Questo Breve Trattato sulla Decrescita Serena è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).
Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. Ma si sa,
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Questo Breve Trattato sulla Decrescita Serena è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).
Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. Ma si sa, è una prerogativa culturale: quale francese non subisce il fascino del vocativo?
Ciò detto, la decrescita viene presentata come l’unica soluzione a quel problema ineludibile che è il drammatico esaurimento delle risorse naturali del pianeta Terra. La seconda legge della termodinamica non lascia molto scampo, non è realistico pensare ad una crescita infinita in un sistema finito. Chi pensa che sia possibile – afferma Kenneth Boulding – «è un pazzo, o un economista». Latouche propone così un cambio di paradigma, che è culturale più che economico.
Ma per descrivere compiutamente la teoria della decrescita è sufficiente, a mio avviso, andarsi a rileggere un passo della Repubblica di Platone (IV secolo a.C.) in cui Socrate spiega a Glaucone, suo interlocutore, che l’opulenza di una società costringe a introdurre funzioni economiche nuove e problematiche nella misura in cui ciò che è richiesto non è più solo uno stato sano, ma la ricerca di una struttura statale che assecondi gli aspetti peggiori del carattere del carattere dell’uomo, il lato infimo della sua personalità: avidità e cupidigia.
«A quanto sembra, non vogliamo soltanto sapere come nasce uno stato, ma uno stato gonfio di lusso. Forse però non è male, perché così vedremo probabilmente come nascono negli stati giustizia e ingiustizia. Lo stato vero è, a mio giudizio, quello di cui abbiamo parlato ora, uno stato sano. Ma se voi volete che consideriamo anche uno stato rigonfio, nulla ce lo impedisce. [...] Bisogna dunque ingrandire ancora di più lo stato, perché quello sano non basta più: si deve accrescerlo di mole e riempirlo di una massa di gente la cui presenza negli stati non è più imposta dalla necessità.»
Ora, identificare un sistema culturale o economico con le sue perversioni è un’operazione non solo moralmente dubbia, ma anche concettualmente errata. Connotare negativamente i termini crescita, progresso, sviluppo – cosa che Latouche fa regolarmente benché si affanni nell’affermare il contrario – è un controsenso evidente che, per quanto in buona fede, non potrà mai essere accolto dalla cultura occidentale. La progenie di Ulisse si tufferà sempre e comunque per l’alto mare aperto, sia esso lo spazio fisico, la tecnica, o l’intelletto. Violare un tale impulso è violare la natura stessa dell’essere umano.
Certo, capitalismo, neoliberismo e affini sono sistemi perversi che abbisognano di limiti e correzioni profonde, ma da qui a indicare il regresso a forme di vita premoderne come unica soluzione, c’è un abisso.
Esilarante il passo in cui lo studioso descrive, citando Bernard Revel, il progetto di rilocalizzazione economica e sociale, nel quale elogia la frugalità d’una vita legata «al campanile del villaggio».
«”Per la maggior parte del tempo si restava nel luogo natale, con i piedi ben piantati per terra. Un campanile al centro e l’orizzonte tutto intorno delimitano un territorio sufficiente per la vita di un uomo. Tra i mille possibili, scegliere il luogo stesso dove il caso ci ha fatto nascere non è necessariamente mancanza di immaginazione. Può addirittura essere il contrario. Non è necessario muoversi perché l’immaginazione spieghi le ali.” [...] Noi abbiamo la fortuna inaudita, grazie alle meraviglie della tecnologia, di poter viaggiare virtualmente senza muoverci da casa.»
Intendiamoci, in termini sociali il progetto della rilocalizzazione è parecchio interessante: esso punta a riacquisire quella dimensione comunitaria che per millenni ha rappresentato l’unica dimensione possibile della convivialità, e che ha prodotto una sedimentazione culturale ben definita dalla quale risulta arduo emanciparsi nello spazio di pochi decenni. Il processo di adattamento culturale alla dimensione globale stenta a decollare, la reazione a siffatta tensione è proprio la nostalgia per una ‘località‘ ormai tanto diluita da risultare irriconoscibile. Il punto però è un altro: se anche la comunità locale fosse l’unica soluzione (e ho forti dubbi in merito) come può il localismo reagire in termini realistici – cioè di potere – alla globalizzazione imperante dei sistemi economici, politici, solidali? Come può, in altri termini, un comune slow competere, e non farsi schiacciare, da una superpotenza, sia essa la Nestlé, o la Cina? Latouche, su questo punto, è piuttosto vago.
In conclusione, il “progetto decrescita” è affascinante, ed è opportuno che lo sia nel momento in cui si pone non tanto come ideale da perseguire in modo radicale e rivoluzionario, ma come orizzonte in una prospettiva gradualistica e riformistica che miri a inoculare nella cultura dominante valori e prassi di vita più lungimiranti. Inoltre, come ogni utopia, è utile per mettere in luce il divario tra le aspirazioni sociali dell’uomo e la realtà fattuale del dato. Dopodiché, affezionato come sono al brulicante fermento della metropoli – e come me molti altri – stento a credere alla possibilità di un ritorno ad un’armonia premoderna con la natura.
Punterei piuttosto su ciò che a più riprese Latouche depreca come etichetta moralizzante apposta a prassi economiche tutt’altro che genuine, cioè lo sviluppo sostenibile, che in verità, se inteso rettamente e applicato di conseguenza, risulta molto più adeguato all’indole occidentale di cui noi – anche Latouche – siamo comunque figli.
Illuminante l'illuminato illuminista Bobbio. Per lui il discrimine tra destra e sinistra abita nella differente interpretazione che l'una e l'altra fazione attribuiscono al concetto di "eguaglianza". Dall'estremo rousseauiano d'un utopico egualitarismo assoluto da ricercarsi anche a scapito della li
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Illuminante l'illuminato illuminista Bobbio. Per lui il discrimine tra destra e sinistra abita nella differente interpretazione che l'una e l'altra fazione attribuiscono al concetto di "eguaglianza". Dall'estremo rousseauiano d'un utopico egualitarismo assoluto da ricercarsi anche a scapito della libertà individuale, all'opposto nietzscheiano d'un disegualitarismo che è esaltazione della singolarità in quanto unicità del soggetto nello spazio vitale e nel tempo storico.
Si tratta di una proposta, tra le tante offerte, in un universo linguistico «come quello politico [...] poco rigoroso, essendo in gran parte fatto di parole tratte dal linguaggio comune, e [...] composto di parole ambigue, se non addirittura ambivalenti rispetto alla loro connotazione di valore.»
E poi, udite udite, Norbertone nostro scrive anche bene. E non è cosa da filosofi questa, ma da persone di buon senso.
Non lasciatevi ingannare dal titolo. Calvino gioca probabilmente sull'ambiguità del termine 'scrutatore'. Scrutatore è il funzionario pubblico adibito alla gestione delle procedure elettorali e allo spoglio delle schede, ma è scrutatore anche colui che esamina il mondo con piglio critico, ana
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Non lasciatevi ingannare dal titolo. Calvino gioca probabilmente sull'ambiguità del termine 'scrutatore'. Scrutatore è il funzionario pubblico adibito alla gestione delle procedure elettorali e allo spoglio delle schede, ma è scrutatore anche colui che esamina il mondo con piglio critico, analitico, sospettoso.
Amerigo Ormea, dunque, è uno scrutatore-scrutatore (chi non ha dimenticato Marx avrà chiaro il riferimento al critico-critico) che, tra un intoppo burocratico e l'altro, rimugina sulle questioni più intimamente esistenziali che la grigia amministrazione della democrazia gli pone innanzi.
È un libro denso di domande questo, costellato di punti interrogativi, imbevuto di dubbi. La sublimazione del più recondito attributo d'italianità: lo scetticismo. In un Cottolengo tramutatosi in cabina elettorale il confine tra vita e morte, razionalità e idiozia, umanità e bestialità, sfuma in un limbo senza realtà e senza nome dal quale lo scrutatore-scrutatore scorge l'insondabilità e assieme l'inesauribilità dei vaneggiamenti concettuali umani, delle certezze posticce utili alla sopravvivenza ma prive di autenticità.
Il primo dei più significativi romanzi sulla Resistenza è un'esperienza lieve. Calvino scorre rapido e suona frivolo. Ma una volta terminato rivela gradualmente un sottobosco brulicante vita, i cui effetti si avvertono e si riverberano nel tempo a seguire. Una macinazione fine, diffusa. Che non pugn
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Il primo dei più significativi romanzi sulla Resistenza è un'esperienza lieve. Calvino scorre rapido e suona frivolo. Ma una volta terminato rivela gradualmente un sottobosco brulicante vita, i cui effetti si avvertono e si riverberano nel tempo a seguire. Una macinazione fine, diffusa. Che non pugnala al petto ma pervade lentamente, come un gas rarefatto.
Non il romanzo sulla Resistenza – per quello suonare "Fenoglio" – ma un primo importante mattone sul muro della memoria. Questo sì.
Secondo trattato sul governo
Ottima introduzione di Tito Magri.
Breve trattato sulla decrescita serena
Questo Breve Trattato sulla Decrescita Serena è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).
Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. Ma si sa, ... (continue)
Questo Breve Trattato sulla Decrescita Serena è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).
Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. Ma si sa, è una prerogativa culturale: quale francese non subisce il fascino del vocativo?
Ciò detto, la decrescita viene presentata come l’unica soluzione a quel problema ineludibile che è il drammatico esaurimento delle risorse naturali del pianeta Terra. La seconda legge della termodinamica non lascia molto scampo, non è realistico pensare ad una crescita infinita in un sistema finito. Chi pensa che sia possibile – afferma Kenneth Boulding – «è un pazzo, o un economista». Latouche propone così un cambio di paradigma, che è culturale più che economico.
Ma per descrivere compiutamente la teoria della decrescita è sufficiente, a mio avviso, andarsi a rileggere un passo della Repubblica di Platone (IV secolo a.C.) in cui Socrate spiega a Glaucone, suo interlocutore, che l’opulenza di una società costringe a introdurre funzioni economiche nuove e problematiche nella misura in cui ciò che è richiesto non è più solo uno stato sano, ma la ricerca di una struttura statale che assecondi gli aspetti peggiori del carattere del carattere dell’uomo, il lato infimo della sua personalità: avidità e cupidigia.
«A quanto sembra, non vogliamo soltanto sapere come nasce uno stato, ma uno stato gonfio di lusso. Forse però non è male, perché così vedremo probabilmente come nascono negli stati giustizia e ingiustizia. Lo stato vero è, a mio giudizio, quello di cui abbiamo parlato ora, uno stato sano. Ma se voi volete che consideriamo anche uno stato rigonfio, nulla ce lo impedisce. [...] Bisogna dunque ingrandire ancora di più lo stato, perché quello sano non basta più: si deve accrescerlo di mole e riempirlo di una massa di gente la cui presenza negli stati non è più imposta dalla necessità.»
Ora, identificare un sistema culturale o economico con le sue perversioni è un’operazione non solo moralmente dubbia, ma anche concettualmente errata. Connotare negativamente i termini crescita, progresso, sviluppo – cosa che Latouche fa regolarmente benché si affanni nell’affermare il contrario – è un controsenso evidente che, per quanto in buona fede, non potrà mai essere accolto dalla cultura occidentale. La progenie di Ulisse si tufferà sempre e comunque per l’alto mare aperto, sia esso lo spazio fisico, la tecnica, o l’intelletto. Violare un tale impulso è violare la natura stessa dell’essere umano.
Certo, capitalismo, neoliberismo e affini sono sistemi perversi che abbisognano di limiti e correzioni profonde, ma da qui a indicare il regresso a forme di vita premoderne come unica soluzione, c’è un abisso.
Esilarante il passo in cui lo studioso descrive, citando Bernard Revel, il progetto di rilocalizzazione economica e sociale, nel quale elogia la frugalità d’una vita legata «al campanile del villaggio».
«”Per la maggior parte del tempo si restava nel luogo natale, con i piedi ben piantati per terra. Un campanile al centro e l’orizzonte tutto intorno delimitano un territorio sufficiente per la vita di un uomo. Tra i mille possibili, scegliere il luogo stesso dove il caso ci ha fatto nascere non è necessariamente mancanza di immaginazione. Può addirittura essere il contrario. Non è necessario muoversi perché l’immaginazione spieghi le ali.”
[...] Noi abbiamo la fortuna inaudita, grazie alle meraviglie della tecnologia, di poter viaggiare virtualmente senza muoverci da casa.»
Intendiamoci, in termini sociali il progetto della rilocalizzazione è parecchio interessante: esso punta a riacquisire quella dimensione comunitaria che per millenni ha rappresentato l’unica dimensione possibile della convivialità, e che ha prodotto una sedimentazione culturale ben definita dalla quale risulta arduo emanciparsi nello spazio di pochi decenni. Il processo di adattamento culturale alla dimensione globale stenta a decollare, la reazione a siffatta tensione è proprio la nostalgia per una ‘località‘ ormai tanto diluita da risultare irriconoscibile. Il punto però è un altro: se anche la comunità locale fosse l’unica soluzione (e ho forti dubbi in merito) come può il localismo reagire in termini realistici – cioè di potere – alla globalizzazione imperante dei sistemi economici, politici, solidali? Come può, in altri termini, un comune slow competere, e non farsi schiacciare, da una superpotenza, sia essa la Nestlé, o la Cina? Latouche, su questo punto, è piuttosto vago.
In conclusione, il “progetto decrescita” è affascinante, ed è opportuno che lo sia nel momento in cui si pone non tanto come ideale da perseguire in modo radicale e rivoluzionario, ma come orizzonte in una prospettiva gradualistica e riformistica che miri a inoculare nella cultura dominante valori e prassi di vita più lungimiranti. Inoltre, come ogni utopia, è utile per mettere in luce il divario tra le aspirazioni sociali dell’uomo e la realtà fattuale del dato. Dopodiché, affezionato come sono al brulicante fermento della metropoli – e come me molti altri – stento a credere alla possibilità di un ritorno ad un’armonia premoderna con la natura.
Punterei piuttosto su ciò che a più riprese Latouche depreca come etichetta moralizzante apposta a prassi economiche tutt’altro che genuine, cioè lo sviluppo sostenibile, che in verità, se inteso rettamente e applicato di conseguenza, risulta molto più adeguato all’indole occidentale di cui noi – anche Latouche – siamo comunque figli.
Destra e Sinistra
Illuminante l'illuminato illuminista Bobbio. Per lui il discrimine tra destra e sinistra abita nella differente interpretazione che l'una e l'altra fazione attribuiscono al concetto di "eguaglianza". Dall'estremo rousseauiano d'un utopico egualitarismo assoluto da ricercarsi anche a scapito della li ... (continue)
Illuminante l'illuminato illuminista Bobbio. Per lui il discrimine tra destra e sinistra abita nella differente interpretazione che l'una e l'altra fazione attribuiscono al concetto di "eguaglianza". Dall'estremo rousseauiano d'un utopico egualitarismo assoluto da ricercarsi anche a scapito della libertà individuale, all'opposto nietzscheiano d'un disegualitarismo che è esaltazione della singolarità in quanto unicità del soggetto nello spazio vitale e nel tempo storico.
Si tratta di una proposta, tra le tante offerte, in un universo linguistico «come quello politico [...] poco rigoroso, essendo in gran parte fatto di parole tratte dal linguaggio comune, e [...] composto di parole ambigue, se non addirittura ambivalenti rispetto alla loro connotazione di valore.»
E poi, udite udite, Norbertone nostro scrive anche bene. E non è cosa da filosofi questa, ma da persone di buon senso.
La giornata d'uno scrutatore
Non lasciatevi ingannare dal titolo. Calvino gioca probabilmente sull'ambiguità del termine 'scrutatore'. Scrutatore è il funzionario pubblico adibito alla gestione delle procedure elettorali e allo spoglio delle schede, ma è scrutatore anche colui che esamina il mondo con piglio critico, ana ... (continue)
Non lasciatevi ingannare dal titolo. Calvino gioca probabilmente sull'ambiguità del termine 'scrutatore'. Scrutatore è il funzionario pubblico adibito alla gestione delle procedure elettorali e allo spoglio delle schede, ma è scrutatore anche colui che esamina il mondo con piglio critico, analitico, sospettoso.
Amerigo Ormea, dunque, è uno scrutatore-scrutatore (chi non ha dimenticato Marx avrà chiaro il riferimento al critico-critico) che, tra un intoppo burocratico e l'altro, rimugina sulle questioni più intimamente esistenziali che la grigia amministrazione della democrazia gli pone innanzi.
È un libro denso di domande questo, costellato di punti interrogativi, imbevuto di dubbi. La sublimazione del più recondito attributo d'italianità: lo scetticismo. In un Cottolengo tramutatosi in cabina elettorale il confine tra vita e morte, razionalità e idiozia, umanità e bestialità, sfuma in un limbo senza realtà e senza nome dal quale lo scrutatore-scrutatore scorge l'insondabilità e assieme l'inesauribilità dei vaneggiamenti concettuali umani, delle certezze posticce utili alla sopravvivenza ma prive di autenticità.
Il sentiero dei nidi di ragno
Il primo dei più significativi romanzi sulla Resistenza è un'esperienza lieve. Calvino scorre rapido e suona frivolo. Ma una volta terminato rivela gradualmente un sottobosco brulicante vita, i cui effetti si avvertono e si riverberano nel tempo a seguire. Una macinazione fine, diffusa. Che non pugn ... (continue)
Il primo dei più significativi romanzi sulla Resistenza è un'esperienza lieve. Calvino scorre rapido e suona frivolo. Ma una volta terminato rivela gradualmente un sottobosco brulicante vita, i cui effetti si avvertono e si riverberano nel tempo a seguire. Una macinazione fine, diffusa. Che non pugnala al petto ma pervade lentamente, come un gas rarefatto.
Non il romanzo sulla Resistenza – per quello suonare "Fenoglio" – ma un primo importante mattone sul muro della memoria. Questo sì.