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la nostra biografia -
Ascolto sempre volentieri i filosofi, convinto che oggi ci sia più bisogno di loro che di “tecnici”. Spesso accade che i filosofi scrivano dei libri, ad alcuni riesce decisamente meglio che ad altri.
A Sandro Bonvissuto, filosofo, scrivere riesce dannatamente bene, e – a torto o a ragione – mi sono ... (
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Jun 29, 2012 |
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By Francesca Quatraro -
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Se ti abbraccio non aver paura
Non si tratta – a mio parere - di un capolavoro, né di un “caso letterario”. La scrittura, sulla quale ho letto molti commenti entusiastici, a me è sembrata monocorde e mediocre. Se cercate un libro sui viaggi, o su un viaggio in particolare, c’è di meglio.continue)
La singolarità potrebbe consistere nei vi ... (
Non si tratta – a mio parere - di un capolavoro, né di un “caso letterario”. La scrittura, sulla quale ho letto molti commenti entusiastici, a me è sembrata monocorde e mediocre. Se cercate un libro sui viaggi, o su un viaggio in particolare, c’è di meglio.
La singolarità potrebbe consistere nei viaggiatori, un papà, Franco, che intraprende un lungo viaggio attraverso le due Americhe insieme ad Andrea, suo figlio, autistico. Ma di papà con figli autistici ce ne sono, purtroppo, tanti, e questo viaggio potrebbe anche apparire come il racconto di un privilegio. Non si tratta neppure di un libro sull’autismo, nel senso che se volete saperne di più su questa malattia, dovrete documentarvi altrove.
Nonostante queste perplessità, ci sono alcuni aspetti di questo libro che mi hanno colpito. Provo a riassumerli.
I genitori, comunicano con Andrea attraverso il computer, ed hanno l’abitudine di stampare il contenuto di queste “conversazioni”. Franco infila questi fogli nel suo bagaglio, ed ogni volta che sente il bisogno di comunicare con suo figlio, ma questo bisogno resta insoddisfatto, lui cerca tra i fogli e trova sempre qualche frammento di conversazione passata che arriva inaspettatamente ad illuminare il presente. Questo espediente mi è sembrato geniale.
Spesso bruciamo parole in pochi attimi, raramente ci rendiamo conto del valore di ciò che ascoltiamo o che esprimiamo in una relazione con chi ci sta accanto. Talvolta una frase continua a riecheggiare e a scavare il nostro animo per molto tempo. E quante volte diciamo cose prive di senso o di cui ci vergogniamo?
In una situazione in cui la comunicazione è rarefatta, come appunto quella vissuta da Andrea e dai suoi genitori, ogni brandello di conversazione diventa prezioso, al punto da far parte del bagaglio (non solo in senso metaforico) di ciascuno di loro.
Un altro aspetto che si percepisce bene è la grande solitudine in cui si trova chi deve affrontare queste situazioni. I medici, e tutto l’apparato sanitario che, rispetto a queste patologie, brancola praticamente nel buio e, oltre a non essere in grado di fornire risposte, è impreparato a gestire la quotidianità di una malattia come questa. La totale assenza delle istituzioni e della politica. E c’è anche la solitudine sociale. Non parlo solo della mancanza di una “rete” fra famiglie che si trovano ad affrontare gli stessi problemi, ma anche della solidarietà che dovrebbe fare da collante nella società civile. Ogni famiglia dovrebbe sentire un po’ suoi questi ragazzi, e così sarebbe tutto molto più semplice.
Se ciascuno di noi – più in generale – si preoccupasse, solo un po’, dei figli degli altri, la società in cui viviamo sarebbe assai migliore.
Alla fine del libro, Franco lascia tracimare tutta la preoccupazione per il futuro di suo figlio (e in questo è uguale a tutti i papà del mondo), ma la situazione di Andrea lo porta a conclusioni senza speranza. Andrea percepisce la realtà attraverso il filtro distorcente della sua malattia mentre suo padre, quasi a compensare il figlio, ha imparato a guardare a nervi scoperti la società, coi suoi pregiudizi, le sue carenze e la sostanziale incapacità ad occuparsi di queste persone salvaguardandone la dignità.