Che Napoli sia città musicale, è noto a tutti. Solo ora però è possibile percorrerla e individuarne i luoghi, riconducibili in vario modo a questa prerogativa. Perché anche la musica ha una sua ‘materialità’, fatta di teatri, conservatori, chiese, abitazioni… ma a
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Presentazione dell'autore:
Che Napoli sia città musicale, è noto a tutti. Solo ora però è possibile percorrerla e individuarne i luoghi, riconducibili in vario modo a questa prerogativa. Perché anche la musica ha una sua ‘materialità’, fatta di teatri, conservatori, chiese, abitazioni… ma anche di mare, sole, cielo, verde… spesso ispiratori di impressioni e melodie. Questa Guida musicale di Napoli, in trentaquattro itinerari e alcune centinaia di tappe, intende perciò accompagnare il visitatore alla scoperta di una città, dove – riferisce a fine ’500 Giambattista Del Tufo – “ogni fanciul pria che s’avvolge in fasce / quasi cantando nasce”. Non senza stupefacenti sorprese. Da Chateaubriand, che in viaggio oltre New York nel 1791, ascolta nelle case dei coloni americani ai limiti della boscaglia, tra il cinguettìo degli uccelli e lo scroscio di una cascata, le arie di Cimarosa e Paisiello; ai fratelli Goncourt, ricevuti nel porto da un concertino di suonatori in barca. Da Henrik Ibsen, che in Casa di bambola rievoca le tarantelle di Capri; fino a Marcel Proust, estasiato dal motivo di ’O sole mio sul terrazzo di un albergo veneziano. E poi, Cimarosa, Bellini, Verdi. Tre nomi accomunati dal riferimento alla scuola musicale napoletana: il primo, perché tra i suoi massimi esponenti; Bellini, commosso fino alle lacrime dallo Stabat Mater di Pergolesi; Verdi, allievo del pugliese Vincenzo Lavigna, il quale “non vedeva altra musica, che quella di Paisiello”. Non mancano nuove autorevoli presenze. Da Wagner, ammaliato dal Miserere di Leonardo Leo; a Igor Stravinsky, che tributerà con Pulcinella il più alto omaggio alla tradizione settecentesca. E ancora: nonno e padre di Giacomo Puccini erano stati allievi a Napoli rispettivamente di Paisiello il primo, di Donizetti e Mercadante il secondo. Napoli dunque, memoria non eludibile anche da parte di chi avrebbe superato quella scuola! Il tutto, quando la città stava facendo dell’esperienza musicale occasione di identità culturale. Mentre Alessandro Scarlatti lamenta che “Roma non ha tetto per accoglier la Musica, che vive mendica” a Napoli nasce infatti l’opera buffa, destinata ad appropriarsi dello storico teatro dei Fiorentini e a far sorgere quello della Pace e il Nuovo. Non meraviglia quindi che essa prenda in prestito a mo’ di scenario vicoli, piazzette, osterie, riviere, borghi e che i personaggi cantino nella lingua locale. “Naples est la capitale du monde musicien” scrive entusiasta nel 1739 il presidente Charles de Brosses. E tutto sembra infatti ruotare intorno a questo tema: dal presepe, le cui figure si affollano nella taverna, quasi dialogando in un recitativo; all’architettura di Domenico Antonio Vaccaro o di Ferdinando Sanfelice, che della teatralità fanno la più immediata e coinvolgente forma comunicativa. Così, centinaia di musicisti sono presenti in questa guida, tra riverberi dorati di saloni, umide penombre di navate, pleniluni su Chiaia e lo sciacquìo di Santa Lucia e Mergellina. Al punto che lo stesso paesaggio napoletano viene percepito in chiave armonica e, scrive di Nisida nel 1831 Hector Berlioz “il mare canta allegramente in modo maggiore mille accordi scintillanti” mentre Charles Gounod, dalle rocce a strapiombo nelle notti capresi, trae ispirazione per una scena del Faust.
Gentile Dottor Raso, La ringrazio per la Sua splendida "Guida musicale di Napoli", che ho molto gradito. Le invio, ricambiando, gli auguri più sentiti per un felice e sereno 2005. Riccardo Muti
Recensione di Monica Mattioli sul Corriere del Mezzogiorno del 2 gennaio 2005:
Nella "Guida" di Carlo Raso itinerari musicali napoletani attraverso aneddoti e curiosità
Sconcezze in Galleria Umberto, e Stravinsky finì in cella
NAPOLI - Trentaquattro percorsi per illustrare una Napoli musicale, dalla quale nasce un'aneddotica ricca di sorprese: dentro ci finiscono Dumas padre e Mozart, Stravinsky e Farinelli, per arrivare agli attuali Abbado e De Simone. La particolare topografia musicale è di Carlo Raso che per i tipi di Franco Di Mauro ha pubblicato Napoli. Guida musicale. Trentaquattro racconti curiosi, appunto, i cui protagonisti sono compositori, cantanti ed impresari. Ecco allora il lettore imbattersi in Stravinsky, sorpreso ad orinare su una parete della Galleria Umberto I con Picasso e arrestato; magari nel veneziano Casanova, spettatore distratto, che parla "tutto il tempo d'amore"; oppure, nella Malibran, che alla tenera età di sei anni sostituisce la protagonista colta da amnesia.
“…la città che possiede la tomba di Virgilio e la culla del Tasso, la città in cui vissero Orazio e Tito Livio, Boccaccio e Sannazaro, in cui nacquero Durante e Cimarosa era stata abbellita dal suo nuovo sovrano. L’ordine era stato ristabilito: i lazzaroni non gioca
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Introduzione dell'autore:
“…la città che possiede la tomba di Virgilio e la culla del Tasso, la città in cui vissero Orazio e Tito Livio, Boccaccio e Sannazaro, in cui nacquero Durante e Cimarosa era stata abbellita dal suo nuovo sovrano. L’ordine era stato ristabilito: i lazzaroni non giocavano più a palla con le teste per divertire l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton. Gli scavi di Pompei erano stati ampliati. Un sentiero serpeggiava sul promontorio di Posillipo”. È questo l’elogio – ispirato da un malcelato patriottismo e dall’usuale sarcasmo per il vicino anglosassone – che Chateaubriand tesse delle iniziative di Gioacchino Murat. Come si vede, il golfo di Napoli è topograficamente racchiuso fra il sepolcro del cantore di Enea e l’edificio in cui nasce lo scrittore sorrentino, assurti a metafore letterarie del territorio. E il binomio ricorre anche in un altro francese, Alphonse de Lamartine, durante il soggiorno nell’ormai soppresso convento di San Pietro Martire: “Quando il mattino l’orizzonte era limpido, vedevo splendere la bianca casa del Tasso, sospesa come un nido di cigno sulla sommità di una gialla scogliera rocciosa, tagliata a picco dalle onde… mi attiravano soprattutto la tomba di Virgilio e la culla del Tasso, perché i paesi per me hanno sempre significato uomini: così Napoli è Virgilio e Tasso”. Analogamente Vincenzo Monti giustifica la sua presenza con il desiderio di vedere “la cuna del Tasso e le ceneri di Virgilio”. È infatti sulla scorta di rimembranze soprattutto letterarie che muovono da Roma verso il regno meridionale i più illustri scrittori d’Europa, al punto che l’immagine stessa della città sembra conformarsi a questa dimensione. Non è un caso che le vedute di Napoli del secolo XVIII dilatino l’area urbana fino all’estremo margine occidentale del litorale di Mergellina, per includervi il sepolcro di Virgilio e la chiesa di Santa Maria del Parto con quello di Sannazaro. Il primo dei quali, trovandosi all’ingresso dell’oscura Crypta Neapolitana, sembra quasi invitare all’itinerario misterico verso l’oltretomba dell’Averno, i vaticini della Sibilla cumana e la sepoltura di Miseno. Così, tutto il paesaggio flegreo si popola di quelle antiche figure, tanto che sorprende come Petrarca se ne distolga per appuntare la sua attenzione su una nerboruta puteolana del rione Terra. Ma il cantore di Laura è pur sempre l’autore del poema Africa, incentrato sulla figura di Scipione, il vincitore di Annibale, al punto che il toscano non nasconde il desiderio di cercarne qualche reliquia dell’abitazione o della tomba nella solitudine paludosa e malarica di Liternum. Sull’opposto versante, il mito romantico di Torquato Tasso, vittima di una folle genialità e anticipatore di sensibilità angosciosamente esistenziali, trasfigura la casa natale del poeta in una meta quasi sacrale. Vittorio Alfieri dice di aver visitato “la di lui culla in Sorrento” dove si è “espressamente portato ad un tale effetto”. Mentre il russo Batjuškov, soggiornando a Ischia nel 1819, afferma: “…davanti a me in lontananza è Sorrento: la culla di quell’uomo, al quale io debbo i migliori godimenti della mia vita”. E non pochi luoghi di Napoli segnano le tappe della vicenda umana dell’autore della Gerusalemme: dalla dimora materna, chissà quante volte rimembrata tra i ricordi infantili, alla stanza nel convento dei Santi Severino e Sossio, dove avverte l’approssimarsi della morte. Su tutto domina la mole del Vesuvio, del quale Leopardi contempla nel 1834 dall’appartamento di Via Nuova Santa Maria Ognibene “ogni giorno il fumo ed ogni notte la lava ardente”. Tanto che Giuseppe Ungaretti, a Napoli nel 1932, non esita a scrivere: “La lirica di Giacomo Leopardi: Il tramonto della luna – la più bella del mondo nelle parti portate a compimento – la dettò questo paesaggio”. Che è quindi lo scenario dove muovono i passi Goethe e Madame de Staël, D’Annunzio e Fucini, Flaubert e Zola, Sartre e Malaparte, Dickens e Dumas, Andersen e Stendhal, Rilke e Gorkij, Petrarca e Boccaccio, Nietzsche e Wilde… in un coacervo di impressioni, di sopralluoghi, di confronti che intersecano sul territorio una serie di percorsi, che questa guida si augura di sollecitare fra chi scrittore non è, ma sente il fascino della parola letteraria. Grazie alla quale oltretutto si riescono a risolvere alcuni annosi problemi storico-artistici, come l’originaria collocazione del Compianto di Monteoliveto (sulla testimonianza del Marchese de Sade) o del Cristo velato della cappella Sansevero (per merito di Hippolyte Taine). Mentre può sorprendere il fatto che i più celebrati capolavori di Napoli siano l’Ercole Farnese del museo Archeologico e la Deposizione di Ribera nel Tesoro di San Martino, laddove scarso interesse suscitano le Sette opere di Misericordia di Caravaggio o le numerose chiese della città. E le vie della letteratura aggiungono poi gustose informazioni su certe consuetudini alimentari: dalla prima citazione della pizza ad opera del Pontano, ai raffaiuoli e mostacciuoli del convento di San Sebastiano, apprezzati da Giordano Bruno; dalla “vitella di Surrento” che Metastasio rimpiange addirittura da Vienna, al “gelato affogato al caffè” sorbito da Flaubert; dalle “troianelle, i dolci fichi così cari ai napoletani” ricordati da De Sanctis ai taralli assaggiati da Collodi a Santa Lucia, fino alle paste “come porcellane dipinte” osservate da Sartre nella vetrina di Caflisch. Non sono da meno le disavventure: a Giacomo Casanova vengono sottratti alcuni fazzoletti, a Theodor Fontane il portafogli mentre passeggia in carrozzella per Via Toledo; lo stesso accade al russo Aleksandr Herzen, con relativo ‘cavallo di ritorno’. Oscar Wilde subisce perfino il furto degli abiti ad opera di un disonesto inserviente di villa Bracale a Posillipo, mentre Nietzsche scruta con sospetto i facchini che trasferiscono i bagagli all’albergo del Chiatamone.
Il libro è uscito, notevolmente ampliato nei luoghi negli scrittori negli itinerari (nonché esteso ai Campi Flegrei e a Sorrento) a tredici anni di distanza dalla prima edizione (1994) di:
"Gli itinerari della presente Guida musicale di Venezia ruotano, a mo’ di ellissi, intorno a due fuochi: la cappella Ducale di San Marco e il teatro La Fenice, ovvero le istituzioni in questo campo più rappresentative della città. La prima raggiunge l’acme ne
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Introduzione dell'autore:
"Gli itinerari della presente Guida musicale di Venezia ruotano, a mo’ di ellissi, intorno a due fuochi: la cappella Ducale di San Marco e il teatro La Fenice, ovvero le istituzioni in questo campo più rappresentative della città. La prima raggiunge l’acme nel trentennio direttoriale di Monteverdi ed è per alcuni secoli in costante osmosi con i quattro Spedali, veri e propri centri di formazione didattica; la seconda vivifica in età romantica la languente vita lagunare. Di mezzo c’è la frenetica attività dei numerosi teatri, dei quali il San Cassiano anticipa in assoluto l’apertura al pubblico pagante, facendo così uscire il recitar cantando dalla ristretta fruizione nobiliare. Contemporaneamente, Francesco Cavalli fa del suo palazzo su Canal Grande la fucina dell’opera barocca che, dilagando in Italia e in Europa, consoliderà il nuovo genere in sempre più ampi strati sociali. Vivace è il panorama musicale autoctono: da Tomaso Albinoni a Benedetto Marcello, che nella dimora avita scrive quel delizioso libretto che è Il teatro alla moda; da Antonio Vivaldi, ‘maestro de’ concerti’ per quasi quarant’anni alla Pietà, al buranese Baldassarre Galuppi, protagonista per buona parte del XVIII secolo. Nel frattempo Händel dà alle scene al San Giovanni Grisostomo la sua Agrippina e Hasse mette su famiglia proprio nella Serenissima. Qui d’altronde sono di casa i maggiori esponenti della scuola napoletana: da Tommaso Traetta, maestro di cappella all’Ospedaletto, a Pasquale Anfossi, che la stessa istituzione fa ritrarre in un affresco mentre dirige le putte; da Domenico Cimarosa, che consolida la fama al San Samuele, apre il teatro Eretenio a Vicenza e dà alle scene alla Fenice la sua ultima opera, prima di spegnersi nel compianto generale proprio a Venezia, fino a Giovanni Paisiello, cui viene conferito l’onore di inaugurare con I giuochi di Agrigento il massimo teatro cittadino. Il soggiorno di Mozart nel 1771 tocca diversi luoghi della città: la casa dei conoscenti Wider, il Ridotto, l’Arsenale, il teatro San Benedetto, i palazzi Patriarcale e Giovanelli, per concludersi con la gita a Padova, quando si esibisce davanti a Giovanni Ferrandini e suona l’organo della chiesa di Santa Giustina. In tale occasione Giuseppe Ximenes gli commissiona quella Betulia liberata che Paolo Cattelan non esita a definire “capolavoro del giovane Mozart italiano”. Pochi anni dopo le calli, i campielli e in particolare la chiesa di San Luca saranno testimoni del morboso erotismo di Lorenzo Da Ponte, destinato a diventare il miglior librettista proprio del salisburghese; mentre ha la suspense di un giallo la misteriosa vicenda, incentrata sulla parrocchia di San Canciano, di tale Penelope Mozart. Il secolo successivo vede apparire al San Moisè il diciottenne Rossini – che di lì a poco darà al San Benedetto L’italiana in Algeri – o al San Luca il ventunenne Donizetti, entrambi dominatori, insieme a Bellini, delle scene della Fenice, prima che vi esordissero i capolavori di Verdi: Ernani, Attila, Rigoletto, Traviata, Boccanegra. E, circa un anno e mezzo dopo la nascita di quest’ultima opera, Wagner occupa i freddi e ampi saloni di Ca’ Giustinian per comporvi il secondo atto di Tristano e Isotta, non presago che il destino avrebbe posto fine ai suoi giorni proprio sul Canal Grande, a palazzo Vendramin. Il Novecento vede l’esecuzione al Grand Hotel de l’Europe, alla presenza di Djagilev, di Le sacre du printemps da parte di Stravinsky, il quale darà poi una sua Sonata per pianoforte a palazzo Contarini Dal Zaffo, comporrà il balletto Agon all’albergo Bauer Grünewald e negli anni Cinquanta onorerà Venezia di prestigiose prime: The Rake’s Progress alla Fenice, il Canticum Sacrum a San Marco, Threni alla Scuola Grande di San Rocco, il Monumentum pro Gesualdo a palazzo Ducale. Contemporaneamente Britten fa esordire The Turn of the Screw alla Fenice e compone Curlew River a palazzo Mocenigo, prima di dedicare alla città quel Death in Venice, ispirato dall’omonimo racconto di Thomas Mann. Il panorama musicale lagunare non può che concludersi con Luigi Nono, nato e morto nella stessa casa alle Zattere, a sottolineare come la stringente modernità non escluda mai il forte radicamento identitario".
Questo libro esce, notevolmente ampliato negli argomenti nei luoghi e negli itinerari, a dieci anni di distanza da:
"Nel 1817 George Byron si trovava a Roma e sembra sia probabile che abbia assistito alla decapitazione di alcuni condannati: “Il giorno prima di lasciare Roma ho visto d
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"Nel 1817 George Byron si trovava a Roma e sembra sia probabile che abbia assistito alla decapitazione di alcuni condannati: “Il giorno prima di lasciare Roma ho visto decapitare tre malviventi. La cerimonia – che comprendeva i preti mascherati [incappucciati], gli esecutori mezzi nudi, i delinquenti bendati, il Cristo nero col suo stendardo, il palco dell’esecuzione, la soldataglia, la lenta processione, il rapido tintinnare e la pesante caduta della mannaia, lo sprizzare del sangue e l’orrore delle teste esposte – è tutta certamente più impressionante del supplizio volgare, rozzo, sporco del new drop, la bestiale impiccagione che si infligge a chi subisce una sentenza inglese. Due di quegli uomini si comportavano con una certa tranquillità, ma il primo dei tre morì terrorizzato e recalcitrante, e questo fu atroce. Non voleva mettersi in ginocchio; inoltre il suo collo era troppo grosso per l’apertura e il prete fu costretto a sommergere le sue imprecazioni alzando sempre più il tono delle esortazioni. La testa fu tagliata prima che gli occhi potessero distinguere il colpo, con l’unico intralcio di un tentativo di ritrarre il capo, nonostante fosse tenuto fermo per i capelli; la prima testa fu tagliata proprio vicino alle orecchie, le altre caddero con un taglio più preciso… Il primo mi fece venire un gran caldo e molta sete e mi fece tremare al punto che non potevo quasi tenere in mano il binocolo… il secondo e il terzo, mi dispiace dirlo, non ebbero su di me un effetto così orripilante (il che dimostra con quanta terribile rapidità le cose divengano indifferenti) anche se avrei voluto salvarli se avessi potuto”.
Il breve testo è tratto da un libro che non mi stanco mai di consigliare: “Roma – Guida letteraria – Tutta la città in 40 itinerari” di Carlo Raso (Franco Di Mauro Editore). Se avrete la fortuna di praticare i percorsi direttamente nella Capitale, come ho fatto io nell’estate del 2007, vi accorgerete di scoprire mondi nascosti, angoli incredibilmente suggestivi, scorci che senza la documentazione certosina di Raso avrebbero un sapore del tutto differente. Quando passerete la prossima volta per Piazza di Ponte Sant’Angelo, ricordate le parole di Byron.
La letteratura raccontata per aneddoti e pagine reali della vita degli scrittori ha il dono di immergere le menti confuse contemporanee in acque profonde, dove la superficie è tale perché l’abitudine la sublima, rendendola incalzante e necessaria, sbagliando. La dilatazione del tempo (accorgendosi di quanto i passi della società, per quanto deboli in apparenza, siano considerevoli), la consapevolezza del tempo, meglio, non può che essere nutrita dalle acque profonde.
Ecco un altro ottimo motivo, piantatela di scrivere, dedicatevi alla lettura di libri che narrino le acque profonde del passato, unico modo per capire il presente.
Recensione in Leggere Tutti Mensile del libro e della lettura: numero 12, luglio-agosto 2006
UN CROCEVIA DI CAPOLAVORI LETTERARI
"I colori di Roma, le atmosfere delle vie e delle piazze, gli odori dei giardini, lo scroscio delle fontane. Immagini e suoni che si rispecchiano sulla carta illuminando di luce nuova capolavori dell'arte e della cultura che hanno reso Eterna Roma nel mondo e nel tempo. È così che Carlo Raso rivisita il territorio e la storia della città, attraverso le opere dei grandi letterati e scrittori che in Roma hanno riflesso lo splendore della loro fama: dal Pincio, il luogo per eccellenza per ammirare la città, a Trinità de' Monti, da Piazza di Spagna a Via Condotti, da Villa Borghese al Quirinale, fino a ponte sant'Angelo, a san Pietro, al Ghetto. Quaranta itinerari che si snodano lungo il territorio della Città Eterna, consentendone una fruizione letteraria dinamica, caricando di volta in volta i capolavori della città di significati metaforici. Il libro (Carlo Raso, Roma. Guida letteraria, Franco Di Mauro Editore, pp. 450, Euro 18,00) fa parte di una collana di "Guide" su argomenti solitamente poco trattati in questo tipo di pubblicazioni: dalla letteratura alla musica, dalla flora al paesaggio, ai luoghi storici. Vale proprio la pena di compiere un viaggio di questo tipo. Significativo quello che François Rabelais, il celebre scrittore francese, scriveva già nel '500 dalla Locanda dell'Orso in cui alloggiava: "Quello che ho maggiormente auspicato, da quando ho qualche cognizione dell'evoluzione delle Lettere, è di attraversare l'Italia e visitare Roma, caput mundi. Vedere Roma è una straordinaria fortuna, che ogni persona di una certa condizione può procurarsi".
Questa recensione è in margine all'articolo di Carlo Raso, riproducente l'introduzione del libro:
In margine all'articolo Passeggiata romana di Marco Bartolucci e Marilisa Zito in inViaggio, Mondadori, n° 103, aprile 2006:
ROMA. GUIDA LETTERARIA Collana Guide, Franco Di Mauro Editore, 2005, pag. 427, 18 euro. La città vista e raccontata da Carlo Raso in 40 itinerari attraverso stralci d'autore. Dal marchese De Sade, che commenta i dipinti di San Luigi dei Francesi, ad Andersen, che cerca nella chiesa di Santa Maria in Traspontina il sepolcro di un santo danese. Per proseguire con Moravia , Ibsen, Goethe e tantissimi altri.
In margine all'articolo Il Belpaese secondo Ibsen di Roberto Caramelli ne I Viaggi di Repubblica anno X, n° 407, 2 marzo 2006:
Le pubblicazioni su Ibsen: Dalle lettere alla vita nella Città Eterna
ROMA, GUIDA LETTERARIA di Carlo Raso, Franco Di Mauro Ed., 18,00 euro
"Dei drammi di Ibsen, pubblicati da numerosi editori, esistono traduzioni (e versioni teatrali) che risalgono tutte ad almeno 50 anni fa. Alcuni testi sono stati addirittura tradotti in italiano dal tedesco o dal francese anziché dal norvegese. In queste pagine citiamo lettere del drammaturgo spedite dall'Italia alla moglie, agli amici, ai parenti. Un testo che raccoglie gran parte della sua corrispondenza è pubblicato dalla casa editrice Iperborea, specializzata in testi di scrittori scandinavi. La vita di Ibsen a Roma è riportata in una interessante Guida letteraria pubblicata dall'editore napoletano Franco Di Mauro. È doveroso ricordare qui anche Eleonora Duse, una delle più grandi interpreti del teatro ibseniano, che contribuì alle traduzioni dei testi in italiano (spesso dal francese) di molti drammi di Ibsen".
Caffè Aragno: echi letterari dispersi nel corso del fast food
Autore: Carolina Venturini Giovedì 20 gennaio 2011, 11:17
Spizzico fast food e Caffè Aragno uniti. Abominio, lo so. Scempio culturale, lo so. Ma accade.
In via del Corso n° 180-1 a Roma. Uno dei caffè letterari più famosi in tutta Italia. Ricordato come Caffè Nazionale nel 1882, immortalato da Matilde Serao nel 1885 in “La conquista di Roma” grazie a un flash di parole arcobaleno, generate dai larghi cristalli che splendevano nelle stanze, il Caffè Aragno è stato anche “cuore di Roma” secondo Émile Zola, nonché teatro del famosissimo schiaffo di Bontempelli a Ungaretti. Senza contare i vortici del movimento Futurista e le accesissime discussioni sul fascismo. Tutto questo tramutato in un pit-stop Autogrill per i turisti del centro romano.
Non ci volevo credere! Mi dicevo: ci sarà un errore, avrò sbagliato indirizzo!
Mi aspettavo un locale simile al Florian veneziano, magari senza supplemento orchestra.
Nella mia immaginazione mi vedevo armata di taccuino e matita, pronta ad investire venti euro per un cappuccino identico a quello sorseggiato da Bruno Barilli all’epoca.
Avevo programmato d’andarci sul presto, nel periodo natalizio. Il Corso e il centro di Roma mostrano il meglio di sé ammantati di rosso, led e cotone finto neve. Non vedevo l’ora di vivere sulla mia pelle l’emozione dell’onda di artisti che riempie i locali del Caffè Aragno, creativa e intensa.
Qualcuno mi avrebbe parlato di Leopardi in una maniera diversa, capace di emozionarmi, stizzirmi oppure commuovermi? Speravo di poter attingere la mia penna nello stesso influsso vitale e rigeneratore che aveva infilzato tanti dei suoi protagonisti. Sognando ad occhi aperti, prima ancora di aprire Google map e realizzare la diversa consistenza della realtà, annusavo con la mente l’aroma di legno antico.
Mi sarei forse accomodata sul famosissimo divano in pelle gialla, pregna dell’acre odore di tabacco? Sarei diventata frequentatrice della terza saletta, viaggiando nel tempo al solo sedermi, quasi come fosse un tuffo fra pagine di storia e poesia, con biglietto in prima classe, senza ritorno se non in volo, fra le lande sconfinate della letteratura? Mi sarei divertita ascoltando battibecchi e bisticci degli odierni letterati o pittori, magari partecipando previo poi mordermi la lingua fra i denti? Avrei trovato la pagina incorniciata dell’edizione speciale del Messaggero di Pannunzio, che per primo raccontò la caduta di Mussolini?
Mi sarebbe piaciuto tantissimo. Scossa dall’impazienza mi chiedevo anche se avrei avuto la fortuna di toccare con mano qualche libro dell’epoca, magari firmato Pirandello oppure Longhi.
Non volevo arrendermi. Le parole di Morgan Palmas, “Guarda che è tutto cambiato!”, avevano un suono così “stonato”. Assurdo, pensavo. Perché mai, per quale ragione un locale storico e artistico così importante dovrebbe essere stravolto? Poco importa che siano stati mantenuti alcuni affreschi dell’epoca.
Trovarmi in una sorta di pizzeria al taglio, mezzo paninoteca, mezzo bar alla bell’e meglio, nei luoghi in cui si discuteva e si creava “La Ronda”, rivista letteraria pubblicata tra il 1919 e il 1923, è stato significativamente scioccante. Perché? Perché accade questo, perché simboli pregni di ricordi devono essere rasi al suolo? L’Aragno attuale lo potete immaginare benissimo, semplicemente ripescando nei ricordi dei vostri viaggi in autostrada. Non è la prima volta, tuttavia, che cambia sostanza e, mi auguro, non sarà nemmeno l’ultima.
Il Caffè Aragno ha superato indenne il rischio di demolizione nel 1883, la bomba esplosa nel 1906, l’avvento del fascismo, il rinnovo del 1932 e la cessione all’Alemagna nel 1955.
Vincenzo Cardarelli, una delle penne di spicco di “La Ronda”, ricordava così questo caffè d’epoca: “Si entrava sovversivi e se ne usciva conservatori arrabbiati e nazionalisti, dannunziani e colonialisti”.
Oscar Wilde nel 1900 visse quest’avventura, com’è ricordata nel libro “Roma – Guida Letteraria”: “mi trovavo davanti al Caffè Nazionale e prendevo una granita di caffè (…) quando passò il Re in carrozza. Io immediatamente mi sono alzato e gli ho rivolto un profondo inchino, col cappello in mano (…). Fu solo dopo il passaggio del Re che ricordai di essere papista e nerissimo!”.
Recensione da: Messaggero Veneto del 30 luglio 2002, a sigla Gpc: "A Venezia sulle orme degli scrittori Da Petrarca a Mann: 35 itinerari con una guida letteraria ricca di sorprese
"Di guide dedicate a Venezia le librerie sono piene, dalle più classiche, a quelle tematiche, dalle gastr
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Recensione da: Messaggero Veneto del 30 luglio 2002, a sigla Gpc: "A Venezia sulle orme degli scrittori Da Petrarca a Mann: 35 itinerari con una guida letteraria ricca di sorprese
"Di guide dedicate a Venezia le librerie sono piene, dalle più classiche, a quelle tematiche, dalle gastronomiche a quelle più inconsuete, come Corto Sconto, della Lizard edizioni. Eppure Carlo Raso e Franco Di Mauro editore, con la loro Guida letteraria di Venezia, sono riusciti a stupirci ancora e, soprattutto, a farci venire la voglia di tornare a Venezia per percorrere calli, campi e ponti seguendo itinerari del tutto inconsueti che si snodano seguendo le tracce lasciate dalle centinaia di letterati che hanno vissuto nella città lagunare, o che si sono specchiati soltanto per brevi periodi nelle acque dei suoi canali. Carlo Raso, infatti, ha individuato trentacinque itinerari, di varia lunghezza, all'interno dei quali avere contatti con i luoghi che per vari motivi sono riconducibili alla letteratura. "Se spesso si è portati a pensare alla letteratura come a qualcosa di statico e astratto, legato quasi a un'estraniazione dal resto del mondo da parte di chi è dietro la scrivania a scrivere, o su una poltrona, sedia o sdraio a leggere, con questa guida il momento letterario diventa una preziosa occasione di ulteriore conoscenza di Venezia, attraverso abitazioni, teatri, alberghi, ristoranti, caffè, chiese, palazzi, rii, calli, campi e campielli che costituiscono le tappe del variegato scenario umano all'interno del quale si muovono i circa trecento scrittori che vi sono nati, vissuti o che, provenienti da diverse latitudini, vi hanno soggiornato per brevi o lunghi periodi e che sono ricordati da Raso. Rivivono così sotto gli stucchi dorati di palazzo Mocenigo la passione amorosa tra Byron e Margherita Cogni, nelle camere dell'albergo Danieli quella di George Sand per Alfred de Musset o di D'Annunzio e della Duse, e a palazzo Albrizzi gli incontri tra Foscolo e Isabella Teotochi. Torna d'attualità, in una disordinata stanza dell'albergo Gritti, l'intervista di Eugenio Montale a Hemingway, l'angolo dell'Harry's Bar dove lo scrittore americano passava molto del suo tempo. E sembra di risentire anche gli struggenti e malinconici addii alla città di Hermann Hesse e Thomas Mann. "Merita, tra i tanti, ricordare soltanto alcuni dei nomi che compaiono in questa guida che è nata per essere tenuta in mano mentre si passeggia a Venezia, ma che può vivere anche di vita propria fungendo da stimolatrice della propria fantasia: Vittorio Alfieri, Dante Alighieri, Hans Christian Andersen, Guillaume Apollinaire, Pietro Aretino, Honoré de Balzac, Giovanni Boccaccio, Giordano Bruno, Michelangelo Buonarroti, Giacomo Casanova, Anton Cecov, René de Chateaubriand, Charles Dickens, Erasmo da Rotterdam, Ugo Foscolo, Théophile Gautier, Wolfgang Goethe, Carlo Goldoni, Henry James, Giacomo Leopardi, Nicolò Machiavelli, Friedrich Nietzsche, Boris Pasternak, Francesco Petrarca, Marcel Proust, Jean-Jacques Rousseau, Friedrich Schiller, Torquato Tasso, Mark Twain, Jules Verne e Voltaire. E, come si diceva, tantissimi altri, una serie lunghissima di nomi, luoghi, riferimenti, citazioni sui quali continua a dominare l'incomparabile e misterioso fascino di Venezia che la parola letteraria riesce a esprimere ancor meglio del pennello di un artista".
Recensione da Il Gazzettino di Venezia del 23 luglio 2002:
VENEZIA
GUIDA
LETTERARIA
Carlo Raso
..."In calle delle Rasse operò tra il 1585 e il 1599 la libreria di Giovanni Antonio Rampazetto"... "Tutte le città del mondo si somigliano, più o meno, ma questa non somiglia a nessuna" (Carlo Goldoni). Sono trentacinque itinerari letterari che si dipanano da Piazza San Marco alla Giudecca, dall'Arsenale al Lido, per chiese, palazzi, monumenti, teatri, osterie, attraverso le parole di grandi scrittori quali Carlo Goldoni, Gaspare Gozzi, Giacomo Casanova, Wolfgang Goethe, George Byron, George Sand, Marcel Proust, Théophile Gautier, Diego Valeri. (Franco Di Mauro Edi tore Napoli 2002 pp.365 euro 15)
Citazione dall'articolo di Daniele Del Giudice, Venezia. Le "sconte", strade dialettali che svelano una città parallela, in la Repubblica del 10 febbraio 2010:
"IN TOUR CON GLI SCRITTORI. Nessuna città come Venezia è stata raccontata dagli scrittori. Ecco alcuni brani (da: Ore italiane di Henry James, Venezia Immaginifica di Filippo Caburlotto, Guida letteraria di Venezia di Carlo Raso)". [Seguono varie citazioni]
Napoli. Guida Musicale
Presentazione dell'autore:
Che Napoli sia città musicale, è noto a tutti. Solo ora però è possibile percorrerla e individuarne i luoghi, riconducibili in vario modo a questa prerogativa. Perché anche la musica ha una sua ‘materialità’, fatta di teatri, conservatori, chiese, abitazioni… ma a ... (continue)
Presentazione dell'autore:
Che Napoli sia città musicale, è noto a tutti. Solo ora però è possibile percorrerla e individuarne i luoghi, riconducibili in vario modo a questa prerogativa. Perché anche la musica ha una sua ‘materialità’, fatta di teatri, conservatori, chiese, abitazioni… ma anche di mare, sole, cielo, verde… spesso ispiratori di impressioni e melodie.
Questa Guida musicale di Napoli, in trentaquattro itinerari e alcune centinaia di tappe, intende perciò accompagnare il visitatore alla scoperta di una città, dove – riferisce a fine ’500 Giambattista Del Tufo – “ogni fanciul pria che s’avvolge in fasce / quasi cantando nasce”. Non senza stupefacenti sorprese. Da Chateaubriand, che in viaggio oltre New York nel 1791, ascolta nelle case dei coloni americani ai limiti della boscaglia, tra il cinguettìo degli uccelli e lo scroscio di una cascata, le arie di Cimarosa e Paisiello; ai fratelli Goncourt, ricevuti nel porto da un concertino di suonatori in barca. Da Henrik Ibsen, che in Casa di bambola rievoca le tarantelle di Capri; fino a Marcel Proust, estasiato dal motivo di ’O sole mio sul terrazzo di un albergo veneziano.
E poi, Cimarosa, Bellini, Verdi. Tre nomi accomunati dal riferimento alla scuola musicale napoletana: il primo, perché tra i suoi massimi esponenti; Bellini, commosso fino alle lacrime dallo Stabat Mater di Pergolesi; Verdi, allievo del pugliese Vincenzo Lavigna, il quale “non vedeva altra musica, che quella di Paisiello”.
Non mancano nuove autorevoli presenze. Da Wagner, ammaliato dal Miserere di Leonardo Leo; a Igor Stravinsky, che tributerà con Pulcinella il più alto omaggio alla tradizione settecentesca. E ancora: nonno e padre di Giacomo Puccini erano stati allievi a Napoli rispettivamente di Paisiello il primo, di Donizetti e Mercadante il secondo.
Napoli dunque, memoria non eludibile anche da parte di chi avrebbe superato quella scuola!
Il tutto, quando la città stava facendo dell’esperienza musicale occasione di identità culturale. Mentre Alessandro Scarlatti lamenta che “Roma non ha tetto per accoglier la Musica, che vive mendica” a Napoli nasce infatti l’opera buffa, destinata ad appropriarsi dello storico teatro dei Fiorentini e a far sorgere quello della Pace e il Nuovo. Non meraviglia quindi che essa prenda in prestito a mo’ di scenario vicoli, piazzette, osterie, riviere, borghi e che i personaggi cantino nella lingua locale.
“Naples est la capitale du monde musicien” scrive entusiasta nel 1739 il presidente Charles de Brosses. E tutto sembra infatti ruotare intorno a questo tema: dal presepe, le cui figure si affollano nella taverna, quasi dialogando in un recitativo; all’architettura di Domenico Antonio Vaccaro o di Ferdinando Sanfelice, che della teatralità fanno la più immediata e coinvolgente forma comunicativa.
Così, centinaia di musicisti sono presenti in questa guida, tra riverberi dorati di saloni, umide penombre di navate, pleniluni su Chiaia e lo sciacquìo di Santa Lucia e Mergellina. Al punto che lo stesso paesaggio napoletano viene percepito in chiave armonica e, scrive di Nisida nel 1831 Hector Berlioz “il mare canta allegramente in modo maggiore mille accordi scintillanti” mentre Charles Gounod, dalle rocce a strapiombo nelle notti capresi, trae ispirazione per una scena del Faust.
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Lettera di Riccardo Muti all'autore:
Teatro alla Scala
Il Direttore Musicale 11/1/05
Gentile Dottor Raso,
La ringrazio per la Sua splendida
"Guida musicale di Napoli", che ho
molto gradito.
Le invio, ricambiando, gli auguri
più sentiti per un felice e sereno
2005.
Riccardo Muti
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Recensione di Monica Mattioli sul Corriere del Mezzogiorno del 2 gennaio 2005:
Nella "Guida" di Carlo Raso itinerari musicali napoletani attraverso aneddoti e curiosità
Sconcezze in Galleria Umberto, e Stravinsky finì in cella
NAPOLI - Trentaquattro percorsi per illustrare una Napoli musicale, dalla quale nasce un'aneddotica ricca di sorprese: dentro ci finiscono Dumas padre e Mozart, Stravinsky e Farinelli, per arrivare agli attuali Abbado e De Simone.
La particolare topografia musicale è di Carlo Raso che per i tipi di Franco Di Mauro ha pubblicato Napoli. Guida musicale. Trentaquattro racconti curiosi, appunto, i cui protagonisti sono compositori, cantanti ed impresari. Ecco allora il lettore imbattersi in Stravinsky, sorpreso ad orinare su una parete della Galleria Umberto I con Picasso e arrestato; magari nel veneziano Casanova, spettatore distratto, che parla "tutto il tempo d'amore"; oppure, nella Malibran, che alla tenera età di sei anni sostituisce la protagonista colta da amnesia.
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Questo libro è uscito, notevolmente ampliato negli argomenti nei luoghi e negli itinerari, a cinque anni di distanza da:
http://www.anobii.com/books/Guida_musicale_del_centro_a…
cui si rimanda per altre recensioni.
Golfo di Napoli. Guida Letteraria.
Introduzione dell'autore:
“…la città che possiede la tomba di Virgilio e la culla del Tasso, la città in cui vissero Orazio e Tito Livio, Boccaccio e Sannazaro, in cui nacquero Durante e Cimarosa era stata abbellita dal suo nuovo sovrano. L’ordine era stato ristabilito: i lazzaroni non gioca ... (continue)
Introduzione dell'autore:
“…la città che possiede la tomba di Virgilio e la culla del Tasso, la città in cui vissero Orazio e Tito Livio, Boccaccio e Sannazaro, in cui nacquero Durante e Cimarosa era stata abbellita dal suo nuovo sovrano. L’ordine era stato ristabilito: i lazzaroni non giocavano più a palla con le teste per divertire l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton. Gli scavi di Pompei erano stati ampliati. Un sentiero serpeggiava sul promontorio di Posillipo”.
È questo l’elogio – ispirato da un malcelato patriottismo e dall’usuale sarcasmo per il vicino anglosassone – che Chateaubriand tesse delle iniziative di Gioacchino Murat.
Come si vede, il golfo di Napoli è topograficamente racchiuso fra il sepolcro del cantore di Enea e l’edificio in cui nasce lo scrittore sorrentino, assurti a metafore letterarie del territorio. E il binomio ricorre anche in un altro francese, Alphonse de Lamartine, durante il soggiorno nell’ormai soppresso convento di San Pietro Martire: “Quando il mattino l’orizzonte era limpido, vedevo splendere la bianca casa del Tasso, sospesa come un nido di cigno sulla sommità di una gialla scogliera rocciosa, tagliata a picco dalle onde… mi attiravano soprattutto la tomba di Virgilio e la culla del Tasso, perché i paesi per me hanno sempre significato uomini: così Napoli è Virgilio e Tasso”. Analogamente Vincenzo Monti giustifica la sua presenza con il desiderio di vedere “la cuna del Tasso e le ceneri di Virgilio”.
È infatti sulla scorta di rimembranze soprattutto letterarie che muovono da Roma verso il regno meridionale i più illustri scrittori d’Europa, al punto che l’immagine stessa della città sembra conformarsi a questa dimensione. Non è un caso che le vedute di Napoli del secolo XVIII dilatino l’area urbana fino all’estremo margine occidentale del litorale di Mergellina, per includervi il sepolcro di Virgilio e la chiesa di Santa Maria del Parto con quello di Sannazaro. Il primo dei quali, trovandosi all’ingresso dell’oscura Crypta Neapolitana, sembra quasi invitare all’itinerario misterico verso l’oltretomba dell’Averno, i vaticini della Sibilla cumana e la sepoltura di Miseno. Così, tutto il paesaggio flegreo si popola di quelle antiche figure, tanto che sorprende come Petrarca se ne distolga per appuntare la sua attenzione su una nerboruta puteolana del rione Terra. Ma il cantore di Laura è pur sempre l’autore del poema Africa, incentrato sulla figura di Scipione, il vincitore di Annibale, al punto che il toscano non nasconde il desiderio di cercarne qualche reliquia dell’abitazione o della tomba nella solitudine paludosa e malarica di Liternum.
Sull’opposto versante, il mito romantico di Torquato Tasso, vittima di una folle genialità e anticipatore di sensibilità angosciosamente esistenziali, trasfigura la casa natale del poeta in una meta quasi sacrale. Vittorio Alfieri dice di aver visitato “la di lui culla in Sorrento” dove si è “espressamente portato ad un tale effetto”. Mentre il russo Batjuškov, soggiornando a Ischia nel 1819, afferma: “…davanti a me in lontananza è Sorrento: la culla di quell’uomo, al quale io debbo i migliori godimenti della mia vita”. E non pochi luoghi di Napoli segnano le tappe della vicenda umana dell’autore della Gerusalemme: dalla dimora materna, chissà quante volte rimembrata tra i ricordi infantili, alla stanza nel convento dei Santi Severino e Sossio, dove avverte l’approssimarsi della morte.
Su tutto domina la mole del Vesuvio, del quale Leopardi contempla nel 1834 dall’appartamento di Via Nuova Santa Maria Ognibene “ogni giorno il fumo ed ogni notte la lava ardente”. Tanto che Giuseppe Ungaretti, a Napoli nel 1932, non esita a scrivere: “La lirica di Giacomo Leopardi: Il tramonto della luna – la più bella del mondo nelle parti portate a compimento – la dettò questo paesaggio”. Che è quindi lo scenario dove muovono i passi Goethe e Madame de Staël, D’Annunzio e Fucini, Flaubert e Zola, Sartre e Malaparte, Dickens e Dumas, Andersen e Stendhal, Rilke e Gorkij, Petrarca e Boccaccio, Nietzsche e Wilde… in un coacervo di impressioni, di sopralluoghi, di confronti che intersecano sul territorio una serie di percorsi, che questa guida si augura di sollecitare fra chi scrittore non è, ma sente il fascino della parola letteraria. Grazie alla quale oltretutto si riescono a risolvere alcuni annosi problemi storico-artistici, come l’originaria collocazione del Compianto di Monteoliveto (sulla testimonianza del Marchese de Sade) o del Cristo velato della cappella Sansevero (per merito di Hippolyte Taine). Mentre può sorprendere il fatto che i più celebrati capolavori di Napoli siano l’Ercole Farnese del museo Archeologico e la Deposizione di Ribera nel Tesoro di San Martino, laddove scarso interesse suscitano le Sette opere di Misericordia di Caravaggio o le numerose chiese della città.
E le vie della letteratura aggiungono poi gustose informazioni su certe consuetudini alimentari: dalla prima citazione della pizza ad opera del Pontano, ai raffaiuoli e mostacciuoli del convento di San Sebastiano, apprezzati da Giordano Bruno; dalla “vitella di Surrento” che Metastasio rimpiange addirittura da Vienna, al “gelato affogato al caffè” sorbito da Flaubert; dalle “troianelle, i dolci fichi così cari ai napoletani” ricordati da De Sanctis ai taralli assaggiati da Collodi a Santa Lucia, fino alle paste “come porcellane dipinte” osservate da Sartre nella vetrina di Caflisch. Non sono da meno le disavventure: a Giacomo Casanova vengono sottratti alcuni fazzoletti, a Theodor Fontane il portafogli mentre passeggia in carrozzella per Via Toledo; lo stesso accade al russo Aleksandr Herzen, con relativo ‘cavallo di ritorno’. Oscar Wilde subisce perfino il furto degli abiti ad opera di un disonesto inserviente di villa Bracale a Posillipo, mentre Nietzsche scruta con sospetto i facchini che trasferiscono i bagagli all’albergo del Chiatamone.
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Il libro è uscito, notevolmente ampliato nei luoghi negli scrittori negli itinerari (nonché esteso ai Campi Flegrei e a Sorrento) a tredici anni di distanza dalla prima edizione (1994) di:
http://www.anobii.com/books/Guida_letteraria_del_centro…
e a undici dalla prima edizione (1996) di:
http://www.anobii.com/books/Guida_letteraria_della_citt…
ai quali si rimanda per le recensioni.
Venezia. Guida Musicale
Introduzione dell'autore:
"Gli itinerari della presente Guida musicale di Venezia ruotano, a mo’ di ellissi, intorno a due fuochi: la cappella Ducale di San Marco e il teatro La Fenice, ovvero le istituzioni in questo campo più rappresentative della città.continue)
La prima raggiunge l’acme ne ... (
Introduzione dell'autore:
"Gli itinerari della presente Guida musicale di Venezia ruotano, a mo’ di ellissi, intorno a due fuochi: la cappella Ducale di San Marco e il teatro La Fenice, ovvero le istituzioni in questo campo più rappresentative della città.
La prima raggiunge l’acme nel trentennio direttoriale di Monteverdi ed è per alcuni secoli in costante osmosi con i quattro Spedali, veri e propri centri di formazione didattica; la seconda vivifica in età romantica la languente vita lagunare.
Di mezzo c’è la frenetica attività dei numerosi teatri, dei quali il San Cassiano anticipa in assoluto l’apertura al pubblico pagante, facendo così uscire il recitar cantando dalla ristretta fruizione nobiliare. Contemporaneamente, Francesco Cavalli fa del suo palazzo su Canal Grande la fucina dell’opera barocca che, dilagando in Italia e in Europa, consoliderà il nuovo genere in sempre più ampi strati sociali.
Vivace è il panorama musicale autoctono: da Tomaso Albinoni a Benedetto Marcello, che nella dimora avita scrive quel delizioso libretto che è Il teatro alla moda; da Antonio Vivaldi, ‘maestro de’ concerti’ per quasi quarant’anni alla Pietà, al buranese Baldassarre Galuppi, protagonista per buona parte del XVIII secolo.
Nel frattempo Händel dà alle scene al San Giovanni Grisostomo la sua Agrippina e Hasse mette su famiglia proprio nella Serenissima.
Qui d’altronde sono di casa i maggiori esponenti della scuola napoletana: da Tommaso Traetta, maestro di cappella all’Ospedaletto, a Pasquale Anfossi, che la stessa istituzione fa ritrarre in un affresco mentre dirige le putte; da Domenico Cimarosa, che consolida la fama al San Samuele, apre il teatro Eretenio a Vicenza e dà alle scene alla Fenice la sua ultima opera, prima di spegnersi nel compianto generale proprio a Venezia, fino a Giovanni Paisiello, cui viene conferito l’onore di inaugurare con I giuochi di Agrigento il massimo teatro cittadino.
Il soggiorno di Mozart nel 1771 tocca diversi luoghi della città: la casa dei conoscenti Wider, il Ridotto, l’Arsenale, il teatro San Benedetto, i palazzi Patriarcale e Giovanelli, per concludersi con la gita a Padova, quando si esibisce davanti a Giovanni Ferrandini e suona l’organo della chiesa di Santa Giustina. In tale occasione Giuseppe Ximenes gli commissiona quella Betulia liberata che Paolo Cattelan non esita a definire “capolavoro del giovane Mozart italiano”.
Pochi anni dopo le calli, i campielli e in particolare la chiesa di San Luca saranno testimoni del morboso erotismo di Lorenzo Da Ponte, destinato a diventare il miglior librettista proprio del salisburghese; mentre ha la suspense di un giallo la misteriosa vicenda, incentrata sulla parrocchia di San Canciano, di tale Penelope Mozart.
Il secolo successivo vede apparire al San Moisè il diciottenne Rossini – che di lì a poco darà al San Benedetto L’italiana in Algeri – o al San Luca il ventunenne Donizetti, entrambi dominatori, insieme a Bellini, delle scene della Fenice, prima che vi esordissero i capolavori di Verdi: Ernani, Attila, Rigoletto, Traviata, Boccanegra.
E, circa un anno e mezzo dopo la nascita di quest’ultima opera, Wagner occupa i freddi e ampi saloni di Ca’ Giustinian per comporvi il secondo atto di Tristano e Isotta, non presago che il destino avrebbe posto fine ai suoi giorni proprio sul Canal Grande, a palazzo Vendramin.
Il Novecento vede l’esecuzione al Grand Hotel de l’Europe, alla presenza di Djagilev, di Le sacre du printemps da parte di Stravinsky, il quale darà poi una sua Sonata per pianoforte a palazzo Contarini Dal Zaffo, comporrà il balletto Agon all’albergo Bauer Grünewald e negli anni Cinquanta onorerà Venezia di prestigiose prime: The Rake’s Progress alla Fenice, il Canticum Sacrum a San Marco, Threni alla Scuola Grande di San Rocco, il Monumentum pro Gesualdo a palazzo Ducale.
Contemporaneamente Britten fa esordire The Turn of the Screw alla Fenice e compone Curlew River a palazzo Mocenigo, prima di dedicare alla città quel Death in Venice, ispirato dall’omonimo racconto di Thomas Mann.
Il panorama musicale lagunare non può che concludersi con Luigi Nono, nato e morto nella stessa casa alle Zattere, a sottolineare come la stringente modernità non escluda mai il forte radicamento identitario".
Questo libro esce, notevolmente ampliato negli argomenti nei luoghi e negli itinerari, a dieci anni di distanza da:
http://www.anobii.com/books/Guida_musicale_della_citt%C…
cui si rimanda per le recensioni.
Roma. Guida Letteraria
Articolo di Morgan Palmas del 13 aprile 2010:
http://www.sulromanzo.it/2010/04/100-ottimi-motivi-per-…
"Nel 1817 George Byron si trovava a Roma e sembra sia probabile che abbia assistito alla decapitazione di alcuni condannati: “Il giorno prima di lasciare Roma ho visto d ... (continue)
Articolo di Morgan Palmas del 13 aprile 2010:
http://www.sulromanzo.it/2010/04/100-ottimi-motivi-per-…
"Nel 1817 George Byron si trovava a Roma e sembra sia probabile che abbia assistito alla decapitazione di alcuni condannati: “Il giorno prima di lasciare Roma ho visto decapitare tre malviventi. La cerimonia – che comprendeva i preti mascherati [incappucciati], gli esecutori mezzi nudi, i delinquenti bendati, il Cristo nero col suo stendardo, il palco dell’esecuzione, la soldataglia, la lenta processione, il rapido tintinnare e la pesante caduta della mannaia, lo sprizzare del sangue e l’orrore delle teste esposte – è tutta certamente più impressionante del supplizio volgare, rozzo, sporco del new drop, la bestiale impiccagione che si infligge a chi subisce una sentenza inglese. Due di quegli uomini si comportavano con una certa tranquillità, ma il primo dei tre morì terrorizzato e recalcitrante, e questo fu atroce. Non voleva mettersi in ginocchio; inoltre il suo collo era troppo grosso per l’apertura e il prete fu costretto a sommergere le sue imprecazioni alzando sempre più il tono delle esortazioni. La testa fu tagliata prima che gli occhi potessero distinguere il colpo, con l’unico intralcio di un tentativo di ritrarre il capo, nonostante fosse tenuto fermo per i capelli; la prima testa fu tagliata proprio vicino alle orecchie, le altre caddero con un taglio più preciso… Il primo mi fece venire un gran caldo e molta sete e mi fece tremare al punto che non potevo quasi tenere in mano il binocolo… il secondo e il terzo, mi dispiace dirlo, non ebbero su di me un effetto così orripilante (il che dimostra con quanta terribile rapidità le cose divengano indifferenti) anche se avrei voluto salvarli se avessi potuto”.
Il breve testo è tratto da un libro che non mi stanco mai di consigliare: “Roma – Guida letteraria – Tutta la città in 40 itinerari” di Carlo Raso (Franco Di Mauro Editore). Se avrete la fortuna di praticare i percorsi direttamente nella Capitale, come ho fatto io nell’estate del 2007, vi accorgerete di scoprire mondi nascosti, angoli incredibilmente suggestivi, scorci che senza la documentazione certosina di Raso avrebbero un sapore del tutto differente.
Quando passerete la prossima volta per Piazza di Ponte Sant’Angelo, ricordate le parole di Byron.
La letteratura raccontata per aneddoti e pagine reali della vita degli scrittori ha il dono di immergere le menti confuse contemporanee in acque profonde, dove la superficie è tale perché l’abitudine la sublima, rendendola incalzante e necessaria, sbagliando. La dilatazione del tempo (accorgendosi di quanto i passi della società, per quanto deboli in apparenza, siano considerevoli), la consapevolezza del tempo, meglio, non può che essere nutrita dalle acque profonde.
Ecco un altro ottimo motivo, piantatela di scrivere, dedicatevi alla lettura di libri che narrino le acque profonde del passato, unico modo per capire il presente.
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Recensione in Leggere Tutti Mensile del libro e della lettura: numero 12, luglio-agosto 2006
UN CROCEVIA DI CAPOLAVORI LETTERARI
"I colori di Roma, le atmosfere delle vie e delle piazze, gli odori dei giardini, lo scroscio delle fontane. Immagini e suoni che si rispecchiano sulla carta illuminando di luce nuova capolavori dell'arte e della cultura che hanno reso Eterna Roma nel mondo e nel tempo. È così che Carlo Raso rivisita il territorio e la storia della città, attraverso le opere dei grandi letterati e scrittori che in Roma hanno riflesso lo splendore della loro fama: dal Pincio, il luogo per eccellenza per ammirare la città, a Trinità de' Monti, da Piazza di Spagna a Via Condotti, da Villa Borghese al Quirinale, fino a ponte sant'Angelo, a san Pietro, al Ghetto. Quaranta itinerari che si snodano lungo il territorio della Città Eterna, consentendone una fruizione letteraria dinamica, caricando di volta in volta i capolavori della città di significati metaforici. Il libro (Carlo Raso, Roma. Guida letteraria, Franco Di Mauro Editore, pp. 450, Euro 18,00) fa parte di una collana di "Guide" su argomenti solitamente poco trattati in questo tipo di pubblicazioni: dalla letteratura alla musica, dalla flora al paesaggio, ai luoghi storici. Vale proprio la pena di compiere un viaggio di questo tipo. Significativo quello che François Rabelais, il celebre scrittore francese, scriveva già nel '500 dalla Locanda dell'Orso in cui alloggiava: "Quello che ho maggiormente auspicato, da quando ho qualche cognizione dell'evoluzione delle Lettere, è di attraversare l'Italia e visitare Roma, caput mundi. Vedere Roma è una straordinaria fortuna, che ogni persona di una certa condizione può procurarsi".
Questa recensione è in margine all'articolo di Carlo Raso, riproducente l'introduzione del libro:
http://www.leggeretutti.it/ita/notizia.php?id=692
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In margine all'articolo Passeggiata romana di Marco Bartolucci e Marilisa Zito in inViaggio, Mondadori, n° 103, aprile 2006:
ROMA. GUIDA LETTERARIA
Collana Guide, Franco Di Mauro Editore, 2005, pag. 427, 18 euro.
La città vista e raccontata da Carlo Raso in 40 itinerari attraverso stralci d'autore. Dal marchese De Sade, che commenta i dipinti di San Luigi dei Francesi, ad Andersen, che cerca nella chiesa di Santa Maria in Traspontina il sepolcro di un santo danese. Per proseguire con Moravia , Ibsen, Goethe e tantissimi altri.
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In margine all'articolo
Il Belpaese secondo Ibsen
di Roberto Caramelli
ne I Viaggi di Repubblica anno X, n° 407, 2 marzo 2006:
Le pubblicazioni su Ibsen: Dalle lettere alla vita nella Città Eterna
ROMA, GUIDA LETTERARIA di Carlo Raso, Franco Di Mauro Ed., 18,00 euro
"Dei drammi di Ibsen, pubblicati da numerosi editori, esistono traduzioni (e versioni teatrali) che risalgono tutte ad almeno 50 anni fa. Alcuni testi sono stati addirittura tradotti in italiano dal tedesco o dal francese anziché dal norvegese. In queste pagine citiamo lettere del drammaturgo spedite dall'Italia alla moglie, agli amici, ai parenti. Un testo che raccoglie gran parte della sua corrispondenza è pubblicato dalla casa editrice Iperborea, specializzata in testi di scrittori scandinavi. La vita di Ibsen a Roma è riportata in una interessante Guida letteraria pubblicata dall'editore napoletano Franco Di Mauro. È doveroso ricordare qui anche Eleonora Duse, una delle più grandi interpreti del teatro ibseniano, che contribuì alle traduzioni dei testi in italiano (spesso dal francese) di molti drammi di Ibsen".
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Ed ecco come l'anobiana Occhidinotte cita questa guida e il caffè Aragno:
dal blog http://www.sottoifioridililla.com/
e da: "Sul romanzo":
http://www.sulromanzo.it/blog/caffe-aragno-echi-lettera…
Caffè Aragno: echi letterari dispersi nel corso del fast food
Autore: Carolina Venturini Giovedì 20 gennaio 2011, 11:17
Spizzico fast food e Caffè Aragno uniti. Abominio, lo so. Scempio culturale, lo so. Ma accade.
In via del Corso n° 180-1 a Roma. Uno dei caffè letterari più famosi in tutta Italia. Ricordato come Caffè Nazionale nel 1882, immortalato da Matilde Serao nel 1885 in “La conquista di Roma” grazie a un flash di parole arcobaleno, generate dai larghi cristalli che splendevano nelle stanze, il Caffè Aragno è stato anche “cuore di Roma” secondo Émile Zola, nonché teatro del famosissimo schiaffo di Bontempelli a Ungaretti. Senza contare i vortici del movimento Futurista e le accesissime discussioni sul fascismo. Tutto questo tramutato in un pit-stop Autogrill per i turisti del centro romano.
Non ci volevo credere! Mi dicevo: ci sarà un errore, avrò sbagliato indirizzo!
Mi aspettavo un locale simile al Florian veneziano, magari senza supplemento orchestra.
Nella mia immaginazione mi vedevo armata di taccuino e matita, pronta ad investire venti euro per un cappuccino identico a quello sorseggiato da Bruno Barilli all’epoca.
Avevo programmato d’andarci sul presto, nel periodo natalizio. Il Corso e il centro di Roma mostrano il meglio di sé ammantati di rosso, led e cotone finto neve. Non vedevo l’ora di vivere sulla mia pelle l’emozione dell’onda di artisti che riempie i locali del Caffè Aragno, creativa e intensa.
Qualcuno mi avrebbe parlato di Leopardi in una maniera diversa, capace di emozionarmi, stizzirmi oppure commuovermi? Speravo di poter attingere la mia penna nello stesso influsso vitale e rigeneratore che aveva infilzato tanti dei suoi protagonisti. Sognando ad occhi aperti, prima ancora di aprire Google map e realizzare la diversa consistenza della realtà, annusavo con la mente l’aroma di legno antico.
Mi sarei forse accomodata sul famosissimo divano in pelle gialla, pregna dell’acre odore di tabacco? Sarei diventata frequentatrice della terza saletta, viaggiando nel tempo al solo sedermi, quasi come fosse un tuffo fra pagine di storia e poesia, con biglietto in prima classe, senza ritorno se non in volo, fra le lande sconfinate della letteratura? Mi sarei divertita ascoltando battibecchi e bisticci degli odierni letterati o pittori, magari partecipando previo poi mordermi la lingua fra i denti? Avrei trovato la pagina incorniciata dell’edizione speciale del Messaggero di Pannunzio, che per primo raccontò la caduta di Mussolini?
Mi sarebbe piaciuto tantissimo. Scossa dall’impazienza mi chiedevo anche se avrei avuto la fortuna di toccare con mano qualche libro dell’epoca, magari firmato Pirandello oppure Longhi.
Non volevo arrendermi. Le parole di Morgan Palmas, “Guarda che è tutto cambiato!”, avevano un suono così “stonato”. Assurdo, pensavo. Perché mai, per quale ragione un locale storico e artistico così importante dovrebbe essere stravolto? Poco importa che siano stati mantenuti alcuni affreschi dell’epoca.
Trovarmi in una sorta di pizzeria al taglio, mezzo paninoteca, mezzo bar alla bell’e meglio, nei luoghi in cui si discuteva e si creava “La Ronda”, rivista letteraria pubblicata tra il 1919 e il 1923, è stato significativamente scioccante. Perché? Perché accade questo, perché simboli pregni di ricordi devono essere rasi al suolo? L’Aragno attuale lo potete immaginare benissimo, semplicemente ripescando nei ricordi dei vostri viaggi in autostrada. Non è la prima volta, tuttavia, che cambia sostanza e, mi auguro, non sarà nemmeno l’ultima.
Il Caffè Aragno ha superato indenne il rischio di demolizione nel 1883, la bomba esplosa nel 1906, l’avvento del fascismo, il rinnovo del 1932 e la cessione all’Alemagna nel 1955.
Vincenzo Cardarelli, una delle penne di spicco di “La Ronda”, ricordava così questo caffè d’epoca: “Si entrava sovversivi e se ne usciva conservatori arrabbiati e nazionalisti, dannunziani e colonialisti”.
Oscar Wilde nel 1900 visse quest’avventura, com’è ricordata nel libro “Roma – Guida Letteraria”: “mi trovavo davanti al Caffè Nazionale e prendevo una granita di caffè (…) quando passò il Re in carrozza. Io immediatamente mi sono alzato e gli ho rivolto un profondo inchino, col cappello in mano (…). Fu solo dopo il passaggio del Re che ricordai di essere papista e nerissimo!”.
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Citato in Bibliografia al seguente articolo del 27 aprile 2011:
Antico Caffè Greco: cammeo fra arte, letteratura e storia
http://it.paperblog.com/antico-caffe-greco-cammeo-fra-a…
Venezia. Guida Letteraria
Recensione da: Messaggero Veneto del 30 luglio 2002, a sigla Gpc:
"A Venezia sulle orme degli scrittori Da Petrarca a Mann: 35 itinerari con una guida letteraria ricca di sorprese
"Di guide dedicate a Venezia le librerie sono piene, dalle più classiche, a quelle tematiche, dalle gastr ... (continue)
Recensione da: Messaggero Veneto del 30 luglio 2002, a sigla Gpc:
"A Venezia sulle orme degli scrittori Da Petrarca a Mann: 35 itinerari con una guida letteraria ricca di sorprese
"Di guide dedicate a Venezia le librerie sono piene, dalle più classiche, a quelle tematiche, dalle gastronomiche a quelle più inconsuete, come Corto Sconto, della Lizard edizioni. Eppure Carlo Raso e Franco Di Mauro editore, con la loro Guida letteraria di Venezia, sono riusciti a stupirci ancora e, soprattutto, a farci venire la voglia di tornare a Venezia per percorrere calli, campi e ponti seguendo itinerari del tutto inconsueti che si snodano seguendo le tracce lasciate dalle centinaia di letterati che hanno vissuto nella città lagunare, o che si sono specchiati soltanto per brevi periodi nelle acque dei suoi canali. Carlo Raso, infatti, ha individuato trentacinque itinerari, di varia lunghezza, all'interno dei quali avere contatti con i luoghi che per vari motivi sono riconducibili alla letteratura.
"Se spesso si è portati a pensare alla letteratura come a qualcosa di statico e astratto, legato quasi a un'estraniazione dal resto del mondo da parte di chi è dietro la scrivania a scrivere, o su una poltrona, sedia o sdraio a leggere, con questa guida il momento letterario diventa una preziosa occasione di ulteriore conoscenza di Venezia, attraverso abitazioni, teatri, alberghi, ristoranti, caffè, chiese, palazzi, rii, calli, campi e campielli che costituiscono le tappe del variegato scenario umano all'interno del quale si muovono i circa trecento scrittori che vi sono nati, vissuti o che, provenienti da diverse latitudini, vi hanno soggiornato per brevi o lunghi periodi e che sono ricordati da Raso. Rivivono così sotto gli stucchi dorati di palazzo Mocenigo la passione amorosa tra Byron e Margherita Cogni, nelle camere dell'albergo Danieli quella di George Sand per Alfred de Musset o di D'Annunzio e della Duse, e a palazzo Albrizzi gli incontri tra Foscolo e Isabella Teotochi. Torna d'attualità, in una disordinata stanza dell'albergo Gritti, l'intervista di Eugenio Montale a Hemingway, l'angolo dell'Harry's Bar dove lo scrittore americano passava molto del suo tempo. E sembra di risentire anche gli struggenti e malinconici addii alla città di Hermann Hesse e Thomas Mann.
"Merita, tra i tanti, ricordare soltanto alcuni dei nomi che compaiono in questa guida che è nata per essere tenuta in mano mentre si passeggia a Venezia, ma che può vivere anche di vita propria fungendo da stimolatrice della propria fantasia: Vittorio Alfieri, Dante Alighieri, Hans Christian Andersen, Guillaume Apollinaire, Pietro Aretino, Honoré de Balzac, Giovanni Boccaccio, Giordano Bruno, Michelangelo Buonarroti, Giacomo Casanova, Anton Cecov, René de Chateaubriand, Charles Dickens, Erasmo da Rotterdam, Ugo Foscolo, Théophile Gautier, Wolfgang Goethe, Carlo Goldoni, Henry James, Giacomo Leopardi, Nicolò Machiavelli, Friedrich Nietzsche, Boris Pasternak, Francesco Petrarca, Marcel Proust, Jean-Jacques Rousseau, Friedrich Schiller, Torquato Tasso, Mark Twain, Jules Verne e Voltaire. E, come si diceva, tantissimi altri, una serie lunghissima di nomi, luoghi, riferimenti, citazioni sui quali continua a dominare l'incomparabile e misterioso fascino di Venezia che la parola letteraria riesce a esprimere ancor meglio del pennello di un artista".
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Recensione da Il Gazzettino di Venezia del 23 luglio 2002:
VENEZIA
GUIDA
LETTERARIA
Carlo Raso
..."In calle delle Rasse operò tra il 1585 e il 1599 la libreria di Giovanni Antonio Rampazetto"... "Tutte le città del mondo si somigliano, più o meno, ma questa non somiglia a nessuna" (Carlo Goldoni). Sono trentacinque itinerari letterari che si dipanano da Piazza San Marco alla Giudecca, dall'Arsenale al Lido, per chiese, palazzi, monumenti, teatri, osterie, attraverso le parole di grandi scrittori quali Carlo Goldoni, Gaspare Gozzi, Giacomo Casanova, Wolfgang Goethe, George Byron, George Sand, Marcel Proust, Théophile Gautier, Diego Valeri. (Franco Di Mauro Edi tore Napoli 2002 pp.365 euro 15)
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Citazione dall'articolo di Daniele Del Giudice, Venezia. Le "sconte", strade dialettali che svelano una città parallela, in la Repubblica del 10 febbraio 2010:
"IN TOUR CON GLI SCRITTORI. Nessuna città come Venezia è stata raccontata dagli scrittori. Ecco alcuni brani (da: Ore italiane di Henry James, Venezia Immaginifica di Filippo Caburlotto, Guida letteraria di Venezia di Carlo Raso)". [Seguono varie citazioni]