-
Alan D. Alti…
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Ciao Ross, hai ripreso, finalmente, a leggere?
Ciao!!!
spero che tu riesca a ritrovare presto il gusto di leggere come prima
La Furia, secondo capitolo della Trilogia di Magdeburg, mi ha definitivamente rapita.
Secondo capitolo.
Secondo step.
E questa volta lo step è più lungo, più impegnativo ma anche molto, molto più soddisfacente.
La scrittura di Altieri si riconferma perfetta per la storia che racconta seppur diversa da quella che ci si aspetterebbe da un romanzo ad ambientazione storica. Il ling ... (continue)
Secondo capitolo.
Secondo step.
E questa volta lo step è più lungo, più impegnativo ma anche molto, molto più soddisfacente.
La scrittura di Altieri si riconferma perfetta per la storia che racconta seppur diversa da quella che ci si aspetterebbe da un romanzo ad ambientazione storica. Il linguaggio è duro, e ogni morte e amputamento e smembramento e svisceramento è descritto con dovizia di particolari. Una dovizia di particolari che può disturbare, infastidire, ma che non è mai fine a sé stessa. Personalmente il romanzo mi sarebbe andato bene anche con una minore insistenza sulla fisicità della morte, ma non è questo il punto.
Il romanzo è così.
Se non piace il modo in cui viene trattata la guerra ci si dedica ad altre letture.
C’è così tanto, da leggere.
Comunque.
La perla, per quel che riguarda il suo modo di scrivere sta, a mio parere, nella capacità di dipingere quadri affascinanti, quadri che fanno da sfondo alle vicende e ai personaggi. Le città, i conventi, i monasteri, i cimiteri, la Turingia, i villaggi depredati. Tutto è descritto in modo magistrale.
L’atmosfera è cupa, greve, come se dietro l’angolo ci fosse un disastro potenziale, in divenire, inevitabile.
Sempre.
A ogni pagina.
Alcune ripetizioni, nelle descrizioni (il ruscellare del sangue, oppure i rostri conficcati ovunque) invece di infastidire accentuano l’atmosfera di morte fino a renderla tangibile.
A tratti, LETTERALMENTE, l’aria si taglia con il coltello (o la diakatana).
Il romanzo, come dicevo, è più lungo e più impegnativo rispetto a L’Eretico ma nel contempo è maggiormente scorrevole e decisamente appagante.
In parte merito della costruzione dei capitoli: corti e in un continuo passaggio di staffetta tra i vari personaggi e luoghi fino agli ultimi capitoli in cui la narrazione procede sempre nello stesso luogo(ovviamente perché i personaggi si sono incontrati!) Degno di nota anche il “giochino” che tiene l’autore per parecchi capitoli, ossia termina un capitolo con una parola e riprende il successivo con la stessa parola, pur parlando di un altro personaggio in tutt’altro luogo.
In parte merito, forse, dell’appresa familiarità con gli impronunciabili nomi tedeschi dei personaggi,
ma merito, anche e soprattutto, dell’affetto sincero e profondo nei confronti di uno dei personaggi di carta più complessi, misteriosi e affascinanti di cui abbia mai letto:
WULFGAR, il Viandante in Nero.
Questo secondo romanzo riconferma la prima impressione che ho avuto su questa controversa figura: Wulfgar non è anacronistico, non è fuori luogo, non è esagerato, non è niente. Semplicemente,
Wulfgaf,
E’.
E’ la speranza, dentro un ruscellare di morte e violenza.
E’ la scelta, che questa sia di un prete, di un cardinale, di un ex-soldato, di un principe, di un reietto: il libero arbitrio che fa di noi esseri umani gli artefici del proprio destino.
E’ la memoria, il ricordo .
E’ l’equilibrio. Equilibrio indispensabile, per la terra e per l’uomo, per poter sopravvivere.
E ricominciare.
Quindi.
Mi appresto con curiosità e entusiasmo alla lettura del terzo e conclusivo capitolo di una trilogia che sin da ora posso dire maestosa e imponente.