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Questo è decisamente un libro da leggere, nonché un libro fuori dal comune. Il suo oggetto è costituito dalla NDE, ovvero quelle Near Death Experiences o esperienze di premorte la cui esistenza, indipendentemente dalla interpretazione, è un dato del tutto acquisito, ci piaccia o meno. E poiché quest ... (continue)
Questo è decisamente un libro da leggere, nonché un libro fuori dal comune. Il suo oggetto è costituito dalla NDE, ovvero quelle Near Death Experiences o esperienze di premorte la cui esistenza, indipendentemente dalla interpretazione, è un dato del tutto acquisito, ci piaccia o meno. E poiché queste sono esperienze di chi, dato per clinicamente morto, è tornato da noi con qualcosa da raccontare, si tratta di un tema per cui è difficile immaginare qualcosa di più interessante e coinvolgente. La letteratura e gli studi in proposito sono cresciuti alquanto dal primo saggio di Raymond Moody (un medico e un filosofo, non un cartomante) e dalla prima sistematica analisi di Michael Sabom (un cardiologo, per quanto esterrefatto, non un compilatore di oroscopi), e tuttavia finora era mancata un’opera capace di coniugare la portata dell’analisi e il rigore metodologico con il coraggio e la capacità di formulare un quadro capace di dare conto almeno della prima delle due fasi su cui normalmente si articola una esperienza di pre-morte: quella autoscopica e quella cosiddetta trascendente. Ci sono diverse cose che impressionano in questo testo: la prima è l’attenzione estrema anche al più minuto dettaglio dei resoconti delle esperienze, una attenzione capace di isolare e dare un significato a quelli che l’autore chiama gli invarianti della esperienza; ciò costituisce altresì un importante saggio sul valore della testimonianza delle persone. Secondo, la fondatezza delle obiezioni che l’autore muove a tutti quei tentativi di spiegazione riduzionistica che vedono in queste esperienze una specie di allucinazione gratuita frutto di circostanze fisiologiche estreme; l'obiezione è basata sia su dati clinici che riscontri verificati che sulla base delle caratteristiche unitarie e omogenee di una esperienza che sembra essere indipendente da razza, sesso, religione, cultura. Ulteriormente, il modello che l’autore propone non come vera e propria spiegazione (saggiamente, dato l’implacabile vespaio che l’argomento è capace di suscitare …), bensì appunto come modello, ipotesi di lavoro o, se volete, paradigma, è desunto dal contesto delle scienze fisiche; ma questa invasione di campo, lungi dall’essere una di quelle solite imbarazzanti pessime figure a cui si espongono coloro che utilizzano idee della fisica particolarmente sexy senza essere attrezzati con studi e competenze adeguate, è pertinente e illuminante, dimostrandosi non in contraddizione con ciò che di fatto è sempre stato considerato incomprensibile per definizione: cosa succede alla soglia della più misteriosa delle transizioni. L’ipotesi è da stropicciarsi gli occhi, ma l'ipotesi esplicativa (ooops, il modello) proposta dall'autore sembra effettivamente capace di dare un senso alle asserzioni di chi è ritornato. Ovviamente il testo, lungi da sistemare nello schedario delle cose spiegate questo tipo di esperienza, apre una serie di domande fondamentali, la prima delle quali è a proposito della natura della coscienza (su cui un team di cardiologi olandesi guidato da Pim Van Lommel [grazie a Kordelia per la correzione di un mio refuso!] ha già rimesso in discussione la localizzazione nel cervello – sì, mi rendo conto di cosa sto scrivendo - con ottimi argomenti); ma, in qualche modo, il libro crea fiducia nel fatto che anche le cose apparentemente più inspiegabili potrebbero essere finalmente alla portata delle nostre capacità di spiegazione.</p><p>Il testo ha delle risonanze straordinarie, facendoci intravedere possibilità del tutto nuove per la nostra cultura e per la nostra consapevolezza e ciò individuando una possibile unificazione del mondo fisico con ciò che è la coscienza e creando i presupposti per la nascita di quello che l’autore definisce una spiritualità laica. Concludo la nota esprimendo il mio stupore e la mia impressione nel trovare nelle parole di un “experiencer” di oggi a contatto con una Presenza la cui benevola natura rimane indecifrabile le stesse identiche parole che Farid Addin Attar, il mistico e poeta dell’Islam del tredicesimo secolo, fa dire nel suo straordinario testo: “Il verbo degli uccelli” agli uccelli che incontrano il Simurgh, dopo un interminabile e pericoloso viaggio alla ricerca del loro re.