Lette le prime pagine, mi son detto "forte! forte!". Pagina dopo pagina, inchiodato lì. Frasi che parevano via crucis, vuoi per il dolore dell'io narrante, vuoi per la necessità di fermarmi su ogni singola parola. Periodi brevi, la stanchezza di un uomo che si trascina - completamente solo - la si l
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Lette le prime pagine, mi son detto "forte! forte!". Pagina dopo pagina, inchiodato lì. Frasi che parevano via crucis, vuoi per il dolore dell'io narrante, vuoi per la necessità di fermarmi su ogni singola parola. Periodi brevi, la stanchezza di un uomo che si trascina - completamente solo - la si legge, tutta, in quei periodi. Ridotti all'essenziale. Giornate uguali l'una all'altra, trascorse in una solitudine assoluta che, prima ti nega la possibilità di parlare, poi si porta via pure la voglia di pensare troppo e troppo a lungo. Una solitudine che è miseria, di quella miseria che vai a cercarti, come se ti dovesse spettare, lì che, impaziente, la reclami. Lontano da tutto, un'isola sperduta, carica di neve, circondata dal mare che in superficie s'è fatto ghiaccio. Fredrik non ha retto a un dolore che l'ha sconvolto o, piuttosto, ha deciso di fottersi l'esistenza? Affascinante l'idea di trascinar la propria croce in solitudine, vero Fredrik? Steso sul letto, la serranda della finestra aperta, tutto bianco fuori ché la neve cadeva giù copiosa. Fantastico. Le prime cinquanta pagine mi han fatto ben sperare, suonavano un pò così
Life is running out quickly And I'm pondering where to begin I try and feel some kind Of hollow and empty
Dolore, rimpianti, abbandoni, solitudine.
Mi son ritrovato a sperare si trattasse di un libro di quelli tosti, di quelli che tonificano almeno quanto il freddo tutto attorno la casa di Fredrik e quanto quello fuori dalla mia finestra. Poi qualcosa è andato storto. Ebbene, continuando a leggere, la sensazione quella d'essermi imbattuto in un polpettone. La narrazione che si popola di personaggi che, anziché dare ossigeno alla storia, la soffocano. Qualcosa che non va nella caratterizzazioni. Come dire, tanta carne aggrappata a uno scheletro sottile. Mi stupisco mica che non regga. Harriet, Louise, Agnes e le sue ragazze. Un gran potenziale sprecato, ecco quel che mi son ripetuto di pagina in pagina. Con la lettura sono andato avanti, sì, la speranza quella che i personaggi potessero acquistare, di colpo, uno spessore. Tante solitudini che non entrano in contatto, cosa normale; assai meno, per me che leggo, il fatto che non si trovino parole capaci di metterle a nudo. E così non ho capito le scelte, mi son sfuggiti i contesti. La storia degli scandinavi, poi, di quelli che nei libri vengon visti abbandonare la civiltà preferendole la vita nelle foreste. Che dire? Per quanto mi riguarda, ha rotto le palle. Ho sperato in un libro che mi prendesse a calci, mi scuotesse. E invece niente. La natura umana la intuisci solo se - a tuo rischio e pericolo - ti fai vicino. Con Mankell m'è parso d'esser osservatore distante. Pensare che, sotto quel sottile strato di ghiaccio, c'era il mare.
"Un giornalista sulle tracce della canzone perfetta. Una ricerca appassionante, venata di malinconia e di jazz. Un viaggio tra Europa e America che si trasforma in un'inchiesta poliziesca sui generis, dove si indaga sui sentimenti e sull'anima della musica."
"Un giornalista sulle tracce della canzone perfetta. Una ricerca appassionante, venata di malinconia e di jazz. Un viaggio tra Europa e America che si trasforma in un'inchiesta poliziesca sui generis, dove si indaga sui sentimenti e sull'anima della musica."
Nulla di tutto ciò. Happy Living è un minestrone insapore, con una quarta di copertina a far da specchietto per le allodole. E io son stato allodola. Il jazz, l'inchiesta poliziesca, il viaggio, i sentimenti. Troppi elementi e l'incapacità di amalgamarli, di svilupparne uno che sia uno. Ebbene, due pernacchie in un sax non puoi farle passare per improvvisazione jazz. Quel "dove (*)" avrei dovuto coglierlo come un segnale.
(*) dóve avv. [lat. de ŭbi; v. ove] (radd. sint.). – Serve a domandare o a determinare un luogo. Introduce in genere prop. interrogative dirette o indirette, oppure prop. relative, unendosi con verbi di quiete e di moto. (fonte: treccani.it)
Leggere "se son rose" è un pò come trovarsi davanti un disegno nato dalla mano di un bambino. Un disegno di quelli che, nonostante i colori, le figure stilizzate, appena abbozzate, i tetti spioventi - se ci stai attento - un istante dopo averti fatto abbozzare un sorriso, può capitare che ti sbatta
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Leggere "se son rose" è un pò come trovarsi davanti un disegno nato dalla mano di un bambino. Un disegno di quelli che, nonostante i colori, le figure stilizzate, appena abbozzate, i tetti spioventi - se ci stai attento - un istante dopo averti fatto abbozzare un sorriso, può capitare che ti sbatta in faccia un profondo stato di sofferenza. Il disagio a tinte pastello, o qualcosa del genere. Roversi è un bambino mai cresciuto, e la cosa non fa sorridere. Sei lì che leggi il libro, e le prime pagine sembran scritte per rendertelo simpatico. Poverino, ti dici, gliene capitano di tutti i colori. Intanto la lettura prosegue, e il disegno - visto con più attenzione - prende a dirti ben altro. Roversi è un bambino mai cresciuto,sì, che dei bambini più di ogni altra cosa conserva il capriccio e il rifiuto come reazione a tutto quanto gli mostri un'immagine diversa dalla realtà desiderata. La vita di Roversi si svolge - giorno dopo giorno - lungo la stessa strada. Lui è lì che guida, incurante dei segnali. Peccato che questi cambino, suggerendo un'andatura differente, direzioni differenti. Ma Roversi va avanti come un mulo, che ti pare abbia i paraocchi. Non s'accorge di quanto accade in ufficio, non immagina quale idea abbia la moglie della loro relazione, non gli passa nemmeno per la mente di porsi delle domande. E la macchina continua a macinar kilometri, fino all'inevitabile impatto. E nemmeno la vista della sua auto ancora fumante pare suggerirgli nulla. Roversi è lì che non sa spiegarsi come possa essere accaduto. Allora, sai cosa? Mi rifugio in un cesso, ché ho bisogno di riflettere. Mi rifugio in un cesso di un cinema, di modo che possano trovarmi lì. La porta sigillata e una finestrella larga quanto basta per far filtrare del mondo solo quanto possa concedere una soddisfazione immediata. Roversi s'ammazza di cibo, ha una fame che pare non finire mai e che pare nulla possa attenuare. Si ritrova chiuso in un bagno, lì ad attendere che il mondo scelga - l'ennesima volta - al suo posto. Sono giorni di attesa, di chiacchiere con sconosciuti, con i genitori, con la moglie e con un cagnolino. Giuseppe il cagnolino, l'unico ad avere il "privilegio" d'attraversarla quella porta. Le bestie ascoltano soltanto, sono interlocutori ideali, ti sono riconoscenti, stan lì a sorbirsi la tua versione e, magicamente, senti d'avere ragione. Roversi non ha la minima voglia d'allontanarsi, semplicemente si nasconde da tutto quanto non gli restituisca quell'immagine di mondo. E la bravura di Vitali sta tutta in quella prosa delicata che ricorda l'infanzia, che gli concede di descrivere con linee dolci una vicenda umana zeppa di spigoli e, così, gli riesce di mettere un megafono innanzi a un rumore di fondo quasi impercettibile, e tutta la tristezza, l'inadeguatezza del personaggio, il suo essere sordo e cieco, t'arriva, e ora sei lì che leggi e l'impatto contro quel muro tu lo senti tutto. Letto il libro, l'ho riposto nello zaino, poi son stato lì a pensare, son ritornato sulle parole, sugli atteggiamenti. E il finale, che in un primo momento m'era parso forzato, l'ho trovato esemplare. Non poteva che andar così, mi son detto. Lasciar che siano gli altri a scegliere, tipico di Roversi. E' l'aspettativa che tutto torni a essere come era a tirarlo fuori di lì. Sarebbe stato bello chiudere il libro e dirsi che Roversi ha capito, ma temo non sia così - nessun segnale a suggerirlo - e la scelta riguardo il lavoro accende sì una speranza, ma la luce è troppo fioca; Gregorio (sì, il nome è quello) ha semplicemente atteso che le cose tornassero a somigliare a quella "normalità" che era convintissimo di vivere, ha ripreso a percorrere la strada con la sola andatura che riesce a concepire - in questo punto rallento, ora svolto, adesso dritto fin lì, ogni giorno uguale. E la simpatia va tutta al collega Zanetti, perseguitato da mille e più sfighe e al suo coraggio di accettare la realtà per quello che è, e al suo tentativo di renderla meno faticosa e più degna. Caro Roversi, a quando il prossimo impatto?
"Sono tre notti che non smette di piovere. Salgo in piedi sul water e osservo la pioggia rigare il vetro dell'inferriata che dà sulla strada. La strada è una distesa lucida e scura. Riflette macchie d'acqua pazienti che schizzano all'improvviso dopo un colpo di tacco, il passaggio di una macchina, e poi di nuovo tutto è come prima."
La bellissima copertina è della riccioluta illustratrice Lilia Migliorisi.
Soffia un vento caldo in questi giorni, un vento che solleva polvere, l'asfalto che brucia. Ho le mie sigarette, all'ombra degli alberi un tappeto sonoro fatto interamente di cicale. Leggo un racconto, mi fermo, accendo una sigaretta. Ho sempre trovato scomodo - direi fastidioso - leggere e al conte
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Soffia un vento caldo in questi giorni, un vento che solleva polvere, l'asfalto che brucia. Ho le mie sigarette, all'ombra degli alberi un tappeto sonoro fatto interamente di cicale. Leggo un racconto, mi fermo, accendo una sigaretta. Ho sempre trovato scomodo - direi fastidioso - leggere e al contempo fumare. M'immergo nella campagna veneta, mi sembra di sentirle quelle parole, il suono di quella lingua che sa di terra, di fatica, di noia, di repentini cambiamenti d'umore, di speranza e disperazione. A ogni racconto terminato segue il gesto di sfilare una sigaretta; l'accendo, e mi ritrovo improvvisamente distante da tutto quel che mi è attorno. La mano s'avvicina alle labbra - gesto meccanico - aspiro il fumo, lo sguardo incapace d'indugiare su un punto che sia uno. Quei momenti in cui si guarda altrove, e si pescan ricordi. Non può trattarsi che di questo. M'aiuta il non aver trovato giudizi disseminati lungo la trama del racconto, e mi regolo di conseguenza, limitandomi a richiamare le immagini alla memoria. E ricordo l'infanzia, l'idea del tempo, degli adulti, che avevo allora. E penso all'oggi, al desiderio di mutare continuamente punto di vista, a quell'espressione che a volte compare sul volto quando volgiamo lo sguardo ai giorni andati e pensiamo che, tutto sommato, non era affatto male. Ecco che quelle del mio passato si perdono tra le immagini richiamate dall'autore. O, forse, il contrario. Dico bene, le immagini dell'autore. Una scrittura che pare fatta di pennellate, i grumi del colore lì a ricordare allo sguardo intento a fissarli che non di realtà si tratta, ma di una sua rappresentazione. Eppure quella rappresentazione, della realtà, ha tutto. E quei grumi paiono il frutto di uno sguardo esitante, conseguenza di un moto di rabbia, segni della fatica o dello stupore che immobilizza e ammutolisce. La mente indugia su un particolare. I pensieri si muovono tra mille parole, e ne cercano una. E la mia, di mente, s'aggrappa a sapori e odori richiamati dalle parole lette un istante prima. L'umore dei corpi, il tanfo della carne che si decompone, l'aglio. Corpi che attraggono, con tutt'attorno quell'aura - inconsistente eppure densissima - che sembra volerti scuotere, gridarti contro che la carne è preda del tempo. Leggo e mi pare di sentir la fatica di chi ha scritto, d'assistere a quegli sforzi volti a dar disciplina alla frase, a impreziosirla con un lavoro sulla lingua e sul linguaggio. Lettere. Suoni. Materia. E quella fatica mi contagia e mi rapisce. C'è un odore che aleggia in ciascuno dei racconti, odore che a volte definiresti profumo, altre ti costringe a disperate apnee. E che ti segue ovunque, pur negli istanti in cui t'illudi di poterlo afferrare continuando a correre in avanti.
Immaginate di percorrere la distanza a separare il desiderio di possedere da quello di congiungersi, fondersi, stabilire un legame che si fa equilibrio pur mentre tutto - attorno a voi e alla vostra amata - corre veloce. Ora, fate un passo indietro e pensate all'istante in cui, nella vostra vita, vi
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Immaginate di percorrere la distanza a separare il desiderio di possedere da quello di congiungersi, fondersi, stabilire un legame che si fa equilibrio pur mentre tutto - attorno a voi e alla vostra amata - corre veloce. Ora, fate un passo indietro e pensate all'istante in cui, nella vostra vita, vi è stato concessa la grazia di coprire quella distanza. Un ultimo passo - solo uno - inevitabilmente indietro. Provate a congelare il tempo, fermatevi all'istante in cui il desiderio di percorrere quel cammino vi si è palesato e, assieme a quello, il dubbio quel tragitto vi sarebbe stato concesso percorrere al riparo dalla vostra solitudine, in compagnia di qualcosa in più del vostro ardente desiderio. Edoardo è fermo a quel momento, quel preciso istante. Freme, attende una risposta, scrive. Sa che non deve forzare, insistere, che quella che sta vivendo è un'attesa sulla quale la sua volontà non ha potere. Ma restar lì fermi, quando mente e cuore sono in subbuglio, è cosa ardua, quando l'amore occupa ogni pensiero e trova voce nei gesti, perfino i più banali. Edo deve stare attento, lo sa; Teresa l'ha pur messo in guardia. Amore, amore, amore...assillarla con questo ritornello potrebbe rivelarsi un errore irreparabile. E allora non gli resta che provare a distogliere l'attenzione di lei dal suo di amore, dalle sue attenzioni - pur quelle, inevitabilmente, amorevoli - tentare di nasconderle tra le righe delle sue lettere. Ma è così difficile. Quelle lettere, nelle sue intenzioni, dovrebbero parlar di tutto fuorchè d'amore. Pagine e pagine di tangenziali, lavandini, composizioni di frutta. E, tra uno svincolo e un paio di pompelmi, si tratteggiano le meravigliose figure dei nonni, il loro amore fatto di spicchi d'aglio e di tasche bucate. E che dire del barbiere e di sua moglie, del loro entusiasmo per la vita che non si lascia smorzare dal mancato arrivo d'un dono - il più prezioso - fino a replicare quell'attesa, all'infinito, generosamente partecipi delle speranze altrui.
"L'amore non si dice" è un libro da leggere, pagina dopo pagina, per assaporarne la prosa fresca, leggera, la serena malinconia, l'amore per l'amore e per la vita che, timido, si nasconde dietro il sorriso. Anche quando ciò che desideriamo tarda ad arrivare. Perché la speranza è testarda.
"Ogni volta che mia nonna mi racconta questa storia si commuove, e allora per non commuovermi anch'io le dico che devo andare via, ma prima di uscire mi controllo sempre le tasche anche se a me non le buca mai nessuno"
Meravigliosa l'illustrazione in copertina. Non ne conoscessi l'autrice - l'illustratrice lilia migliorisi - sarei portato a pensarla opera d'un folletto. Riccioluto, per giunta.
Scarpe italiane
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stoic calm (*)Lette le prime pagine, mi son detto "forte! forte!".continue)
Pagina dopo pagina, inchiodato lì. Frasi che parevano via crucis, vuoi per il dolore dell'io narrante, vuoi per la necessità di fermarmi su ogni singola parola.
Periodi brevi, la stanchezza di un uomo che si trascina - completamente solo - la si l ... (
Lette le prime pagine, mi son detto "forte! forte!".
Pagina dopo pagina, inchiodato lì. Frasi che parevano via crucis, vuoi per il dolore dell'io narrante, vuoi per la necessità di fermarmi su ogni singola parola.
Periodi brevi, la stanchezza di un uomo che si trascina - completamente solo - la si legge, tutta, in quei periodi. Ridotti all'essenziale. Giornate uguali l'una all'altra, trascorse in una solitudine assoluta che, prima ti nega la possibilità di parlare, poi si porta via pure la voglia di pensare troppo e troppo a lungo.
Una solitudine che è miseria, di quella miseria che vai a cercarti, come se ti dovesse spettare, lì che, impaziente, la reclami.
Lontano da tutto, un'isola sperduta, carica di neve, circondata dal mare che in superficie s'è fatto ghiaccio.
Fredrik non ha retto a un dolore che l'ha sconvolto o, piuttosto, ha deciso di fottersi l'esistenza?
Affascinante l'idea di trascinar la propria croce in solitudine, vero Fredrik?
Steso sul letto, la serranda della finestra aperta, tutto bianco fuori ché la neve cadeva giù copiosa. Fantastico.
Le prime cinquanta pagine mi han fatto ben sperare, suonavano un pò così
Life is running out quickly
And I'm pondering where to begin
I try and feel some kind
Of hollow and empty
Dolore, rimpianti, abbandoni, solitudine.
Mi son ritrovato a sperare si trattasse di un libro di quelli tosti, di quelli che tonificano almeno quanto il freddo tutto attorno la casa di Fredrik e quanto quello fuori dalla mia finestra.
Poi qualcosa è andato storto.
Ebbene, continuando a leggere, la sensazione quella d'essermi imbattuto in un polpettone. La narrazione che si popola di personaggi che, anziché dare ossigeno alla storia, la soffocano. Qualcosa che non va nella caratterizzazioni.
Come dire, tanta carne aggrappata a uno scheletro sottile. Mi stupisco mica che non regga.
Harriet, Louise, Agnes e le sue ragazze.
Un gran potenziale sprecato, ecco quel che mi son ripetuto di pagina in pagina. Con la lettura sono andato avanti, sì, la speranza quella che i personaggi potessero acquistare, di colpo, uno spessore.
Tante solitudini che non entrano in contatto, cosa normale; assai meno, per me che leggo, il fatto che non si trovino parole capaci di metterle a nudo.
E così non ho capito le scelte, mi son sfuggiti i contesti.
La storia degli scandinavi, poi, di quelli che nei libri vengon visti abbandonare la civiltà preferendole la vita nelle foreste. Che dire? Per quanto mi riguarda, ha rotto le palle.
Ho sperato in un libro che mi prendesse a calci, mi scuotesse. E invece niente.
La natura umana la intuisci solo se - a tuo rischio e pericolo - ti fai vicino.
Con Mankell m'è parso d'esser osservatore distante.
Pensare che, sotto quel sottile strato di ghiaccio, c'era il mare.
http://www.youtube.com/watch?v=srkati1DDxs
(*) titolo, versi e brano. Tutta farina dei The dining Rooms
Happy Living
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Colazione coi Coco-Flops"Un giornalista sulle tracce della canzone perfetta. Una ricerca appassionante, venata di malinconia e di jazz. Un viaggio tra Europa e America che si trasforma in un'inchiesta poliziesca sui generis, dove si indaga sui sentimenti e sull'anima della musica."
Nulla di tutto ciò. Happy Living è un mi ... (continue)
"Un giornalista sulle tracce della canzone perfetta. Una ricerca appassionante, venata di malinconia e di jazz. Un viaggio tra Europa e America che si trasforma in un'inchiesta poliziesca sui generis, dove si indaga sui sentimenti e sull'anima della musica."
Nulla di tutto ciò. Happy Living è un minestrone insapore, con una quarta di copertina a far da specchietto per le allodole. E io son stato allodola.
Il jazz, l'inchiesta poliziesca, il viaggio, i sentimenti. Troppi elementi e l'incapacità di amalgamarli, di svilupparne uno che sia uno.
Ebbene, due pernacchie in un sax non puoi farle passare per improvvisazione jazz.
Quel "dove (*)" avrei dovuto coglierlo come un segnale.
(*) dóve avv. [lat. de ŭbi; v. ove] (radd. sint.). – Serve a domandare o a determinare un luogo. Introduce in genere prop. interrogative dirette o indirette, oppure prop. relative, unendosi con verbi di quiete e di moto.
(fonte: treccani.it)
Se son rose
***This comment contains spoilers! ***
Sono i segnali a suggerire andatura e direzione.Leggere "se son rose" è un pò come trovarsi davanti un disegno nato dalla mano di un bambino.continue)
Un disegno di quelli che, nonostante i colori, le figure stilizzate, appena abbozzate, i tetti spioventi - se ci stai attento - un istante dopo averti fatto abbozzare un sorriso, può capitare che ti sbatta ... (
Leggere "se son rose" è un pò come trovarsi davanti un disegno nato dalla mano di un bambino.
Un disegno di quelli che, nonostante i colori, le figure stilizzate, appena abbozzate, i tetti spioventi - se ci stai attento - un istante dopo averti fatto abbozzare un sorriso, può capitare che ti sbatta in faccia un profondo stato di sofferenza. Il disagio a tinte pastello, o qualcosa del genere.
Roversi è un bambino mai cresciuto, e la cosa non fa sorridere. Sei lì che leggi il libro, e le prime pagine sembran scritte per rendertelo simpatico. Poverino, ti dici, gliene capitano di tutti i colori.
Intanto la lettura prosegue, e il disegno - visto con più attenzione - prende a dirti ben altro.
Roversi è un bambino mai cresciuto,sì, che dei bambini più di ogni altra cosa conserva il capriccio e il rifiuto come reazione a tutto quanto gli mostri un'immagine diversa dalla realtà desiderata.
La vita di Roversi si svolge - giorno dopo giorno - lungo la stessa strada. Lui è lì che guida, incurante dei segnali. Peccato che questi cambino, suggerendo un'andatura differente, direzioni differenti. Ma Roversi va avanti come un mulo, che ti pare abbia i paraocchi. Non s'accorge di quanto accade in ufficio, non immagina quale idea abbia la moglie della loro relazione, non gli passa nemmeno per la mente di porsi delle domande. E la macchina continua a macinar kilometri, fino all'inevitabile impatto.
E nemmeno la vista della sua auto ancora fumante pare suggerirgli nulla. Roversi è lì che non sa spiegarsi come possa essere accaduto.
Allora, sai cosa? Mi rifugio in un cesso, ché ho bisogno di riflettere.
Mi rifugio in un cesso di un cinema, di modo che possano trovarmi lì. La porta sigillata e una finestrella larga quanto basta per far filtrare del mondo solo quanto possa concedere una soddisfazione immediata. Roversi s'ammazza di cibo, ha una fame che pare non finire mai e che pare nulla possa attenuare. Si ritrova chiuso in un bagno, lì ad attendere che il mondo scelga - l'ennesima volta - al suo posto.
Sono giorni di attesa, di chiacchiere con sconosciuti, con i genitori, con la moglie e con un cagnolino. Giuseppe il cagnolino, l'unico ad avere il "privilegio" d'attraversarla quella porta. Le bestie ascoltano soltanto, sono interlocutori ideali, ti sono riconoscenti, stan lì a sorbirsi la tua versione e, magicamente, senti d'avere ragione.
Roversi non ha la minima voglia d'allontanarsi, semplicemente si nasconde da tutto quanto non gli restituisca quell'immagine di mondo.
E la bravura di Vitali sta tutta in quella prosa delicata che ricorda l'infanzia, che gli concede di descrivere con linee dolci una vicenda umana zeppa di spigoli e, così, gli riesce di mettere un megafono innanzi a un rumore di fondo quasi impercettibile, e tutta la tristezza, l'inadeguatezza del personaggio, il suo essere sordo e cieco, t'arriva, e ora sei lì che leggi e l'impatto contro quel muro tu lo senti tutto.
Letto il libro, l'ho riposto nello zaino, poi son stato lì a pensare, son ritornato sulle parole, sugli atteggiamenti.
E il finale, che in un primo momento m'era parso forzato, l'ho trovato esemplare. Non poteva che andar così, mi son detto.
Lasciar che siano gli altri a scegliere, tipico di Roversi. E' l'aspettativa che tutto torni a essere come era a tirarlo fuori di lì.
Sarebbe stato bello chiudere il libro e dirsi che Roversi ha capito, ma temo non sia così - nessun segnale a suggerirlo - e la scelta riguardo il lavoro accende sì una speranza, ma la luce è troppo fioca; Gregorio (sì, il nome è quello) ha semplicemente atteso che le cose tornassero a somigliare a quella "normalità" che era convintissimo di vivere, ha ripreso a percorrere la strada con la sola andatura che riesce a concepire - in questo punto rallento, ora svolto, adesso dritto fin lì, ogni giorno uguale.
E la simpatia va tutta al collega Zanetti, perseguitato da mille e più sfighe e al suo coraggio di accettare la realtà per quello che è, e al suo tentativo di renderla meno faticosa e più degna.
Caro Roversi, a quando il prossimo impatto?
"Sono tre notti che non smette di piovere. Salgo in piedi sul water e osservo la pioggia rigare il vetro dell'inferriata che dà sulla strada. La strada è una distesa lucida e scura. Riflette macchie d'acqua pazienti che schizzano all'improvviso dopo un colpo di tacco, il passaggio di una macchina, e poi di nuovo tutto è come prima."
La bellissima copertina è della riccioluta illustratrice Lilia Migliorisi.
Dammi un bacio
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"Dighe che ea ghe ne meta poco chel fa mae"Soffia un vento caldo in questi giorni, un vento che solleva polvere, l'asfalto che brucia.continue)
Ho le mie sigarette, all'ombra degli alberi un tappeto sonoro fatto interamente di cicale.
Leggo un racconto, mi fermo, accendo una sigaretta. Ho sempre trovato scomodo - direi fastidioso - leggere e al conte ... (
Soffia un vento caldo in questi giorni, un vento che solleva polvere, l'asfalto che brucia.
Ho le mie sigarette, all'ombra degli alberi un tappeto sonoro fatto interamente di cicale.
Leggo un racconto, mi fermo, accendo una sigaretta. Ho sempre trovato scomodo - direi fastidioso - leggere e al contempo fumare. M'immergo nella campagna veneta, mi sembra di sentirle quelle parole, il suono di quella lingua che sa di terra, di fatica, di noia, di repentini cambiamenti d'umore, di speranza e disperazione.
A ogni racconto terminato segue il gesto di sfilare una sigaretta; l'accendo, e mi ritrovo improvvisamente distante da tutto quel che mi è attorno. La mano s'avvicina alle labbra - gesto meccanico - aspiro il fumo, lo sguardo incapace d'indugiare su un punto che sia uno.
Quei momenti in cui si guarda altrove, e si pescan ricordi. Non può trattarsi che di questo.
M'aiuta il non aver trovato giudizi disseminati lungo la trama del racconto, e mi regolo di conseguenza, limitandomi a richiamare le immagini alla memoria.
E ricordo l'infanzia, l'idea del tempo, degli adulti, che avevo allora. E penso all'oggi, al desiderio di mutare continuamente punto di vista, a quell'espressione che a volte compare sul volto quando volgiamo lo sguardo ai giorni andati e pensiamo che, tutto sommato, non era affatto male.
Ecco che quelle del mio passato si perdono tra le immagini richiamate dall'autore. O, forse, il contrario.
Dico bene, le immagini dell'autore.
Una scrittura che pare fatta di pennellate, i grumi del colore lì a ricordare allo sguardo intento a fissarli che non di realtà si tratta, ma di una sua rappresentazione.
Eppure quella rappresentazione, della realtà, ha tutto.
E quei grumi paiono il frutto di uno sguardo esitante, conseguenza di un moto di rabbia, segni della fatica o dello stupore che immobilizza e ammutolisce.
La mente indugia su un particolare. I pensieri si muovono tra mille parole, e ne cercano una.
E la mia, di mente, s'aggrappa a sapori e odori richiamati dalle parole lette un istante prima.
L'umore dei corpi, il tanfo della carne che si decompone, l'aglio.
Corpi che attraggono, con tutt'attorno quell'aura - inconsistente eppure densissima - che sembra volerti scuotere, gridarti contro che la carne è preda del tempo.
Leggo e mi pare di sentir la fatica di chi ha scritto, d'assistere a quegli sforzi volti a dar disciplina alla frase, a impreziosirla con un lavoro sulla lingua e sul linguaggio.
Lettere. Suoni. Materia.
E quella fatica mi contagia e mi rapisce.
C'è un odore che aleggia in ciascuno dei racconti, odore che a volte definiresti profumo, altre ti costringe a disperate apnee.
E che ti segue ovunque, pur negli istanti in cui t'illudi di poterlo afferrare continuando a correre in avanti.
http://www.youtube.com/watch?v=yBN42qsqqwc
L'amore non si dice
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Son caduto dalla nave, son caduto. Oppure no.Immaginate di percorrere la distanza a separare il desiderio di possedere da quello di congiungersi, fondersi, stabilire un legame che si fa equilibrio pur mentre tutto - attorno a voi e alla vostra amata - corre veloce.continue)
Ora, fate un passo indietro e pensate all'istante in cui, nella vostra vita, vi ... (
Immaginate di percorrere la distanza a separare il desiderio di possedere da quello di congiungersi, fondersi, stabilire un legame che si fa equilibrio pur mentre tutto - attorno a voi e alla vostra amata - corre veloce.
Ora, fate un passo indietro e pensate all'istante in cui, nella vostra vita, vi è stato concessa la grazia di coprire quella distanza.
Un ultimo passo - solo uno - inevitabilmente indietro.
Provate a congelare il tempo, fermatevi all'istante in cui il desiderio di percorrere quel cammino vi si è palesato e, assieme a quello, il dubbio quel tragitto vi sarebbe stato concesso percorrere al riparo dalla vostra solitudine, in compagnia di qualcosa in più del vostro ardente desiderio.
Edoardo è fermo a quel momento, quel preciso istante. Freme, attende una risposta, scrive.
Sa che non deve forzare, insistere, che quella che sta vivendo è un'attesa sulla quale la sua volontà non ha potere.
Ma restar lì fermi, quando mente e cuore sono in subbuglio, è cosa ardua, quando l'amore occupa ogni pensiero e trova voce nei gesti, perfino i più banali.
Edo deve stare attento, lo sa; Teresa l'ha pur messo in guardia.
Amore, amore, amore...assillarla con questo ritornello potrebbe rivelarsi un errore irreparabile.
E allora non gli resta che provare a distogliere l'attenzione di lei dal suo di amore, dalle sue attenzioni - pur quelle, inevitabilmente, amorevoli - tentare di nasconderle tra le righe delle sue lettere. Ma è così difficile.
Quelle lettere, nelle sue intenzioni, dovrebbero parlar di tutto fuorchè d'amore. Pagine e pagine di tangenziali, lavandini, composizioni di frutta.
E, tra uno svincolo e un paio di pompelmi, si tratteggiano le meravigliose figure dei nonni, il loro amore fatto di spicchi d'aglio e di tasche bucate.
E che dire del barbiere e di sua moglie, del loro entusiasmo per la vita che non si lascia smorzare dal mancato arrivo d'un dono - il più prezioso - fino a replicare quell'attesa, all'infinito, generosamente partecipi delle speranze altrui.
"L'amore non si dice" è un libro da leggere, pagina dopo pagina, per assaporarne la prosa fresca, leggera, la serena malinconia, l'amore per l'amore e per la vita che, timido, si nasconde dietro il sorriso.
Anche quando ciò che desideriamo tarda ad arrivare.
Perché la speranza è testarda.
"Ogni volta che mia nonna mi racconta questa storia si commuove, e allora per non commuovermi anch'io le dico che devo andare via, ma prima di uscire mi controllo sempre le tasche anche se a me non le buca mai nessuno"
Meravigliosa l'illustrazione in copertina.
Non ne conoscessi l'autrice - l'illustratrice lilia migliorisi - sarei portato a pensarla opera d'un folletto. Riccioluto, per giunta.
http://www.youtube.com/watch?v=B7Ycp7SpchY