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- Un uomo a pezzi (39)
- By Michael Thomas
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- Naissance d'un pont (4)
- By Maylis de Kérangal
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- Hapworth 16, 1924 (92)
- By J.D. Salinger
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- Nous n'avons fait que fuir (2)
- By Bertrand Cantat
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- Le sel (1)
- By Jean-Baptiste Del Amo
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- L'odore del sangue (560)
- By Goffredo Parise
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- Antropometria (39)
- By Paolo Zardi
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I racconti di Zardi sembrano scritti con la cinepresa. Restringendo implacabilmente il campo, inquadrando sempre più da vicino situazioni all’apparenza banali, ne mostrano la straordinarietà, o, al contrario, stringendo il fuoco su una vicenda che si presenta estrema, ne scoprono il nucleo di umanit ... (continue)
- — Nov 3, 2010 | 1 feedback
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- Le voci di Marrakech (806)
- By Elias Canetti
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- Mia figlia follia (68)
- By Savina Dolores Massa
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- Sole bruciato (73)
- By Elvira Dones
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feroce -
Un testo durissimo, scabroso, che mi ha chiesto molto. Pause e distanze necessarie dall'orrore che non concede scappatoie perchè reale. Non ci sono Orchi così esasperati da concederci di non crederci, non mostri ma uomini con madri, figli, amanti, preoccupazioni normali che compiono atti bestiali, s ... (continue)
- — Oct 12, 2010 | Add your feedback
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- Olive Kitteridge (2129)
- By Elizabeth Strout
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la luminosa imperfezione del vivere -
Una scrittura che mi ha ricordato quella della grandissima Alice Munro, e un libro non convenzionale, a partire dalla forma, quella dei brandelli di esistenze che restano per lo più slegate, eppure unite dal fil rouge Olive Kitteridge, insegnante, madre, moglie, amante, amica imperfetta, spesso irra ... (continue)
- — Oct 30, 2010 | Add your feedback
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- I mari ovunque (7)
- By Elvira Dones
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- Norwegian Wood (13572)
- Tokyo Blues
- By Haruki Murakami
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Troppo lungo, probabilmente, un'esagerazione di suicidi. L'avesse scritto un altro si storcerebbe il naso, troppo cupo, deprimente, e non è che il protagonista porta un po' sfiga, che gli muoiono attorno come mosche?
Eppure la scrittura ti risucchia come sabbie mobili, dopo le prime cinquanta pagin ... (continue) - — Oct 30, 2010 | Add your feedback
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- Vergine giurata (315)
- By Elvira Dones
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- Zia Mame (7581)
- By Patrick Dennis
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L'odore del sangue
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La trama sarebbe quella classica del tradimento con finale tragico, se non per due significative varianti: la prima è l’assenza di giudizio morale. Da subito il lettore sa che il narratore-marito tradito è, a sua volta e per primo, traditore dichiarato, che da anni porta avanti una relazione paralle ... (continue)
La trama sarebbe quella classica del tradimento con finale tragico, se non per due significative varianti: la prima è l’assenza di giudizio morale. Da subito il lettore sa che il narratore-marito tradito è, a sua volta e per primo, traditore dichiarato, che da anni porta avanti una relazione parallela e non segreta, un’altra casa, un altro ambiente e un’altra donna, per cui è evidente che non possa permettersi (ma nemmeno ne avrebbe voglia, convinto com’è della necessità di questo suo comportamento, del fatto che proprio le sue fughe abbiano salvato la sua ventennale relazione con Silvia) di pronunciare una condanna etica nei confronti della moglie. La seconda caratteristica che colpisce è la quasi totale mancanza di azione. Dal momento in cui il protagonista scopre che Silvia lo tradisce con un teppistello conosciuto per strada, la sua esistenza, anziché rovesciarsi, scivola in una febbrile paralisi. Filippo non farà altro che frugare meticolosamente, lucidamente, ferocemente, nella piaga del tradimento e nella sostanza stessa del suo matrimonio con Silvia e, in una certa misura, del proprio rapporto con le donne. Pur essendo tormentato dai più oscuri presagi riguardo la deriva tragica che la vicenda prenderà, Filippo non muoverà un dito, né per tentare di riprendersi la donna che afferma di amare, né per salvarla.
Il milieu all’interno del quale si svolge la vicenda principale è quello della buona borghesia romana, la borghesia degli anni ‘70, che ci viene presentata come noiosa, fascista, edonista e alla ricerca di facile oblio, di un piacere stanco e senza sangue, una classe sociale come già la descriveva Michelangelo Antonioni in film come Deserto rosso, quasi totalmente indifferente alla rabbia che in quegli anni porta in piazza studenti e operai, al sangue che, nelle strade - non nei palazzi con il portiere - scorre.
Il protagonista, cinquantenne, ha già scelto, da anni, la via della fuga, della seconda vita in campagna, assieme a una ragazza del posto, lontana culturalmente e spiritualmente da lui ancor più di quanto lo sia anagraficamente.
Una seconda vita a cui però non si abbandona del tutto, preferendo una sorta di pendolarismo sentimentale: quando è stanco della ragazza torna a Roma, quando è stanco di Silvia rifà le valigie e torna dalla ragazza, Paloma, a cui si ricorda di dare un nome, un volto e un passato solo oltre i due terzi del romanzo.
“Nel mio lavoro questo si chiama, come è noto censura,” dice lui, attribuendo alla ragazza “l’inizio di quello che solo negli ultimi tempi e in ritardo mi apparve come l’inizio di qualche cosa di oscuro e drammatico.”
Di nuovo, qui la scelta del verbo apparire, non può essere casuale. Infatti, di quale dramma stiamo parlando?
Non del suo, se non indirettemente, non di quello della ragazza, ma del dramma di Silvia.
Silvia che da anni rimane bloccata a Roma, come un’annoiata Penelope senza pretendenti, nonostante sia descritta come ancor bella e sensuale, a tessere durante i momenti di presenza o le lunghe telefonate mattutine, la tela di un matrimonio destinata a essere disfatta dall’assenza, dalla ferita del tradimento e dal vuoto di un’ intollerabile solitudine.
Su questa sorta di sbilanciata stabilità si intromette, scardinandola con la forza di un tornado, l’elemento del dramma, impersonato da un giovanotto senza nome e senza volto, un ragazzo che è solo il suo giubbotto di pelle, la sua prepotenza e il suo cazzo sempre eretto, un ragazzo che si installa nella vita, nei pensieri, nella carne, nei sentimenti e persino – sebbene non stabilmente – nella casa di Silvia, sotto al tetto coniugale, per quanto così spesso disertato, del protagonista.
Il quale, fiutando quasi subito in quell’ odore del sangue la rivelazione inequivocabile e dolorosa della sua certa sconfitta sul campo di battaglia, non può fare altro che ritirarsi e, dalle retrovie, cercare di riportare una vittoria strategica, redigendo al contempo un fedelissimo, spietato bollettino di guerra.
(la versione completa è stata pubblicata sulla rivista PaginuUno n. 22 http://www.rivistapaginauno.it/recensioni_libri.php )
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