono esempio del coraggioso esame interiore compiuto da Busetto. Come staccandosi da sé per guardarsi meglio dentro e tutto intorno, egli smaschera le debolezze ed i paradossi dell’umanità contemporanea. Toccando questioni politiche, religiose, sociali, mediatiche ed economiche, queste poesie restituiscono l’esatta percezione di una società in costante decadenza: «vittime della pazienza, soggiogati dall’agio, / siamo il contrario di tutto». Privi di un’adeguata coscienza individuale, cresciuti tra i miti di Debussy e Mazinga, oggi siamo «alberi che aspettano di cadere solo per poter ricordare la propria maestosa grandezza».
A spezzare il freddo rincorrersi delle ovvietà quotidiane, come una raffica di scirocco, come una sferzata di consapevolezza, arriva ogni tanto la poesia. Quella di Busetto interviene a rivelarci una realtà che facciamo di tutto per dimenticare, che ci sforziamo di non vedere, che a volte ci ostiniamo a chiamare con un altro nome: «Gesù Cristo scelse / liberamente la propria passione, / noi, la nostra, continuiamo / a crederla privilegio».Agata Garofalo
(direfarescrivere, anno VII, n. 64, aprile 2011)
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May 17, 2013 |
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Le usanze dei rivolu-
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- Taranta revolution (3)
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By Gianluca Albanese -
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Contaminazioni di tarantella e pizzica
per una colorata rivoluzione culturale che parte da Caulonia fino al Nord ItaliaSulla Mulinarella insieme ai Taranproject: un gioioso viaggio
a suon di musica verso nuovi e pacifici orizzonti, da Laruffadi Angelica Terrioti
Una piccola festa ... (continue ) Contaminazioni di tarantella e pizzica
per una colorata rivoluzione culturale che parte da Caulonia fino al Nord ItaliaSulla Mulinarella insieme ai Taranproject: un gioioso viaggio
a suon di musica verso nuovi e pacifici orizzonti, da Laruffadi Angelica Terrioti
Una piccola festa di musica e parole per celebrare la voglia di una Locride diversa e da rinnovare attraverso una rivoluzione del tutto originale al ritmo della tarantella. Una ciurma di volti noti parte dalla cittadina di Caulonia per approdare sulle coste del Nord Italia e dare consistenza ad una possibile utopia. La storia, frutto della fantasia di Gianluca Albanese, imbarca sulla Mulinarella Mimmo Cavallaro e i suoi Taranproject, ben equipaggiati di strumenti musicali utili alla realizzazione della Taranta Revolution (Laruffa editore, pp. 102, € 12,00). Protagonista del romanzo un ritmo che ha radici profonde nella terra e nel cuore dei calabresi, e che oggi sta diventando una moda capace di oltrepassare i confini regionali.Un fermento covato a lungo
Il vento della rivoluzione aveva già soffiato su Caulonia tanto tempo prima, nel 1945. Incarnazione della voglia di riscatto della cittadina calabrese era stato Pasquale Cavallaro, borghese illuminato alla carica di sindaco del paese.
Ai tempi della Resistenza, i suoi impegni di agente assicurativo e dirigente comunista si erano legati a quelli di referente degli alleati per la fornitura di armi ai partigiani. Eletto sindaco non si tirò indietro di fronte alle situazioni difficili nelle quali versavano i poveri del paese, divenendo avanguardia del proletariato. L’altruismo e l’idealismo che lo contraddistinguevano non erano tuttavia tollerati dai molti agrari ex fascisti, nauseati dal sentore rivoluzionario che si respirava all’epoca del suo mandato. Fu per questo motivo che gli uomini fedeli a Cavallaro, prima che la situazione degenerasse, insorsero proclamando la “Repubblica rossa di Caulonia”, l’unico modo per arginare i privilegi conquistati in epoca fascista.
Un salto sulla macchina del tempo ci porta alla nostra epoca, nel 2009, periodo in cui gli animi della Locride sono più tormentati del solito da eventi dolorosi, frutto del proliferare delle operazioni della ’ndrangheta locale. Questa volta, però, l’omicidio del giovane commerciante Gianluca Congiusta, a Siderno, e il delitto Fortugno, a Locri, spingono la gente a manifestare: ecco i primi bagliori di un risveglio sociale necessario. Nello stesso periodo le piazze dei comuni della Locride vengono riempite ed animate dal suono della taranta, il battito del cuore calabrese espresso in musica da Mimmo Cavallaro e i suoi Taranproject. Cavallaro, un nome che ritorna nel momento in cui ci sarebbe bisogno di una nuova insurrezione, una nuova rivoluzione.La rivoluzione si fa musica
Una lampadina si accende nei pensieri di Luca in una notte di primavera mentre si trova al solito bar di Gioiosa Marina e, quando si tramuta in riflessione ad alta voce, stupisce gli amici: «E se la facessimo noi una rivoluzione pacifica a ritmo di tarantella?». I soliti volti che si trovano al tavolo con lui sono straniti, iniziano a farsi beffe dell’idea balzana espressa ad un’ora così tarda. Sono i musicisti che suonano con Mimmo Cavallaro, seduti poco distanti, a cogliere al volo la singolarità della proposta e a non esitare a sottoporre la questione al loro leader che, ben presto, esprime il suo favore.
La notizia si sparge e in poco tempo si organizza una riunione a Riace, città nota per l’accoglienza agli stranieri, per stabilire i punti cardine dell’iniziativa. Bandite le armi, la musica della taranta si farà portatrice di un messaggio no global, ribelle e pacifista allo stesso tempo. Simbolo dell’impresa, un’imbarcazione che di solito viene utilizzata dagli immigrati per giungere alle coste del Sud dell’Italia: la Cioparella, dal titolo di una nota canzone popolare calabrese, viene rimessa in sesto e in seguito varata la notte di San Lorenzo, la notte dei sognatori, quando una cinquantina di persone armate di strumenti musicali, cibo, pc e chiavette usb per connettersi in rete parte alla conquista del Nord della penisola.
Grazie al web la notizia del sogno rivoluzionario a suon di musica che viaggia sulla Cioparella si diffonde, soprattutto in Puglia, prima tappa dei nostri eroi che suoneranno insieme ai Sud Sound System, una fusione di taranta e pizzica che gli farà ottenere dai cugini del Salento, come ringraziamento, un’imbarcazione più grande. L’avventura continua così sulla Mulinarella per giungere a Venezia e da qui proseguire verso Padova, Imola, Milano. Ad ogni tappa un’insurrezione, una presa di posizione verso la realtà politica del paese, resa possibile grazie all’aiuto di quanti, incontrando Cavallaro e i suoi, si prestano al progetto. Molti calabresi che abitano al Nord riconoscono subito i compaesani e si offrono di dare una mano. La musica della taranta riesce così a bloccare i lavori nei cantieri di opere di dubbia pubblica utilità, a diventare protagonista dei comizi politici, ad essere al centro della scena nel circuito di Imola prima della corsa del Gran Premio di San Marino e ad ottenere i privilegi economici reclamati dai rivoluzionari-musicisti grazie al potere del suo ritmo incalzante.Un’utopia… possibile?
Uno scritto assolutamente godibile, in cui romantico e ludico si fondono per coinvolgere il lettore in modo ironico e brioso. Una storia che ha trovato il suo habitat naturale alla presentazione del volume il 23 agosto 2010 a Siderno Marina, cittadina in cui Albanese vive e lavora da anni come giornalista pubblicista di Calabria Ora. Al World village allestito sul lungomare della ridente località locridea, sotto un cielo stellato carico di silenziose speranze, inebriati dal pungente odore di salsedine, attorniati dagli stand di prodotti tipici calabresi e oggetti artistici artigianali, tra un assaggio e l’altro di musica popolare offerto da Valerio Filippi, direttore artistico del Roma Tarantella Festival, si stava dando vita ad una magia: una storia fantastica per un’utopia possibile.Angelica Terrioti
(direfarescrivere, anno VII, n. 66, giugno 2011)
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May 17, 2013 |
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Greta parlan-
te -
- Greta parlante (1)
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By Elisa Borciani -
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«A.a.a. Trentenne, single e in carriera
cerca amicizia, amore, libertà e felicità.»Greta parlante: un chick lit all’italianaDonne di oggi allo specchio, tra precariato
e voglia di vivere,in un esordio narrativo ironico e ottimista edito da Pendragondi Angela Mendicino
Un raccont ... (continue ) «A.a.a. Trentenne, single e in carriera
cerca amicizia, amore, libertà e felicità.»Greta parlante: un chick lit all’italianaDonne di oggi allo specchio, tra precariato
e voglia di vivere,in un esordio narrativo ironico e ottimista edito da Pendragondi Angela Mendicino
Un racconto fresco e frizzante da “ragazza della porta accanto” caratterizza questo romanzo d’esordio della giornalista Elisa Borciani, che con il suo Greta parlante (Pendragon, pp. 154, € 14,00) s’infila tra gli scaffali delle librerie in pole position nella narrativa femminile. Sulla scia de Il diario di Bridget Jones di Helen Fielding e dei romanzi dell’apprezzata Sophie Kinsella, di cui ricordiamo il ciclo I love shopping, Borciani ci racconta uno spaccato di vita delle trentenni, single e in carriera, di oggi. Nata nel 1979 a Reggio Emilia, dove vive e lavora, la scrittrice ha all’attivo già diverse collaborazioni con varie testate giornalistiche nonché con una galleria d’arte, oltre a essersi occupata di ufficio stampa in una prestigiosa agenzia di moda. Quasi impossibile, dunque, non notare una certa simmetria tra la sua esperienza di giovane affaccendata e i casi della divertente eroina di questo suo primo romanzo.Margherita, una di noi
Attraverso la trentenne protagonista, Margherita, alle prese con un lavoro che in fondo non è per niente la rappresentazione dei suoi sogni, uno stipendio che non le permette la tanto agognata indipendenza e un uomo che tarda ad arrivare, il lettore viene catapultato in una storia dolceamara, ironica e divertente. La scrittrice, infatti, ci narra di come tutto (o quasi) si possa realizzare seguendo le proprie inclinazioni e passioni. Margherita, risoluta, decide e trova un appartamento dietro consiglio del logorroico collega di lavoro, Vittorio. Lo stipendio non basta? Non si perde d’animo. La determinata ragazza, che è poi la rappresentazione di tante giovani donne di oggi, decide di dividere le spese con la sua nuova coinquilina, l’eccentrica insegnante di yoga, Greta. Un personaggio che il lettore imparerà ad amare, così come si affezionerà a tutto il mondo di Margherita. Lei, alle prese con la sua amica e collega impicciona ma dall’animo sensibile, Veronica, quella stessa «Vero» che saprà consigliarla quando il colpo di fulmine busserà alla porta del suo cuore. Eh sì, perché in questo frizzante romanzo non mancano i colpi di scena. L’incontro-scontro estemporaneo con un uomo capace di risvegliare emozioni che Margherita non provava da tempo. Ma anche in questo caso una nuova sfida l’attende. Il destino beffardo vuole che l’uomo dei suoi sogni altri non sia che il suo nuovo capo…Giovinezza e femminilità, entusiasmo e desiderio di migliorarsi
Un intreccio di situazioni divertenti, sostenuto da un linguaggio piacevole ed effervescente, porta il lettore ad affezionarsi ai personaggi di questo libro che in sole 154 pagine racchiude uno spaccato di quotidianità dei giovani di oggi. Con i loro dubbi, pensieri, aspirazioni ed emozioni. Un romanzo che parla delle donne e non solo. Rivolto a tutti. I protagonisti di Greta parlante diventeranno, infatti, dei beniamini per i lettori. Per tutti quegli uomini che, attraverso le pagine della Borciani, potranno capire un po’ di più l’universo femminile e per i giovani di oggi, precari ma con tanta voglia di fare per realizzare le proprie aspirazioni.
Margherita, Greta, Veronica, Fabio sono persone, prima ancora che personaggi, in un racconto che sembra il vissuto di molti loro coetanei contemporanei. Le delusioni, in amore come nella vita, sono dietro l’angolo, ma gli amici sono lì pronti a dare un sostegno come si trattasse di una nuova famiglia moderna. Inoltre, in questo libro Elisa Borciani evidenzia il potere terapeutico di quella forza individuale che nessuno potrà toglierci: la passione. Quello slancio emotivo che anima ogni nostro agire e che per sua natura ci porta a esplorare la nostra parte più vera. Così, se inizialmente la passione poteva essere scambiata per semplice sensualità e carica erotica, suggerita anche dalla fotografia in copertina, che ritrae una ragazza nell’atto di sollevarsi l’orlo della gonna e che allude alla scoperta e alla consapevolezza della femminilità, pian piano ci si accorge della duplicità di questo impulso: la passione è anche spinta verso la conoscenza di sé e degli altri e stimolo al miglioramento della propria vita.Preludio al successo?
Un romanzo d’esordio che può già vantare una prestigiosa voce nel suo giovane curriculum. Greta parlante, infatti, pubblicato nell’aprile 2010 è stato presentato nel maggio successivo al Salone internazionale del libro di Torino, dove ha fatto capolino con successo nello stand della casa editrice Pendragon. Un libro che, come scrive la stessa Elisa Borciani sul suo blog[1], è nato «come tutte le idee, per caso. Ho sempre amato scrivere per me stessa e per gli altri. La scrittura è il mio mezzo di comunicazione. […] Così poco a poco ho iniziato a mettere in fila la storia. Nei ritagli di tempo. Tra mille dubbi ed entusiasmi […]. Poi piano piano, i personaggi mi sono nati tra le mani, hanno preso vita […] erano diventati quasi gli amici del dopo cena […]. Con loro ho riso, ho pianto, ho sbattuto i pugni, ho ragionato. Quando ho scritto la parola “fine”, mi è anche un po’ dispiaciuto».
E chissà che non sia già in stesura un seguito di Greta parlante. Non a caso, ma volutamente, come riporta la stessa autrice sul suo blog, il finale del libro si presta a diverse interpretazioni. Come dire, non manca la suspense. Proprio come accade nella quotidianità, insomma, nulla è scontato. Gli eventi accadono, si susseguono, e quasi non si riesce a capire il collegamento che esiste tra loro.Angela Mendicino
[1] - Come nasce Greta parlante?
(direfarescrivere, anno VII, n. 65, maggio 2011)
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May 17, 2013 |
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- Il futuro di un mestiere (27)
- Libri reali e libri virtuali
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By Jason Epstein -
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Un originale saggio su editoria e futuro
Dall’artigianato alla telematica.Da edizioni Sylvestre Bonnard
di Luciana Rossi
Può un saggio sull’editoria scritto ben dieci anni fa negli Stati Uniti d’America considerarsi obsoleto? Oppure esso può portare tuttora considerazioni di inter ... (continue ) Un originale saggio su editoria e futuro
Dall’artigianato alla telematica.Da edizioni Sylvestre Bonnard
di Luciana Rossi
Può un saggio sull’editoria scritto ben dieci anni fa negli Stati Uniti d’America considerarsi obsoleto? Oppure esso può portare tuttora considerazioni di interesse per chi lavora in questo settore oggi e nel nostro paese e stimolare a riflettere su istanze ancora di piena attualità? È quest’ultimo il caso del libro del redattore ed editore Jason Epstein Il futuro di un mestiere. Libri reali e libri virtuali (edizioni Sylvestre Bonnard, pp. 128, € 17,00), una testimonianza “dall’interno” del mondo dell’editoria e, allo stesso tempo, un’interessante e leggera autobiografia che muove i suoi passi tra episodi di vita e aneddoti, rapide incursioni nella Storia contemporanea e valutazioni spassionate – ma appassionate! – sulle trasformazioni della professione di editore e del mercato negli ultimi cinquant’anni.
Considerato il gap culturale – o per meglio dire, relativo alla “cultura dei consumi” – che ci separa dagli Stati Uniti d’America, e fatte salve le legittime diversità nella struttura del mercato che tipicamente differenziano un lembo di penisola ad alta densità abitativa – quale è l’Italia – da un paese caratterizzato da grandi estensioni, di cui non poche desertiche – come gli Usa – non si può negare che molte considerazioni sono del tutto applicabili alla realtà editoriale odierna. Lo dimostra il fatto che alcuni temi presenti in questo libro sono stati oggetto di dibattito e di approfondimento negli incontri del settore professionale dell’ultima Fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” a Roma a dicembre 2010. Un esempio per tutti: l’ebook. Quale diffusione è ipotizzabile per questo controverso, odiato-o-amato, “oggetto del desiderio”? E in che modo questa innovazione tecnologica è destinata a cambiare lo scenario della fruizione e della distribuzione dei libri? Che fine faranno gli editori? E le librerie, specialmente quelle sparse capillarmente sul territorio?“Tempi moderni”
Queste e altre analoghe domande serpeggiano attraverso la narrazione di Epstein dei suoi quasi cinquant’anni spesi nel mondo dell’editoria dal 1958 al 2000. Anni spesi, come l’autore stesso confida, sentendosi sempre in qualche modo provvisorio, in attesa della propria vera occasione, anzi sempre sul procinto di spiccare il volo per cogliere l’opportunità di fare ciò che desiderava da sempre: lo scrittore. La sorte lo aveva voluto però dall’altra parte della barricata, pardon… della scrivania.
Anni spesi, tuttavia, sempre a detta dell’autore, in mezzo a un tumulto di idee creative, di entusiasmi, di condivisione e di solidarietà e costellati di relazioni interessanti, a contatto con alcuni personaggi che saranno poi figure di spicco della letteratura americana (William Faulkner, Andy Warhol, per citarne due, ma si parla anche di Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Vladimir Nabokov, ecc.), autori quasi leggendari, inquadrati in una prospettiva “pionieristica” di un mestiere sorto più per passione che per lucro.
Un timbro, osiamo dire, che caratterizza a tutt’oggi molte case editrici, specialmente quelle piccole e medie: spesso aziende familiari dalla lunga tradizione, altre volte giovani realtà originate proprio dalla voglia di “avere voce” in campo. In molte di queste, lungi dall’arricchirsi, si lotta per la sopravvivenza economica – e non sempre si vince, purtroppo, a scapito del tasso di occupazione del paese – e si lotta per mantenere, oltre a un “corpo fisico” – metaforicamente parlando – un’identità, una personalità.
Per contro, i “giganti”, i raggruppamenti di aziende o i grandi distributori, o le grandi catene di librerie si mangiano il mercato e anche i “pesci piccoli”. Un fenomeno che negli Usa si è verificato prima che da noi, facilitato dalla concentrazione dei negozi nei grandi centri commerciali, isole nel deserto in quella realtà, ma sempre di più “isole di possibilità” nel nostro paese, dove i ritmi serrati della vita impediscono sovente a molte famiglie italiane di frequentare negozi di altro genere o di fare spese al di fuori dei weekend. Un imbarbarimento? Unalienazione? Forse, ma sta di fatto che (fin troppo) spesso il mercato americano si è rivelato un precursore di abitudini di consumo che si sono poi radicate nelle nostre città e paesi.Arte o calcolo?
Arte o calcolo? Ogni editore-imprenditore sa bene che, al di là delle illusioni, occorre trovare una mediazione tra questi due elementi. È proprio lì che si vede il “fiuto” di un editore, capace di fare scouting di talenti ma anche di ascoltare e anticipare i gusti e le tendenze del pubblico dei lettori e – per estensione – della società; capace di sostenere le nuove idee con i profitti di un catalogo solido e duraturo, di bilanciare rischi e strategie conservative in un ambiente concorrenziale e in un mercato spesso inafferrabile in rapida trasformazione in cui, come in quasi tutti i settori commerciali d’altronde, la commistione di interessi e di soggetti diversificati è sempre crescente.
Decisioni non ovvie e non facili, ad esempio: quali contenuti culturali e di quale livello può (o “dovrebbe”) veicolare una collana di libri “tascabili”, cioè di formato economico? A quale fascia di pubblico dovrebbe rivolgersi?
Jason Epstein, ispiratore della collana di tascabili Anchor books, nonché ideatore e fondatore (insieme ad altri) della rivista letteraria New York Review of Books, svela in questo libro molte delle considerazioni e riflessioni che hanno guidato negli anni le sue scelte. Uno dei meriti di questo testo è proprio, a nostro avviso, quello di fornire in modo leggero e colloquiale, nella forma vivida di una testimonianza di vita professionale, uno sguardo “a tutto tondo” sulla filiera del libro, non tralasciando le istanze economiche e amministrative di gestione.“Pillole” di futuro
«Le nuove tecnologie muteranno radicalmente il modo in cui i libri sono distribuiti, ma non elimineranno la sostanza del lavoro editoriale. I manoscritti si trasformano in libri solo attraverso il lavoro manuale, un passo alla volta. È un lavoro che può richiedere anni, anni in cui l’autore costruisce il manoscritto con l’aiuto degli editor […] A parte il vantaggio (ammesso che lo sia) del computer rispetto alla macchina per scrivere e al calamaio, le nuove tecnologie non semplificheranno né miglioreranno questo processo, che spesso richiede la stessa improvvisazione della scrittura stessa. La decisione di accettare o respingere un manoscritto, le strategie di revisione e di pubblicità, la scelta dell’impostazione grafica e dei caratteri una volta che sia stato prodotto un manoscritto finalmente soddisfacente, il sostegno emotivo e finanziario degli autori: tutto ciò può essere fatto solo da esseri umani forniti delle peculiari qualità che costituiscono un bravo editore o redattore a prescindere da come l’ambiente tecnologico trasformi il resto del processo editoriale.»
L’affacciarsi sulla scena, rapido e per certi versi sorprendente, del World wide web e dell’uso esteso di Internet – cui era stato preludio e contraltare tecnologico la sempre crescente miniaturizzazione dei computer, anch’essa prodotta a ritmi velocissimi, insospettabili per i profani – lungi dal rappresentare una minaccia, potrebbe essere, secondo Epstein, un’opportunità, avvicinando gli autori ai loro lettori, mettendoli anzi praticamente in comunicazione diretta, senza mediatori, esposti in scaffali virtuali di dimensioni praticamente illimitate, raggiungibili con facilità da chiunque e da ovunque, in una sorta di ripristinata democrazia globale.
«La piazza del villaggio globale non sarà il paradiso. Sarà indisciplinata, polimorfa e poliglotta», conclude tuttavia l’autore, esprimendo però una sostanziale fiducia nella capacità di discernimento dell’essere umano. In questa piazza globale, egli ipotizza, gli editori, finalmente liberati da una serie di attività “materiali” divenute inutili, potranno dedicarsi ad altre di maggior valore intellettuale – supporto, pubblicità, progettazione grafica, digitalizzazione – per le quali le “economie di scala” hanno poco senso. Dall’artigianato alla telematica… e ritorno?Luciana Rossi
(direfarescrivere, anno VII, n. 61, gennaio 2011)
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May 17, 2013 |
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- Il diritto d'autore per tutti (5)
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By Eleonora Alessio -
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Tutela per creatività e opere dell’ingegno
Da Arduino Sacco, un manuale che spiega il diritto d’autore
di Antonietta Zaccaro
La legge sul diritto d’autore: ogni scrittore, o aspirante tale, deve sapersi districare nella giungla di commi, sezioni, capi e articoli della legge 633 del ... (continue ) Tutela per creatività e opere dell’ingegno
Da Arduino Sacco, un manuale che spiega il diritto d’autore
di Antonietta Zaccaro
La legge sul diritto d’autore: ogni scrittore, o aspirante tale, deve sapersi districare nella giungla di commi, sezioni, capi e articoli della legge 633 dell’aprile 1941. Ma il suddetto scrittore dovrebbe, prima di iniziare a scrivere il suo testo, iscriversi all’università e frequentare il corso di laurea in Giurisprudenza, altrimenti non sarà neanche lontanamente capace di venire a capo di ciò che la legge tutela.
In suo aiuto arriva Eleonora Alessio, esperta della materia, con il suo saggio Il diritto d’autore per tutti (Arduino Sacco editore, pp. 144, € 15,00) un manuale indispensabile per capire la legge 633, spiegata e analizzata in ogni sua parte.Titolo I: disposizioni sul diritto d’autore
Il testo della legge si apre con la descrizione di ciò che significa “diritto d’autore”; infatti l’articolo 1 dice che vengono protette le opere frutto dell’ingegno di una persona, siano esse appartenenti «alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione». Dunque il concetto su cui si fonda la legge è quello di “creatività” legato a diversi ambiti: libro, film, opera d’arte, bozzetto pubblicitario, articolo di giornale. Insomma qualsiasi azione creativa che sia originale, quindi scaturita dall’ingegno umano, di un singolo o di una collettività, è degna di essere tutelata. Un autore entra nel circuito della tutela del diritto con la creazione dell’opera, senza sottoscrivere nessun atto formale, tuttavia gli viene legalmente riconosciuta la paternità soltanto se indicato come autore nelle forme d’uso dell’opera medesima e «salvo prova contraria». È eventualmente obbligo di chi contesta la qualità di autore fornire le prove di quanto afferma. Se un’opera risulta anonima (o pseudonima, fatti salvi alcuni casi in cui l’attribuzione dello pseudonimo sia palesemente nota), infatti, è legittimo che chiunque ne rivendichi la paternità (articoli 6-9).
Il Capo III è certamente la parte della legge di maggiore interesse per un autore, e certo la più complessa da sciogliere; infatti regola il contenuto e la durata di tale diritto, la riproduzione delle opere e gli aspetti economici.
L’autore ha il diritto esclusivo di usufruire economicamente dei ricavati dell’opera e solo lui può autorizzarne la distribuzione. Ancora «l’autore è in possesso di una serie di altre facoltà denominate diritti morali e regolamentate agli articoli da 20 a 24 della presente legge». Una delle più importanti è quella relativa alla difesa della propria reputazione: l’autore può infatti opporsi a qualunque modificazione della propria opera, anche dopo la cessione del diritto di utilizzazione, nel caso in cui tale modifica infici il suo onore.
Per quanto riguarda la durata, bisogna distinguere tra diritto di utilizzazione economica, che ha dei limiti temporali, e diritto morale, che è illimitato. La durata normale dei diritti di utilizzazione economica è «per tutta la vita dell’autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte (articolo 25)».
Dall’articolo 33 a 64-quinquies sono regolate le utilizzazioni economiche delle varie tipologie di opera, da quella cinematografica alle banche dati. Gli articoli da 65 a 71 elencano tutte le limitazioni ed eccezioni a cui il diritto d’autore è sottoposto.Titolo II: disposizioni sui diritti connessi all’esercizio del diritto d’autore
Accanto al diritto d’autore esistono «una serie di diritti vicini attribuiti a chi, con la sua attività d’impresa e con la propria creatività, interviene sull’opera stessa». Questi diritti sono presentati negli articoli da 72 a 101. Il primo articolo definisce il ruolo del riproduttore fonografico, cioè colui che modifica in voci e suoni un’opera: egli ha il diritto esclusivo di riprodurlo e di distribuirlo. A lui corrispondono una serie di diritti connessi, quali il noleggio o il prestito dell’opera filmica. Per la riproduzione via etere esiste l’articolo 79, secondo il quale coloro che fanno uso di questa attività sono i soli a poter autorizzare la fissazione delle proprie immagini via radio e televisione. Anche gli attori e gli artisti che contribuiscono alla riproduzione delle opere di ingegno sono tutelati da alcuni diritti, quali quello di veder pubblicato il proprio nome. Segue, dall’articolo 85-quater al 99, l’elenco dei diritti di cui gode ogni tipologia di opera d’ingegno: dall’edizione critica di pubblico dominio, alle opere teatrali, e ancora le fotografie, il ritratto, la corrispondenza epistolare e le opere di ingegneria. L’articolo 100 protegge il titolo dell’opera e la rubrica giornalistica. Il contenuto di tale rubrica è tutelato dagli articoli 101 e 102 «in quanto opera letteraria di carattere creativo». Il titolo II-bis riguarda i diritti del costitutore di una banca dati, quelli dell’utente e le varie tecnologie atte a proteggere la banca dati (articoli da 102-bis a 102-quinquies).Titolo III: disposizioni comuni
Questa sezione della legge contiene alcune norme che regolano la pubblicità e il deposito dell’opera (articoli da 103 a 174). Gli articoli da 107 a 114 regolano la trasmissione dell’opera: i diritti (in caso di autore minorenne, questi sono affidati a chi ne ha la potestà genitoriale, fino al compimento del suddetto del sedicesimo anno d’età) possono essere ceduti, venduti, acquistati, acquisiti o trasmessi; in caso di morte dell’autore questi passano agli eredi che li amministrano per tre anni.
Dagli articoli 118 a 141 la legge si sofferma sui vari tipi di contratto ai quali può essere vincolata un’opera: il contratto di edizione, nel quale l’autore concede a un editore il diritto di pubblicare la sua opera, che può essere per edizione o a termine. Nel primo caso l’editore è autorizzato a stampare un dato numero di edizioni, nel secondo caso egli ha libertà di decidere il numero di edizioni da stampare, che non può comunque essere inferiore al numero minimo stabilito dal contratto; entrambi i tipi di contratto hanno la durata massima di vent’anni. Dall’articolo 125 a 131 sono elencati i diritti e i doveri delle due parti in causa, quindi l’autore e l’editore, quali l’obbligo da parte dell’autore di rispettare i termini di scadenza concordati e quello da parte dell’editore di far pervenire all’autore il compenso pattuito da contratto. Il diritto di ritiro dell’opera dal commercio è sancito dagli articoli 142 e 143: «poiché i motivi del ritiro riguardano strettamente l’autore, tale diritto è personale e intrasmissibile».
Negli articoli da 156 a 174 sono stabilite le sanzioni civili e penali in caso di mancata osservanza della legge 633. Le prime riguardano le azioni a tutela dei diritti di utilizzazione economica e la difesa dei diritti morali; le seconde riguardano le varie ipotesi di reato contro il diritto d’autore, perseguibili previa denuncia alle autorità competenti. Il titolo IV riguardava il diritto demaniale, cioè la possibilità da parte dello stato di entrare in possesso di opere ormai in disuso; questo diritto è stato, però, abrogato.Titoli V-VI-VII-VIII: la Siae
«Il diritto esclusivo dell’autore di sfruttare economicamente la propria opera o di autorizzare terzi a farlo è un elemento fondamentale del diritto d’autore», ma non sempre l’autore è in grado di usufruire di questo diritto. Per ovviare a queste difficoltà è stata creata la Siae (Società italiana degli autori ed editori), che ha come principale funzione quella di intermediario che «si esplica nella concessione di licenze e di autorizzazioni per l’utilizzazione economica di opere tutelate e la percezione dei proventi con relativa ripartizione tra gli aventi diritto». L’iscrizione a questa società è volontaria, quindi, lungi dall’avere il monopolio, si limita a gestire i diritti di chi ne fa parte. Non è nei suoi compiti il giudicare, esaminare o divulgare le opere, ma detiene un diritto esclusivo sulla trasmissione via cavo. Lo stato ha affidato alla Siae il compito di contrassegnare le opere con un talloncino da applicare sull’involucro esterno della confezione, così da garantirne l’autenticità, per contrastare il fenomeno della pirateria. Anche questa azione, comunque, che ha ovviamente un costo a carico dell’autore e/o dell’editore, è del tutto volontaria e non assolutamente obbligatoria. Tale lavoro, con analoga e spesso anche maggiore efficacia (vista la staticità operativa della Siae), viene svolto anche dalle agenzie letterarie.
Esiste poi il Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore (titolo VII, articoli 191-195), un organo istituito presso la Presidenza del consiglio dei ministri che «ha il compito di esprimere pareri attinenti alla materia».
Scorrendo le pagine del libro ci si chiede se effettivamente siano necessarie tutte queste indicazioni per regolare un diritto, quello d’autore, che dovrebbe essere semplicissimo da rispettare. «Ci si domanda perché non siano state usate parole più semplici, espressioni alla portata di tutti?». Ci si rende conto di come, alcune volte, la burocrazia potrebbe essere semplificata utilizzando le semplici norme del vivere comune.
Un libro di estremo interesse, dunque. Peccato, però, che leggendolo ci si imbatta in numerosi errori tecnico-editoriali...
Arduino Sacco è un editore noto per l’aiuto che fornisce agli autori, soprattutto quelli esordienti o comunque non ancora affermati; forse, alle volte, dovrebbe avere più cura nella pubblicazione dei suoi libri.Antonietta Zaccaro
(direfarescrivere, anno VII, n. 63, marzo 2011)
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May 17, 2013 |
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- Bibliografia e sociologia dei testi (43)
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By McKenzie Donald F. -
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Bibliografia e sociologia dei testi
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La bibliografia letta in modo innovativo
Da Edizioni Sylvestre Bonnard,una sociologia della scrittura
di Giuseppe Pulvirenti
La maggior parte della gente che legge è portata a pensare che il deus ex machina incontrastato del libro sia lo scrittore, e chiaramente ciò è vero; ... (continue ) La bibliografia letta in modo innovativo
Da Edizioni Sylvestre Bonnard,una sociologia della scrittura
di Giuseppe Pulvirenti
La maggior parte della gente che legge è portata a pensare che il deus ex machina incontrastato del libro sia lo scrittore, e chiaramente ciò è vero; chi è più inoltrato nel mestiere, però, sa per certo che nella creazione di un libro concorrono più voci, dove la “prima voce” è senza dubbio l’autore che partorisce l’idea, a cui successivamente si aggiungono l’editor che corregge le bozze del testo, la casa editrice che ha il compito di pubblicare e promuovere il libro, ecc.
Ad un livello superiore – quasi nascosto e “astratto”, per certi versi – abbiamo degli studiosi che dibattono sulla natura bibliografica del testo, pronti a sviscerarlo in tutte le sue parti; alcuni di questi bibliografi fanno anche di più: analizzano quelli che possono essere gli aspetti sociologici di un testo e, applicandoli alla bibliografia, giungono alla conclusione che anche il lettore ha la sua parte nell’interpretazione di un libro.
Questo è soltanto uno dei molteplici temi che Donald F. McKenzie tocca nel suo celebre – ma poco noto in Italia – Bibliografia e sociologia dei testi (Edizioni Sylvestre Bonnard, pp. 136, € 15,00).
L’obiettivo di McKenzie è semplice: ridefinire i canoni della bibliografia, allargandoli e aggiornandoli per il nuovo millennio.Esiste davvero un legame tra bibliografia e sociologia?
Bibliografia e sociologia dei testi nasce dal primo ciclo di conferenze – con tema la bibliografia in tutti i suoi aspetti – delle Panizzi Lectures (da Sir Antonio Panizzi, direttore della British Library nel 1856 nonché ideatore del concetto moderno di biblioteca nazionale di ricerca): tale conferenza venne tenuta nel 1985 proprio da McKenzie, uno dei più importanti bibliografi e bibliologi del secolo scorso. Nel 1986, il dibattito venne “immortalato” nell’opera oggetto di questa recensione; in essa – nei tre capitoli intitolati Il libro come forma espressiva, La fiala infranta: i testi non-libri e La dialettica della bibliografia di oggi – McKenzie propone un’alternativa al concetto “classico” e imperante di bibliografia, svelando nessi tra storia, linguaggio e cultura.
Secondo il celebre bibliografo Sir Walter Greg «[…] ciò di cui si occupa il bibliografo sono pezzi di carta o di pergamena coperti da certi segni scritti o stampati. E questi segni il bibliografo li considera puramente arbitrari; il loro significato non è affar suo»; McKenzie non è propriamente della stessa idea, e propone di contro una “sociologia dei testi” atta ad abbattere i rigidi schemi della bibliografia classica: una sociologia che non tralascia nessun elemento e che dilata il concetto di testo.
Per l’autore la bibliografia non dovrà riguardare soltanto la riproduzione del testo nelle differenti versioni, ma dovrà anche saper osservare tutto ciò che circonda la “storia” di un libro: le esigenze politiche, sociali ed economiche del tempo di pubblicazione, perché un testo è stato scritto in una certa maniera, perché invece è stato riscritto, ecc.
Da qui, la bibliografia viene appunto intesa come una “sociologia dei testi”, perché: «ogni società riscrive il proprio passato, ogni lettore ne riscrive i testi e, nella misura in cui questi continuano a vivere, a un certo momento ogni stampatore li ridisegna».
Con ciò quello che vuole intendere l’autore è semplice: la bibliografia non può e non deve essere una semplice riproduzione di “dati”, ma deve anche dar “voce” a quei dati, offrirne una collocazione temporale e spaziale: «la bibliografia come sociologia dei testi ha un potere quale non ha alcun’altra disciplina nel risuscitare gli autori calati nelle loro epoche, e i loro lettori di ogni tempo».Il testo nelle sue molteplici forme
È dal testo che parte, quindi, la “rivoluzione” di McKenzie, in quanto i concetti che questi introduce nella sua opera ruotano tutti intorno ad esso: il testo fa sempre parte di un contesto simbolico, e non è legato soltanto allo scrivere in sé. Ci sono quelli che l’autore chiama “non-libri”, i quali mobilitano le risorse del linguaggio pur non appartenendo comunque al mezzo della stampa: fotografie, immagini, mappe, film, programmi informatici, ecc. Sono tutti testi, pur non avvalendosi del linguaggio verbale in forma scritta.
Partendo da questa concezione, è chiaro che si possa parlare di forme testuali diverse, vale a dire: il canto, la rappresentazione teatrale, la radio, i film, la tv, i videoclip musicali, e così via. Sono tutte forme testuali in quanto portatrici di significato; si differenziano per le peculiari modalità di esecuzione di ciascuna.
Con estrema originalità, McKenzie formula perciò un problema che riguarda sia la bibliografia che la sociologia: quello concernente la produzione del senso e del significato, i quali scaturiscono dai rapporti tra forme e interpretazioni.
L’interpretazione, perciò, svolge un ruolo centrale nella teoria di Mckenzie. Egli ritiene che sia impossibile non fare i conti con il lettore, il quale inevitabilmente crea il suo di “significato”: secondo l’autore neozelandese, nessuna storia del libro e nessuna bibliografia può sottrarsi al fatto che che le diverse e varie “letture” siano generatrici, ciascuna, di “nuovi” significati.Costruire una migliore bibliografia
Bibliografia e sociologia dei testi risulta essere un lucidissimo studio che pone in maniera emblematica svariate riflessioni sugli usi sociali della scrittura. Ciò viene realizzato attraverso le analisi di vari pensatori: si va dalla filosofia (con Hobbes, Locke, Platone) alla semiotica (con Barthes e Todorov), ai classici della letteratura inglese (con Milton, Shakespeare e Spencer) ai contemporanei (come Eco e Stoppard), tenendo conto anche delle riflessioni sul cinema di Woody Allen, delle analisi sul capolavoro di Orson Welles, Quarto Potere, e sull’Ulisse, di James Joyce.
In conclusione, l’autore – sforzandosi di creare una nuova bibliografia – discute di una “biblioteca” dove non vi sono soltanto libri, ma anche tutti quei testi che si avvalgono di tecniche moderne. Per McKenzie allora, il libro non sarà soltanto un “oggetto” statico e polveroso, ma dinamico e in continuo divenire, con qualità differenti e dalle potenzialità infinite.Giuseppe Pulvirenti
(direfarescrivere, anno VII, n. 66, giugno 2011)
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May 17, 2013 |
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- Le favole allegoriche di Joseph Roth tra sradicamento e decadenza (2)
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By Franco Arcidiaco -
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Le favole allegoriche di Joseph Roth tra sradicamento e decadenza
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Da editore ad autore: Franco Arcidiaco
si cimenta con le favole di Joseph RothTra le pagine di Città del sole edizioni, un’affascinante analisi
sui racconti dello scrittore cosmopolita ed esule nella sua patriadi Angela Galloro
L’autore del libricino che ci apprestiamo a presenta ... (
continue ) Da editore ad autore: Franco Arcidiaco
si cimenta con le favole di Joseph RothTra le pagine di Città del sole edizioni, un’affascinante analisi
sui racconti dello scrittore cosmopolita ed esule nella sua patriadi Angela Galloro
L’autore del libricino che ci apprestiamo a presentare ci illustra in poco più di trenta pagine il profilo di un personaggio troppo spesso sottovalutato: si tratta di Joseph Roth, nato in Austria alla fine dell’Ottocento da famiglia ebraica di condizioni borghesi. A lui la Storia ha destinato l’arduo compito di incarnare, a suo modo, la dissoluzione dell’impero austroungarico. Ed egli riesce a farlo, oltre che con i suoi romanzi di successo e con i numerosi articoli, soprattutto con i suoi racconti, le «favole», come vengono definite in questo saggio. Favole analizzate con entusiasmo da Franco Arcidiaco, titolare della casa editrice calabrese Città del sole, che, in questo caso, si è “dato” alle stampe nella veste di autore.
In questo piccolo ma denso volume egli raccoglie il testo della sua relazione tenuta al Convegno nazionale sulla letteratura svoltosi a Reggio Calabria nell’aprile del 2010 con il titolo “Chi fuor li maggiori tui?”, nato da un’iniziativa dell’associazione culturale Pietre di scarto federata BombaCarta. Il libro in questione, di recente uscita (Le favole allegoriche di Joseph Roth. Tra sradicamento e decadenza, Città del sole edizioni, pp. 40, € 5,00), vuole proprio porre l’accento sulle allegorie attraverso le quali lo scrittore austriaco ha decretato la fine di un impero, di una civiltà, di un’epoca.Un’affascinante biografia
Roth è uno di quegli autori che ci raccontano di sé quello che vogliono farci credere: c’è del romanzo e della mitomania nella sua nascita, nella sua famiglia e anche nella sua morte, che la Storia ci presenta come un decesso “contestato” dai monarchici, dai cattolici, dagli ebrei, da tutti coloro che volevano accaparrarsi l’appartenenza alla propria categoria di questa grande personalità. Al punto che, come sottolinea l’autore, la cerimonia funebre, in cui l’oratore osannava la sua fede monarchica, lasciò insoddisfatti tutti i presenti. Le frontiere che la sua sfaccettata personalità abbracciava, erano davvero troppe, come ebbe a dire il critico letterario e scrittore-giornalista Italo Alighiero Chiusano, citato in questo testo.
Invece, paradossalmente, proprio sulla mancanza di appartenenza si fonda la sensibilità di Joseph Roth. Il sottotitolo del libro coglie infatti lo «sradicamento» e la «decadenza» che impregnano le sue pagine e la vita stessa. Si definiva un uomo «senza patria», dal momento che Brody, la sua città natale, costituiva «una classica area di frontiera dove convivevano pacificamente polacchi orientali, russi ucraini, cattolici ed ebrei, in un clima di gran tolleranza ispirato dalla devozione al diritto asburgico, alla sua politica di pace, alla sua mentalità cosmopolita». La condizione di sradicato proviene poi dalla traumatica perdita del padre in giovane età, un vuoto che Roth cerca di colmare in una delle sue grandi opere, il romanzo Giobbe, attraverso la rappresentazione della figura di un padre ebreo, un uomo buono, sempre presente e attento nei confronti dei figli, secondo precetti religiosi. L’idea del padre come patria, nel senso di appartenenza e sicurezza, lo accompagnerà fino al crollo della stessa, crollo del quale sarà loquace testimone. La ricerca di tali certezze lo vede cambiare spesso luogo, amante e orientamento politico, per inseguire un ubi consistam di certo irraggiungibile nel momento storico e nel luogo in cui viveva: un luogo e un tempo “di passaggio” dei quali si percepiva già l’eco della decadenza.La riscoperta di piccole «perle» della letteratura
Le incredibili doti di descrittore e narratore ci vengono testimoniate dalle pagine del nostro volumetto, quando si parla de L’allievo modello, prima delle favole allegoriche, e del suo protagonista, Anton Wanzl, dal carattere insolito, quanto solita è invece la sua storia, mentre la lungimiranza di cui ogni autore dovrebbe essere dotato la troviamo nel suo primo romanzo La tela di ragno, che racconta le attività sovversive di gruppi di estrema destra. Per non parlare di Hotel Savoy, forse il racconto più allegorico di tutti, che ha come protagonista un chiaro alter ego dell’autore ed è intriso di una sorta di realismo magico, sul quale si è soffermato il critico Claudio Magris nel suo saggio Lontano da dove, sottolineando la componente jiddish della letteratura di Roth.
Aprile. La storia di un amore viene definito da Arcidiaco un puro «esercizio di scrittura», caratterizzato da «magistrali pennellate», oscurate dal forte cinismo del protagonista, a sua volta uno sradicato, mentre Lo specchio cieco ci regala un Roth espressionista, attento ai dettagli nella descrizione di una giovane donna dalla vita triste a confronto delle altre «non ancora segnate dall’amarezza del piacere».
Infine segue La leggenda del santo bevitore, lungo racconto dal quale è stato tratto nel 1988 un film dall’omonimo titolo, con regia di Ermanno Olmi e che ha ottenuto, nello stesso anno, il Leone d’oro al Festival di Venezia: una narrazione degna dell’atteggiamento più decadente, di un personaggio che va incontro alla sua stessa rovina, in modo consapevole, alla ricerca di un nulla che viene identificato nella quiete e in una redenzione vagamente religiosa che il protagonista, naturalmente un esule e quotidianamente dedito alla perdizione, ricerca. Ambiguo ed enigmatico, questo racconto conclude in modo definitivo la parabola dell’impero austriaco di Francesco Giuseppe, crogiolo di culture, civiltà, esperienze da condividere nella “città laboratorio del mondo”, come la Vienna di fine secolo veniva considerata.Il Roth giornalista: ancora una volta figlio del suo tempo
Ma Roth, a cui la sua stessa patria aveva insegnato come diventare cittadino del mondo, viaggiava in continuazione. Scriveva su alcuni dei più importanti giornali dell’epoca come il Frankfurter Zeitung, pubblicando articoli di argomento vario, spesso di critica sociale (da qui la sua fama non ingiustificata di socialista) e reportage dall’Albania, dalla Jugoslavia e dall’Italia. La sua carriera di giornalista inizia nel 1919 ma conoscerà l’acme a partire dall’anno successivo, quando Roth si trasferisce a Berlino, intensificando la collaborazione con riviste e periodici e gli incontri con intellettuali del tempo nei caffè della capitale. Sono i tempi in cui i nazisti cominciano ad organizzare clandestinamente formazioni paramilitari e il nostro sceglie di collaborare con Vorwärts, l’organo ufficiale del Partito socialdemocratico unificato. Questa sua esperienza non viene per niente ignorata in questa opera di Arcidiaco così come il suo stile che oscillava tra un espressionismo sfiorato qui e lì, e il movimento della “Nuova oggettività”, al quale comunque Roth non obbediva del tutto, restando fedele soltanto al suo spazioso eclettismo. Se da una parte, infatti, scrive nella Prefazione a uno dei suoi primi romanzi, Fuga senza fine, che «la cosa più importante è ciò che viene osservato», dall’altra critica una scrittura troppo “giornalistica” che si limita ai nudi fatti, raccontati con gelida lucidità, come avviene appunto nel movimento artistico della “Nuova oggettività”, una sorta di “realismo emotivo” che si è sviluppato in Germania a cavallo della Repubblica di Weimar. Tuttavia, come sostiene Arcidiaco, la sua formazione intellettuale risente soprattutto della nascita dei nuovi movimenti politici: l’austromarxismo, il sionismo e l’antisemitismo.
Un ulteriore aspetto del saggio, oltre all’appassionato omaggio alla grande e spesso sottovalutata letteratura mitteleuropea, è la serrata critica al mercato editoriale. L’autore (ed editore) Arcidiaco vuole rivalutare queste piccole preziosità spesso ignorate dalle comuni esigenze del mercato librario oppure oscurate dai romanzi di successo dei relativi autori, nel caso di Roth, La marcia di Radetzky (Marzocco, 1925), forse il suo romanzo più decadente, perché inserito nel contesto storico della Grande guerra, proprio il momento in cui l’autore si definisce «senza credito, senza rango, senza titolo, senza soldi, senza professione». Di questo grande scrittore, così, vengono distrattamente messi da parte racconti significativi, che possono diventare – come spesso accade – anche chiave di lettura delle opere più grandi.Angela Galloro
(direfarescrivere, anno VII, n. 63, marzo 2011)
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May 17, 2013 |
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Il bilancio politico di Antonio Bassolino:
i grandi consensi sommersi dai rifiutiIn un’intensa autobiografia, edita da Guida, emergono i meriti
da sindaco. Ma anche i demeriti da governatore. E tanto altro…di Giuseppe Licandro
L’11 giugno 1984 si spense a Padova il segretario de ... (continue ) Il bilancio politico di Antonio Bassolino:
i grandi consensi sommersi dai rifiutiIn un’intensa autobiografia, edita da Guida, emergono i meriti
da sindaco. Ma anche i demeriti da governatore. E tanto altro…di Giuseppe Licandro
L’11 giugno 1984 si spense a Padova il segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, leader d’indiscusse qualità politiche ed etiche, la cui morte lasciò un vuoto incolmabile, avviando il processo di disgregazione del Pci.
L’eredità di Berlinguer fu temporaneamente raccolta da un gruppo piuttosto eterogeneo di dirigenti, divisi sulle scelte politiche da intraprendere, con una divaricazione tra chi, come Massimo D’Alema, Giorgio Napolitano e Achille Occhetto, esigeva un profondo rinnovamento e chi, come Armando Cossutta, Sergio Garavini e Pietro Ingrao, si appellava ancora alla tradizione comunista, pur nella versione riformatrice e antistalinista rappresentata da Michail Gorbačëv.La prima fase della carriera di Bassolino
Fu in quel periodo che si affermò tra i dirigenti comunisti Antonio Bassolino, il quale ha recentemente pubblicato il libro Napoli Italia (Guida, pp. 184, € 12,00), in cui ha tracciato il bilancio dei diciassette anni trascorsi ad amministrare prima il Comune di Napoli, poi la Regione Campania.
Negli anni Settanta, Bassolino, divenuto membro del comitato centrale del Pci e segretario regionale della Campania, si schierò con la corrente di sinistra del partito, guidata da Ingrao, sensibile alle istanze degli operai e del movimento studentesco.
In seguito, Bassolino modificò la sua collocazione all’interno del Pci, avvicinandosi alle istanze dei “miglioristi”, favorevoli al dialogo con la Dc e il Psi, fino all’elezione in parlamento nel 1987.
All’ultimo congresso comunista, tenutosi a Rimini nel febbraio del 1991, egli presentò una mozione intermedia tra quella di maggioranza (favorevole allo scioglimento del Pci), e quella di opposizione (contraria allo scioglimento), ottenendo il 5,7 per cento dei consensi tra i delegati.
Bassolino ha poi aderito al Partito democratico della sinistra e ha occupato fin dall’inizio incarichi importanti, tra cui quello di membro della commissione parlamentare per il commercio e il turismo, ottenendo in seguito la nomina a commissario della Federazione provinciale di Napoli, subito dopo la serie di scandali che ne hanno decimato le fila agli inizi degli anni Novanta.La ricostruzione del Pds partenopeo
Bassolino, in Napoli Italia, rievoca le proprie esperienze politiche a partire dall’aprile 1993, quando prende in mano la direzione del Pds partenopeo. Per rilanciare il partito, decide di aprirlo alla società civile, inserendo nel comitato provinciale federale «figure significative del mondo della scuola e dell’Università», ma anche recuperando l’impegno di tanti militanti delusi.
In agosto, la giunta pentapartitica (Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) che amministra Napoli va in crisi, dichiarando il dissesto finanziario, e il consiglio comunale si scioglie: le elezioni sono fissate per il 21 novembre, in concomitanza con quelle di altre città.
Da poco tempo è entrato in vigore il nuovo sistema di votazione che prevede l’elezione diretta del sindaco. Ciò obbliga i partiti a creare ampie coalizioni per affrontare con maggiori probabilità di successo il giudizio degli elettori: il Pds napoletano si allea con il Partito della rifondazione comunista, la Rete e la Federazione dei verdi, anticipando quello che sarà lo schieramento della sinistra progressista alle successive elezioni politiche del 1994.
Bassolino viene designato quale candidato della coalizione e s’impegna a fondo nella campagna elettorale, non limitandosi soltanto a intervenire nei dibattiti televisivi, ma spostandosi nei quartieri cittadini per contattare la gente, sentirne gli umori, ascoltarne i suggerimenti e le critiche.
Nasce così l’idea di una sorta di New deal partenopeo, da realizzare nei primi cento giorni di governo, per ristrutturare palestre, parchi, piscine e scuole in stato di abbandono, rilanciare il trasporto pubblico e, soprattutto, «restituire ai cittadini le piazze del centro storico ricche di monumenti, di chiese, di palazzi di grande rilievo». La vittoria è ampia (55,6 per cento dei voti), anche se ottenuta dopo il ballottaggio con la candidata della destra, Alessandra Mussolini.Le riforme della giunta Bassolino
Durante il suo primo mandato, Bassolino opera alcune scelte intelligenti che, nell’arco di sei mesi, permettono a Napoli di rinascere come città a vocazione culturale e turistica.
La nuova giunta dà vita, al suo interno, a una specie di brain-trust (composto da un architetto, un avvocato, due dottori e quattro professori), ma nello stesso tempo riesce a spronare al lavoro centinaia di impiegati comunali demotivati dall’andazzo delle pregresse amministrazioni.
I risultati non tardano a venire e si portano a compimento innumerevoli opere pubbliche, ferme da anni: il grande parco di Taverna del Ferro, a San Giovanni a Teduccio (intitolato a Massimo Troisi); le biblioteche di Secondigliano e Piscinola; i giardini di Avvocata, Piscinola, San Carlo all’Arena e Secondigliano; i centri culturali di Paterno e Secondigliano; il complesso scolastico di Avvocata; il palazzetto dello sport di Ponticelli.
Vengono chiuse al traffico alcune zone cittadine d’interesse artistico, si ripuliscono le fognature e si disinfestano i quartieri più sporchi, si attua il decentramento dei servizi anagrafici, della Polizia municipale e della Nettezza urbana, viene avviato il progetto “Napoli città d’arte e di cultura”, si aprono al pubblico le chiese e i monumenti della zona del Decumano Maggiore.
Nel maggio del 1994 l’iniziativa “Napoli porte aperte” fa affluire nel centro storico partenopeo oltre quattrocentomila visitatori, che vengono condotti in giro da gruppi di studenti universitari, mentre nel luglio dello stesso anno proprio nel capoluogo campano si svolge il G7, il vertice tra i Paesi più industrializzati.
Le opere preventivate per il G7 vengono realizzate in tempi brevi «con procedure rapide e limpide» e consegnate entro la scadenza stabilita, con un budget di 55 miliardi di lire speso correttamente, senza opere faraoniche, bensì «restauri e riqualificazioni, arredo urbano e di qualità, spazi di vivibilità».I primi problemi giudiziari
Per ricavare i fondi necessari alle opere pubbliche e risanare il bilancio comunale, la giunta Bassolino, oltre ai finanziamenti statali, attinge agli introiti che derivano dalla privatizzazione di alcuni servizi comunali (l’aeroporto di Capodichino, la centrale del latte comunale, la gestione dei rifiuti urbani), ma soprattutto concepisce una rischiosa operazione finanziaria: l’emissione di Boc, Buoni ordinari del comune, venduti soprattutto nel mercato statunitense, che fruttano circa 300 miliardi di lire.
Il ricorso a questo tipo di “finanza creativa”, tuttavia, produce un problema non trascurabile di indebitamento che si protrae nel tempo, obbligando l’amministrazione comunale a rinegoziare periodicamente il debito e a dilazionare pericolosamente il momento del pagamento, con l’incognita di una possibile bancarotta futura.
Del resto, i guai giudiziari, a partire dal 1994, non mancano. Come ricorda lo stesso autore, infatti, «la prima inchiesta [...] riguarda l’indennità di incarico per Sindaco e Giunta». Pochi mesi dopo «scatta l’indagine sull’uso dei cellulari», con l’accusa di peculato; segue, poi, l’«omissione di atti d’ufficio per una presunta truffa di 2.000 [...] miliardi di lire» in riferimento alla cattiva gestione dell’azienda municipalizzata dei trasporti. Ci sono, infine, altre quattro inchieste giudiziarie: «la concessione dello Stadio San Paolo al Napoli [...] l’indagine penale sui Boc e quella sulla privatizzazione dell’aeroporto di Capodichino [...] l’inchiesta sulla rottamazione delle auto».
Bassolino e i suoi assessori, comunque, vengono sempre prosciolti dalle accuse e continuano ad amministrare fino alla scadenza del mandato, portando a compimento altre opere di pubblica utilità come la costruzione di tre parcheggi, il completamento della metropolitana, gli appalti della Nettezza urbana, il piano urbanistico cittadino, la ristrutturazione dell’area dell’ex Ilva di Bagnoli.La nomina a ministro del Lavoro
Bassolino ha modo di amministrare Napoli ancora fino al 2000, poiché viene rieletto trionfalmente nel 1997, al primo turno, col 72,9 per cento dei voti.
Siamo in una fase storica decisamente favorevole al centrosinistra, che ha vinto, sotto la guida di Romano Prodi, le elezioni politiche del 1996, grazie a L’Ulivo, la coalizione partitica che riesce nel difficile compito di risanare i conti pubblici, rispettare i parametri previsti dal Trattato di Maastricht e, quindi, far rientrare l’Italia tra i paesi dell’area dell’euro.
Il primo governo Prodi, però, entra dopo due anni in ambasce, lacerato dal conflitto tra la sua componente più moderata (Pds, Ppi) e quella più radicale (Prc, Verdi).
La ragione principale della crisi che nel 1998 porta alla sua caduta va ricercata, a parere di Bassolino, nella «mancanza di respiro politico», in quanto non si riesce a far diventare L’Ulivo «un vero soggetto politico», cioè «un partito capace di andare oltre e al di là di Ds e Margherita», né si riesce a cambiare marcia nella gestione del Sud, proponendo «investimenti veri e non sussidi, più mercato e più stato sociale».
L’uscita dalla maggioranza del Prc – da cui si scinde il Partito dei comunisti italiani, che rimane ne L’Ulivo – determina l’avvento, nell’ottobre del 1998, del governo D’Alema, con una nuova coalizione di centrosinistra allargata all’Unione democratica per la Repubblica di Francesco Cossiga e Clemente Mastella.
Bassolino, nonostante qualche dubbio iniziale, entra a far parte del governo, diventando ministro del Lavoro, anche se a tempo determinato, come egli stesso chiarisce nel libro: «Decido di darmi un tempo attorno ai 6 mesi e poi valutare».
Il ministro onora da subito il nuovo incarico e firma in dicembre con i sindacati il Patto per lo sviluppo e l’occupazione, ma l’attività ministeriale finisce col sovrapporsi a quella di sindaco, obbligandolo a un continuo viavai tra Napoli e Roma, che suscita vivaci critiche nel capoluogo campano.
Dopo l’omicidio, da parte delle Brigate rosse, di Massimo D’Antona, suo principale collaboratore, egli decide di rinunciare all’incarico governativo, non prima però di aver mediato positivamente tra sindacati e imprenditori per il rinnovo del contratto di lavoro degli operai metalmeccanici.La conquista della Regione
Bassolino fa il sindaco ancora per un anno, poi la sua carriera politica subisce un’accelerazione, perché ottiene la candidatura a governatore della Campania nelle elezioni regionali del 2000.
D’Alema e Berlusconi hanno attribuito a queste elezioni amministrative una notevole rilevanza politica ed è per tale ragione che il Pds fa scendere in campo alcuni tra i suoi maggiori rappresentanti. L’esito del voto, però, è infausto per il governo: il centrodestra prevale in nove regioni su sedici, grazie anche all’accordo tra Forza Italia e la Lega Nord, che nel 1994 aveva abbandonato Berlusconi, provocandone il momentaneo tracollo politico.
D’Alema si dimette e si forma un nuovo esecutivo di centrosinistra, guidato da Giuliano Amato, che traghetta il paese verso le elezioni politiche del 2001, nelle quali prevale nuovamente il centrodestra, anche a causa della frammentazione degli avversari (divisi tra Democrazia europea, Italia dei valori, L’Ulivo e Prc).
Bassolino, comunque, conquista nel 2000 la Campania con un buon risultato elettorale, ottenendo il 54,3 per cento di voti. La nuova giunta riesce a cambiare registro nella gestione della Regione: «Per la prima volta vengono fatti i concorsi, pubblici e trasparenti, per funzionari e dirigenti».
Bassolino, inoltre, cerca di spendere bene i soldi previsti dal Fondo sociale europeo, che vengono investiti in vari settori strategici della società campana (agricoltura, ricerca, trasporti). Secondo Bassolino, infatti, «le ingenti risorse che riversiamo nell’economia regionale svolgono un’importante funzione anticiclica».
Qualcosa, tuttavia, continua a non andare per il verso giusto: ad esempio, lo smaltimento dell’immondizia, che versa in condizioni penose, nonostante nel 2000 Bassolino venga nominato commissario straordinario ai rifiuti (carica da lui ricoperta fino al 2004).«Il mio errore più grande»
Nel 2005, grazie al rinnovato impegno politico di Prodi, si costituisce la Federazione dell’Ulivo, che successivamente forma L’Unione. Le elezioni regionali che si svolgono in quell’anno si risolvono in una débâcle per il governo di centrodestra e in un trionfo per l’opposizione: finisce 12 a 2 per L’Unione!
La schiacciante vittoria, tuttavia, illude i dirigenti ulivisti che il berlusconismo sia agli sgoccioli: ciò li induce a pensare che «non c’è più bisogno di essere o almeno apparire uniti» e che, perciò, «la competizione all’interno del centrosinistra si riapre».
Bassolino è incerto se ricandidarsi o no come presidente della Regione Campania, perché è convinto che «esistono le condizioni per un ricambio di classi dirigenti» e anche perché vorrebbe «tornare a fare politica», ma dopo un colloquio con Prodi capisce che è l’unico in grado di gestire la composita e problematica realtà campana, nella quale operano leader nazionali del calibro di Ciriaco De Mita (La Margherita) e Alfonso Pecoraro Scanio (Federazione dei verdi), oltre al già citato Mastella.
Bassolino viene rieletto con una squillante vittoria, conquistando il 62 per cento dei consensi. Ciò nonostante, egli in Napoli Italia sostiene che «la scelta di ricandidarmi alla Regione è il mio errore più grande», confessando le difficoltà insorte nella formazione della nuova giunta, che, in seguito, peseranno sulla sua amministrazione: Mastella, dopo essersi accordato con il segretario dei Ds Piero Fassino, gli impone l’assegnazione all’Unione democratici per l’Europa di due assessorati e della presidenza del consiglio regionale (conferita ad Alessandra Lonardo, moglie del leader dell’Udeur).La riscossa ulivista...
La Margherita cambia nel 2005 la propria linea politica, proponendosi come forza centrista in grado di intercettare i voti dell’elettorato di destra: infatti, uno dei suoi principali dirigenti nazionali, Francesco Rutelli, «si dice pronto a raccogliere forze e singoli parlamentari che decidono di abbandonare Berlusconi».
In tal modo L’Unione diviene – secondo Bassolino – «il centrosinistra con il più classico dei trattini», cioè un “centro-sinistra” sbilanciato su posizioni moderate e disponibile a operazioni politiche di tipo trasformistico, mentre sarebbe preferibile «consolidare la scelta bipolare e mitigare il conflitto tra centro e sinistra in nome di un progetto unitario da rilanciare con forza».
Nonostante il 16 ottobre 2005 Prodi vinca le primarie per la scelta del candidato premier con una larga maggioranza di voti (74,1 per cento dei consensi su quattro milioni e trecentomila votanti), L’Unione non decolla sul piano politico. Anzi, finisce per subire una serie di contraccolpi negativi, allorquando scoppia lo “scandalo Unipol” (nel quale vengono implicati D’Alema e Fassino) e viene approvata dal parlamento la nuova legge elettorale, che, introducendo il sistema proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate, la mette in difficoltà.
Alle elezioni politiche del 2006 i Ds e La Margherita presentano una lista unica alla Camera (L’Ulivo), ma non al Senato, dove, concorrendo con due simboli distinti, prendono meno voti: questo errore impedisce a Prodi, pur vincendo le consultazioni, di ottenere un’ampia maggioranza in entrambi i rami del parlamento.
La vittoria del centrosinistra alla Camera si concretizza in Campania, a notte fonda, con appena ventiquattromila voti di vantaggio: proprio Bassolino telefona a Prodi, comunicandogli «che può andare sul palco dei SS. Apostoli e annunciare il risultato».
Appare da subito evidente la fragilità del secondo governo Prodi, che si regge grazie ai voti dei senatori a vita: per accontentare le composite anime della coalizione (formata da ben quindici partiti!) «si spacchettano ministeri per aumentarne il numero e soddisfare le pretese di ogni singola forza». Il numero dei membri dell’esecutivo è straordinario: «18 ministri con portafoglio, 8 senza portafoglio, 10 viceministri e 66 sottosegretari. Un premier e due vicepremier». Centocinque persone in tutto!...e il trionfo del centrodestra
Il governo Prodi sopravvive appena venti mesi: il 24 gennaio 2008 viene sfiduciato al Senato, grazie ai voti determinanti dei Liberaldemocratici, di Sinistra critica, dell’Udeur e di Domenico Fisichella, indipendente eletto nelle fila de La Margherita. Alle elezioni politiche che si tengono a maggio, il centrodestra trionfa, conquistando una netta maggioranza parlamentare, mentre il centrosinistra, spaccato in quattro tronconi (Partito democratico e Italia dei valori, La Sinistra – L’Arcobaleno, Partito socialista, Partito comunista dei lavoratori), viene sonoramente sconfitto.
Inizia una nuova fase politica, segnata dal prevalere di due partiti (il Popolo delle libertà e il Pd), che però sono scossi al loro interno da dissidi e fronde, di cui paga le conseguenze, innanzi tutto, il segretario del Pd, Walter Veltroni, costretto a dimettersi dopo la sconfitta del suo partito alle elezioni regionali sarde del 2009.
Anche il Pdl, tuttavia, subisce una grave scissione nel 2010, quando Gianfranco Fini lo abbandona per fondare un nuovo raggruppamento politico di centrodestra, Futuro e libertà per l’Italia, che esce dalla maggioranza, creandole grosse difficoltà.
Bassolino, coinvolto in una serie di indagini giudiziarie, è intanto giunto alla fine della sua parabola politica. Nel settembre del 2009 dichiara in conferenza-stampa che «è giusto aprire una fase nuova di rinnovamento politico e, se possibile, anche generazionale», annunciando l’intenzione di ritirarsi dalla politica attiva.L’emergenza dei rifiuti
In quel periodo riesplode a Napoli l’annoso problema dello smaltimento della spazzatura. La ragione di fondo, secondo l’autore, va ricercata nel lontano passato, ovvero nell’uso distorto delle discariche, «grandi fossi nei quali per decenni è stato sversato di tutto [...] non solo i rifiuti urbani, ma anche i rifiuti industriali non trattati e quelli tossici di ogni tipo [...] i rifiuti campani e quelli provenienti dal Nord».
Nella duplice veste di presidente della Regione e di commissario straordinario, Bassolino cerca di attuare il Piano regionale per lo smaltimento dei rifiuti approvato nel 1997, che prevede «la costruzione di 2 termovalorizzatori, 7 impianti di Cdr (combustibile derivante da rifiuto) e la raccolta differenziata al 37%», il cui appalto è stato vinto dalla Fibe, un’azienda del gruppo Impregilo, di proprietà della Fiat.
I suoi sforzi, però, vengono vanificati dalla convergenza in consiglio regionale tra l’opposizione del centrodestra e l’ala radicale del centrosinistra, la quale «avversa i termovalorizzatori, gli impianti di Cdr, la filosofia ‘privatistica’ del Piano e indica come unica alternativa il ricorso integrale alla raccolta differenziata».
Nei tre anni e otto mesi durante i quali ricopre l’incarico di commissario straordinario, Bassolino porta al 13 per cento la raccolta differenziata, riesce a far costruire gli impianti per il Cdr (in cui si producono le famose “ecoballe”), ma non i termovalorizzatori per l’incenerimento dei rifiuti, a causa delle proteste dei cittadini. La situazione si aggrava, soprattutto dopo che nel 2007 la magistratura dispone il blocco dei beni dell’Impregilo, tra cui il costruendo termovalorizzatore di Acerra.
A questo punto Bassolino tenta di riaprire la discarica di Pianura, dentro il comune partenopeo, ma si scatena una rivolta che degenera in «una spirale di violenza gestita da gruppi di ultras del Napoli e da gruppi camorristi». I rifiuti, infine, vengono spediti in Germania, dove si provvede a smaltirli a pagamento.
La situazione si normalizza nel 2008 grazie all’impegno del sindaco partenopeo, Rosa Russo Iervolino, e del commissario straordinario ai rifiuti, Guido Bertolaso, che riescono a individuare nuove discariche.
L’emergenza, però, non viene completamente superata: nel 2010 le montagne di rifiuti ritornano per le strade di Napoli e, con esse, il malcontento popolare.Le ultime vicende giudiziarie
Ricordiamo, in conclusione, le ultime inchieste giudiziarie nelle quali risulta indagato Bassolino (di cui, in verità, nel libro si fa solo un breve cenno).
Nel luglio 2007 l’ex governatore campano è stato rinviato a giudizio – insieme a 28 imputati, tra cui Paolo e Piergiorgio Romiti, dirigenti dell’Impregilo – per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, frode in pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio; nell’ottobre 2009 è stato indagato, insieme al prefetto di Napoli Alessandro Pansa, per presunte irregolarità nell’affidamento di lavori di bonifica di siti e falde inquinate nella zona dei Campi Flegrei; nel febbraio 2008 è stato rinviato a giudizio per frode in pubbliche forniture, truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, falso e reati ambientali; nel marzo del 2010 è finito sotto processo con l’accusa di peculato.
Nel dicembre del 2007, inoltre, egli è stato riconosciuto colpevole dalla Corte dei conti campana per aver arbitrariamente istituito, in qualità di commissario straordinario ai rifiuti, un call center informativo che avrebbe sprecato ingenti quantità di denaro pubblico, ed è stato condannato al pagamento di tre milioni e duecentomila euro di multa. È doveroso sottolineare che si tratta di accuse ancora da dimostrare in sede di dibattimento e che, riguardo alla sentenza della Corte dei conti, Bassolino ha presentato ricorso in appello.
La sua figura, tuttavia, è uscita fortemente offuscata dagli scandali, anche perché l’emergenza dei rifiuti – oltre all’inquietante presenza della criminalità organizzata – ha fatto affiorare un ginepraio di affari poco chiari.
Ricordiamo, inoltre, l’assurda vicenda delle “ecoballe”, cioè dei circa otto milioni di tonnellate di Cdr (rifiuti “ecologici”), che dimorano in temporanei siti di stoccaggio e non possono essere smaltiti, perché... contengono sostanze altamente tossiche!
Ci risulta che la spazzatura campana continui a essere inviata periodicamente in Germania, dove subisce un idoneo trattamento in impianti meccanico-biologici, separandone le parti solide (poi riutilizzabili come materie prime) da quelle organiche, che sono smaltite negli inceneritori o adoperate per produrre il compost.
È un’operazione relativamente semplice, che potrebbe realizzarsi anche in Italia, senza ulteriori aggravi di spesa per trasportare all’estero l’immondizia.
Sembra di assistere a un film tragicomico, ma purtroppo si tratta dell’ennesimo inghippo della rocambolesca storia della Seconda Repubblica italiana...Giuseppe Licandro
(direfarescrivere, anno VII, n. 64, aprile 2011)
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May 17, 2013 |
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By Arianna Amaducci -
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Un racconto di ferite mai guarite tra la solitudine e il
dolore per indagare a fondo nell’anima
di Guglielmo ColomberoDa Wlm un intenso racconto di vita
tra conflitti e inaspettate possibilità«Attimi che scivolano via. Attimi della mia vita che sono un fuoco che consuma i res ... (
continue ) Un racconto di ferite mai guarite tra la solitudine e il
dolore per indagare a fondo nell’anima
di Guglielmo ColomberoDa Wlm un intenso racconto di vita
tra conflitti e inaspettate possibilità«Attimi che scivolano via. Attimi della mia vita che sono un fuoco che consuma i respiri e i sogni, che brucia lacrime asciugate agli occhi insonni. La sua pelle vibra nelle mie vene disseccate come uno schiocco di vento arido che scandisce un tempo allungato di agonie. Vivo di grida acute e silenziose che graffiano l’oceano fino alle fosse». Debuttando nella narrativa con Io non sono di qui (Wlm, pp. 266, € 15,00), romanzo autobiografico pubblicato dall’editore Walter Manzoni, da sempre impegnato nella scoperta di nuovi talenti, l’artista polivalente Arianna Amaducci (dipinge quadri e scrive poesie, racconti e romanzi) affronta i percorsi aspri della solitudine e del dolore, e sa cristallizzare dentro le gocce d’ambra dei ricordi sentimenti ed emozioni distillate da una sapiente alchimia di parole. Il suo è un incessante nomadismo interiore: inseguire la felicità e sfiorarla senza mai raggiungerla, come una libellula impazzita che ti vola via dalle dita. Aggrapparsi alla vita con i denti, anche quando uno spaventoso vuoto mentale si riempie unicamente della voglia di farla finita, e domare la bestia invisibile che tenta di divorarti dall’interno.
Una sonda calata nelle pieghe oscure del disagio
Voler cercare le radici passate di un disagio profondo nella ferita mai rimarginata della morte prematura del padre: «Ora so che lui era il cuore della nostra casa e della mia infanzia. La nostra famiglia era finita. Sepolta con lui, al buio e con i ragni». Oppure nello stillicidio quotidiano di umiliazioni inflitte a una bambina ipersensibile da una madre oppressiva e da un fratello incarognito dalla gelosia: «Mio fratello mangiava come un cavallo, ma era magro, e stava crescendo. Quindi il suo piatto era sempre colmo. Io guardavo la mia piccola porzione e soppesavo tutto nel mio cuore. Meno cibo mi veniva concesso, meno amore ricevevo». Ma anche nell’innocenza profanata da carezze lascive scaturite dalla penombra satura d’incenso di un confessionale: «Sentivo il suo desiderio passare attraverso i buchi della grata. Sentivo i suoi occhi forare il buio. Sentivo una mano malvagia che si impossessava di me. Da allora, il piacere e il dolore si sono mescolati dentro di me. Per sempre». Sentire di non appartenere a un mondo arido e ostile contaminato dall'impossibilità di amare, e nonostante questo continuare a sognare di riprendere il volo, come una rondine ferita che dispiega nuovamente le ali.Un racconto che lascia tracce profonde in chi legge
La prosa vivida e coinvolgente di Arianna Amaducci, autrice di raffinata sensibilità sia figurativa che letteraria (la copertina del libro riproduce un suo dipinto, Leggerezza), racchiude sprazzi di lirismo struggente che illuminano soprattutto la prima parte, che si addentra nella dolorosa rievocazione della sua infanzia tormentata tratteggiando il suo «gruppo di famiglia in un interno»: un sordido microcosmo piccolo borghese, in cui il perbenismo ipocrita è talmente radicato da stendere una cortina di omertà sulle molestie sessuali subite da Arianna in oratorio, colpevolizzando la vittima e non il carnefice.
«Oggi io sono l’amore che divora. La calura che toglie le forze. Il miasma asfissiante da cui corre lontano chi ho amato e chi amo»: è quasi una sentenza di condanna che Arianna pronuncia contro se stessa, contro la propria innocenza, dopo aver ripercorso con impietosa lucidità i sentieri del disagio mentale, sfociati in un paio di occasioni in agghiaccianti episodi di autolesionismo. Emarginata dalla famiglia, divisa fra due amori che incarnano per lei una lacerazione insanabile, capace di slanci passionali incandescenti seguiti da cadute verticali nella più cupa e devastante depressione, Arianna si interroga continuamente sulle radici del proprio malessere. Ma le risposte si contorcono in nuove domande, in altri angosciosi interrogativi irrisolti che continuano a riecheggiarle nella mente. Il senso di estraneità che pervade il titolo stesso del romanzo è frutto di un’afasia comunicativa, di un grido strozzato che nessuno raccoglie: Arianna non capisce il mondo in cui vive, come un’aliena precipitata sulla terra da un altro pianeta, e il mondo non capisce lei. «Oggi penso che mi manca qualcosa, una connessione, un meccanismo, un enzima, o non so che altro, e questo mi impedisce di capire la realtà, interpretarla e adattarmi a essa». Eppure la vitalità di Arianna è inesauribile, rigenera se stessa nella contemplazione della natura, si sublima in piccoli gesti d’amore verso le creature più fragili e indifese, apparentemente insignificanti, ma che invece racchiudono un inestimabile valore: il massaggio amorevole che ridona il respiro a un pesce agonizzante, una tenera carezza che infonde calore alla pelle di una bambina cerebrolesa… La rondine, anche se con un’ala spezzata, ama troppo la vita per lasciarsi morire, e una volta guarita torna a librarsi nell’aria. Io non sono di qui ha un pregio raro nel panorama letterario italiano: quello di arricchire interiormente chi lo legge. Anche attraverso quella catarsi lancinante che il grande Carlo Emilio Gadda definì «la cognizione del dolore».Guglielmo Colombero
(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 41, gennaio 2011)
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May 17, 2013 |
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- Marx ed Engels: indagini di classe (13)
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By Alvaro Torchio, Dario Piccotti -
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Marx ed Engels: indagini di classe
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Ideologia e società: uno sguardo teorico
per l’investigazione
di Luna GenzanoMarx ed Engels: due detective sociali
in un romanzo filosofico per Rubbettino«Credo che li unisse fra l’altro un legame quasi forte quanto la dedizione alla classe operaia: il loro inesauribile senso d ... (
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per l’investigazione
di Luna GenzanoMarx ed Engels: due detective sociali
in un romanzo filosofico per Rubbettino«Credo che li unisse fra l’altro un legame quasi forte quanto la dedizione alla classe operaia: il loro inesauribile senso dell’umorismo» (Eleonor Marx)
La dottrina della lotta di classe e la filosofia storicista alla base del marxismo radicalizzate nella messa in scrittura di due innovativi autori come Dario Piccotti e Alvaro Torchio.
Marx ed Engels: indagini di classe (Rubbettino, pp. 170, € 12,00) è un romanzo in cui le speculazioni filosofiche dei protagonisti, Marx ed Engels, fanno da struttura ideologica ad una storia poliziesca in cui i due pensatori, smessi i panni di studiosi, si improvvisano detective di eccezione in cinque indagini poliziesche collocate fra l’Inghilterra e l’Italia nella seconda metà dell’Ottocento.
Le storie, ben ambientate e descritte, non si discostano molto dalla realtà dell’epoca, in quanto dettagli e personaggi sono direttamente presi da profili storici e situazioni realmente accadute.
Fra battute e umorismo si rievocano i cardini del socialismo scientifico “fondato” dai due studiosi, regalando così, in maniera leggera e mai pedante, gocce fondamentali del pensiero votato alla politica e al sociale di cui sono zeppi i manuali di filosofia.
Dunque non un saggio ma un bel romanzo, scritto bene e piacevole nella lettura, in cui la filosofia è solo il fondamento di un giallo appassionante.Il materialismo investigativo
Un metodo d’indagine brillante ed efficace poggiato su quel materialismo che è base di ogni teoria marxista. Il materialismo da storico è qui declinato in chiave indagatrice: il materialismo investigativo.
Questo richiamo continuo alle tesi marxiste è ampiamente ribadito dalle note degli autori, a fine testo, che ben evidenziano i carteggi e le opere di Marx ed Engels presenti nei racconti nei riferimenti essenziali agli scritti rinvenibili nella narrazione e in modo particolare nei dialoghi.
E così, fra una pagina e l’altra, tra un delitto commesso e un caso risolto, incappiamo negli scritti più celebri dei due “rivoluzionari” del pensiero ottocentesco; da L’ideologia tedesca al Manifesto del partito comunista, passando per Il Capitale fino a Miseria della filosofia.
Nel testo gli autori hanno così saputo sapientemente mettere in pratica, anzi per iscritto, ciò che è stata forse la più grande intuizione di Marx, quell’unione necessaria fra la prassi e la teoria qui rappresentata dalla grande dottrina filosofica e la pratica discorsiva della narrazione.
La teoria dello storicismo marxista ben si coniuga alla prassi della scrittura.
La copertina riflette appieno il senso del libro, il classico simbolo della falce e del martello proietta l’ombra della lente d’ingrandimento, strumento per antonomasia di ogni detective.Dialoghi
Nei dialoghi, ancor di più che nella narrazione, è riportato lo spirito ironico e affettuoso che univa i due studiosi, quel vincolo di amicizia che legava i due teorici del comunismo al pari di quella “fede” incrollabile verso il movimento operaio e la necessità di un sovvertimento dei valori.
Un’incessante schermaglia fatta di sarcasmi, finte invettive e battute ironiche che ben evidenzia la loro forte amicizia.
Dialoghi vivaci e coinvolgenti che spezzano la descrizione rendendo più scorrevole e piacevole la lettura.Racconti
Si passa dal delitto commesso davanti a una folla di persone e “mascherato” da morte per
cause naturali, a quello cosiddetto della “camera chiusa”, in cui il cadavere viene ritrovato in una stanza chiusa a chiave dall'interno.
Ci sono il tentativo di far impazzire una persona o ancora il caso dell'innocente accusato ingiustamente, che non può tuttavia difendersi dalle accuse, perché nemmeno lui è sicuro di ciò che ha fatto.
Sono ripercorsi alcuni dei più classici temi del giallo: avvenimenti con precisi ed evidenti riferimenti storici e geografici.Narrazione
Uno stile fluido e semplice condito da sana ironia e tanti riferimenti che, al contrario di numerosi altri testi, non divengono pedanti ma anzi arricchiscono il racconto di citazioni e puntuali riferimenti storici.
Una narrazione che “scivola” leggera fra le pagine di un testo che appassiona e diverte, che trascina e coinvolge.
Il lettore “mangia” le pagine con gusto, con il desiderio, pagina dopo pagina, di seguire queste stravaganti storie e ritrovarsi, senza retorica né affanno culturale, fra le tesi più affascinanti della storia politica e filosofica del secolo breve.
Non un semplice racconto ma un gruppo di storie incastrate in un’unica narrazione omogenea che ben si sposa col carattere ironico e giocoso dei personaggi, una modalità stridente rispetto alla “grandezza” delle tesi di cui il libro è comunque portatore ma sicuramente idonea al tipo di storia che si è voluto raccontare.
Radicalizzazione della filosofia più eversiva, rivoluzione narrativa di due penne brillanti che hanno saputo ben mettere in prosa le speculazioni più ardite.Luna Genzano
(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n 41, gennaio 2011)
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May 17, 2013 |
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- Dopo di lui il diluvio (74)
- Weimar, Italia
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By Oliviero Beha -
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Riorganizzare il Belpaese:i giovani e l’informazione.
Cosa resta all’Italia di Silvio dopo sedici anni di governo
di Paola ZagamiIpotesi di post “berlusconismo”
in un testo edito da ChiarelettereQuando mancano categorie specifiche per designare una situazione nuova è naturale r ... (
continue ) Riorganizzare il Belpaese:i giovani e l’informazione.
Cosa resta all’Italia di Silvio dopo sedici anni di governo
di Paola ZagamiIpotesi di post “berlusconismo”
in un testo edito da ChiarelettereQuando mancano categorie specifiche per designare una situazione nuova è naturale ricorrere a similitudini spesso approssimative. Giornalisti e scrittori sembrano fare a gara per trovare il paragone più azzeccato con l’attuale situazione politica del paese, tanto delicata quanto decifrabile a fatica da tutti coloro che la stanno vivendo. Al centro delle riflessioni di ognuno si trova, naturalmente, il premier Silvio Berlusconi, capace di segnare indelebilmente sedici anni di storia del nostro presente. Sulla sua politica più o meno condivisibile si può dire decisamente meno dello stile di vita, della mentalità e del sistema di valori mutuato dalla sua irripetibile esperienza di politico e vertice del sistema informativo del paese, per via della gestione di gran parte dei mezzi di comunicazione. Una sorta di Napoleone con ambizioni presidenziali per alcuni, un imperatore amante dei vizi e degli intrighi di palazzo per altri e Re Solicello secondo Oliviero Beha, giornalista sportivo e non solo, autore di Dopo di lui il diluvio. Weimar, Italia (Chiarelettere, pp. 244, € 14,00). Senza eufemismi o preamboli, Beha riflette su svariati aspetti della società italiana al tramonto del berlusconismo, dalla condizione giovanile all’informazione, dall’economia ai rapporti tra stato e chiesa.
I giovani e l’incerto futuro dell’Italia
In mano ai giovani è la sorte del paese, eppure loro rappresentano la categoria più snobbata dagli imperanti padri e baby boomers. La totale indifferenza nei confronti del futuro da parte di chi si concentra sul “qui e ora” fa sì che l’Italia sia uno dei paesi con la minore mobilità sociale, ovvero la capacità da parte degli individui di passare da uno status sociale all’altro attraverso un mix virtuoso di istruzione e lavoro fondato idealmente sulla meritocrazia. Con la forza dei dati statistici l’Ocse mette tutti gli abitanti del Belpaese di fronte ad una sconsolante verità: la vischiosità sociale è tale da garantire una sorta di ereditarietà dello stipendio. Vale a dire che difficilmente il figlio di un operaio potrà ambire a posizioni di prestigio nel lavoro, al contrario di un coetaneo che ha un genitore laureato. Da questa perpetuazione di caste sociali e professionali tipicamente italiana ne consegue una vera e propria invidia sociale. Gli esempi per i giovani latitano ancor più delle loro possibilità di crescita: una maggioranza di vecchi, incapaci di cedere il passo ai giovani, ritenendoli piuttosto una proprietà e fornendo modelli di comportamento inadeguati. Non è casuale che la povertà sociale e culturale abbia reso la cocaina non solo un bene per ricchi e potenti, come qualche anno fa, ma ricercatissimo da fasce di popolazione sempre più giovane. Tale fenomeno costituisce il segnale di una situazione più che difficile: «Guardiamoli/guardiamoci senza ipocrisia: automobilisti cocainomani che raccattano in massa, in senso strettissimo ma anche simbolico, l’eredità degli industriali del settore che per decadi si sono consumati il naso. E tutti lo sapevano e nessuno poteva dirlo o scriverlo. Lo fanno i loro ‘eredi’, e senza pudore, lo fa purtroppo anche una porzione dilatata di popolazione che tenta così di riempire una voragine che ci riguarda tutti».La stampa italiana e la novità del Fatto quotidiano
Il sistema dell’informazione in Italia non riesce affatto a risollevare gli umori degli italiani, per ora in caduta libera. Parte dei quotidiani nazionali, come osserva Oliviero Beha, ancor più che alla politica sono legati ad una casta o un gruppo finanziario che fa capo a poteri forti della politica, ma anche e soprattutto dell’industria. Ad affermarsi su presupposti differenti è il Fatto quotidiano, che ha in forze non solo l’autore del libro, ma anche Antonio Padellaro e il notissimo Marco Travaglio.
L’intento originario della fondazione nel 2009 – sta al lettore giudicarne l’effettiva messa in atto – è scovare e raccontare tutte le notizie di pubblico interesse senza convenienze di parte, ovvero sul versante politico, economico o finanziario. L’ispirazione arriva dal genere giornalistico dell’inchiesta, che vive un periodo di crisi non solo per i costi economici che comporta, ma anche per la diminuita tolleranza nei suoi confronti. Non a caso si propongono limitazioni alle intercettazioni con il disegno di legge bavaglio e l’utilizzo dello strumento della diffamazione. Non solo danni subiti dalla persona diffamata, ma anche «l’uso intimidatorio che il potere sempre più spesso ne fa minacciando e querelando per dissuadere a priori dall’informare su di esso e sui suoi frequentissimi reati. Il potere, i potenti, la classe dirigente usa la legge (legittimamente) per impedire che si racconti come essa la viola. Il corto circuito è pressoché ultimato e il fusibile siamo noi lettori/cittadini/elettori».
Sconsolante scenario di un’informazione forse deviata o quantomeno a metà.Paola Zagami
(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 41, gennaio 2011)
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May 17, 2013 |
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I Pastori - Li Pastre
La delicata fiaba di un Premio Nobel sui pastori e le tradizioni provenzali riproposta con divertenti illustrazioni
Da Edizioni Coccole e caccole una storia antica
che insegna la semplicità a grandi e piccini
di Pamela Quintieri
Le memorie del popolo occitano rivivono in una fiaba ... (
La delicata fiaba di un Premio Nobel sui pastori e le tradizioni provenzali riproposta con divertenti illustrazioni
Da Edizioni Coccole e caccole una storia antica
che insegna la semplicità a grandi e piccini
di Pamela Quintieri
Le memorie del popolo occitano rivivono in una fiaba delicata: I pastori di Frédéric Mistral (1830-1914). Un breve racconto, preso in prestito alla tradizione provenzale, pubblicato per la prima volta nel 1889 eppure di grande attualità, che rivela il senso profondo del Natale e la semplicità, fonte insostituibile di ricchezza interiore. Per questo viene riproposta ai nostri bambini in versione italiana con il titolo I pastori. Li pastre (Edizioni Coccole e caccole, pp. 14, € 6,90)
Con attenzione, i pastori accompagnano gli animali verso i pascoli, guidandoli e cercando di proteggerli dalle numerose avversità. Così, da sempre, procede la vita del vecchio Ferland, abitante del Grès, finché per una distrazione un giorno conduce il gregge al pascolo sbagliato e viene convocato in tribunale a rendere conto del suo reato. «Voi pastori, si sa, fareste mangiare vostro padre dalle pecore se solo aveste un padre fatto d’erba» lo accusa il giudice. Eppure Ferland, con schiettezza e profonda umiltà, asserisce che troppo spesso i pastori sono ritenuti colpevoli, a torto, di qualunque misfatto. «Se viene bucata una siepe, se viene scosso un albero di fichi, se viene rubata una gallina… Chi è stato?… I pastori!…», dichiara e sottolinea come, invece, sono proprio loro le figure centrali del presepe e, non a caso, quelle più vicine al Buon Dio nella notte di Natale. Se teniamo presente che i pastori non godevano al tempo di forte considerazione visto che passavano la loro vita con le bestie, isolati dal resto della società e considerati sporchi, Dio sceglie di rivelarsi loro per dare rilievo al senso di una religione, quella cattolica, che volutamente sta dalla parete degli ultimi, degli emarginati, perché la semplicità è un valore incancellabile che ci sostiene di fronte alle numerose difficoltà della vita.
Una “facezia”, così definì la storia lo stesso Mistral. Un racconto divertente, aggiungiamo noi, qui riproposto nell’adattamento di Anselmo Roveda, scrittore genovese, esperto di folclore e da sempre impegnato nel tentativo di mantenere vive le memorie popolari. Gli illustratori, Sandro Natalini e Agnese Baruzzi, entrambi bolognesi, disegnano una fiaba cartonata pieghevole, a mo’ di gioco, per far sognare e riflettere insieme grandi e piccini. «Illustrare storie per bambini è per me un onore e una grande responsabilità perché contribuisco, nel mio piccolo, alla crescita dei cittadini di domani», così lo stesso Natalini riassume il significato del proprio lavoro in un’intervista per la testata online Educazione&Scuola.
Una lingua ancora viva
Scritto con il testo occitano a fronte, e così riproposto anche dall’editore italiano, il racconto di Mistral venne per la prima volta pubblicato su Armana Provençau (Almanacco Provenzale), l’annuario del movimento culturale fondato dallo stesso Mistral a salvaguardia della letteratura provenzale. In quest’opera l’autore presenta, anche ai più giovani, una lingua di minoranza, quella degli antichi cantori medievali, la lingua d’oc, tuttora utilizzata nel sud della Francia, sulle Alpi del Piemonte , sui Pirenei e persino in un piccolo centro della Calabria litoranea, Guardia Piemontese.
Fu l’incontro con Joseph Roumanille, poeta, suo maestro ed editore, che avvicinò Mistral alla letteratura occitana, suggerendogli di scegliere una grafia semplificata, basata sul francese, da quel momento detta “mistraliana” per distinguerla da quella dei trovatori, nota, invece, come grafia “classica”. Così tanto innamorato della sua terra e della sua lingua, lo scrittore fondò nel 1854 il movimento Félibrige, che si impegnava a favore della rivalutazione in letteratura della lingua provenzale, intesa all’epoca non come parlata della sola Provenza ma di tutta la regione occitana. Figura portante del mouvement, Mistral prese a blasone, insieme agli altri félibres, la cicala, messaggera dell'estate e simbolo sia del sole sia del territorio a lui così tanto caro.
Mistral riscattò la lingua provenzale, elevandola ai medesimi vertici della poesia epica; la qualità dei suoi testi fu poi confermata dall'ottenimento dei più prestigiosi premi letterari. Nel 1904 venne difatti insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «In riconoscimento della chiara originalità e della vera ispirazione della sua produzione poetica, che splendidamente riflette gli scenari naturali e lo spirito nativo del suo popolo, e, in aggiunta, al suo importante lavoro come filologo provenzale». Alla cerimonia di premiazione, Mistral non fu presente e delegò un ministro, in sua vece, a ritirare la somma vinta. Proprio tale premio fu utilizzato per l'ampliamento della raccolta etnografica del Museon Arlaten (Museo di Arles) che può essere visitato nei locali dell’Hôtel Laval-Castellane. Creato nel 1896 per volere dello stesso Mistral, ancora oggi è testimone e custode di buona parte del materiale sulla cultura provenzale e sul Félibrige.
Un editore impegnato nel sociale
La fiaba è pubblicata da Edizioni Coccole e caccole, di Belvedere Marittimo (Cs), una casa editrice orgogliosa di utilizzare macchinari rigorosamente italiani e soprattutto sostanze sicure, come la carta riciclata, nel rispetto assoluto dell’ambiente. Anche la scelta di raccontare storie dal profondo senso morale, ricche di metafore e insegnamenti etici, come quella di Mistral sottolinea un impegno nobile, con l’intento di rivolgersi ai lettori di qualunque età e l’obiettivo di educarli a diventare sempre più esigenti. «Coccole e caccole svolge questo lavoro, tra mille difficoltà, nella realtà calabrese, una realtà problematica e che poco spazio lascia a iniziative come la nostra», si esprime così l’editore, forte delle scelte etiche compiute ogni giorno. La collaborazione dal 2005 con Andersen – Il mondo dell'infanzia per la sezione “Le minoranze linguistiche in Italia” e la creazione del “Fondo del libro” evidenziano che Edizioni Coccole e caccole lavora nel senso del recupero delle tradizioni, appoggiando anche con interessanti e originali iniziative il mondo della letteratura per ragazzi.
Pamela Quintieri
(direfarescrivere, anno VII, n. 66, giugno 2011)