Enrico Annibale Butti: L’anima. Memorie di Alberto Sàrcori
Nella sterminata e misconosciuta produzione della letteratura fantastica è possibile rivenire, in alcuni casi, dei piccoli gioielli polverosi da disseppellire dall’oblio, opere minori ma meritevoli di essere riscoperte: è il caso de il romanzo L’Anima di Enrico Annibale Butti (1868-1912), scrittore e drammaturgo milanese, oggi dimenticato ma famoso all’epoca come D’Annunzio, considerato dalla critica come l’Henrik Ibsen italiano e paragonato a scrittori come Guy de Maupassant e Huysmans . Ora, grazie alla Keres, piccola ma agguerrita casa editrice, L’Anima rivede meritatamente la luce. Una delle tematiche esplorate dall’autore nei suoi drammi e nei suoi romanzi e racconti fu la dicotomia fra ragione e irrazionalismo, un motivo che viene sviscerato in maniera approfondita appunto ne L’Anima. Il romanzo appartiene al proficuo filone tipicamente anglosassone della storia di fantasmi ed è una ulteriore dimostrazione di come questo genere possa venire padroneggiato efficacemente anche dagli italiani. Non bisogna mai dimenticare, in effetti , come le ambientazioni dei primi romanzi gotici inglese dei vari Horace Walpole e Anne Radcliffe fossere italiane.
La vicenda è ambientata a Pavia dove il protagonista, lo studente milanese di medicina Alberto Sàrcori (alter ego delle stesso Butti), sta ultimando gli studi. Nella citta lombarda Sàrcori, dopo una burrascosa relazione, conduce una vita ritirata e squallida senza distrazioni fra tetri locali universitari. Decide così, grazie all’intercessione di un amico, di conoscere e frequentare la famiglia di orgine calabrese del maggiore Laerti, un burbero e misantropo militare in pensione che vive isolato dal resto della società con la moglie e la figlia Giovanna, una ragazza tranquilla, sensibile e solitaria. Sàrcori s’invaghisce di quest’ultima in quanto la ragazza incarna il suo ideale femminile di purezza e decide di sposarla. Tutto sembra procedere per il meglio ma, da questo momento in poi, l’irrazionale fa irruzione nella realtà quotidiana della storia: Giovanna sostiene infatti di ricevere regolarmente la visita del fantasma di un ragazzo suicidatosi 4 anni prima in quanto da lei respinto. Inizialmente scettico, Alberto Sàrcori crede che la ragazza soffra di allucinazioni finchè una sera non “vede” il fantasma nella stanza di Giovanna: da questo momento inizierà per lui un incubo senza fine popolato da spettri e ombre che lo porterà vicino ai meandri della follia.
L’introspezione psicologica di Alberto Sàrcori è molto approfondita: il passaggio dallo stato di normalità a quello patologico di alienazione è descritto molto efficacemente. Il protagonista si troverà a vivere una condizione in cui non distinguerà più la realta dall’allucinazione. Non a caso qualcuno ha scomodato anche il celeberrimo Le Horla di Guy de Maupassant. Alla fine la vicenda rimane irrisolta e il lettore rimane con il dubbio sull’effettiva veridicità di quanto narrato: gli spettri sono reali o appartengono alla sfera della psicopatologia e agli orrrori della mente umana? La degenerazione di Alberto Sàrcori assomiglia indubbiamente a un male dell’anima, una tematica questa cara al decadentismo. Ho trovato efficace anche l’ambientazione: la descrizione di Pavia durante l’estate, quando la città è deserta e in preda a un caldo e un’afa insopportabile contribuisce a creare un’atmosfera di soffocamento.
Indubbiamente Enrico Annibale Butti è un autore da riscoprire e questo romanzo costituisce una chicca da non lasciarsi sfuggire. Il volume puo essere acquistato direttamente sul sito della Keres (http://keresedizioni.com/category/autori/).
Enrico Annibale Butti – “L’Anima. Memorie di Alberto Sàrcori” – A cura di Gianandrea de Antonellis -Keres – 192 pagine – Euro 13 – 2013
http://www.versacrum.com/vs/2013/01/gustav-meyrink-il-d… Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esot
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Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esoterica ovvero Il Domenicano bianco del grande Gustav Meyrink (1868-1932) , esperto di occultismo e filosofie orientali oltre che notevole scrittore. Meyrink, noto per il celeberrimo Der Golem, romanzo capolavoro da cui sono stati tratti 3 film, è stato lodato da nomi come Kafka e J.L..Borges e, qui in Italia, da esperti di esoterismo come Julius Evola (esponente della destra radicale) e Elemire Zolla (anch’egli celebre studioso di esoterismo). Evola, negli anni ’30, si interessò molto di Meyrink e tradusse – per i Romanzi dell’occulto dei Fratelli Bocca – alcuni libri dello scrittore austriaco fra cui appunto Il Domenicano bianco, indubbiamente il romanzo di Meyrink in cui la parte simbolica e spirituale è più profonda. Si tratta di un capolavoro del fantastico in cui la componente di “immaginazione” si intreccia mirabilmente con quella occulta. Il romanzo si basa sulla filosofia del Tao, dottrina di cui Meyrink era a conoscenza essendo un esperto studioso e praticante di discipline orientali oltre ad essere affiliato alle numerose sette e confraternite che pullulavano in Austria e Germania all’inizio del XX secolo. Meyrink era una personalità straordinaria e aveva “la visione delle cose”: i suoi studi lo portarono a far incontrare, come si può constatare leggendo i suoi libri, le tradizioni spirituali orientali e occidentali. Il Domenicano bianco è ambientato in un’enigmatica cittadina dai contorni grigi che può far ricordare la mitica Perla del romanzo di Alfred Kubin L’altra parte. Il protagonista principale è Cristoforo Colombaia, personaggio mistico, erede di una stirpe che ha seguito nei secoli gli insegnamenti del taoismo per raggiungere l’immortalità attraverso “la dissoluzione del cadavere” e “la dissoluzione della spada”. Cristoforo Colombaia, “svegliato” dalla singolare figura del Domenicano bianco – modellata forse sulla setta dei “Monaci bianchi” del Tibet – si propone così di portare a compimento il percorso della sua progenie. Riuscirà infine a raggiungere l’obiettivo attraverso numerose difficoltà: dovrà lottare con la Testa della Medusa” – simbolo della pseudospiritualità moderna – e unirsi, in una sorta di “metafisica del sesso”, con l’elemento femminile rappresentato da Ophelia. Il Domenicano bianco, attraverso i suoi arcani simbolismi e la sua atmosfera sospesa fra sogno e realtà, sfiora spesso la poesia ed è uno dei romanzi più riusciti di Meyrink.
Il volume si avvale inoltre di un apparato critico di assoluto rispetto – “Gustav Meyrink e l’esoterismo. Testimonianze (1934-1976)” – che comprende diversi contributi di studiosi e esperti di Meyrink come Massimo Scaligero, Julius Evola, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e Gèrard Heym. E’stata inoltre mantenuta la prefazione originale di Julius Evola e inserito un contributo critico dello stesso Gianfranco de Turris.
Gustav Meyrink “Il domenicano bianco” – Edizioni Bietti – L’Archeometro – 290 pagine – Euro 19,00 – 2012 – a cura di Gianfranco de Turris
http://www.versacrum.com/vs/2013/01/gustav-meyrink-il-d… Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esot
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Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esoterica ovvero Il Domenicano bianco del grande Gustav Meyrink (1868-1932) , esperto di occultismo e filosofie orientali oltre che notevole scrittore. Meyrink, noto per il celeberrimo Der Golem, romanzo capolavoro da cui sono stati tratti 3 film, è stato lodato da nomi come Kafka e J.L..Borges e, qui in Italia, da esperti di esoterismo come Julius Evola (esponente della destra radicale) e Elemire Zolla (anch’egli celebre studioso di esoterismo). Evola, negli anni ’30, si interessò molto di Meyrink e tradusse – per i Romanzi dell’occulto dei Fratelli Bocca – alcuni libri dello scrittore austriaco fra cui appunto Il Domenicano bianco, indubbiamente il romanzo di Meyrink in cui la parte simbolica e spirituale è più profonda. Si tratta di un capolavoro del fantastico in cui la componente di “immaginazione” si intreccia mirabilmente con quella occulta. Il romanzo si basa sulla filosofia del Tao, dottrina di cui Meyrink era a conoscenza essendo un esperto studioso e praticante di discipline orientali oltre ad essere affiliato alle numerose sette e confraternite che pullulavano in Austria e Germania all’inizio del XX secolo. Meyrink era una personalità straordinaria e aveva “la visione delle cose”: i suoi studi lo portarono a far incontrare, come si può constatare leggendo i suoi libri, le tradizioni spirituali orientali e occidentali. Il Domenicano bianco è ambientato in un’enigmatica cittadina dai contorni grigi che può far ricordare la mitica Perla del romanzo di Alfred Kubin L’altra parte. Il protagonista principale è Cristoforo Colombaia, personaggio mistico, erede di una stirpe che ha seguito nei secoli gli insegnamenti del taoismo per raggiungere l’immortalità attraverso “la dissoluzione del cadavere” e “la dissoluzione della spada”. Cristoforo Colombaia, “svegliato” dalla singolare figura del Domenicano bianco – modellata forse sulla setta dei “Monaci bianchi” del Tibet – si propone così di portare a compimento il percorso della sua progenie. Riuscirà infine a raggiungere l’obiettivo attraverso numerose difficoltà: dovrà lottare con la Testa della Medusa” – simbolo della pseudospiritualità moderna – e unirsi, in una sorta di “metafisica del sesso”, con l’elemento femminile rappresentato da Ophelia. Il Domenicano bianco, attraverso i suoi arcani simbolismi e la sua atmosfera sospesa fra sogno e realtà, sfiora spesso la poesia ed è uno dei romanzi più riusciti di Meyrink.
Il volume si avvale inoltre di un apparato critico di assoluto rispetto – “Gustav Meyrink e l’esoterismo. Testimonianze (1934-1976)” – che comprende diversi contributi di studiosi e esperti di Meyrink come Massimo Scaligero, Julius Evola, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e Gèrard Heym. E’stata inoltre mantenuta la prefazione originale di Julius Evola e inserito un contributo critico dello stesso Gianfranco de Turris.
Gustav Meyrink “Il domenicano bianco” – Edizioni Bietti – L’Archeometro – 290 pagine – Euro 19,00 – 2012 – a cura di Gianfranco de Turris
http://www.versacrum.com/vs/2013/01/gustav-meyrink-il-d… Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esot
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Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esoterica ovvero Il Domenicano bianco del grande Gustav Meyrink (1868-1932) , esperto di occultismo e filosofie orientali oltre che notevole scrittore. Meyrink, noto per il celeberrimo Der Golem, romanzo capolavoro da cui sono stati tratti 3 film, è stato lodato da nomi come Kafka e J.L..Borges e, qui in Italia, da esperti di esoterismo come Julius Evola (esponente della destra radicale) e Elemire Zolla (anch’egli celebre studioso di esoterismo). Evola, negli anni ’30, si interessò molto di Meyrink e tradusse – per i Romanzi dell’occulto dei Fratelli Bocca – alcuni libri dello scrittore austriaco fra cui appunto Il Domenicano bianco, indubbiamente il romanzo di Meyrink in cui la parte simbolica e spirituale è più profonda. Si tratta di un capolavoro del fantastico in cui la componente di “immaginazione” si intreccia mirabilmente con quella occulta. Il romanzo si basa sulla filosofia del Tao, dottrina di cui Meyrink era a conoscenza essendo un esperto studioso e praticante di discipline orientali oltre ad essere affiliato alle numerose sette e confraternite che pullulavano in Austria e Germania all’inizio del XX secolo. Meyrink era una personalità straordinaria e aveva “la visione delle cose”: i suoi studi lo portarono a far incontrare, come si può constatare leggendo i suoi libri, le tradizioni spirituali orientali e occidentali. Il Domenicano bianco è ambientato in un’enigmatica cittadina dai contorni grigi che può far ricordare la mitica Perla del romanzo di Alfred Kubin L’altra parte. Il protagonista principale è Cristoforo Colombaia, personaggio mistico, erede di una stirpe che ha seguito nei secoli gli insegnamenti del taoismo per raggiungere l’immortalità attraverso “la dissoluzione del cadavere” e “la dissoluzione della spada”. Cristoforo Colombaia, “svegliato” dalla singolare figura del Domenicano bianco – modellata forse sulla setta dei “Monaci bianchi” del Tibet – si propone così di portare a compimento il percorso della sua progenie. Riuscirà infine a raggiungere l’obiettivo attraverso numerose difficoltà: dovrà lottare con la Testa della Medusa” – simbolo della pseudospiritualità moderna – e unirsi, in una sorta di “metafisica del sesso”, con l’elemento femminile rappresentato da Ophelia. Il Domenicano bianco, attraverso i suoi arcani simbolismi e la sua atmosfera sospesa fra sogno e realtà, sfiora spesso la poesia ed è uno dei romanzi più riusciti di Meyrink.
Il volume si avvale inoltre di un apparato critico di assoluto rispetto – “Gustav Meyrink e l’esoterismo. Testimonianze (1934-1976)” – che comprende diversi contributi di studiosi e esperti di Meyrink come Massimo Scaligero, Julius Evola, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e Gèrard Heym. E’stata inoltre mantenuta la prefazione originale di Julius Evola e inserito un contributo critico dello stesso Gianfranco de Turris.
Gustav Meyrink “Il domenicano bianco” – Edizioni Bietti – L’Archeometro – 290 pagine – Euro 19,00 – 2012 – a cura di Gianfranco de Turris
Lo scrittore polacco Stefan Grabinski (1887-1936) è da considerare un maestro della letteratura fantastica europea e uno dei giganti di questo genere letterario. Il critico
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Lo scrittore polacco Stefan Grabinski (1887-1936) è da considerare un maestro della letteratura fantastica europea e uno dei giganti di questo genere letterario. Il critico Karol Irzykowski lo ha definito forse un po’ forzatamente il “Poe polacco”, ma indubbiamente dal punto di vista del valore il paragone non suona blasfemo. Grabinski è un autore modernissimo, contemporaneo dell’americano H.P.Lovecraft: assieme a quest’ultimo, e ad altri scrittore “weird” come William Hope Hodgson e Jean Ray, ha contribuito a svecchiare i “topos” della letteratura gotica sulla base delle nuove scoperte scientifiche di Einstein che hanno ridimensionato l’importanza dell’uomo nel tempo e nello spazio. Un’altra importante influenza deriva poi dalle rivelazioni sui fantasmi che si annidano nell’inconscio umano portati alla luce dalla nascente psicanalisi di Freud e Jung.
Il villaggio nero – il volume pubblicato dalle Edizioni Hypnos – copre in questo modo una grave lacuna – colpa anche di un mercato editoriale che in ambito fantastico ristampa sempre le solite cose – disseppellendo finalmente dall’oblio un grande scrittore. Il villaggio nero si avvale dell’introduzione, della traduzione e di una nota bio-bibliografica di Andrea Bonazzi, uno dei massimi esperti di narrativa fantastica in Italia e della presentazione di China Miéville. Le parole di Miéville sono particolarmente illuminanti ed efficaci nel mostrare l’attualità e l’originalità di Grabinski quando scrive che “ci troviamo di fronte a uno scrittore per il quale l’orrore soprannaturale si manifesta proprio nella modernità – nell’elettricità, nelle caserme dei pompieri, nei treni: il perturbante quale cattiva coscienza dell’oggi”. Il fantastico di Stefan Grabinski attinge a un universo parallelo folle e imperscrutabile da cui fuoriescono misteriosi orrori appartenenti ad altre dimensioni. Non ci troviamo però di fronte a un pantheon di divinità “lovecraftiane” ma ad oscure forze che si annidano nella quotidianità. In questo senso uno dei racconti più esemplificativi è “L’area” dove il protagonista, uno scrittore misantropo che si ritira a vivere in solitudine ai margini della società, scopre come le sue fantasie si siano concretizzate in creature reali e assetate di sangue – sorta di vampiri dell’inconscio -che finiranno col perseguitarlo. Un altro piccolo gioiello della raccolta è poi “La stanza grigia”, un racconto incubo in cui il protagonista affitta una camera in cui è rimasta la presenza maligna del precedente inquilino. Si tratta di una storia da manuale, dove i piani dell’universo onirico e della quotidianità si intersecano in maniera perfetta: il protagonista rivive in sogno tutti i gesti compiuti dal suo triste predecessore evitandone infine il gesto estremo del suicidio. Un storia che assomiglia molto a “L’inquilino del terzo piano”, noto film del 1976 del polacco Roman Polanski tratto dall’omonimo romanzo di Roland Topor (francese di origini polacche). La tematica onirica ritorna in un’altra storia magistrale ovvero “Il villaggio nero” in cui un uomo “vede” in sogno un bizzarro villaggio dai colori neri popolato da curiosi e inquietanti personaggi: anche in questo caso il mondo del sogno si materializzerà nella realtà tangibile. Altri racconti hanno invece come sfondo la ferrovia e i treni, visti come simbolo della modernità e “veicoli” di nuovi terrori e angosce per l’uomo, come si può leggere in “Il demone del movimento” e “L’engramma di Szatera”. Curiosa e malignamente evocativa è anche la “Storia del becchino”, vicenda ambientata in Toscana nella cittadina immaginaria di Foscara dove il protagonista è il becchino Giovanni Tossati, scultore di monumenti funebri.
Ammirato dal connazionale Stanislaw Lem, grandissimo scrittore di fantascienza e utopista, e dall’attuale scrittore americano “weird” Thomas Ligotti, Grabinski merita assolutamente di essere riscoperto e letto da un vasto pubblico. Ci auguriamo che Il villaggio nero sia solo l’inizio della sua riscoperta. Il volume può essere acquistato direttamente presso il negozio di Hypnos o presso il Delostore.
Stefan Grabinski “Il villaggio nero” – Edizioni Hypnos – 290 pagine – Euro 21,90 – 2012
L'anima
http://www.versacrum.com/vs/2013/04/enrico-annibale-but… Enrico Annibale Butti: L’anima. Memorie di Alberto Sàrcori Nella sterminata e misconosciuta produzione della letteratura fantastica è possibile rivenire, in alcuni casi, dei piccoli gioielli polveros ... (continue)
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Enrico Annibale Butti: L’anima. Memorie di Alberto Sàrcori
Nella sterminata e misconosciuta produzione della letteratura fantastica è possibile rivenire, in alcuni casi, dei piccoli gioielli polverosi da disseppellire dall’oblio, opere minori ma meritevoli di essere riscoperte: è il caso de il romanzo L’Anima di Enrico Annibale Butti (1868-1912), scrittore e drammaturgo milanese, oggi dimenticato ma famoso all’epoca come D’Annunzio, considerato dalla critica come l’Henrik Ibsen italiano e paragonato a scrittori come Guy de Maupassant e Huysmans . Ora, grazie alla Keres, piccola ma agguerrita casa editrice, L’Anima rivede meritatamente la luce. Una delle tematiche esplorate dall’autore nei suoi drammi e nei suoi romanzi e racconti fu la dicotomia fra ragione e irrazionalismo, un motivo che viene sviscerato in maniera approfondita appunto ne L’Anima. Il romanzo appartiene al proficuo filone tipicamente anglosassone della storia di fantasmi ed è una ulteriore dimostrazione di come questo genere possa venire padroneggiato efficacemente anche dagli italiani. Non bisogna mai dimenticare, in effetti , come le ambientazioni dei primi romanzi gotici inglese dei vari Horace Walpole e Anne Radcliffe fossere italiane.
La vicenda è ambientata a Pavia dove il protagonista, lo studente milanese di medicina Alberto Sàrcori (alter ego delle stesso Butti), sta ultimando gli studi. Nella citta lombarda Sàrcori, dopo una burrascosa relazione, conduce una vita ritirata e squallida senza distrazioni fra tetri locali universitari. Decide così, grazie all’intercessione di un amico, di conoscere e frequentare la famiglia di orgine calabrese del maggiore Laerti, un burbero e misantropo militare in pensione che vive isolato dal resto della società con la moglie e la figlia Giovanna, una ragazza tranquilla, sensibile e solitaria. Sàrcori s’invaghisce di quest’ultima in quanto la ragazza incarna il suo ideale femminile di purezza e decide di sposarla. Tutto sembra procedere per il meglio ma, da questo momento in poi, l’irrazionale fa irruzione nella realtà quotidiana della storia: Giovanna sostiene infatti di ricevere regolarmente la visita del fantasma di un ragazzo suicidatosi 4 anni prima in quanto da lei respinto. Inizialmente scettico, Alberto Sàrcori crede che la ragazza soffra di allucinazioni finchè una sera non “vede” il fantasma nella stanza di Giovanna: da questo momento inizierà per lui un incubo senza fine popolato da spettri e ombre che lo porterà vicino ai meandri della follia.
L’introspezione psicologica di Alberto Sàrcori è molto approfondita: il passaggio dallo stato di normalità a quello patologico di alienazione è descritto molto efficacemente. Il protagonista si troverà a vivere una condizione in cui non distinguerà più la realta dall’allucinazione. Non a caso qualcuno ha scomodato anche il celeberrimo Le Horla di Guy de Maupassant. Alla fine la vicenda rimane irrisolta e il lettore rimane con il dubbio sull’effettiva veridicità di quanto narrato: gli spettri sono reali o appartengono alla sfera della psicopatologia e agli orrrori della mente umana? La degenerazione di Alberto Sàrcori assomiglia indubbiamente a un male dell’anima, una tematica questa cara al decadentismo. Ho trovato efficace anche l’ambientazione: la descrizione di Pavia durante l’estate, quando la città è deserta e in preda a un caldo e un’afa insopportabile contribuisce a creare un’atmosfera di soffocamento.
Indubbiamente Enrico Annibale Butti è un autore da riscoprire e questo romanzo costituisce una chicca da non lasciarsi sfuggire. Il volume puo essere acquistato direttamente sul sito della Keres (http://keresedizioni.com/category/autori/).
Enrico Annibale Butti – “L’Anima. Memorie di Alberto Sàrcori” – A cura di Gianandrea de Antonellis -Keres – 192 pagine – Euro 13 – 2013
Il domenicano bianco
http://www.versacrum.com/vs/2013/01/gustav-meyrink-il-d… Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esot ... (continue)
http://www.versacrum.com/vs/2013/01/gustav-meyrink-il-d…
Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esoterica ovvero Il Domenicano bianco del grande Gustav Meyrink (1868-1932) , esperto di occultismo e filosofie orientali oltre che notevole scrittore. Meyrink, noto per il celeberrimo Der Golem, romanzo capolavoro da cui sono stati tratti 3 film, è stato lodato da nomi come Kafka e J.L..Borges e, qui in Italia, da esperti di esoterismo come Julius Evola (esponente della destra radicale) e Elemire Zolla (anch’egli celebre studioso di esoterismo). Evola, negli anni ’30, si interessò molto di Meyrink e tradusse – per i Romanzi dell’occulto dei Fratelli Bocca – alcuni libri dello scrittore austriaco fra cui appunto Il Domenicano bianco, indubbiamente il romanzo di Meyrink in cui la parte simbolica e spirituale è più profonda. Si tratta di un capolavoro del fantastico in cui la componente di “immaginazione” si intreccia mirabilmente con quella occulta. Il romanzo si basa sulla filosofia del Tao, dottrina di cui Meyrink era a conoscenza essendo un esperto studioso e praticante di discipline orientali oltre ad essere affiliato alle numerose sette e confraternite che pullulavano in Austria e Germania all’inizio del XX secolo. Meyrink era una personalità straordinaria e aveva “la visione delle cose”: i suoi studi lo portarono a far incontrare, come si può constatare leggendo i suoi libri, le tradizioni spirituali orientali e occidentali. Il Domenicano bianco è ambientato in un’enigmatica cittadina dai contorni grigi che può far ricordare la mitica Perla del romanzo di Alfred Kubin L’altra parte. Il protagonista principale è Cristoforo Colombaia, personaggio mistico, erede di una stirpe che ha seguito nei secoli gli insegnamenti del taoismo per raggiungere l’immortalità attraverso “la dissoluzione del cadavere” e “la dissoluzione della spada”. Cristoforo Colombaia, “svegliato” dalla singolare figura del Domenicano bianco – modellata forse sulla setta dei “Monaci bianchi” del Tibet – si propone così di portare a compimento il percorso della sua progenie. Riuscirà infine a raggiungere l’obiettivo attraverso numerose difficoltà: dovrà lottare con la Testa della Medusa” – simbolo della pseudospiritualità moderna – e unirsi, in una sorta di “metafisica del sesso”, con l’elemento femminile rappresentato da Ophelia. Il Domenicano bianco, attraverso i suoi arcani simbolismi e la sua atmosfera sospesa fra sogno e realtà, sfiora spesso la poesia ed è uno dei romanzi più riusciti di Meyrink.
Il volume si avvale inoltre di un apparato critico di assoluto rispetto – “Gustav Meyrink e l’esoterismo. Testimonianze (1934-1976)” – che comprende diversi contributi di studiosi e esperti di Meyrink come Massimo Scaligero, Julius Evola, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e Gèrard Heym. E’stata inoltre mantenuta la prefazione originale di Julius Evola e inserito un contributo critico dello stesso Gianfranco de Turris.
Gustav Meyrink “Il domenicano bianco” – Edizioni Bietti – L’Archeometro – 290 pagine – Euro 19,00 – 2012 – a cura di Gianfranco de Turris
Il Domenicano Bianco
http://www.versacrum.com/vs/2013/01/gustav-meyrink-il-d… Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esot ... (continue)
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Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esoterica ovvero Il Domenicano bianco del grande Gustav Meyrink (1868-1932) , esperto di occultismo e filosofie orientali oltre che notevole scrittore. Meyrink, noto per il celeberrimo Der Golem, romanzo capolavoro da cui sono stati tratti 3 film, è stato lodato da nomi come Kafka e J.L..Borges e, qui in Italia, da esperti di esoterismo come Julius Evola (esponente della destra radicale) e Elemire Zolla (anch’egli celebre studioso di esoterismo). Evola, negli anni ’30, si interessò molto di Meyrink e tradusse – per i Romanzi dell’occulto dei Fratelli Bocca – alcuni libri dello scrittore austriaco fra cui appunto Il Domenicano bianco, indubbiamente il romanzo di Meyrink in cui la parte simbolica e spirituale è più profonda. Si tratta di un capolavoro del fantastico in cui la componente di “immaginazione” si intreccia mirabilmente con quella occulta. Il romanzo si basa sulla filosofia del Tao, dottrina di cui Meyrink era a conoscenza essendo un esperto studioso e praticante di discipline orientali oltre ad essere affiliato alle numerose sette e confraternite che pullulavano in Austria e Germania all’inizio del XX secolo. Meyrink era una personalità straordinaria e aveva “la visione delle cose”: i suoi studi lo portarono a far incontrare, come si può constatare leggendo i suoi libri, le tradizioni spirituali orientali e occidentali. Il Domenicano bianco è ambientato in un’enigmatica cittadina dai contorni grigi che può far ricordare la mitica Perla del romanzo di Alfred Kubin L’altra parte. Il protagonista principale è Cristoforo Colombaia, personaggio mistico, erede di una stirpe che ha seguito nei secoli gli insegnamenti del taoismo per raggiungere l’immortalità attraverso “la dissoluzione del cadavere” e “la dissoluzione della spada”. Cristoforo Colombaia, “svegliato” dalla singolare figura del Domenicano bianco – modellata forse sulla setta dei “Monaci bianchi” del Tibet – si propone così di portare a compimento il percorso della sua progenie. Riuscirà infine a raggiungere l’obiettivo attraverso numerose difficoltà: dovrà lottare con la Testa della Medusa” – simbolo della pseudospiritualità moderna – e unirsi, in una sorta di “metafisica del sesso”, con l’elemento femminile rappresentato da Ophelia. Il Domenicano bianco, attraverso i suoi arcani simbolismi e la sua atmosfera sospesa fra sogno e realtà, sfiora spesso la poesia ed è uno dei romanzi più riusciti di Meyrink.
Il volume si avvale inoltre di un apparato critico di assoluto rispetto – “Gustav Meyrink e l’esoterismo. Testimonianze (1934-1976)” – che comprende diversi contributi di studiosi e esperti di Meyrink come Massimo Scaligero, Julius Evola, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e Gèrard Heym. E’stata inoltre mantenuta la prefazione originale di Julius Evola e inserito un contributo critico dello stesso Gianfranco de Turris.
Gustav Meyrink “Il domenicano bianco” – Edizioni Bietti – L’Archeometro – 290 pagine – Euro 19,00 – 2012 – a cura di Gianfranco de Turris
Il Domenicano bianco
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Torna disponibile, grazie alle Edizioni Bietti e a cura di Gianfranco de Turris, storico critico di Lovecraft e Tolkien – autori che ha fatto conoscere per primo in Italia – un classico della letteratura fantastica e esoterica ovvero Il Domenicano bianco del grande Gustav Meyrink (1868-1932) , esperto di occultismo e filosofie orientali oltre che notevole scrittore. Meyrink, noto per il celeberrimo Der Golem, romanzo capolavoro da cui sono stati tratti 3 film, è stato lodato da nomi come Kafka e J.L..Borges e, qui in Italia, da esperti di esoterismo come Julius Evola (esponente della destra radicale) e Elemire Zolla (anch’egli celebre studioso di esoterismo). Evola, negli anni ’30, si interessò molto di Meyrink e tradusse – per i Romanzi dell’occulto dei Fratelli Bocca – alcuni libri dello scrittore austriaco fra cui appunto Il Domenicano bianco, indubbiamente il romanzo di Meyrink in cui la parte simbolica e spirituale è più profonda. Si tratta di un capolavoro del fantastico in cui la componente di “immaginazione” si intreccia mirabilmente con quella occulta. Il romanzo si basa sulla filosofia del Tao, dottrina di cui Meyrink era a conoscenza essendo un esperto studioso e praticante di discipline orientali oltre ad essere affiliato alle numerose sette e confraternite che pullulavano in Austria e Germania all’inizio del XX secolo. Meyrink era una personalità straordinaria e aveva “la visione delle cose”: i suoi studi lo portarono a far incontrare, come si può constatare leggendo i suoi libri, le tradizioni spirituali orientali e occidentali. Il Domenicano bianco è ambientato in un’enigmatica cittadina dai contorni grigi che può far ricordare la mitica Perla del romanzo di Alfred Kubin L’altra parte. Il protagonista principale è Cristoforo Colombaia, personaggio mistico, erede di una stirpe che ha seguito nei secoli gli insegnamenti del taoismo per raggiungere l’immortalità attraverso “la dissoluzione del cadavere” e “la dissoluzione della spada”. Cristoforo Colombaia, “svegliato” dalla singolare figura del Domenicano bianco – modellata forse sulla setta dei “Monaci bianchi” del Tibet – si propone così di portare a compimento il percorso della sua progenie. Riuscirà infine a raggiungere l’obiettivo attraverso numerose difficoltà: dovrà lottare con la Testa della Medusa” – simbolo della pseudospiritualità moderna – e unirsi, in una sorta di “metafisica del sesso”, con l’elemento femminile rappresentato da Ophelia. Il Domenicano bianco, attraverso i suoi arcani simbolismi e la sua atmosfera sospesa fra sogno e realtà, sfiora spesso la poesia ed è uno dei romanzi più riusciti di Meyrink.
Il volume si avvale inoltre di un apparato critico di assoluto rispetto – “Gustav Meyrink e l’esoterismo. Testimonianze (1934-1976)” – che comprende diversi contributi di studiosi e esperti di Meyrink come Massimo Scaligero, Julius Evola, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e Gèrard Heym. E’stata inoltre mantenuta la prefazione originale di Julius Evola e inserito un contributo critico dello stesso Gianfranco de Turris.
Gustav Meyrink “Il domenicano bianco” – Edizioni Bietti – L’Archeometro – 290 pagine – Euro 19,00 – 2012 – a cura di Gianfranco de Turris
Il villaggio nero
Ecco la mia recensione scritta per Ver Sacrum:
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Lo scrittore polacco Stefan Grabinski (1887-1936) è da considerare un maestro della letteratura fantastica europea e uno dei giganti di questo genere letterario. Il critico ... (continue)
Ecco la mia recensione scritta per Ver Sacrum:
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Lo scrittore polacco Stefan Grabinski (1887-1936) è da considerare un maestro della letteratura fantastica europea e uno dei giganti di questo genere letterario. Il critico Karol Irzykowski lo ha definito forse un po’ forzatamente il “Poe polacco”, ma indubbiamente dal punto di vista del valore il paragone non suona blasfemo. Grabinski è un autore modernissimo, contemporaneo dell’americano H.P.Lovecraft: assieme a quest’ultimo, e ad altri scrittore “weird” come William Hope Hodgson e Jean Ray, ha contribuito a svecchiare i “topos” della letteratura gotica sulla base delle nuove scoperte scientifiche di Einstein che hanno ridimensionato l’importanza dell’uomo nel tempo e nello spazio. Un’altra importante influenza deriva poi dalle rivelazioni sui fantasmi che si annidano nell’inconscio umano portati alla luce dalla nascente psicanalisi di Freud e Jung.
Il villaggio nero – il volume pubblicato dalle Edizioni Hypnos – copre in questo modo una grave lacuna – colpa anche di un mercato editoriale che in ambito fantastico ristampa sempre le solite cose – disseppellendo finalmente dall’oblio un grande scrittore. Il villaggio nero si avvale dell’introduzione, della traduzione e di una nota bio-bibliografica di Andrea Bonazzi, uno dei massimi esperti di narrativa fantastica in Italia e della presentazione di China Miéville. Le parole di Miéville sono particolarmente illuminanti ed efficaci nel mostrare l’attualità e l’originalità di Grabinski quando scrive che “ci troviamo di fronte a uno scrittore per il quale l’orrore soprannaturale si manifesta proprio nella modernità – nell’elettricità, nelle caserme dei pompieri, nei treni: il perturbante quale cattiva coscienza dell’oggi”. Il fantastico di Stefan Grabinski attinge a un universo parallelo folle e imperscrutabile da cui fuoriescono misteriosi orrori appartenenti ad altre dimensioni. Non ci troviamo però di fronte a un pantheon di divinità “lovecraftiane” ma ad oscure forze che si annidano nella quotidianità. In questo senso uno dei racconti più esemplificativi è “L’area” dove il protagonista, uno scrittore misantropo che si ritira a vivere in solitudine ai margini della società, scopre come le sue fantasie si siano concretizzate in creature reali e assetate di sangue – sorta di vampiri dell’inconscio -che finiranno col perseguitarlo. Un altro piccolo gioiello della raccolta è poi “La stanza grigia”, un racconto incubo in cui il protagonista affitta una camera in cui è rimasta la presenza maligna del precedente inquilino. Si tratta di una storia da manuale, dove i piani dell’universo onirico e della quotidianità si intersecano in maniera perfetta: il protagonista rivive in sogno tutti i gesti compiuti dal suo triste predecessore evitandone infine il gesto estremo del suicidio. Un storia che assomiglia molto a “L’inquilino del terzo piano”, noto film del 1976 del polacco Roman Polanski tratto dall’omonimo romanzo di Roland Topor (francese di origini polacche). La tematica onirica ritorna in un’altra storia magistrale ovvero “Il villaggio nero” in cui un uomo “vede” in sogno un bizzarro villaggio dai colori neri popolato da curiosi e inquietanti personaggi: anche in questo caso il mondo del sogno si materializzerà nella realtà tangibile. Altri racconti hanno invece come sfondo la ferrovia e i treni, visti come simbolo della modernità e “veicoli” di nuovi terrori e angosce per l’uomo, come si può leggere in “Il demone del movimento” e “L’engramma di Szatera”. Curiosa e malignamente evocativa è anche la “Storia del becchino”, vicenda ambientata in Toscana nella cittadina immaginaria di Foscara dove il protagonista è il becchino Giovanni Tossati, scultore di monumenti funebri.
Ammirato dal connazionale Stanislaw Lem, grandissimo scrittore di fantascienza e utopista, e dall’attuale scrittore americano “weird” Thomas Ligotti, Grabinski merita assolutamente di essere riscoperto e letto da un vasto pubblico. Ci auguriamo che Il villaggio nero sia solo l’inizio della sua riscoperta. Il volume può essere acquistato direttamente presso il negozio di Hypnos o presso il Delostore.
Stefan Grabinski “Il villaggio nero” – Edizioni Hypnos – 290 pagine – Euro 21,90 – 2012